Silente assente

Non credo che in una esistenza emozionante ci sia spazio per la normalità, non in questa vita almeno. Nella prossima ancora non so, non ho ancora contrattualizzato niente. Però avrei tanto da aggiungere.

Non aver nulla da chiedere è probabilmente uno stato a cui non si da la giusta importanza.
Non chiedere. Non dire. Non fare. Sono un preciso atto di volontà. Non avere nulla da aggiungere invece è un qualcosa che ti si aggroviglia nello stomaco e preme sul petto togliendo il fiato.

A volte mi sento un gattone curioso che guarda il mondo a distanza di sicurezza, immaginandolo pieno di pesci rossi. Una distanza tale da contenere decine di paesaggi diversi, migliaia di altre persone, centinaia di promesse saettanti, molteplici possibilità e sporadici momenti di vita in comune. Questo anche i gatti randagi lo sanno.

Ieri sera sono stato in un locale che conosci e ho mangiato benissimo. Poi ho tagliato con i passi il centro di Roma da parte a parte. Sono rimasto qualche minuto a guardare il Pantheon, la statua di Pasquino, e mi sono fermato di fronte alla vetrina di un negozio aperto anche di notte.

C’erano cose usate. Alcune bizzarre. Di quelle che magari porti a casa credendole uniche e dopo un po’ ti accorgi che occupano solo spazio. Un po’ come le persone.
Ho osservato, ma non sono entrato. Forse ci passerai davanti anche tu un giorno. Magari con gli occhi che guardano in alto. Chissà.

Stamattina vorrei rivedere le mie strategie, stravolgere i piani, invadere i territori del tuo cuore con quattro carrarmatini e diventare magari il padrone di un piccolo seminterrato.
Mi sento un reo confesso. Di crimini contro la razionalità, di truffe aggravate al senso comune, di associazioni a delinquere di stampo amoroso, concorso in sensi di colpa e resistenza al pubblico buonsenso. Ebbene si. Sono colpevole, vostro Onore.

Recito farfugliando la mia commedia dell’assurdo come farebbe uno studente di quinta elementare. L’esistenza è proprio come quel teatrino dalle marionette che da piccolo mettevano paura. E io vado a braccio, senza guardare il copione.

Ho iniziato anche a rileggere Bukowski. Credo ci perderò la testa. Ho anche ricominciato a scrivere.
La scrittura non mi salverà certo la vita, ma è una masturbazione necessaria, deliziosa. Allenta il mio senso di responsabilità. Rivela orizzonti e gusci dondolanti in cui infilare disordinatamente filosofia spicciola e il mio orgoglioso dichiararmi ignorante.

Facebook sta diventando troppo noioso. Instagram invece è una sfilata di pressappochismi. Ma non è poi così diverso dal bere un caffè macchiato in un bar del centro di Roma il sabato sera.
Osservo la gente esternare superficialità e prendo appunti. Prima o poi sarà necessario mollare Bukowski come profeta di un certo modo di vivere e adottare qualcosa di meno edificante.

Camminando ho anche inciampato in un ricordo e ripensato a tua madre. Al peso leggero della sua testa sulla mia spalla. Al calore della sua mano. A come si lasciava abbracciare una sera ritornando a casa. Io ho sempre creduto nella possibilità di una vita dopo la morte, ma non sono mai stato convinto di quanta ce ne sia anche prima. Nutro forti dubbi su quantità e qualità.

Forse dovrei smetterla di scriverti, di pontificare, di dire la mia, di essere così spietatamente libero. E “spietatamente” qui ci sta benissimo.
Dovrei limitarmi a fare l’amore come un animale con la prima ragazza che incontro. Senza razionalità. Seguire l’istinto e rinunciare a dominarmi.

Controllarsi è una schiavitù imposta, perdonarsi è solo per i coraggiosi, forse solo rimpiangere è da veri esseri umani imperfetti.
E adesso? Forse mi va di bere ancora qualcosa, dopo mi addormento. Magari è il momento giusto per scrivere e rileggere. Oppure per rimanere in silenzio, rilassato, per bere e sputare via l’anima. Sempre che c’è ne sia ancora una. Mi andrebbe di farlo su una terrazza. Qui. Adesso.

Sto pensando a un finale possibile. Vorrei trovare una conclusione che sia un lieto fine. Una soluzione che quadri eppure lasci aperta la possibilità di un’interpretazione, di una commistione tra lettura e scrittura.
Mi sento contaminato di desideri. Contaminare é un verbo attraente. C’è dentro la chimica dei corpi, la fisica delle sensazioni e tutta la mia indecente filosofia.

Forse ho davvero voglia di confrontarmi con quel demone che parla solo attraverso il sudore.
Ecco. Ho scritto un’altra pagina del libro e ora la strappo come ho fatto con tutte le altre. Ho fallito di nuovo, quel tanto che basta e rimango deluso anche dall’entusiasmo.

Le via d’uscita possibili somigliano a entrate di sicurezza e hanno tutte il tuo nome.
Porto ancora addosso il segno di questa notte, un taglio di luna crescente sul cuore e un verbo inciso a fuoco nell’angusto spazio della mia mente.
Il verbo è amare. Prima persona singolare, presente. O forse assente.
Non lo so. Comunque sta qui, silenzioso,  tra le parole che hanno smesso di fare rumore.

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