Il mio nome

Il mio nome. Luca Tagliaferri. La mia data di nascita. Il 7 febbraio del 1970. 

Era questo che vedevo scritto sull’etichetta di un braccialetto in plastica giallo applicato al mio polso destro.

Non avevo chiaro nient’altro. 

Della mia vita ricordavo di essere uno scrittore, ma avevo immagini confuse del mio passato. Una famiglia, una storia, forse una tragedia, un libro da terminare e poco ancora. 

Avevo però una visone chiara di mia madre, quando diceva che i ricordi somigliano alle briciole dei biscotti che rimangono ogni mattina sulla tovaglia: “Ricorda Luca, anche se non hai fame, puoi comunque abusarne senza affaticare lo stomaco, ma al contrario se sei affamato, per quanto tu possa mangiarne, non c’è alcuna possibilità che bastino per saziarti.”

Tutto cominciò così. Fermandomi a raccogliere i minuscoli frammenti del mio passato. 

Solo. In silenzio. 

Ricordai un tempo in cui era la vita a risvegliare la vita. Ricordai il rumore del vento, il canto degli uccelli, la luce del sole che al mattino filtrava dalle finestre della mia stanza, accarezzandomi il viso. Un tempo in cui potevo svegliarmi sicuro di aver fatto un bel sogno.

Questa volta invece il mio risveglio sembrava saturo di penombre e silenzi. Il primo uomo che vide la luna brillare nel cielo non poteva immaginare che cosa stesse guardando e io avevo proprio la stessa sensazione. 

Spalancai all’improvviso gli occhi e un cuneo di luna pallida attraversò la finestra adagiandosi sul mio volto. Ruotai e stropicciai le orbite, cercando di rimettere in ordine le mie idee disarticolate e confuse, molto più simili a sogni che a semplici pensieri. 

Percepivo qualcosa di strano. L’aria sembrava rarefatta, il colore dell’ambiente che mi circondava mi appariva sgranato e tutto mancava di profondità, come in una di quelle pellicole degli anni settanta. 

Tornai a stropicciarmi gli occhi. 

Le immagini del mondo intorno faticavano a trovare una collocazione logica e ogni mio tentativo di realizzare dove davvero fossi, cominciava a spintonarsi goffamente con incertezze di ogni tipo.

Il mio approccio al dubbio era quello di sempre. Si cominciava con l’inutile rincorsa di un pensiero, che prima evitava di inciampare nell’incertezza e poi tentava un balzo deciso verso le conclusioni possibili. 

Stavolta però, quel salto era intangibile, etereo, come uno di quei sogni che finiscono nel momento esatto in cui si tocca terra, con il risveglio.

Mi fu immediatamente chiaro quanto parole come “sogno” e “realtà”, non riuscissero più a coesistere nella mia testa.

Quello che i miei sensi percepivano aveva comunque qualcosa di stupefacente. Ero immerso in un’atmosfera tetra, surreale e dai contorni sfumati. Un altrove oscuro, privo di memoria, che nascondeva i frammenti dei ricordi del passato. Quelle minuscole e indecifrabili briciole di biscotto, di cui parlava sempre mia madre, sembravano nascoste ovunque, tra le lenzuola, sul pavimento e nella mia testa. 

Tentai di raccoglierne una. Somigliava a un piccolo cuore. La portai alla bocca, poi al naso e rimasi stupito dell’odore. Era aspro come quello del ferro contenuto nel sangue. Era forte come l’aroma di un caffè bevuto presto al mattino. Era rancido come la puzza dell’olio bruciato che esce da un motore in panne che non vuole ripartire. 

Non è affatto facile riconoscere il sapore di un ricordo. Puoi sbagliarti e confonderlo con un sogno. Un’immagine pallida, simile a un fantasma che si muove lungo i corridoi della tua mente, come in un’immensa prigione, senza fare rumore, ma lasciando comunque un’eco da ascoltare.

Confuso, mi ritrovai seduto sul bordo di un letto come si trattasse del ciglio del mio personale baratro. Guardai verso il basso. Pensai che un salto potesse bastare, perché tanto mi sarei svegliato presto, come succede sempre alla fine di un sogno quando arrivi a toccare il fondo. 

Senza pormi due volte la stessa domanda, decisi di lasciarmi andare e improvvisamente mi ritrovai sbattuto con violenza fuori dal mio corpo. 

Altro spazio accolse subito la mia presenza, ma tutto intorno a me non aveva più l’aspetto di un luogo sicuro. 

In quel rinnovato grigiore che avvolgeva una stanza, distinsi chiaramente un letto, un comodino, una sveglia digitale, una vecchia scrivania, un computer portatile con l’etichetta di una mela morsicata, una sedia, una finestra in legno antico con le ante consumate e uno specchio senza cornice. Nessun tendaggio, nessuna lampada e nessuna porta di accesso. 

Sulla scrivania, accanto al computer, era poggiata una torta di compleanno con otto candeline spezzate incastrate nella frolla. 

Tutto somigliava vagamente a una cella e anche la mia mente assunse un aspetto simile a quello di una prigione nella prigione. Eppure, ero sicuro che da qualche parte si celasse una via d’uscita. 

Mi guardai ancora intorno. Questa nuova realtà e il mio vecchio mondo somigliavano molto alle candele di quella torta, universi separati, tenuti insieme solo dallo stoppino. 

Subito dopo però, la mia fantasia, di solito tiepida e rassicurante, si trasformò paradossalmente in un ambiente freddo ed esageratamente umido. Avrei desiderato svegliarmi e tornare indietro nella realtà di sempre. Affacciarmi alla finestra e osservare un arcobaleno meraviglioso tagliare un cielo ancora gonfio di pioggia estiva. Sedermi sul patio di casa, leggere e rileggere i miei giornali, mangiando un panino o assaporando una birra.

Provai a camminare seguendo le pareti che delimitavano quello spazio e a proiettarmi ancora attraverso un’altra dimensione. Per un attimo il mio corpo sembrò attraversare un tempo che non mi apparteneva più e fu una percezione glaciale simile alla paura di morire. 

Poi il freddo scomparve ed ebbi la sensazione che il fuoco circolasse libero nel mio corpo, come un fluido bollente nelle vene.

Mi resi conto di essere al limite dello smarrimento, a un passo dal perdermi fatalmente in un universo sconosciuto. Potevo solo accettare la parzialità di quella realtà, la finitudine di quella notte, l’ombra che rimaneva della mia materia umana.

Poi, una mano mi afferrò energicamente il braccio catapultandomi di nuovo indietro, attraverso uno specchio e nella medesima stanza riflessa. Ora le candele della torta erano accese e sembravano l’unica luce possibile in mezzo a tanto spazio buio, mentre una voce bassa e cortese si materializzò intorno a me, cupa e stonata, come le note di un pianoforte scordato.

“Non vorrai andare via prima che qualcuno abbia soffiato sulle candeline?”

Riflesso nello specchio spiccava il profilo di un volto grigio, silenzioso, efferato, comparso dal nulla come farebbe uno tsunami dopo un forte maremoto. 

“Chi sei? Cosa vuoi da me? Perché mi chiedi di soffiare su delle candele spezzate?”

L’uomo aveva indosso una veste scura. I suoi occhi rubino mi fissavano con crescente severità. Aveva il viso segnato dagli anni, ma non trascurato. La fronte nascosta da capelli mal pettinati e labbra dello stesso colore dell’inchiostro, tumefatte da un tempo che sembrava essersi fermato.

“Amico. Ci sono concetti che non tutti possono comprendere. La mia essenza si estende al di là dell’uomo. È tessuta da un Dio, è scritta nelle stelle ed è ereditata ancor prima di nascere. Il mio destino è quello di essere io stesso il destino.”

Arretrai di qualche passo per evitare il suo sguardo, ma la figura riflessa ruotò la testa nella mia direzione e continuò a fissarmi. 

Il suo gelido sarcasmo rendeva le parole più fredde dell’aria stessa.

“Lo sai? Non c’è molta differenza tra candele spezzate e vite spezzate. Quando è il destino a soffiare ed estinguere la fiamma, non ci sono vantaggi. Né vinti. Né vincitori. Solo morte e distacco. 

Un passaggio tra universi diversi. Solo questo. Un cuore non si ferma e non riparte mai senza una ragione, come non si nasce e non si muore senza una ragione. Ora soffia.”

Aggredito da una moltitudine di pensieri e di paure difficili da trasformare in parole, continuavo a guardare in silenzio quella figura riflessa, percuotendo il cervello con pensieri impossibili da evitare o sopportare, come colpito da un’improvvisa grandinata in pieno agosto. 

“Universi diversi. Conosco il mio, ma non ho idea di quali e quanti siano gli altri. Forse stai dando troppe cose per scontate e poi permettimi di sottolineare un fatto. Noi non siamo amici.”

Io e il destino ci esploravamo. Anche se a distanza, guardandolo, avevo l’impressione di ruotare con lui intorno a un sole, che girava a sua volta attorno a un punto nello spazio indefinito.

Ai suoi occhi mi sentivo piccolo e inutile come un ramo secco prima del passaggio di un uragano. Era lì fermo e mi puntava il suo sguardo, come fossi stato io quell’ultimo ostacolo a porsi tra lui e una meta irrinunciabile. 

Appuntai ogni mio pensiero, ma era come se non esistesse nulla che non fosse già stato detto o pensato nella mia testa. Tutto era lì, sospeso libero nell’aria, in una dimensione parallela. E io credevo di sentirmi bene, ma in realtà ero cosciente solo delle mie paure. 

Poi la figura riprese a parlare con un tono che sembrava addirittura rassicurante e le frasi si susseguirono con geometrica precisione. 

“Piccolo, piccolo uomo. Non mi è ancora concesso rivelarti sorprendenti verità, ma c’è una cosa che devi assolutamente capire a proposito degli altri universi. Innanzitutto non sono paralleli e fondamentalmente non si tratta nemmeno di universi.

Sono mille i lati di una medaglia quando ruota nell’aria, ma solo chi tiene in mano la moneta che ricade, controlla ogni singola faccia. Sarà molto più facile per te capirlo quando ti sarai reso conto che molto di quello in cui credi oggi, non è vero. Non vuoi soffiare?”

Non risposi subito. Osservai prima il suo sorriso allungarsi e disegnare dei solchi profondi sulla grigia pelle del volto. Ora quegli occhi sembravano il mare aperto e io li guardavo con la stessa presunzione di una barchetta di carta che si accinge a solcare l’oceano. 

“Mi stai parlando di Dio? Intendi Dio? Quel Dio? Nella mia vita ho imparato a cucinare cibi che mi piacciono e che non mi riescono nemmeno male. Ho imparato a indossare il sorriso giusto per ogni occasione, a non ridere a comando, a rispettare e ad essere rispettato.

Ho imparato a difendermi senza offendere, ad amare, a odiare e ignorare. Ho imparato a leggere e rileggere tutti i libri che voglio e con il ritmo che preferisco. Ho imparato a svuotare bottiglie di birra chiara in quantità industriale e snocciolare parole e idee senza limitazioni, a creare stati d’animo veri o artificiali e a giocare con le immagini in libertà. Ho imparato a parlare e scrivere di molte cose, ma non di Dio. Non so niente di Dio e non posso parlarne. Tu puoi?”

A quell’ultima domanda il destino tacque e scosse il capo. Fu solo per un istante, poi i suoi occhi tornarono a scrutarmi con una incomunicabile curiosità accompagnati dal suono della sua voce.

“La tua è la classica presunzione di chi crede di capire e non si rende conto che non esiste un modo peggiore per non capire. Dio è una contraddizione in termini. Dio è quella solitudine che ti assale in ogni angolo della tua coscienza. Un predatore che si nutre del tuo libero arbitrio, lasciandoti con un po’ di vuoto e i tuoi inutili sensi di colpa. Quel nulla che tu cerchi di riempire scrivendo o cercando di capire cose che non ti è dato capire, quello è Dio.

Potresti anche vederlo tutte le notti sul comodino del tuo letto, assumere le sembianze di un diario o un bicchiere d’acqua. Sta solo a te capire come, quando e in che cosa poter credere.”

Colsi una sorta di rassegnazione nelle sue parole, ma anche un malcelato interesse per le mie risposte. Respirai profondamente per esorcizzare la paura, poi lasciai che l’immaginazione riprendesse a scorrere come un fiume in piena. Stanco di evitarlo, decisi di cambiare i toni. Divenni quasi aggressivo.

“Forse ti stai rivolgendo alla persona sbagliata. Vuoi sapere che cosa penso? Credo che questo universo, misterioso e insondabile, sia certamente l’opera di un qualche Dio, ma dubito del fatto che si tratti di un essere infinitamente buono. Se così fosse ai buoni andrebbe bene e ai cattivi male, come in quei divertenti film di Bud Spencer e Terence Hill che vedevo da bambino, mentre per ora non sembra affatto così. Tu vedi un Dio in tutto cio? Io vedo solo un grande buffet di perbenismo e inutili buone azioni falsamente appaganti, servite da un mendicante che ora gioca a darmi asilo tra queste quattro mura. 

Me ne sto qui a parlare con uno specchio e non ricordo quasi nulla del mio passato. Sai cosa ti dico? Sono stanco. Sono saturo di metafore e logorato dalle tue parole. Sono talmente preso da tutto questo niente intorno, da non accorgermi di non avere più memoria delle cose e delle persone che mi facevano stare bene e che mi rendevano felice. Se è davvero un Dio l’autore di questo castello di carte, non vorrei davvero mettermi nei panni di quell’essere così vuoto e profondamente disilluso dal nulla che lo circonda.”

La figura grigia mosse il capo e per un attimo sembrò quasi annuire. Sembrava sorpresa e affascinata dalle mie parole. Mi fissò con il suo sguardo ancora incrostato di curiosità e mi rispose con uno di quei sorrisi che non fanno rumore.

“Voi scrittori siete degli incoerenti idealisti. Passate la vita seduti a raccontarvi. In silenzio. Una sedia è tutto il vostro mondo. Una stanza all’interno della quale ogni volta vi lanciate come un dado, cadendo sempre sullo stesso lato. Il silenzio vi assedia e se vi parlate dentro nessuno vi ascolta, nemmeno Dio. Per voi la vita è sempre qualcosa di diverso e mai la stessa cosa. In fondo non vivete che di morte.”

Ora il suo volto mi appariva confuso nel riflesso sullo specchio. Aveva pronunciato la parola “morte” e i suoi occhi erano brillati di un rosso vivo, simile a quello del sangue caldo appena fuoriuscito da una ferita. Mentre parlava ebbi come il presentimento che volesse celare il suo profilo giocando con la propria identità, occultandosi dietro alla disarmante inquietudine provocata dal suo sguardo inumano. 

“Cosa pretendi che ti dica ancora riguardo a Dio? Lui è solo un guscio cosmico. Un contesto all’interno del quale evidentemente tu stai per perderti. Dentro questo guscio c’è un nulla che avanza come un insaziabile parassita. Un dubbio che si fa spazio lentamente nella polpa dell’universo, ma non riesce mai a divorarlo del tutto, così ottiene soltanto di farlo marcire e renderlo vano nella sua funzione. 

Chiediti cosa accadrebbe se questo universo entrasse in contatto con altri universi. Il marcio si estenderebbe, ma il parassita non cesserebbe mai di esistere, perché è nella natura stessa di un Dio creare per poi distruggere, per ricreare ancora. Camminagli davanti e potresti scoprire che non ti sta seguendo. Camminagli dietro e potresti non sapere mai dove ti condurrà. Abituati all’idea e… Soffia!”

Avrei voluto chiudere gli occhi per non guardarlo, ma quello che volevo accadesse, contava davvero poco. 

“Perché?” chiesi con l’espressione spaventatissima di un vecchio cartone animato. 

“Perché dovrei soffiare?”

Una scintilla di malizia infantile illuminò la sua espressione rendendola quasi umana e scoppiò in una fragorosa risata.

“Lo sai? Dovresti fare il clown, non lo scrittore. Non è da tutti farmi ridere.”

Non riuscivo a staccare i miei occhi dai suoi. Percepivo, quasi inebetito, quel sapore di vuoto che si ottiene masticando per troppo tempo una gomma americana senza inghiottire. 

Tranquillo. Implacabile. Ancora più scuro in volto. Mi chiedeva di soffiare e io ero pietrificato dalla paura. Paura di quella figura grigia che si confondeva con la materia intorno. Paura di quegli odori sconosciuti e di quei suoni che percepivo con un’intensità mai provata prima. Paura che fosse la paura stessa l’unica mia forma d’intelligenza. Una sensazione simile a quella che si prova premendo il piede con forza sul pedale del freno davanti a un ostacolo improvviso. Paura di andare troppo veloce e non poter essere più all’altezza dei miei sogni.

“Il terrore è solo la parte più estrema del tuo coraggio. Chiudi gli occhi, soffia e farai sparire tutte le paure. In fondo ogni vita è solo un istante di fronte all’eternità.”  

Ma è comunque un istante da vivere sempre, pensai.

Decisi di essere incosciente. Strinsi gli occhi senza respirare, senza gridare o piangere, sperando di risvegliarmi sudato nel mio letto, come nelle fiabe a lieto fine. 

Contagiato di speranza, accennai un smorfia che sembrava un sorriso. Il mio sguardo si concentrò di nuovo sullo specchio illuminato dal tenue bagliore di otto candele spezzate. Poi, come arrivate dal nulla, le parole gridate da un’altro uomo si materializzarono nelle mie orecchie, dispotiche, disperate, andando a occupare lo spazio lasciato libero dai pensieri.

“Avanti, svegliati!”

“Svegliati!”

“Perdio svegliati!”

Ma io ero sveglio, ero vivo e soddisfatto della mia vita, a volte bella, a tratti difficile, goffa o ridicola, eppure mai senza uno scopo. Ignoravo dove fosse Dio e non avevo idea di cosa fosse un guscio cosmico, ma sapevo riconoscere il nulla. Qualcosa che rimane quando non esisti più.

Svuotai i polmoni, deglutii prima saliva, poi minuscole indecisioni simili a pezzi mollicci di biscotto e alla fine chiusi gli occhi aspettando che il buio si trasformasse in luce, ma non soffiai.

“Uomini. Non siete nemmeno più capaci di morire” replicò la figura nello specchio, prima di scomparire del tutto dal riflesso.

Quell’essere indicibile mi aveva sussurrato la sua presenza e la parola “morte” sembrava scritta in calce in ogni suo respiro. Ma io conoscevo la ricchezza della parola “vivere” ed era qualcosa di molto diverso dal timore che tutti abbiamo di morire. 

La luce della luna si fece ancora largo nella penombra della stanza. Sentivo qualcosa gocciolare con regolarità, ma era un rumore dentro la mia testa.

Come un galeone affondato e riemerso dalle profondità del mare, mi ritrovai in un’oceano di solitudine, perso come la città di Atlantide.

Immediatamente, mi tornarono alla memoria i tratti somatici di una bambina di otto anni e il giorno del suo compleanno. Mi voltai a guardare istintivamente la torta, ma era sparita.

Quel mondo era tornato piatto come una fotografia. 

La realtà scivolava via come un taxi nel traffico caotico dei miei ricordi, ma non rimaneva più spazio nemmeno sui sedili posteriori.  

Nessuno potrebbe spiegare ciò che non esiste, ma di qualcosa ero certo. 

Il mio nome. Luca Tagliaferri. 

La mia data di nascita, 7 febbraio del 1970. 

Della mia vita ricordavo di essere uno scrittore, ma avevo immagini confuse del mio passato. Una famiglia, una storia, forse una tragedia, un libro da terminare, un regalo e mia figlia. La sua dolcezza, tutti i suoi sorrisi e la devastante allegria che aveva portato nel mio cuore, dal primo giorno in cui era venuta al mondo.

Da La Prigione dei Ricordi

  

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