Cara

Ti lascio la mia collezione di domande a cui che non ho mai saputo rispondere. Ti lascio la sera del 25 Luglio, in cui mi sono accorto che qualcosa era cambiato. Ma soprattutto ti lascio stare. La smetto di essere inopportuno al limite della comprensione con il mio assurdo rimanere, sperare, impazzire e molti altri verbi declinati all’infinito, finito chissà come, chissà dove, chissà perché. Amare è anche scappare senza lasciarsi nulla alle spalle. Correre forte fino a lacerarsi i muscoli delle gambe.
Ti lascio i migliori pensieri stesi ad asciugare al sole. I soprannomi che mi facevano sorridere. Il mio essere timidamente goffo. Momenti distanti, sereni, irraggiungibili. Ti lascio la felicità di tutti quelli che si vengono incontro. La meraviglia delle cose banali, del quotidiano, una bottiglia di vino vuota sul tavolo della cucina e la corona bluastra del gas che si accende sotto la macchinetta del caffè.
Ti lascio le cose belle che non ci siamo mai detti e tutte quelle schegge di follia ancora incastrate ancora nelle pareti. Ti lascio i fiori che non potrò mai regalarti, ma che meriteresti di trovare ogni mattina e il ricordo dello stare bene che qualche volta sono stato e che spero tu non abbia dimenticato.
Ti lascio gli auguri, le preghiere che riempivano i rancori vuoti e il telecomando di tutte le mie emozioni. Ti lascio quella porta sempre socchiusa sulla mia intimità, i baci dati a vuoto e i fantasmi che infestano i miei castelli in aria.
Ti lascio quel posto che non esiste, con le montagne innevate e il mare dopo la curva, verso ponente, dove tira ancora un vento tiepido che odora di mandorle e gelsomino.
E poi ti lascio le cose giuste sentite, intuite, pensate, sognate, gridate, create e distrutte, perse, sconfitte, tu, io, quella casa con il terrazzo a coronari alla quale non rinuncerò mai. Il sushi, il gelato, la granita, la pizza e tutti i miei istanti più veri.
Ti lascio il gradino della chiesa dove ti ho baciato, il caldo infernale, il sudore sulla pelle, il sole alle spalle e gli occhi chiusi.
Ti lascio la punteggiatura, le mie parentesi senza logica, le mie più incomprensibili esclamazioni.
Ti lascio il mio sapore, ma non il sapere, perché non ne ho mai avuto e forse non voglio averne. Ti lascio il posto che meriti nel tuo universo e una poltrona comoda dalla quale osservare le stelle. E tutti i miei libri pieni di storie iniziate e lasciate a metà, o nemmeno iniziate.
Ti lascio un albero senza foglie e uno con i rami illuminati. E quel desiderio di un pesce rosso e un gatto morbidoso mai realizzato. Non so. Non ricordo, ieri forse ho parlato di te con lo specchio, ma lui guardava altrove. Forse avrei ancora qualcosa da dire. Forse dovrei scusarmi per come cerco ogni volta di cancellare il bello e allontanarti. E per quel mio paradossale e incomprensibile non riuscire a starti distante.
O per le mie debolezze.
Forse non serve. Forse non ho più niente da dire, sì, insomma…
Non vengo. Non vado. Non resto. Ti lascio e non ti lascio mai niente.
Perché non posso. Perché non ne sono capace. Perché sbaglio anche quando decido di fare una cosa giusta.
Perché non sono altro che il surrogato di tutte le mie assurdità.

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