Felice sulla Tiburtina

La competitività non è mai stata alla base delle cose che scrivo. Ma se ogni pagina fosse una gara sarebbero sempre le stesse parole a vincere. Gli stessi pensieri. Gli stessi desideri. Come nel calcio dove a festeggiare sono sempre le stesse squadre.

Credo che come a un bambino non si possa negare di sentirsi per un’ora la reincarnazione di George Best, a un sedicente blogger debba essere consentito di fingersi ogni tanto un improbabile Charles Bukowski.
Magari ci vorrebbero un pensiero inconsueto, una penna, qualche sigaretta e due bottiglie di Jack Daniels in più. Poi il gioco è fatto.

Qualcuno ha detto che sono le eccellenze e gli eccessi a elevarci al di sopra della nostra vita imperfetta.
Sarà stato un uomo malinconico a scriverlo. Magari un mezzo depravato, un pigro, un lussurioso, un sentimentale disperato, un sarcastico imbecille, un emerito stronzo. O semplicemente un insensibile, un dissacrante invidioso, uno di quegli psicopatici da analisi falso e rancoroso che frequentano i social network.

Sono stanco delle insignificanze che la mattina si presentano più rumorose di certe risposte gridate. Certezze che non interessano a nessuno.
Vorrei saltare il grosso della storia e sbirciare l’ultima pagina. Vorrei scoprire se davvero il maggiordomo è l’assassino. Invece è tutto così calmo, qui intorno. La primavera sembra essersi presa qualche turno di riposo e mi ha lasciato circondato da pensieri e bersagli.

Lanciare gli oggetti non è mai stato un problema, ma di centrare il bersaglio non mi è riuscito spesso.
Essere incapaci è ben altra cosa rispetto ad essere imperfetti.
Eccoli. I miei esercizi mattutini di scrittura per imparare a essere un uomo qualsiasi.
Vivo in una stanza d’hotel e quando rientro nessuno mi sente arrivare, poi comincio a scrivere e alla fine finisco col ripetermi.
Logorroico come tutte quelle vecchie barzellette che cominciano con “Dottore, dottore!”

Forse ho solo paura di cosa potrebbe rimanere di me se smettessi di farlo.
Le contraddizioni si accatastano di continuo nella mia testa e non vederle sta diventando più un esercizio di fantasia che una semplice distrazione. Un giorno dalla folla si farà avanti un uomo con un vestito rosso, baffi e barba bianca, che puntando il dito mi griderà: “A chi vuoi che importi che tu sia buono o cattivo, tanto Babbo Natale non esiste. Io mi chiamo Felice e lavoro sottopagato in un call center sulla Tiburtina.”

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