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Frutti di bosco e arance amare

19 agosto 2015

C’è uno scalino di marmo che separa la piazza da tutto. Stamattina faccio colazione senza preoccuparmi di cosa viene dopo. Senza lamentarmi delle infradito. Leggo un libro di un improbabile scrittore ungherese. La comicità delle sue storie è poco rassicurante. Non ha nulla di evasivo. Niente di consolatorio. Eppure sorrido. Lo chiamano silenzio. Ma parla più di ogni altra cosa. Per questo scrivo con le cuffie alle orecchie. Ascolto una vecchia canzone di Billy Joel. “Honesty”, un brano che sembra avere sempre qualcosa da insegnare. Il caffè è amaro, ma non me ne accorgo subito. I sapori si confondono. Devo ricalcolare le traiettorie di certi pensieri. Il volo dei pipistrelli. Le regole dell’attrazione. Le gambe lunghissime in certe foto. Il vento fresco del mattino. La piovosità delle decisioni difficili.
Arrivo con le mani a prendere la tazza. Posso giocare con le pagine di un libro. Sfogliare ricordi. Ma non arrivo dappertutto. Ho i pantaloni corti, le tasche vuote e la mente piena di scontrini di ristoranti. Di discorsi noiosi. Di albe e tramonti inutili. Regalo parole a un foglio e briciole ai piccioni. Brandelli di pensiero. Piccole golosità. In fondo solo lo yogurt e la neve hanno un senso bianchi. Un foglio invece bisognerebbe riempirlo sempre. Sporcarlo con la giusta consistenza. Le giuste osservazioni. Ossimori. Perché da soli, le figure retoriche e gli abbracci, non sono un granché. Si avvicina un gatto. Somiglia a Romeo. Un vecchio amico.
Il bello del mattino è che puoi sempre opporre al cattivo umore un caffè doppio e lo sguardo di un felino curioso. Io guardo lui e lui fissa le fette biscottate. Forse è innamorato dello spessore di marmellata. Non sa che sono solo frutti di bosco e arance amare.


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