Come le faceva mia nonna

Restare qualche istante immobile. ad aspettare il nulla. Stancamente. Mentre risale lungo questo foglio elettronico. Ascoltare il ronzio meccanico di questo ipad e confonderlo con il risveglio prematuro di qualche cicala in gennaio.

A me non piace l’estate. Ho sempre preferito il freddo. In inverno le giornate durano meno e non ho il problema che hanno tutti di riempire il tempo in qualche modo. Di divertirsi per forza. Di apparire più magri e più belli.

Non mi rileggevo da tempo. Ultimamente mi ero solo limitato a scrivere e a riscrivere. Una interessante pausa del tutto volontaria la mia. Un isolamento coatto dal verbo rivivere. Eppure il risultato è stato soddisfacente.

Distanziarmi e cambiare il punto di vista. Restituire qualità al presente. Da qualche anno il mio approccio verso l’infinito presente di ogni verbo si era fatto troppo personale. Troppo critico.

Credevo di saper bene come e dove guardare. Ora ne sono quasi sicuro. Dico quasi, perché a questo mondo, come diceva mia nonna, non si è sicuri di niente. E i nonni hanno quasi sempre ragione.

Molte cose sono successe. Alcune ho contribuito io stesso che accadessero. Per quanto mi riguarda non so se avrò più il modo di discuterne, forse sì o anche no. Fa niente.

Dovrei darmi una possibilità nuova. Ma è un processo alquanto difficile. Troppo meccanico. Ormai siamo perfetti sconosciuti, direbbe Paolo Genovese. E ignoro se esista ancora un “qualcuno” disposto a seguirmi in sala parto, mentre metto al mondo le mie considerazioni. Le mie battute ironiche e tutto il contorno delle mie assurdità.

Allora facciamo così, facciamo che si ordinano da Maison du Monde due gusci a dondolo. Facciamo che un giorno ci dondoliamo su una vecchia terrazza in uno di quei paesi che si addormentano quando cala il sole.

Facciamo che si prova a ridacchiare sui fatterelli, come si trattasse del terzo segreto di Fatima. Magari sorseggiando una spremuta, senza quei fastidiosi pezzetti di arancia, come le faceva mia nonna.

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