A pochi metri da Porta Settimiana

Caro Fabrizio, da parecchio non parliamo del coso. Sì, so che preferisci chiamarlo libro, il coso. Ma io la trovo abbastanza divertente questa parola. Forse perché un libro diventa tale solo dopo il punto e la parola fine. 

Troppo spesso ho scritto di me. Di tutto quello che mi orbita intorno. Del luogo dove sono e di tutti i posti dove vorrei essere. Di come le emozioni, tutte le emozioni, siano il mio libro della vita. In questo do anche ragione al testo della canzone di Sting, “The book of my life“. 

Le pagine numerate non ti rivelano mai quale sia l’ultima. Non ti suggeriscono alcuna chiave di lettura. Ti indicano solo la strada da seguire. Puoi anche scriverlo un libro partendo dall’ultima pagina, ma è sempre dall’inizio che le persone cominceranno a leggere.  

Stamattina alcune parole mi osservano cariche di significato. Sembrano mostrare una qualche dote. Una consapevolezza formale. Una capacità istintiva nel saper rivelare emozioni e stati d’animo.

Ci vuole disciplina per tenere insieme tutti quei significati senza confondere i pezzi. Senza strafare. Ci vuole talento invece per riconoscere quelli sbagliati. Scrivere non somiglia affatto a quell’improvvisato “riempire di allegria” i biglietti d’auguri. 

Eppure l’esistenza passa anche attraverso i messaggi da allegare a qualche mazzo di rose rosse, o alle scatole di cioccolatini fondenti della Lindt, durante le feste comandate.

Oggi ho guardato attraverso gli occhi lucidi di un uomo stanco. Gli ho stretto forte la mano. Gli ho accarezzato le spalle. E mentre gli parlavo, lui mi rispondeva mostrandomi il disincanto di un tempo che non c’è più. 

Trascorsi gli anni, la vita ti trasforma in una sorta di riflesso distorto dei tuoi desideri. Che poi rimangono sempre quelli di un tempo. Solo un po’ più sfumati e meno realizzabili. 

Quanto a me, tu sai bene che cosa mi preoccupa. Ho questo mio modo di essere costantemente insoddisfatto di quasi tutto ciò che faccio. Queste mie mani tese testardamente avanti. Questa mia capacità di sbuffare in modo discreto. Toccandomi il mento ora a destra, ora a sinistra. 

Brontolo. Così dovresti chiamarmi. “Brontolo e il coso” sarebbe un buon titolo per il prossimo libro. Per quanto possibile ho anche tentato di fronteggiarla questa deriva. Ma io non sono il capitano Nemo. Somiglio piuttosto alla città di Atlantide.

Continuo a snocciolare frasi, convinto che esista una possibilità di mascherare ciò che in verità mi si annida dentro. Il senso della paura. Perché quello che esce da ogni singola riga che ho scritto è la consapevolezza dell’imperscrutabilità del domani.

Incomprensibile, inaccessibile, oscuro, indecifrabile, impenetrabile, imprevedibile, arcano, enigmatico.

La verità è che non so raccontare il futuro. Nemmeno so immaginarlo un futuro. E da parte sua il futuro non parla con nessuno. Nemmeno con me. 

Ora non prendermi in giro se mi sento una paradossale conseguenza del mio passato e allo stesso tempo una evidente causa del prossimo futuro. 

Se te lo scrivo qui. Sul blog. Dallo stipite di questa pagina bianca. Con un caffè bollente tra le dita di una mano. Il cellulare ben saldo nell’altra. E un pezzetto di muffin all’albicocca che penzola pigro dalle mie labbra. A pochi metri da Porta Settimiana.

3 Risposte to “A pochi metri da Porta Settimiana”

  1. fede63 Says:

    quella che tu descrivi in te stesso come paura e altro a me sembra la normalità dell’essere umano, ma fammi capire, come si può scrivere il futuro? il futuro lo scriviamo solo quando diventa passato (cosa che succede di continuo). buon lavoro, fede

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