Professional Poker Face

Andrea I. mi ha lasciato un messaggio sulla posta di facebook..
“Mi piacerebbe sapere come la vedi la vita di un pokerista di professione e cosa ne pensi…”

Caro Andrea,
il mio primo approccio col poker è stato del tutto casuale.
Al tempo lavoravo presso una filiale di una noto istituto di credito romano.
Il cliente di turno era un uomo molto alto, non molto distinto, la barba distrattamente lunga, sempre di poche parole, fatta eccezione per quella volta in cui mi raccontò di essere stato un giocatore di carte professionista.
Utilizzò addirittura l’aggettivo “grande” e si autodefinì “un grande giocatore di poker del passato”.
Ero davvero al cospetto di un fenomeno? Oddio, per essere grosso, era grosso.
Quel giorno, in modo del tutto incoerente rispetto al suo abituale comportamento, cominciò a parlarmi dei suoi viaggi in lungo e in largo, partendo dalle bische romane e arrivando a quelle di mezza europa.
Disse di aver accumulato velocemente cifre enormi e di averle anche perse poi con altrettanta professionale velocità.
All’epoca non diedi a quel racconto nemmeno il beneficio del dubbio, tale era il mio disinteresse per la cosa.
Avevo spesso a che fare con personaggi il cui unico scopo era quello di investire soldi con il massimo del profitto possibile e lui era uno di questi. Il mio lavoro consisteva nell’assecondarli e ascoltarli era una variante normale.
Non stavo certo a domandarmi in che modo fossero stati fatti o in quale maniera sarebbero stati spesi.

Malgrado il volto non somigliasse affatto a quello di un principe ereditario, non credo comunque che la sua potesse definirsi la vita di un pokerista di professione.

Tutti i giocatori di poker sviluppano col tempo la faccia da poker, un espressione fredda ed impassibile. Un volto povero di emozioni dal quale dipende una buona parte del successo di una partita.
Il suo era un volto trascurato, entrava in ufficio e lo faceva con l’imbarazzo di uno che ha appena pestato una cacca di cane.
Sembrava quasi intimorito di sporcare il pavimento. No, la sua non era sicuramente una faccia da poker.

Il nocciolo poi non è solo la “faccia da poker”, ma la sindrome che ne deriva e che colpisce il giocatore quando diventa professionista.
Si parte dall’abitudine a nascondere l’emozione, ci si abitua a cancellare ogni accenno di eccitazione, ogni sintomo di nervosismo e si finisce poi col calzarla sempre come un mocassino, in ogni occasione.

Un giocatore professionista assiste alla finale di Champions della propria squadra del cuore con la stessa espressione calma e compassata di chi nasconde una scala colore.

All’inizio la indossi di fronte al tuo avversario, poi per andare a fare la spesa, la porti al cinema, allo stadio, a cena fuori con la tua ragazza ed infine, senza farci nemmeno caso, non te la togli più di dosso.
Fin quando arriva quel giorno in cui ti guardi allo specchio e non sai più a chi stai facendo la barba.

La figura del giocatore di poker professionista è mitologica. Un format di altri tempi. Altre storie, altro poker.
I grandi campioni di oggi sono comunque tutti legati ad un business che si interfaccia al mondo del poker. Chi scrive libri, chi apre poker room, chi investe i soldi vinti in attività connesse, chi vende la propria professionalità o semplicemente la propria immagine. Quasi nessuno vive di poker giocato.

Caro Andrea. Facce da poker a parte, la vita di un giocatore professionista non è né migliore, né peggiore. E’ semplicemente diversa dalla mia.

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