Battiti inquieti

Sembrano percussioni. Invece sono pulsazioni. Battiti inquieti. Antichi messaggi in codice, abbandonati tra lenzuola sporche di sogni e briciole di un’improbabile cena. Una di quelle che ti porti a letto.
Stamattina la realtà tace. Mentre i desideri si confondono con i pensieri e le parole mi dormono dentro. Alcune proprio sullo stomaco. In costante e precario equilibrio.
È che a volte vorrei riuscire a farlo oltre che a desiderarlo. Raccontarlo in poco spazio. In poche righe. Anche con una frase soltanto. Ma che sia ben chiara.
È che a volte mi pesa davvero e non solo sullo stomaco. Tutto quello che non ho il coraggio. Tutto quello che non ho la forza. Tutto quello che non mi rimane nemmeno la voglia.
C’è odore di distanze nell’aria. Di troppo sole e pochissima aria sul viso. Quel sole che non ti avvolge, ma ti consuma. Esiste una parte di me che proprio da sola non sa stare. Una parte di me che ogni mattina apre gli occhi. Che si guarda in giro. Che si ripara con una mano dal buio. Dalle parole dette. Dalle cose fatte.
In fondo vivere non è altro che perdersi. Cadere. E poi risvegliarsi ancora vivi, abbracciati a una tazzina di caffè.
È che quando i sogni sono belli poi non mi rimane nemmeno il tempo per crederci. L’incubo è questo. Comincia dal caffè e dura fino al prossimo sonno. Fino alla prossima luna. Fino al prossimo battito inquieto.

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