Questi fanno la storia

Frequento i social network. Sfoglio pagine. Leggo opinioni. A volte qualificate. Molto più spesso invece frutto di stati e umori della gente più comune. I post che riguardano il problema immigrati ultimamente sono aumentati e fanno concorrenza alle foto degli animali domestici. Sono quelli con il tempo dei verbi più a posto. Con le motivazioni apparentemente più lucide. Gli interventi sembrano più millimetrici e le battute più sarcastiche. C’è cultura. C’è consapevolezza storica. Anche se ci sono persone che vorrebbero saper parlare di immigrazione, ma che più in generale somigliano solo agli spettatori nostalgici dei film di Sergio Leone e di “C’era una volta in America”.

E poi abbiamo anche chi di extracomunitari proprio non vuole sentire parlare. Chi elenca interessi economici. Improvvisa drammatici discorsi di soldi, di lavoro, di spazi, di tradizione, di famiglie, di sanità, di pericoli imminenti, di sospetto e catastrofi annunciate. Gente semplice che a volte si schiera in difesa della propria terra. È un conflitto tra le parti che in alcuni punti della rete diventa addirittura sanguinoso. Per quanto sia solo verbale, la violenza sta montando in modo proporzionale al numero degli sbarchi a Lampedusa. Al numero degli stupri. Al numero dei delitti più comuni e delle storie di cronaca sempre enfatizzate dai mass media.

Se dovessi schierarmi faticherei a non trovare ragioni valide da entrambe le parti. Ma mi occupo di favole. Invento monologhi che forse non legge nessuno. Ho un blog e scrivere è solo il mio passatempo. Non vivo per trovare ragioni in conflitti senza ragione. E non ho tempo di invitare le persone a riflettere. Domenica scorsa, pranzando, ne parlavo con mio padre. Lui mi ascolta sempre con attenzione e io ascolto lui. Si parla. Si discute. Mi faceva l’elenco di tutti gli anni in cui ha versato i contributi. In pensione è andato dopo i settanta. Eppure c’è gente che per tre minuti di legislatura ha ottenuto intoccabili vitalizi da sogno. Lui non ha un profilo sui social network. Di politica. Di economia. Di immigrazione, ne parla solo con me. Ma almeno ha il coraggio di attribuire una dignità al suo disappunto. Lavorare per vivere è stato il sacrificio di tutta una vita e adesso, sul finire degli anni, la vita stessa gli sfugge insieme a tutti quei significati che gli aveva attribuito. Quelli che non aveva previsto e che nessuno riesce a spiegargli senza demagogia e senza tendenziosità. In realtà voi come spieghereste l’inspiegabile?

La nostra storia economica e politica non è un granché, vista da lui. E nessuno può essere contento di averne fatto parte quando sente che gli è stato sottratto il dovuto. E ora sembra che l’immigrazione sia arrivata, come un sigillo dell’apocalisse, a riportare questo paese indietro di 70 anni. Questa incontrollabile piaga somiglia a un’invasione. Come quelle barbariche e come tante altre. E le invasioni non chiedono il permesso, piuttosto fanno vittime. Non ha torto mio padre quando parla di distruzione. Perché le invasioni distruggono, devastano, sovrappongono culture ad altre culture senza uno schema guidato di integrazione. Senza controllo. E non esiste nessun percorso facile quando la gente scappa dalla fame e dalle bombe. Gli extracomunitari portano via spazi che erano stati costruiti con cura e col tempo. Con il lavoro e il sacrificio di persone come i nostri genitori. Come i nostri antenati e non certo i loro. Tutto questo sta davvero accadendo ed è semplicemente stupido negarlo. E non sappiamo poi se questa gente sia almeno gente onesta. Anzi, direi che per la legge dei grandi numeri potremmo escluderlo con una certa probabilità.

Queste invasioni muteranno la storia del nostro paese e del continente stesso. Cambieranno la storia del mondo. Come una di quelle meteoriti giganti che nei film americani impatta sulla terra e cancella la cultura di secoli. Di fronte a una collisione di stelle di che vogliamo discutere? Si può scendere in piazza e imbastire una guerra dei poveri, o se ne può prendere soltanto atto. Le nostre opinioni sono del tutto ridicole, quali che siano. In che senso un cataclisma “è giusto” o “ingiusto”? La verità è che sia i “razzisti” quanto gli “antirazzisti”, sono lontani anni luce dal capire quale sia il punto. La fatica di questa accoglienza è reale. Inutile deridere, o insultare chi non la pensa come noi restando nascosti dietro a uno schermo a led. In alcuni punti dell’Italia la situazione si sta facendo insostenibile e stiamo buttando energie in un conflitto interno di pareri superflui. Tanto non si sta discutendo da nessuna parte se cacciare gli esuli o meno. Se interromperne il flusso o meno. Questo tema non è davvero mai stato in discussione e i politici come Salvini non possono non saperlo. Quindi di che vogliamo parlare?

Non si è mai pensato di bloccare un barcone. Non si è mai rimandato indietro nessuno. Arrivano ogni giorno e sono migliaia e migliaia. Questo spietato razzismo degli antirazzisti è conunque una forma di razzismo. Bisognerebbe frenare l’atteggiamento sprezzante verso chi vorrebbe rimpatriare gli extracomunitari. Il punto non è dare lezioni di storia, di civiltà, di educazione. Il punto è spiegare che, giusto o sbagliato che sia, gli immigrati sono qui e non se ne andranno. Anzi per alcuni anni continueranno ad aumentare in modo esponenziale. Si tratta di capire come organizzare la situazione, non di scegliere una situazione diversa. Questa è una libertà che non abbiamo. Che ci è stata democraticamente tolta. Invece siamo tutti così presi a cercare di aver ragione che dimentichiamo di fare la storia. I militari sottopagati, i volontari, le mani tese ad aiutare chiunque ne abbia bisigno e non le bocche che straparlano sui social network. Questi fanno la storia.

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