Nemmeno lontanamente

Svegliarsi senza aver dormito abbastanza è come trovarsi nel bel mezzo di una rissa. Non sai da chi, ma un pugno ti può arrivare sempre. Così barcolli a caso nella speranza di evitarlo, ma il più delle volte non ci riesci e finisci di nuovo sdraiato. Colpito non sai da cosa. Colpevolmente incollato al divano.

Sono le cinque.
Stanotte ho dimenticato la vita accesa come una tv presto al mattino.
Non mi interessa guardarla. Voglio solo sentirne il rumore. Coprire il silenzio. Trovare il momento ideale per scrivere. Il momento per fingere di essere quello che non sono, per raccontarmi qualche confortevole bugia. Per arredare i sentimenti con alberi finti e lucine colorate. Illudermi di essere capace a risolvere il puzzle, a cercare l’applauso, per essere finalmente libero.

Eccomi quindi davanti a voi. La mia non è un’arringa documentata. Non c’è nulla di supportato dai fatti. Nulla di circostanziato. Niente di evidente. Nessun testimone chiave. Niente prove, avvocati, giurie o pubblici ministeri. Solo una parola.

Colpevole.
Il reato ascritto, tuttavia, non è ancora stato inventato. “Troppo amore”.
La verità è che mi vergogno più di non avere nulla da dire a mia discolpa. La verità è che non ho nemmeno altri danni da fare che non siano già stati fatti. Prove da sostenere. Pene da scontare, se non il divenire improvvisamente riservato, silenzioso e oscuro.

Ho imparato leggendo che i silenzi non parlano. Non fanno male. Mentre le parole pronunciate a caso edificano dolori. Nascondono verità sotto acuminate bugie che feriscono anche le menti più forti.

Io piccolo uomo imperfetto. Io creatura debole e ieratica. Io, improbabile personaggio di Dumas, tossico, teatrale e tragico. Sciocco signore senza camelie, goffa imitazione di un impacciato Watson senza laurea e senza taccuino.

Stamattina me ne resto fuori dal mondo. Ho messo alcuni centimetri tra me e lo strato di ozono che mi protegge dalle insicurezze. Ho messo qualche metro tra me e le regole da scrivere, dimenticando quelle da seguire.

Ne rifiuto stoltamente la convalida, ne fuggo continuamente l’etica. Con la presunzione blanda e lasciva di chi pensa di avere il diritto di cambiare le cose solo perché lo desidera.

Ho scelto di non essere meraviglioso. Ho profanato la cosa giusta da fare. Ho considerato il mondo visto con gli occhi e non con il cuore. Ho preso le pagine più belle e ne ho fatto carta straccia da ammucchiare senza senso. Un fortino insicuro del quale proteggere la mia solitudine. Mentre le parole degli altri mi fanno intorno terra bruciata.

È il ventidue dicembre, lo sarà per diversi giorni. Forse per tutta la vita.

Avrei voluto imparare davvero a dirmi di no. Ma non ho nemmeno provato a farlo. Non ho sudato. Non ho pensato. Ho solo agito d’impulso e male. E ora me ne resto immobile a guardare le conseguenze. Mentre il tempo comunque passa, ridendo di gusto e vomitando talvolta fuori tutte quelle maledette parole di troppo.

Sono le sei.
Ho messo il caffè sul fuoco. Ho ascoltato le campane di San Salvatore in Lauro. Ho guardato il traffico nascere e morire su lungotevere. Fa freddo e sono stanco, come se non avessi più nemmeno la forza di scrollarmi il mondo di dosso.

C’è odore di luci spente e sipari strappati nell’aria. Niente che ricordi nemmeno lontanamente un buon Natale.

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