L’ultimo punto

– Allora, come sta?
Bene, abbastanza bene.
– E mi dica, ha ripreso a scrivere?
Lo faccio, quando posso.
– Dovrebbe farlo più spesso.
Sì, lo so. Ma è una questione di tempo.
– Non penso. Io credo che c’entri il coraggio.
Mi sta per caso dando del codardo? Se è già iniziata la seduta magari mi sdraio.
– Non mi permetterei mai. Però si metta a suo agio e provi a raccontarmi il “perché” scrive.

Perché mi libera dall’ansia, ma al contrario di tutte le altre possibili dipendenze, non fa male. Perché dopo sto meglio. Perché mi rallenta il battito del cuore. Perché è la solitudine a cui aspiro, l’isola in cui mi rifugio, la distanza che metto tra me e gli universi che mi girano intorno.

In verità scrivo senza sapere davvero il perché. O forse mi illudo anche di saperlo e mi investo di false consapevolezze che non so controllare. Come non controllo mai la punteggiatura, l’ortografia e tutte quelle parentesi in cui ogni tanto mi rinchiudo.

Scrivo perché altrimenti dovrei accontentarmi soltanto di leggere e respirare. E non so se saprei farlo. Scrivo perché in ogni parola c’è un pensiero da far risorgere. Scrivo perché mi tiene lontano dalla parte peggiore di me. Scrivo perché nelle parole trovo sempre un significato anche quando non c’è una soluzione.

Scrivo perché ho la presunzione che ci sia sempre un qualcosa che vada la pena raccontare. E non riesco a smettere, perché in fondo non ho mai saputo mettere l’ultimo punto.

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