L’amaro caso del re delle mozzarelle

(dedicato a Francesca e Daniele)

Quando i Carabinieri fecero irruzione nell’appartamento trovarono ogni cosa in evidente disordine. Il pavimento era disseminato di fogli e frammenti di bottiglie dal retrogusto alcolico. Sullo scrittoio una torre pendente di documenti si era poggiata a una più solida colonna di libri. La tv mostrava una vistosa crepa sullo schermo, sembrava centrata da un fulmine e giaceva riversa contro una parete. Nei corridoi gli armadi erano aperti, alcuni abiti apparivano strappati e disseminati in terra, mentre altri erano stati ammucchiati in un angolo, ammassati uno sull’altro. Le uniche cose intoccate sembravano un posacenere in alabastro lasciato su un comodino, pieno di cicche e sigarette fumate a metà, e un bicchiere di cristallo ancora pieno di whisky di marca, magicamente intatto e lasciato accanto a una bottiglia vuota sul pavimento. Le finestre erano chiuse, nessuna infrazione all’apparenza. Se non fosse stato per quel cadavere sul letto, l’appartamento non avrebbe davvero avuto nulla da invidiare a un rifugio appena abbandonato da un pugno di clandestini. Un classico luogo nascosto e vissuto.
Sul tavolo della cucina facevano capolino i resti immangiati di una parmigiana di melanzane. Il frigorifero, lasciato aperto, era pieno di lattine di coca zero e confezioni di mozzarelle di bufala ancora da aprire. E poi scatolame di ogni genere, pasta precotta, sughi pronti, tortillas e piadine. Nel cuore di quell’elettrodomestico tutto sembrava ancora viziato da una profonda normalità mentre fuori la morte stava drasticamente interrompendo ogni cosa.
Il maresciallo Nicola Potenza si mise le mani nei capelli quando, dopo le prime ricerche, comprese che l’uomo privo di vita davanti ai suoi occhi era Giovanni Francia. Un famoso imprenditore pontino del settore alimentare. I documenti nel portafoglio ne avrebbero sicuramente confermato l’identità, ma il maresciallo già sembrava completamente sicuro.
Nato a Latina, cinquantatre anni, capelli grigi e barba curata. Dovevano averlo accoltellato con rabbia primordiale. Il ventre era ancora gravido di sangue e lacerato dai terribili colpi inferti. Un rapido sguardo a una qualsiasi di quelle riviste che di solito si trovano nelle sale di attesa avrebbe probabilmente fatto scoprire chi fosse. Ricco, affascinante e di conclamato successo aveva raggiunto la notorietà per aver girato da protagonista ogni singolo spot in tv riguardante la sua azienda e successivamente era diventato famoso per la qualità dei suoi prodotti. La mozzarellina di bufala surgelata con melanzane e basilico, presentata pochi mesi prima, aveva venduto solo in Europa dieci milioni di confezioni. Tutti lo conoscevano, ma non era chiaro chi avesse avuto un buon motivo per odiarlo così. Una brava persona sembrava il signor Francia, padre di tre bambine, marito fedele e premuroso. Sull’etichetta dei prodotti destinati alla grande distribuzione c’era stampato il suo viso sorridente. Anche se leggermente ritoccata con Photoshop per sembrare più giovane, quella foto trasmetteva comunque un senso di sicurezza e di estrema fiducia.
Ora invece il suo corpo giaceva immobile e inespressivo. “ Questo ce lo siamo proprio giocato!” disse il maresciallo rivolgendosi al carabiniere scelto Luca Giraldi che, con la pistola ancora in mano, non aveva capito il senso di quelle parole. Ebbene, Potenza amava il dialetto romano e non perdeva occasione di cimentarsi in questa nobile arte. In quel caso voleva far comprendere agli altri come infondo il mondo fosse solo la conseguenza di un gioco marcio e senza regole. Era un uomo stanco Potenza. Solo cadaveri, colli spezzati, violenza gratuita, infamità continue e infinite. I suoi quarantaquattro anni gli pesavano, se li sentiva già tutti addosso a furia di essere spettatore di tanto male. Anche in quel caso il suo pessimismo assoluto aveva avuto la meglio sui suoi pensieri. Gli occhi scuri e la barba incolta ora lo facevano apparire come una sorta di spettro. Una magrezza accettabile la sua, le gambe forti da ex calciatore e i capelli molto corti lasciavano comunque trasparire una certa agilità nei movimenti. Al contrario la pelle biancastra trasmetteva quasi un senso di malaticcio o di depresso che quando era cupo ben si intonava con il suo pungente sarcasmo e le sue battutine che non tradivano mai: “Se sa di tappo vuol dire che stai annusando un tappo.” Aveva esclamato ridacchiando.D’inverno indossava un Trench grigio anni settanta stile Old Style con chiusura bottoni a doppiopetto. Non metteva mai la cravatta, tranne che per le occasioni ufficiali. Fumava sigari aromatizzati alla cannella e fuori servizio ogni tanto si concedeva un buon Brunello di Montalcino che degustava disegnando cerchi col vino e fissando per interminabili secondi il bicchiere.
Per certa gente il sole non sarebbe mai sorto, non credeva a un miglioramento del mondo il maresciallo, nemmeno un po’. Tutto era già scritto. Chi ammazza lo farà, prima o poi, un’altra volta. Un po’ come uno squalo che prova sangue umano, preferirà cacciare uomini e non bestie di mare. E Latina non era una città diversa dalle altre, le sue strade apparivano come un reticolo, un’illusione piena di pizzerie dall’odore di frittura di paranza. Dove ci si poteva sedere in ogni angolo, assaporare una mozzarella di bufala, bere una birra ghiacciata senza mai sentirsi come un Dio.
Sui motorini di provincia ancora oggi famiglie intere compresi i bambini si recano al mercato e appaiono provenire da un altro mondo quando ti sorpassano. Potenza possedeva una BMW Z4 color amaranto che trattava come fosse una di famiglia, una brava e onesta parente. Tettuccio apribile, vernice metallizzata e paraurti in tinta con la carrozzeria, gli interni erano rifiniti in nappa.
Non fumava mai nella sua macchina e non lo permetteva nemmeno agli altri. Il giorno che avrebbe dovuto abbandonarla sarebbe stato un giorno funesto, cercava di non pensarci. Aveva un box in affitto per il suo gioiello, poco lontano da casa. Pagava duecento euro al mese, quasi il dieci per cento del suo stipendio.
L’unica cosa che lo rincuorava era la cucina della mamma. Era scapolo Potenza e non aveva affatto voglia di accasarsi. Abitava ancora in una palazzina bassa al centro della città, in un appartamento ereditato da suo padre. Il vecchio insieme alla moglie aveva fatto immensi sacrifici per riuscire ad avere un tetto sulla testa, “per non pagare la pigione”, diceva la buonanima di Francesco Potenza, che per decenni era stato il maestro e precursore della più nobile arte culinaria di strada. “Il porchettaro”. Negli anni settanta davanti al suo camioncino giallo, con un maiale sorridente disegnato sul cofano, la gente faceva la fila per gustare la sua specialità, il panino con la porchetta di Ariccia. Con olive e scarola, sale, tanto pepe e finocchio tagliato. Il tutto accompagnato da un buon fiasco di frascati superiore che manteneva in temperatura nelle bagnarole piene d’acqua fredda, con pezzi di ghiaccio tagliati a mano che sembravano mattoni.
C’era più fila dinanzi al bancone motorizzato di Francescone che davanti a un apple store alla presentazione dell’Iphone, quando la corda di persone si apposta sin dal giorno prima per ritirare l’ambito oggetto. A Latina, come in tutte le città del sud, la fila alle poste, al cinema o in un Apple Centre è spettacolare. E’ un’opera d’arte umana la lunga striscia di immensa pazienza che si raccoglie tutta lì, con persone di ogni sesso ed estrazione sociale che trasformano la quotidianità in un momento di interminabile attesa.
Ritrovarsi per l’ennesima volta davanti ad un delitto lo faceva star male, provocava un dolore quasi fisico. La sua carriera per ogni morto che trovava ammazzato diventava, giorno dopo giorno, sempre meno bella, come se la sua carriera fosse il sipario strappato di un eterno teatro di morte. La scientifica fece tutti i rilevamenti del caso e il cadavere dell’imprenditore fu portato in ospedale per l’autopsia. Il quadro però non era affatto chiaro e bisognava attendere i risultati. L’unica azione che Potenza poteva intraprendere era quella di iniziare a interrogare tutti gli inquilini e qualcuno che magari nel quartiere aveva visto passando qualche cosa. Il palazzo era di nuova costruzione e tutti erano proprietari degli immobili, anche il signor Francia, che però non lo abitava da anni e si trovava a Latina solo per partecipare alla presentazione dei suoi prodotti all’interno di un nuovo centro commerciale. Potenza quelle riunioni le aveva viste qualche volta alla televisione, quasi sempre di notte e per uno come lui che non riusciva mai a dormire diventavano quasi di compagnia.
La signorina Marronaro, settantadue anni, diabetica, non ci sentiva tanto bene povera donna e da un po’ le si erano aggiunti anche problemi alla vista. Non fu a nessuno di grande aiuto purtroppo. Abitava al primo piano e il misfatto era avvenuto al quarto. Potenza diede un occhiata al salotto della
signora, era bello, pieno di foto d’epoca e di ricordi. Sul tavolo c’erano dei profumatissimi limoni d’Amalfi che emanavano un denso odore di pulito e di ordine. “Signora Marronaro” le aveva chiesto con gentilezza ma con voce abbastanza forte, “qualcuno le da una mano nelle pulizie di casa?”
“ Sì, sì, viene una signora rumena, è tanto una cara ragazza, sempre puntuale e mi vuole bene come fossi una mamma”, rispose la vecchietta tenendo ferma la sua tazza di camomilla. Poi aveva aggiunto: “ma è stato ucciso un uomo nel nostro palazzo? Pure famoso addirittura e che ci faceva qui? Signor maresciallo, a me sta’ storia non piace tanto, ho paura, da quando sono sola non riesco a dormire” continuando a bere dalla sua tazza.
Potenza era d’accordo, a Latina gli imprenditori di successo sono fuori moda, la gente ha altri problemi. Si vive con difficoltà da quando c’è la crisi, la gente ha le bollette arretrate. Tutto è confusione e ci sono stati periodi in cui le buste dell’immondizia si accumulavano lungo le strade dei quartieri e non sembravano altro che il riflesso della nostra coscienza. Potenza quando di sera si metteva a passeggiare con le mani in tasca nel suo quartiere, si divertiva a contare le buste dell’immondizia che in certi giorni apparivano come tante colline e con un amaro sorriso capiva nel profondo del suo cuore che in alcuni posti del mondo, sia la speranza che la disperazione, sono sorelle impotenti.
L’unica cosa da fare è restare in silenzio. Per un maresciallo rappresenterebbe un atto grave il farsi da parte o far finta di non vedere, ma si sentiva inerme davanti alle cose del mondo che peggioravano sempre di più. Tutto appariva più grande di lui. “ Signorina Marronaro, dove la possiamo trovare la badante?”
L’anziana signora fece mente locale e rispose. “ Agnese Biddau, così si chiama. E’ una brava persona, non so se può esservi utile. Comunque la faccio venire subito, aspettate che vado di là a prendere il cellulare.” La signorina arrivò dopo qualche tempo: sui trent’anni, occhi verdi e il viso a forma di cuore, capelli di un biondo tendente allo scuro e una pelle chiara, quasi pallida. Teneva sempre ben stretta la sua borsa in pelle nel mentre il maresciallo le chiedeva se avesse o meno incontrato per caso il signor Francia. La donna aveva risposto di no a tutte le domande e sembrava sincera. Nulla da fare, l’omicidio era talmente assurdo che non sarebbe stato affatto facile districare la matassa. Non c’era un movente apparente. Il male che ti colpisce per caso è più difficile da scoprire, non si sa semplicemente da dove iniziare. “Hai voglia a parlare del tenente Kojak e Miss Marple? La gente a volte si ammazza per niente, per nessuna ragione,” e il maresciallo Potenza ne era consapevole, ecco perché la sera la cena con mamma Nicoletta diventava l’unica fonte di sicurezza. Il venerdì sera era la sua sera preferita: piatto a base di pesce. Spaghetti con le cozze e le vongole veraci. Si mangiava tutto con gusto, ma con moderazione. Dopo il pasto beveva un bel vino bianco fresco, che per lui era quasi un rito. Poi si alzava e si portava il bicchiere sul balcone dove c’era una piccola sedia verde, li si sedeva ad ammirare la notte stellata, mentre all’interno la voce di Caruso inondava di significati la casa. Note forti di malinconia e di ricordi per quella madre ormai anziana e ridotta ad amorevole cuoca per quel suo figlio buono e zitellone. Tornando all’imprenditore, “chi avrebbe mai potuto ucciderlo?”. Si arrovellava la testa e non se ne capacitava. Un omicidio senza movente chiaro. Le persone che erano state interpellate apparivano sincere, senza un’ombra di sospetto. Di casi complessi Potenza ne aveva risolti da quando era al reparto investigativo, ma questo li batteva tutti. Due anni prima e dopo lunghe indagini una donna era stata ritrovata morta in un armadio, si trattava di una studentessa universitaria fuori corso, come dopo fu accertato. Aveva ventiquattro anni e frequentava il terzo anno della facoltà di economia dell’università pontina. Laura Mattei, questo il suo nome. Altezza media, capelli castani, indossava due anelli da bigiotteria sull’anulare sinistro e un tatuaggio sulla spalla destra: una rosa blu cerchiata.
Le indagini e i controlli erano partiti subito dalla scena del delitto. Potenza all’epoca era rimasto in quella stanza insieme ai suoi colleghi della scientifica per più di sei ore. Sulla scena fu fotografato ogni particolare e tutti i movimenti della vittima erano stati ripercorsi con estrema precisione: le sue frequentazioni, i luoghi in cui abitualmente si recava, eventuali amicizie conosciute via Internet.
La ragazza non era originaria di Latina, ma proveniva da Frosinone. Non aveva fratelli né sorelle. L’unico suo famigliare era il padre, la madre le era morta anni prima. Secondo Potenza ogni scena del crimine rispecchia l’autore del delitto. Già il fatto di nascondere in un armadio il cadavere poteva significare solo una cosa: l’estremo rimorso per l’atto compiuto.
Si brancolò nel buio per molto tempo. La sezione Omicidi doveva presto trovare una soluzione. E così fu. Potenza aveva compreso. Si era concentrato sul rimorso. L’assassino avrebbe sicuramente avuto una mente turbata e l’atto dello strangolamento, perché così la ragazza era stata uccisa prima di essere nascosta, significava più un gesto catartico.
L’autore non vedeva probabilmente l’ora di togliersi un pensiero. Il rapporto con la vittima doveva essere molto forte, di vicinanza. La ragazza sicuramente non avrebbe fatto entrare in casa nessuno che le fosse sconosciuto. Cauta, precisa e riflessiva. Ordinata nelle sue cose, poche conoscenze profonde. Amici contati, questi ultimi furono interrogati subito, ma ognuno di loro fu convincente. La Mattei non aveva una relazione amorosa stabile e non frequentava persone strane, particolari, di quelle che potrebbero commettere gesti inconsulti all’improvviso. Poi, non è affatto detto che la gente considerata normale non possa agire allo steso modo. La normalità è un’invenzione, Potenza non credeva alle parole come normalità, disagio, emarginazione, sbandati. Tutti per lui potevano diventare assassini. “Siamo tutti potenziali bombe a orologeria, arnesi micidiali vestiti in giacca e cravatta. Mani pulite che possono macchiarsi di sangue, infierire con violenza su un nostro simile.
La cosa che più terrorizza, cari amici colleghi, è che possiamo agire senza alcun motivo. Ognuno è sano nella sua spietata pazzia e pazzo nascosto all’interno di una indefinibile normalità!” Ma, nel caso della Mattei, tutto era chiarissimo per il maresciallo. Era stato il padre a uccidere la figlia. Il signor Mattei era colpevole. Aveva preso il treno è tutto era tracciabile, ma lui negava, sembrava non voler accettare un’accusa del genere. Fu portato in commissariato e interrogato per ore. I biglietti dimostravano che si era recato a Latina e non l’aveva detto. Si era mosso in treno e due telecamere poste alla stazione lo avevano ripreso. Non c’era nessun dubbio: il padre della ragazza si trovava a nella stessa città per recarsi dalla figlia.
Il perché dell’omicidio? La confessione era stata terribile quanto banale. Fu strangolata in quanto, a suo dire, lei gli aveva rubato del denaro. Più di centomila euro, risparmiati con anni di sacrificio. Per fare cosa? La bella vita e far finta di studiare. “Ma io non avevo intenzione di ucciderla.” Aveva confessato il padre. “Mi sono ammazzato di lavoro tutta la vita per finire solo in una casa, abbandonato da tutti e come se non bastasse venire spogliato di ogni cosa. In fondo questa è la mia espiazione.”
Il maresciallo ascoltò la sua piena confessione quasi inorridito. Il denaro e le donne erano quasi sempre i silenziosi protagonisti di ogni atto criminale. Le migliori famiglie escono distrutte dal vile denaro, i sorrisi si trasformano in smorfie. Non c’è mai una chiara logica nell’atto di uccidere, di sopprimere. Tutto è legato a un profondo egoismo. L’atto di prendersi il denaro dalla casa ha scatenato nell’uomo una follia omicida che non trova nessuna
giustificazione. Accortosi che mancavano quei soldi, custoditi per anni in casa e accumulati con cura maniacale, il signor Maffei avrebbe telefonato alla figlia. La ragazza dal canto suo non aveva negato nulla, anzi, con arroganza aveva risposto che ne aveva bisogno per mantenersi e che era compito suo provvedere alle spese universitarie, alle tasse. Forse l’intenzione del padre era di chiarire e per quello si era recato presso la figlia, ma probabilmente nacque una discussione e qualcosa aveva fatto scattare all’improvviso nel padre la follia omicida. Di lì a poco le avrebbe così stretto le mani al collo e uccisa. “Perché l’ha nascosta nell’armadio signor Mattei?”
“Gli occhi. Quegli occhi ancora aperti anche da morta. Lei giaceva a terra e sembravano fissarmi. Ovunque andassi all’interno della stanza erano come le foto ricordo. Se ti sposti a destra o a sinistra gli occhi ti seguono sempre. E poi la bocca, quella smorfia, quel ghigno, così insopportabile anche da morta.”
Prove e piena confessione. Una giovane vita spezzata e un padre disperato per l’atto compiuto. “La vita è una merda” aveva pensato quel giorno, per l’ennesima volta. Solo nella BMW Z4, ascoltando su Radio KISS KISS, una vecchia canzone dei PFM, “Impressioni di settembre”. Il Maresciallo Potenza aveva ascoltato e riascoltato quella musica attraversando la città tra luci e ombre. Sfrecciando oltre ogni limite consentito tra quei palazzi che sembravano sempre tutti uguali. Ogni finestra poteva nascondere una disperazione silenziosa, una anonima cattiveria possibile. Il male nella sua forma più concreta, l’omicidio di un proprio simile.
Il caso dell’imprenditore però era diverso. Il signor Francia era stato accoltellato nel suo appartamento. Chi lo aveva ucciso lo aveva fatto con violenza e profonda rabbia. Non vi era nessun elemento che facesse pensare a una colluttazione. La porta d’ingresso era integra quindi lo scrittore aveva aperto all’assassino. Il maresciallo era un tipo sui generis e lo dimostrò il giorno successivo al ritrovamento del corpo. Aveva infatti deciso di dormire nel luogo dove il delitto era stato commesso. Pernottò così nella casa della vittima violando i sigilli e sbalordendo tutti i colleghi. I suoi superiori non l’avevano presa affatto bene definendola una scelta frutto di un carattere eccentrico e buffonesco. Del resto Potenza non era mai stato visto di buon occhio. Dava poca confidenza ed era di poche parole.
Quasi mezzanotte, nell’appartamento della vittima c’era un gran silenzio. Le luci dei fari delle automobili filtravano tra gli scuri delle finestre e illuminavano lo spazio interno come lunghe strisce veloci e lucenti che contrastavano il buio. Potenza sapeva che quel luogo adesso era in balia di un qualcosa di malefico e sinistro. Un uomo era stato ammazzato nella stessa stanza dove lui adesso stava dormendo in un angolo. Seduto su una poltrona che già era stata controllata, come del resto tutto l’appartamento. Niente Dna. Niente di niente. L’omicida era stato accorto, veloce, aveva fatto un lavoro pulito. Aveva scelto di seguire quel detto che racconta di come gli assassini tornano sempre sul posto del loro misfatto. Qualcuno la riteneva una grande sciocchezza, ma non Potenza. La sua coscienza mordeva sempre e prima o poi l’assassino avrebbe commesso l’errore fatale. Perché correre un rischio simile? Passarono i giorni e Potenza continuò a studiare il posto, la gente, la strada, ogni singolo suppellettile, statuine, oggetti vari. Non tralasciava nulla. Si scoprì anche che il signor Francia non era stato ucciso in quell’appartamento. Non c’era abbastanza sangue intorno, era stato massacrato altrove e poi portato nel luogo in cui era stato ritrovato e colpito di nuovo. Il Dottore che aveva eseguito l’autopsia riferì a Potenza che molti dei segni inferti erano stati inflitti post-mortem. Il maresciallo aveva capito subito che si trattava di qualcosa di strano. Di elementi che vanno al di là della realtà umana. Dalla finestra dell’appartamento della vittima si intravedeva un giardino ben curato, uno di quei giardini posti pieni di frutteti ad agrumi pensili che scendevano giù quasi ad arcata e che lasciavano trasparire un senso di mistero rigoglioso. Limoni freschi e invitanti si notavano da lontano e il Potenza, che era cresciuto in mezza ad una sana ruralità non si era fatto scappare questa occasione. Subito scese le scale e uscendo dal palazzo pian piano trovò l’ingresso del giardino che si aprì ai suoi occhi come un’opera d’arte antica. Era pieno pomeriggio e c’era una persona intenta a potare le piante, silenziosamente faceva il proprio dovere, a capo chino. L’uomo indossava una maschera di lattice e dietro di lui c’erano altre due persone, indossavano la stessa maschera bianca. Potavano rose e viti con una frenesia nervosa e meccanica. Velocissimi e guardinghi. Il maresciallo iniziò a osservarli perché in loro aveva riscontrato qualcosa di sinistro. Era
certo che quegli uomini conoscessero il motivo della sua presenza in quel momento e ne ricevette subito la conferma. “Maresciallo Potenza finalmente, fatevi gli affari vostri, quell’uomo doveva morire”. Le parole provenivano dai cespugli, qualcuno parlava in modo meccanico e si muoveva velocemente nascondendosi a scatti tra le persone. Scatti che differenziavano le tre figure quasi come un sogno onirico. Sembravano parlare tutti e tre all’unisono.
“Il signore della mozzarella era uomo tranquillo e qui non vogliamo la tranquillità. La tranquillità è pericolosa, rende pazzi. Doveva crepare, perché chi trasmette tranquillità qui commette il più grave dei delitti, abitua la società al senso di libertà.” “Chi siete? Fermatevi.” replicò Potenza.
“Vada via maresciallo, certe cose non si possono comprendere. Meglio non capire. Lasci subito questo posto, questa città!” Uno di loro, il più alto, si fermò davanti a lui. Era vestito di nero con cravatta e scarpe bianche che contrastavano con una camicia grigia. I vestiti erano puliti e senza nemmeno una piegatura. Si muoveva meccanicamente e il maresciallo immobile dinanzi a lui non riusciva a credere ai propri occhi. Era tutto così surreale, terribile, arcano, come se si fosse entrato in un altro mondo, un’altra realtà che non a tutti è dato conoscere.
“ Chi siete?” urlò con forza Potenza. “Noi siamo il male di questo posto, la cattiveria più assoluta. Qui non deve spiccare ricchezza, cultura e conoscenza. Voi non siete un popolo da gestire, siete pecore da comandare!” “Cosa c’entra in tutto questo un imprenditore e perché? Perché vi nascondete? Posso inseguirvi in eterno, anche se dovessi restare solo, l’unico poliziotto di questa terra.” “Caro Potenza, allora non ha compreso. Conosciamo tutto di lei dal momento in cui è stato messo al mondo, dove abita, come ama trascorrere il tempo libero. I suoi colleghi, tutto.” “Io vi distruggerò!” gridò con rabbia Potenza arretrando di qualche metro. Ma la voce dell’uomo diventava sempre più minacciosa. “Signor Potenza, noi siamo il lato perverso dell’umanità, e quello che vedete dinanzi a voi è la vera essenza dell’uomo. Crudeltà, rancore e odio. Dovevate immedesimarvi nel terrore che ha provato Giovanni Francia nel momento in cui ci ha visto. I suoi occhi, le urla, disperazione più assoluta e tutti hanno sentito, ma nessuno ha detto nulla. Maresciallo, voi tutti avete fatto le indagini, ha parlato qualcuno? Nessuno, siamo complici di noi stessi. Noi siamo impegnati a concludere le vite di quelle persone che si permettono di dare speranza. Siamo il Male Oscuro e nemmeno immagina quanti siamo.” Gli uomini cominciarono ad allontanarsi con calma. Lentamente. “Fermatevi, dove andate?” “Andiamo via, ma vi lasciamo come ricordo la disperazione del signor Francia incisa nel cuore. Così si ricorderà di noi e la smetterà di seguire strade che non le appartengono.” Scomparvero così, all’improvviso. Potenza aveva compreso in quel momento che non si trattava di un omicidio come tutti gli altri. A Latina qualcosa stava cambiando. A un tratto si sentì davvero solo e impotente, ma non si sarebbe arreso. Il Male Oscuro, cos’era? Lo avrebbe scoperto, ma doveva prepararsi ad avere tutti contro! Tornò in commissariato e percorrendo il lungo corridoio per raggiungere il suo ufficio pensò e ripensò nervosamente all’accaduto. Nel mentre incrociava gli sguardi incupiti dei suoi colleghi che lo fissavano per la prima volta nella sua carriera in modo strano. Entrò nella sua stanza e chiuse la porta. Si sedette gettando uno sguardo alla scrivania per trovare l’accendino, poi accese una sigaretta e iniziò a ispezionare le ragnatele sul soffitto pensando a quello che gli era appena accaduto. Non gli avrebbe creduto nessuno. Uomini mascherati, il Male Oscuro, ma chi gli avrebbe creduto. Il suo compito era comunque quello di fermare chi uccide. Si sentì impazzire.
Passarono minuti interminabili. All’improvviso squillò il telefono. “Pronto!” Nessuno rispose.
Poi il maresciallo percepì le note di una musica familiare. Le ascoltò in silenzio mentre la tensione ridisegnava un’espressione terrorizzata sul suo volto. Era Caruso, quella canzone tanto cara a sua madre. La voce che interruppe quello stallo apparente fu devastante.
Era la stessa persona che gli parlava nel giardino. “Ora la mamma non c’è più? Magari in una prossima vita sarai meno curioso”. Si dice che l’attesa del mondo che ti crolla addosso faccia più paura del crollo del mondo, ma il dolore no. Il dolore lo provi davvero quando tutto ti schiaccia lasciandoti senza il benché minimo respiro e la consapevolezza di essere stato comunque sconfitto, mentre sai che non ci sarà rivincita.

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