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Il fruscio di sottofondo

12 dicembre 2017

Conosco quello che hai intenzione di dirmi. Lo capisco dalle espressioni che fai e dal sopracciglio alzato.

“Hai smesso di andare per musei? E le mostre? A Roma ci sono Monet e Picasso! Che aspetti? Vai da solo?”

Andare per musei. Detto in questa maniera somiglia quasi all’andare per mercatini di Natale.

Invece il museo rappresenta un fatto del tutto particolare. Esistono il modo, il momento e la persona giusta con cui andare.

Come diceva Emile Durkheim, tutto dipende dal modo di pensare, di fare e di agire di un individuo rispetto a quello che ha intorno.

Così anche la mia voglia di andare è soggetta a una specie di ritualità di pensieri.

Ogni possibilità viene soppesata. Ogni opzione viene setacciata. Ogni azione giudicata. E a volte questo processo può durare giorni nella mia testa.

È ridicolo, lo so. Non giudicare sarebbe davvero un’ottima cosa nella vita. Ma se non lo faccio vado contro il bambino che è in me.

Contro quella sensazione di naturalezza che mi porto dentro dall’adolescenza. E tutto ciò che viene da dentro va sempre rispettato.

E per rispettare bisogna ascoltare. Osservare dove tutto questo può condurre. Alla fine basta essere in buona fede.

Tutto questo noioso preambolo non può che portare a una serie di conclusioni. Bisogna imparare a capire chi è meglio frequentare e chi no. A prescindere dalla qualità del tempo che si intende trascorrerci insieme. Che si tratti di una cena. Un museo. Un viaggio. O semplicemente un caffè.

Che poi, a ogni mio giudizio segue sempre un “perché molte delle cose antipatiche che mi accadono dipendono dalla malafede delle persone?”

E a questa domanda do sempre una risposta. Così finisco col trascorrere il mio tempo da solo. La solitudine, quando è scelta, è comunque qualcosa di buono e da non sottovalutare.

Questa è una regola la cui applicazione benedettina spesso mi mette nella stato di dover rinunciare ad alcune possibilità e a dimenticarmi di altre.

Quindi, va da sé che se si tratta di regola, deve esistere anche una qualche eccezione che la conferma e la consolida.

Qualche giorno fa sono andato da un’amica a vedere “Barfly”, una pellicola del 1987. Se stai per dire che è il film su Charles Bukowski, hai quasi centrato il concetto.

E dico “quasi” perché quella preposizione “su”, non è esattamente la parola più adeguata.

Io direi, ma sentiti nel tuo completo diritto di darmi dell’idiota, che è “realmente incentrato sulla figura maledetta di Charles Bukowski”.

Un film profondamente sbagliato per una ragione. Lo ha scritto proprio Bukowski. E Charles era chiaramente incapace di scrivere una sceneggiatura.

Però a me il film è piaciuto. Sia chiaro, non faccio parte di una chiesa avventista che venera Bukowski a prescindere. Non parlo con secondi fini alquanto difficili da individuare.

Ho soltanto immaginato che Barfly fosse la finale contraddizione di un uomo che adorava Mozart, amava Schopenhauer, odiava ballare e soprattutto detestava il cinema.

Insomma, più che dei musei e del mio rapporto difficile con le persone, oggi ti sto parlando del mio rapporto con i libri di Bukowski.

Forse ho solo voglia di annoiare e annoiarti quel tanto che basta da farti desiderare spietatamente il prossimo “punto a capo”. Magari seguito dalle parole “ciao e a presto!”

Perché in fondo mi trovo meglio con le persone che non conosco? Perché mi fanno le domande giuste. Qualcosa di simile a quel rapporto che si crea tra autore e lettore. Quello limitato all’intimità di un paio di centinaia di pagine.

Un microcosmo privato simile a un bar, nel quale io entro senza sapere nulla di lui e rimango cosciente che anche lui non sa assolutamente niente di me. Però si beve insieme.

Ci si trova a metà strada. Si parla delle nostre cose. E si va via un po’ più arricchiti e parzialmente storditi dal whisky.

L’idea di conoscere uno scrittore attraverso le cose che scrive è ridicola esattamente come quella di poter considerare Sting un tuo compagno del calcetto, o Vasco Rossi il tuo vicino di casa.

Il punto è che esistono domande che mi accompagnano e che, quando smettono di chiedere, mi mancano. Ed è una tipologia di mancanza tutta particolare la mia.

Un po’ come quando da piccolo finiva il nastro nel mangiacassette e sentivo ancora un po’ di quel fruscio, prima dell’autostop.

Un rumore che non era più sottofondo, ma solo l’anticamera di quello che era stato e non poteva più continuare a essere.

E comunque ok. Oggi andrò a vedere le opere di Claude Monet al Vittoriano. Magari ci si vede davanti alle Ninfee. O forse no.


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