La clava delle parole

Stamattina cerco in un caffè quel filo comune che unisce i pensieri alle azioni. Quel riferimento logico che li tiene insieme. Forse non tutte le azioni sono mosse da desideri. Molte non sono altro che conseguenze meccaniche di altre azioni. Reazioni, per intenderci. Per ciò che abbiamo perso. Per ciò che non abbiamo capito. O per ciò che in qualche modo ci manca. E se invece le azioni nascessero solo da certe necessità? Non dico una, ma tutte. Nessuna esclusa.

Non voglio trasmettere una visione pessimistica della vita. Ma un’ipotesi liberatoria. Qualcosa che mi scagioni finalmente dalla falsa idea di fare le cose solo perché le ritengo buone, o cattive. Giuste, o sbagliate. Perché le condivido idealmente. In tutto. In parte. Oppure non le condivido affatto. Ieri per esempio ho fumato una sigaretta. Sarà la quinta negli ultimi mesi. E mentre fumavo mi interrogavo sulla necessità di farlo. E la necessità non può essere buona, o cattiva. È necessaria in quel momento, punto. Non esiste una formula per calcolare l’incidenza delle necessità sulle decisioni. Nemmeno su quelle più banali. Troppo soggettivo. Io la chiamo fisica dell’animo umano. Altri preferiscono chiamarla filosofia.

La moca intanto tossisce caffè sui fornelli ancora accesi. Spengo la fiamma. Verso ciò che resta in un bicchiere di vetro. Ho finito lo zucchero. Accompagno il tutto con un’espressione contraddetta. Mi piacerebbe parlarne con una persona che sa farne di meravigliose. Ne immagino qualcuna. Sorrido. Ecco. Immaginare. Questo è il meccanismo che distrugge la capacità di capire. Rapportare tutto a una personale idea di bene e di male, di giusto e di sbagliato. Cominciare da un punto qualsiasi e finire sempre col parlare di se stessi. Penso che questo sia il problema. La comunicazione. In qualche modo non siamo più in grado di parlare con noi. Mentre ci piace parlare di noi. Basta sfogliare facebook per rendersene conto.

Ormai abbiamo una compulsiva necessità di scrivere, o dire cosa pensiamo delle persone, o delle cose. Lo diciamo anche quando non ce ne rendiamo conto. Quando addirittura non servirebbe nemmeno farlo. L’uomo che si evolve nella sua infinita lotta per vivere e sopravvivere. Ma sostituisce la clava con le parole. Sempre a caccia di giudizi e in balia dei pregiudizi. Chissà perché, anche davanti a cose meravigliose, invece rimanere silenziosi, sentiamo sempre bisogno di verificare chi vince, chi ha ragione, o chi sia il più forte.

Forse bisognerebbe recuperarlo un muto contatto con noi stessi. Cercarlo. Amplificarlo. Usarlo come specchio di quello che siamo. Come confronto. “Dove” e “quando” possiamo fare a meno delle nostre opinioni. Tornare a osservare in silenzio tanto un orizzonte, quanto un riflesso di luna, come anche un fatto, o una persona. Con semplicità. Senza pressioni. Senza tensioni. Senza pregiudizi. Senza confondere le necessità degli altri con le nostre. E le azioni degli altri con quelle che compiamo ogni giorno.

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