Senza sbuffare mai

In questa camera ogni cosa ha una sua collocazione, un posto, un preciso riferimento spaziale che non consente spazio all’immaginazione.
Il letto, il televisore, i mobili, i quadri, le camice, le scarpe, i tendaggi. Posso muoverli, ma solo all’interno di uno stesso piccolo universo. Così come allo spazio servirebbe altro spazio, ai desideri occorre non avere confini o limitazioni per trasformarsi in sogni. Niente soffitti. Niente pareti. Solo infiniti prati stellati.
Ieri sera ho ripiegato l’anima e l’ho riposta insieme alle camice, sulla sedia di fronte al letto. Ordinato. Stamattina l’indosserò di nuovo, meno sgualcita del solito. Nessuno ci farà caso.
Ho considerato come sia il peso di certi attimi a dare qualità ai minuti, alle ore, alla vita. E il tempo trascorso con te è sempre stato sostanza allo stato più puro. Che si trattasse di bere una cioccolata o fare una passeggiata. Scegliere un film o preparare un’insalata di riso. Sbucciare un mandarino, una castagna o svitare il tappo di una minerale. Aprire un ombrello. Cambiare una lampadina. Guidare veloce. Parlare di tutto o di niente. Mangiare cose preparate da noi o da altri. Bere acqua liscia. Ridere o scherzare senza prendersi mai troppo sul serio. Scriversi e rileggersi. Accarezzarsi senza pensare troppo. O pensare senza sfiorarsi, per poi stringersi in silenzio. Guardarsi. Ascoltarsi e capirsi giusto un attimo prima di dire quel qualcosa che “lo sapevo che lo avresti detto”.
Con te anche svuotare una cantina è come fare l’amore. Vederti prendere uno ski-lift per la prima volta e riuscirci dopo due soli tentativi. Osservarti mentre lo fai e avere il cuore che batte forte come se si trattasse del più importante dei calci di rigore. Discutere a volte e rimproverarsi immediatamente di averlo fatto. E riuscire a calpestare l’orgoglio ritornando sui propri passi sempre. Comunque. Perché il senso di ogni cosa non è mai alle nostre spalle, ma davanti agli occhi.
Ricordare non è mai stato un verbo che sa di sconfitta o di consapevolezze tardive. Mi piace farlo e qualche volta raccontarlo, come ieri sera, perché mi aiuta a rivivere. Così succede che a un tratto tu mi ascolti e il sedile passeggero di un’auto si trasforma nel più regale dei troni, dove un semplice uomo imperfetto può arrivare sentirsi un re.
Intanto fuori la vita continua a sciogliere la sua matassa. A volte eccitante, spesso intricata e innervata di illusorie incertezze, di trasparenti lusinghe, di infinite possibilità che nascondono le tristezze del disincanto.
Il destino è li che se la ride seduto in un angolo. Col giornale di ieri e un caffè freddo tra le mani. Lo sguardo scavato e gli occhi persi in quel punto dell’universo dove alla fine tutto, ma proprio tutto, inevitabilmente, converge.
Sei il mio pensiero inevitabile. Sei l’attimo che fa la differenza. Sei l’altrove raggiungibile fatto dei miei ricordi più belli. Non potrò mai prendere per te le stelle, ma ti prometto di sollevarti sulle spalle ogni volta che desidererai anche solo guardarle più da vicino.
Senza sbuffare. Senza rinfacciare. Senza farti cadere mai.

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