Chinaski Ha Visto Tutto

Nel cortile di quella scuola c’erano due bimbi che giocavano a trattare male una bambina. Le tiravano i capelli, le bloccavano la strada, le ridevano in faccia. Intanto la vita scorreva disponendosi con ordinata casualità intorno a loro.

Il tempo decreta spesso la fine del gioco e ruba il profilo ai ricordi. All’odore delle cose buone nella cucina. Alla ringhiera del balcone e al pavimento verde. Alla porta scorrevole aperta e alle tende bianche logorate dal candeggio sbagliato.

Al loro oscillare leggero che accompagnava il vento di primavera. Alle gocce di condensa sul pavimento. All’aria calda del mattino che arrivava dal mare. Ai tetti dei palazzi. Ai balconi. Alle antenne. Alle lenzuola stese usando cento mollette diverse. Al campanile di una chiesa ascoltata in lontananza.

A un corridoio barocco e silenzioso che immaginavo aprirsi verso il mare. A quel castello aggrappato alla montagna. Alla pace rassicurante delle piccole cose, alle fotografie nelle cornici sui mobili del salone, alla granita di limone e agli abbracci. Quelli da dietro. Quelli che non ti aspetti e che a volte ti riempiono la vita.

Intanto oggi a Roma un caffè tossisce le sue verità e un uomo gioca a fare lo scrittore. Ad unire i puntini senza curarsi di seguire uno schema. Sono ricordi consumati e raccolti un po’ a caso.

Vivere è un po’ come camminare specchiandosi sui vetri delle auto in sosta lungo un marciapiede. Ogni finestrino è un istante che passa. E che si tratti di una Ferrari, oppure di una Panda, conta poco. In ogni riquadro c’è comunque il volto di un bambino che cambia. Un viso diverso. Una storia da scrivere. Un personaggio da vivere.

Se solo parlassi per la metà delle cose che scrivo sarei il surrogato di una bella persona. Ma spesso mi trovo solo sul palcoscenico a guardare il pubblico senza nemmeno ricordare le battute.
Forse la fantasia è un posto dove essere felici è già successo a qualcuno. Basterebbe chiedere.

Stamattina vorrei essere liberato dai condizionali e invece tutto si riduce al mio solito elenco.
Vorrei contrarre un sentimento epidemico. Vorrei per chi amo il migliore dei mondi possibili. Vorrei incontrare Bukowski al baretto sotto casa.

Vorrei trasformare la rabbia in un piacere fatto di sesso consumato. Vorrei convincere Chopin a comporre un notturno che mi faccia davvero compagnia. Suggerire a Leonardo di dipingerla ancora, riconsiderando il profilo del suo seno. Vorrei scoprire con Galileo costellazioni nuove e tenerle al riparo da ogni impossibile infelicità.

Vorrei un nome da gridare. Una storia da vivere. Un uomo migliore di cui farti innamorare e un cielo che non fa più paura. Vorrei accarezzare tue gambe. Addormentarmi sui tuoi fianchi. Partire per una missione e attraversare quell’universo che separa la testa e il cuore.

Vorrei perdermi nel detto e ritrovarmi nel contraddetto. Vorrei uno scambio deciso di emozioni. Quel silenzioso corrispondersi intriso di sospiri e saliva che occupa abusivamente ogni mio pensiero.

Stanotte ho arrotolato i miei sogni come la mappa di un tesoro.
Ho riempito le mie notti caricandole di responsabilità e sono partito in cerca di ogni possibile significato. Ho rimproverato il destino che sorseggiava un caffè nascosto dietro al suo giornale. Poi quando ogni cosa è diventata silenzio, mi sono finalmente dannato.

Ho ucciso tutti i miei sospiri e sono rimasto li fermo, sfinito, a pensare a chi era Chinaski e a guardarmi sanguinare le mani.

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