Cocomero e Playmobil

21 luglio 2018

Intanto il tempo passa. I desideri cambiano. Una volta avrei fatto carte false per una fetta di cocomero e una busta di playmobil.

Oggi invece i bisogni sono diversi. I vecchi sogni si sedimentano sui giorni che passano. Forse qualche anno fa non me le sarei nemmeno fatte certe domande. Magari me ne sarei semplicemente accorto. E basta.

E questa faccia che vedo ora non sarebbe stata nient’altro che un riflesso in uno specchio. Una figura posta qualche cm sopra a due spazzolini, dentro il loro bicchiere di cristallo azzurro.

Sono sempre lì. Che si guardano da mesi sottocchio, senza parole e senza motori di ricerca. Come nemici agli angoli opposti di uno stesso universo.

Sulla parete specchiata invece riesco a vedere solo una parte del mio viso. Quella che non mostra alcuna espressione.

Ho imparato che ci sono molti modi per ferirsi, ma niente è più affilato delle parole. Quella mattina è come se le avessi ingoiate e poi sputate. Raccolte e piegate come una camicia e poi riposte in cantina.

Il tempo si stava già prendendo tutto lo spazio dentro. Oggi rimane poco. È un altro personaggio con cui dovrò fare i conti durante le accelerazioni. E questo caldo insopportabile?

Magari tu ci avresti visto la poesia di un’estate. Ma ti sarebbe sfuggita l’utilità di quelle gelide gocce di sudore. Avresti ignorato la dialettica della mia lingua pulsante. Quel retrogusto di ferro che ha il sangue quando la mordi e quella percettibile mancanza di fiato, piena di colpi di tosse e respiri a caso.

“Tempo passato” ti prego, rimani e ascolta. So benissimo che non potrei mai addormentarmi di nuovo con te. Poco spazio dentro. Troppo spazio fuori.

Distraimi, ripetimi le stesse storie. Stavolta sono un bimbo più avveduto. Raccontami di orbite ellittiche e di universi non convenzionali.

Annoiami fino a ridarmi la vita. Forse tutto questo impalpabile nulla comincia a piacermi. Ma è troppo tardi perché somigli a qualcosa di cui poter essere comunque felice.

Il posto degli orsetti gommosi

16 luglio 2018

Ascolto a volume alto le parole di una vecchia canzone di Elisa: “E così scegliere, che ci sia luce nel disordine…”

Io invece ho visto troppo spesso la luce buttarsi via. Nascondersi. Celarsi. Sparire con discrezione nei vicoli poco frequentati del centro di Roma.

Nei rumorosi ristoranti, sempre alla moda e sempre pieni. Nella frenetica fila dei semafori di viale trastevere. Sempre rossi. Sempre anticipati dai motociclisti.

Sorrido a mezza bocca. A volte la mia ironia zoppica. Anche il sarcasmo ogni tanto vacilla.

Chiudo gli occhi e finalmente prendo coscienza di me stesso. Un uomo quasi alla fine della fila. Lanciato prepotentemente nel posto dove vivono gli orsetti gommosi, le vivident e i kinder bueno.

Non arrabbiarti

7 luglio 2018

Per fare certe cose bisogna essere concentrati. Per altre magari un po’ meno.

Nel gioco del poker non basta che tu abbia scavato e capito le debolezze del tuo avversario. Devi fare in modo che quelle debolezze si manifestino contro di te.

Alcuni giocatori devi tormentarli. Fargli credere che giochi a caso. Mentre invece stai giocando esattamente contro di loro.

Organizzare la giocata sbagliata. Una tattica dove, mentre sono convinti tu stia puntando a caso, stai invece organizzando la grande trappola. Sintetizzo il concetto amico.

Non me ne frega niente di te, di chi sei, del tuo stile, del tuo talento. Non mi importa cosa tu abbia vinto, o perso in carriera. Per me rimane solo un gioco dove devo buttarti fuori per vincere. E in questo gioco valiamo le chips che abbiamo davanti.

Facciamo così, io te le metto tutte nel piatto e tu decidi quello che vuoi fare, dall’alto del tuo curriculum. A prescindere da ciò che pensi, ma anche da ciò che penserai dopo che sarà successo quello che sarà successo.

È solo un gioco amico mio. Soltanto un gioco. Non arrabbiarti. Respira profondo. E fatti due risate.

Scrivere e soprattutto sognare

30 giugno 2018

Il freddo. Avete presente quella scossa leggera che ne precede la percezione? Qualcosa di molto simile alle conseguenze generate dalle dita di una bella donna che ti sfiorano, in un momento in cui non ti saresti mai aspettato quelle carezze. Un gesto spietatamente proibito che ridisegna i confini di ogni pensiero.

“Avvicinati!” Le avrebbe voluto chiedere Jep. Ma Alice non sembrava aver dimenticato. “Non ci penso affatto!” Gli avrebbe sicuramente risposto. E lo avrebbe detto guardandolo negli occhi. In piedi. A pochi metri da una di quelle incantevoli fontane del centro. Osservando i vicoli di Roma come se ne fosse stata da sempre l’unica padrona.

Ci sono sere in cui ricordo ancora quelle parole mai pronunciate. “Non ci penso affatto! Fattene una ragione.”

E così mi appoggio da qualche parte. Innocuo come un arco senza frecce. Tanto più che nemmeno lo saprei usare un arco. Freccia, o non freccia.

Ieri sera il tramonto era incantevole come le donne che non ho ancora desiderato. Magari un giorno riuscirò a convincere l’estate a diventare inverno.

Baratterò la luna con la luce leggera di un’alba. Poi la trasformerò in un nuovo giorno. Insomma, mi darò da fare nel fare quello che meglio so fare. Scrivere e soprattutto sognare.

Con la coscienza sporca di uno scrittore maledetto. Uno di quelli che sarebbero capaci anche a narrarlo un lieto fine. Ma che invece “non c’è mai una stazione dei carabinieri dietro la casetta di marzapane”.

Perdersi

27 giugno 2018

Solo chi ha vissuto la meraviglia di conoscersi può affrontare il “privilegio” di perdersi.

Perdersi per cogliere in pieno la maestosa nullità di ciò che saremmo stati senza mai incontrarci.

Perdersi per carpire che non possiamo più appartenere. Perdersi per renderci conto che forse nulla ci è mai appartenuto davvero.

Anche se qualche volta lo abbiamo pensato. Sperato forse. Mentre gli istanti migliori passavano e gli attimi via via si esaurivano.

Poi una mattina la realtà di un tempo piccolo ci ha separato e ci ha trasportato avanti nel tempo. In modo arbitrario e semplice, ma allo stesso modo incomprensibile.

Incredibile come un istante possa essere niente, oppure tutto per qualcuno di noi. E c’è chi a tratti non riesce nemmeno a immaginarne la fine.

La vita è un viaggio dove si indovina la rotta a fatica. Ecco perché tra viaggiatori ci si incontra. Ecco perché ogni tanto ci si aiuta. Ecco perché molto spesso ci si perde.

Fino a consumare tutto

17 giugno 2018

È impossibile guardare il sole, se non attraverso un vetro opaco. Questo a meno che non si tratti di un’alba, oppure di un tramonto. Quando l’intensità della luce percepita è appena all’inizio, oppure quando non ne rimane quasi più.

La nascita e la fine di ogni cosa sono da sempre alla base del romanticismo più puro. Che si tratti di un progetto, del primo e dell’ultimo sorso di birra gelata, oppure di una relazione.

Per scovare il romanticismo di tutto quello che sta nel mezzo invece ci vogliono i filtri. Quelli che scegliamo noi. Quelli che si ricorda soltanto ciò che fa più comodo ricordare.

Anche stasera il sole aveva un’aria squisitamente passeggera. Veniva quasi voglia di ignorarne i raggi.

Così mi sono nascosto in uno spritz, giusto dietro la scorza d’arancia e ho atteso pazientemente che tutto finisse.

Quando è arrivato non mi ha nemmeno calcolato. È passato oltre spostando le ombre delle cose un po’ a caso.

Ho sorseggiato. Poi ho giocato con la lingua a girare i cubetti di ghiaccio. Con un rumore meno importante di quello che avrebbe prodotto il whisky di un Bukowski qualsiasi.

Eppure alcune cosa da chiedere al sole le ho ancora, domande che non ho mai trovato il coraggio di fare.

Per esempio, dove è finita Alice?

Con quali demoni ha fatto l’amore?

Con quante perplessità sta patteggiando per i suoi pensieri?

Adesso non c’è più ghiaccio nel mio bicchiere. L’ultimo sorso è andato. Sulle pareti di vetro si è formata una sottile scia trasparente. Quella che se ci guardi attraverso deforma tutto, anche la realtà.

Ed è in questo preciso istante che posso finalmente fare ciò che desideravo. Abbandonarmi qualche minuto allo schienale di una sedia.

Poggiare maleducatamente i piedi sul tavolino. Chiudere gli occhi e scavalcare un immaginario recinto, insieme a qualche pecora distratta.

In questo altrove a tempo determinato il sole non brucia più. Il ginocchio destro tiene. Anche le mie convinzioni sembrano solide. E io ne approfitto per correre su e giù sul bagnasciuga come 20 anni fa.

Solo.

Disinnescando ricordi.

Ai margini di una spiaggia vuota.

Fino a consumare tutto. Anche l’ultima luce del giorno.

Tutto il bello che deve ancora arrivare

7 giugno 2018

È vero. Ho speso tutto in viaggi, parole, brutti pensieri e regole da trasgredire.

Ho lasciato giusto gli spiccioli per la colazione e un litro di prosecco con le bollicine.

Mi sono lasciato ferire ogni volta che qualcuno sentiva il bisogno di farlo.

Ho barcollato. Ho sorriso. Sono caduto. Mi sono rialzato e poi subito lasciato ricadere in terra, per abbracciare lo spigolo successivo.

Ho smesso di spiegare. Ho smesso anche di piangere. Di desiderare. Di raccontare.

Ho smesso di essere ironico e ho lasciato il posto al sarcasmo dei miei personaggi.

Mi sono piegato ogni tanto a stringere mani pensando chiedessero aiuto.

Ma erano mani che volevano soltanto tirarmi giù con loro. Nel baratro dell’insoddisfazione. Nel backstage dell’indifferenza.

Così ho spento e riacceso la speranza per resettare tutto.

È vero. Mi sono giocato ogni cosa. Ho speso anche quello che non ho mai avuto. L’incanto. L’amore ricambiato. I brividi.

La meraviglia di un tramonto. Gli abbracci che riparti da zero. Gli sguardi che ti viene da sorridere.

Ho rubato significati alla mediocrità e centimetri al demone sotto al letto.

Ho giurato e nessuno mi ha creduto. Ho imprecato e nessuno mi ha dato attenzione.

Allora ho gridato e mi sono sbracciato per non sentirmi troppo a lungo solo.

In fondo aveva ragione mia nonna. È proprio nelle giornate storte. Nelle brutte figure. Nelle sconfitte. Nelle ginocchia sbucciate.

E nelle idiozie più epiche che siamo in grado di fare, che si nasconde tutto il bello che deve ancora arrivare.

Il lupo di turno

3 giugno 2018

A volte lasciamo che sia un sentimento solo a definire la connotazione dei personaggi che incontriamo.

È allora che i buoni sono quelli che non ci fanno paura. E ne viene per deduzione che i cattivi sono tutti gli altri.

Il demone sotto al letto è un cattivo, fa sempre ansia il pensiero. Però non esiste. Colpa anche dei film a basso costo di Wes Craven se ogni tanto buttiamo un occhio. Oppure dei fratelli Grimm e del lupo se non ci addentriamo nel bosco.

Quel lupo che non è tanto buono, quanto cattivo, ma soltanto un animale affamato. Un essere che avrebbe voluto e vorrebbe nutrirsi come tutti noi.

Le nostre paure non quantificano la sua cattiveria, bensì definiscono soltanto il nostro ruolo nel contesto. E cioè che magari in quel determinato frangente, la preda siamo noi.

Il lupo non è stupido. Il lupo è astuto e attacca le pecore. Ma mai una pecora a caso. Attacca la più debole. La più lenta. Quindi occhio ad abbassare la guardia.

Abbiamo tutti il nostro lupo alle calcagna. Ed è un bene, perché eliminando il lupo dalla nostra vita rimane solo il nostro sconfinato narcisismo e un progressivo allontanamento dalla realtà.

Senza il lupo di turno perdiamo aggressività. Sviluppiamo convenienti filosofie di vita. Diventiamo attaccabili. Deboli. Inutili.

Il lupo forse è un dono per tutti e non solo un pericolo per i deboli, gli esclusi e le persone sole.

Non temerlo è il modo più facile per non oltrepassare mai i confini di niente. Per non limitare i nostri limiti. Perdere coscienza della nostra forza e delle nostre paure.

Ultimamente mi mancava, il lupo. Mi mancavano i suoi occhi negli occhi dei miei avversari. Nelle strade da affrontare ogni giorno.

Un lupo vero. Affamato. Non un canide attempato e inutilmente compiaciuto di una cattiveria che non ha. Ma una belva dolorosa e necessaria, quindi “opportuna”. Indispensabile nel corso della vita e lungo il viale del tempo.

Mi mancava, dicevo. Ma ora è tornato. Appena in tempo per il pranzo della domenica.

Allacciare le scarpe al mondo

27 maggio 2018

Eppure è così. Sembriamo quasi dominati dalla paura di essere giudicati male. Dilaniati da una compulsiva social-ricerca di consensi.

Al lavoro. In casa. In vacanza. Tra gli amici. In rete. L’apparenza divora la realtà e sembra ormai il vertice di una immaginaria catena alimentare.

“Meglio condividerla che viverla una esperienza” scriveva un rapper di cui non mi sovviene il nome. Ma se poi si condivide anche ciò che non si vive nemmeno. Se si condividono esperienze non nostre. Si passa dall’inutile, al patetico, al patologico.

Quante volte ho sentito la gente ripetere di non essere interessata agli altri. Sono le stesse persone che si eliminano le rughe con photoshop. Che postano. Che contano i like sulle foto come fosse l’unico modo conosciuto di puntellare l’autostima.

Sembra questa l’unica unità di misura possibile del nostro ego sistema. Quella in grado di riassumere il giudizio su di noi e sul nostro stile di vita.

Ma dove sta scritto che per usare il proprio carisma è necessario attribuirgli un valore. Eppure sono una infinità le persone che nella fase infantile dei like vedono la possibilità di un consenso senza limiti.

I limiti. Già.

Sapessimo riconoscerli davanti a uno specchio. Sembrerebbero meno limiti. Limitarli sarebbe la soluzione, invece che dar loro libero sfogo.

Ma la consapevolezza è figlia dell’umiltà. Ed è difficile arrivare all’umiltà senza essere colpiti dall’umiliazione di uno sbaglio. o dal consiglio di un amico che ti dice, sei patetico.

Tutti, davvero tutti sbagliamo.

Continuamente. Anche quelle mega “gnocche” che pubblicano i selfie in esclusive e costosissime località del pianeta.

Anche i professionisti del bicipite. I poeti. Gli umanisti. I politici. I giornalisti. I calciatori. Gli architetti e gli ingegneri. I mafiosi. I ladri. I bastardi. I furbi e i filibustieri. I contadini e gli artigiani.

Gli scienziati. I medici. I giudici e gli avvocati. I prelati. Perfino i papi. Gli imprenditori della vita. I ricchissimi. I poveri. Fino agli inutili, che alla fine sbagliano come tutti gli altri.

L’umiliazione è proprio questo. Il nostro incontro scontro con i fatti che non vanno come avremmo voluto noi. Come avevamo impostato. Preteso. Progettato.

Non siamo la A. Non siamo la Z. Siamo una delle lettere che stanno nel mezzo. Le cose che non ci obbediscono. La nostra volontà che non è sufficiente a cambiare il mondo.

Attraversando i social network ci si rende conto di quanto siano la presunzione e la pochezza a rendere le persone deboli e insignificanti.

Tutti troppo legati all’apparenza per migliorare anche un semplice metro quadro di questo emisfero. E ciò toglie consapevolezza ai valori. Ci mette in contatto con una forza del tutto immaginaria.

Gli sbagli si nascondono. I successi si mostrano. Le verità si modificano. Le relazioni su cui bisogna lavorare troppo si cancellano.

È questo il modo più presuntuoso di rimanere al mondo, alla maniera di un semidio circoscritto in uno schermo. Migliore di te perché non sbaglia mai. Perché vive meglio. Guarda la foto.

Se solo ci rendessimo conto che siamo anche e soprattutto nelle mani delle persone che ci vogliono bene. E che servirebbe uno “sganassone” ogni tanto per capire che questa non è affatto una cattiva notizia.

Oggi il tempo stringe. Devo prendere una decisione importante. Una delle più importanti. Mio nipote più piccolo mi sorride. Si è accovacciato per allacciarsi una scarpa. Ho visto una smorfia di disappunto. Mi chiede se posso dargli una mano.

È stato un meraviglioso pensiero. Una richiesta di aiuto sincera. L’ipnotico gesto di un ragazzino privo di retropensieri.

È proprio la semplicità il cuore di ogni relazione umana ed è su questa spietata trasparenza che si edificano i progetti di vita.

Quelli per i quali se io ho difficoltà tu magari mi aiuti. Perché aiutando me aiuti te stesso e la vita alla quale entrambi apparteniamo.

In conclusione dovremmo solo vivere più semplicemente. Senza apparire. Senza vergognarci di non essere. E chinarci ogni tanto ad allacciare le scarpe al mondo.

Alice si tolse le scarpe

19 maggio 2018

Alice pensava che fosse impossibile gettare una maschera quando ti accorgi che non lo è più. Quando ti rendi conto che sul volto ti calza a pennello.

Lei sapeva bene cosa volesse dire essere diversa. Un personaggio. Tutti i personaggi in fondo lo sono. Alice però era davvero molto, molto diversa. E io ero l’unico con cui riusciva a discutere.

L’avevo creata e vista crescere. Le avevo dato un carattere. Le avevo insegnato a combattere. A resistere. A credere nello specchio.

A volte Alice sognava di salvare il suo universo dal nostro mondo. Immaginava di tutelare tutti da quella mano invisibile che gli altri personaggi chiamavano “tempo che passa”.

Quello che ci marchia con un orologio da polso. Quello che ci misura ogni giorno, senza che ce ne rendiamo neanche conto. Ma Alice non era solo un personaggio. Era un personaggio solo.

“Come faccio a cambiare il mondo Jep?” Mi chiese una sera. E io non le avevo risposto.

“Ti prego, dimmi come fare?” Mi chiese anche la sera successiva. E io continuavo a non scrivere.

Il suo era un universo molto pericoloso e non certo per via di chi generava il male. Ma per colpa di chi era sempre stato a guardare senza muovere un dito. Forse in questo somigliava un po’ al nostro mondo.

Poi un giorno la portai sulla spiaggia e finalmente le raccontai una storia di quando ero un bambino.

“Lo sai Alice? Una mattina i miei genitori mi portarono proprio qui. A Ostia. Era una domenica di marzo. C’era un sole tiepido che annunciava la primavera, ma non faceva abbastanza caldo per fare il bagno.

Io e i miei ci sedemmo sulla spiaggia e mangiammo un gelato. Ma al ritorno non mi resi affatto conto di avere le scarpe piene di sabbia e la lasciai ovunque in casa, sul pavimento della mia stanza. Avevo solo otto anni. Nessuno a otto anni avrebbe dato peso alla sabbia. Mia madre si.

E si arrabbiò parecchio. Al contrario mio padre non era per nulla arrabbiato. E dopo tanto tempo oggi ne ho capito anche il motivo.

In migliaia di anni quella sabbia era passata dall’oceano alla spiaggia. Infine dalla spiaggia, alle mie scarpe. E io l’avevo infine portata via. Inconsciamente. In casa.

Ogni giorno cambiamo il mondo in modo impercettibile. Cambiamenti che all’inizio non fanno mai la differenza, perché occorre più tempo di quanto il tempo stesso ce ne concede. A volte non basta una vita per cambiare il mondo.

Nulla accade in una sola volta. Succede lentamente. E non tutti abbiamo la pazienza per farlo. Tu ne hai? “

Alice si tolse le scarpe e mi parlò accarezzandomi con gli occhi.

“Ricordi quando ti prendeva il blocco dello scrittore? Quando facevi finta che io esistessi davvero? E io ti sorridevo senza giudicarti. A dire il vero mi manca quel periodo e sai perché? Perché la vita di un personaggio che non esiste è molto più facile. Noi abbiamo una infinità di tempo per cambiare il mondo.”

Eppur si muove

16 maggio 2018

Perdo la testa. Succede a ogni curva. A ogni dosso. A ogni fotogramma.

Dicono sia per il peso delle decisioni rimandate. Che sia colpa delle contraddizioni, o magari è soltanto per via di un aperol spritz. L’ultimo. Quello di ieri l’altro.

Eppur si muove. La vedo rotolare sul cruscotto e cadere sotto il pedale del freno. Accelero. La raccolgo insieme a qualche idea. Poi la poggio sul sedile del passeggero. Ma cade ancora.

Questo rettilineo si sta trasformando in una prova di concentrazione. Sembra l’ultimo film di Paolo Sorrentino. Una impalpabile e insignificante commedia dell’arte, direbbe Jep.

Mi cade la testa. Dicono sia per colpa del sonno, o per la trama scontata. Ma non gli credo. Io so benissimo che non è vero.

L’ho persa e ritrovata molte volte la mia testa. È successo di recente e in altre vite di rivederla nascosta sotto al letto. A volte dimenticata sul tavolo della cucina.

Abbandonata in un portabagagli. Nella cesta dei panni sporchi. Poggiata sulla mensola in salone accanto alla frutta finta. Oppure rotolata in fondo alle scale, proprio davanti all’uscita di sicurezza.

A lei piace cadere senza farsi male e senza farsi troppo notare. Adora perdersi come si perde la pazienza. Inconsciamente.

Non giudicatemi. Non imitatemi. E se la trovate lasciatela lì in modo che possa farlo anche io. Ritrovarla intendo.

L’eleganza di un no

9 maggio 2018

Stanotte non la smetteva di piovere. Il risultato è che stamattina le strade di Bergamo somigliano a un’arancia spremuta. Salgo in treno. Devo restarci un’ora e scendere a Milano Centrale. Lì mi attende il solito frecciarossa per Roma. Un amico.

Il vagone è popolato di gente a caso, ma ci sono parecchi spazi vuoti. Mi siedo. Apro il mio libro. Ne avrò almeno per un’ora, che meraviglia.

“Sai che penso? Tu sei troppo buona, Fede.” Alzo gli occhi e la Fede è seduta di fianco a me un metro più in là.

È un faccino pulito che spunta da un bavero alzato e cinto da un foulard grigio perla. Un ciuffo rosso le scende sugli occhi. Insomma, solo un faccino pulito. Il suo fidanzato credo si stia approfittando della generosa peculiarità del suo carattere.

Però non ho capito in che senso e i suoi compagni di viaggio sono avidi di dettagli. Ma la sua amica, la bionda spilungona che mastica un vivident a bocca aperta, non sembra avere dubbi.

“Tu devi fare come faccio io, devi essere spietata. Una dannata stronza, non dico proprio del tutto egoista, ma almeno ecco, più stronza.”

Avrà circa sedici anni e stamattina Jacques Lacan le spiccerebbe per bene casa.

Le due poi scenderanno a Lambrate e da quel momento non saprò più nulla di loro. Sono dispiaciuto, lo ammetto. Chi non avrebbe voluto sapere di più sulla storia di Fede? Quale fosse il suo problema e di cosa si sta approfittando in modo così strumentale il suo ragazzo?

Chi non avrebbe voluto capire come fa la bionda spilungona a essere più stronza di Fede? E “non parlo di egoismo, ma di essere più stronza”. Sorrido.

Ecco come girano le cose oggigiorno e non smetto mai di sorprendermi. Stamattina per esempio ho scoperto che il mondo va male, perché siamo tutti troppo generosi. E mentre gli altri intorno a noi sono tutti più cattivi, noi non siamo stronzi abbastanza.

Così non va. Bisogna cambiare. Impegnarsi tutti a peggiorare un po’ se vogliamo che questo emisfero torni a essere felice.

Noi. I nostri amici. Le persone che amiamo. Siamo sempre, troppo, di un qualcosa di buono in più. Invece, che ne so, se decidessimo una volta per tutte a rinunciare ai gesti amichevoli? A tagliare la strada alle rotonde? A passare col rosso e a insultare chi ci dice qualcosa.

Se smettessimo di chiedere scusa. Se la finissimo di essere così stupidamente buoni. Se saltassimo le file alle poste. E se scendessimo una volta ogni tanto dalla nostra auto roteando il crick?

E tutte quelle inutili discussioni tra moglie e marito? Quelle che sentiamo filtrare dalle pareti. E se in modo molto più estetico mollassimo uno di quei manrovesci che ci dava nonno invece che parlare, discutere e chiarirsi?

Troppo buoni.

Le due ragazze mi hanno lasciato pensare alla tipologia di pensiero irreversibile di cui soffriamo oggi. Da una parte abbiamo una visione del sociale e del mondo dove predichiamo il buono, dall’altra una versione tutta nostra, privata, soggettiva. Dove essere più stronzi è la soluzione.

Da una parte il bene comune, dall’altra la saggezza dell’esperienza diretta che ci suggerisce cosa fare per risolverla al meglio.

Il punto è che queste due versioni non mi sembrano granché raccordate fra loro. Diciamo che tutto il mondo dovrebbe fare X ma noi sosteniamo, anche argomentando, che nel nostro privato è invece necessario fare Y.

Troppi stronzi in giro? Allora serve diventare più stronzi. Sociologia della spilungona bionda. Personaggi e realtà. Mente e ambiente. Singolarità e comunità. Federica e l’universo della sua improponibile amica.

Forse basterebbe saperli riconoscere ed evitarli gli “stronzi”. Senza necessariamente combatterli. Senza abbassarsi per forza a essere peggiori. Le persone sono quello che noi permettiamo loro di essere. Ma l’eleganza di un no va ben oltre le regole dell’attrazione e un sorriso disinnesca cattive intenzioni, più di ogni altra tecnica nota.

#guarda

29 aprile 2018

Guarda che mare. Guarda che tramonto. Guarda che spiaggia. Guarda che giornata. Che sole. Che luna. Con gli amici. Con la fidanzata. Con la moglie. Da solo. In mezzo a centinaia di persone.

Guarda come sono sereno. Come sono gay, bisex, etero. Come sono orgoglioso. Guarda come stiamo bene. E sapessi come ci stiamo divertendo. Guarda.

Guarda come sorrido. Guarda che colori. Che faccia. Che bocca. Ci sta precisa nello spazio di un iphone. Guarda che bacio che sto mandando a nessuno. Sembra stia succhiando una fragola invisibile e non so perché la succhio. Ma lo fanno tutti e se lo fanno tutti è simpatico. Guarda.

Guarda come sono o non sono Charlie. Guarda che naufragio. Guarda che incidente. Che esplosione. Che incendio. Guarda come odio la guerra. Il razzismo. La chiesa. Come sono di destra, sinistra e centro.

Guarda quanto sono romanista. Laziale. Gobbo. Guarda come sono migliore. Guarda il mio cane. Guarda gli occhi del mio gatto. Guarda come mangia. Come corre. Come dorme. Guarda come lo coccolo e non sai quanto gli piace. Guarda.

Guarda quanto amo i cuccioli e quanto fratturerei il cranio di tutti quelli fanno del male agli animali. Guarda quanto li troverei e torturerei tutti.

Guarda come lo riprenderei. Lo posterei su facebook, lo taggerei e lo spammerei, perché chi fa del male agli animali io proprio…. guarda e non mi ci far pensare. Guarda.

Guarda che mi sono fatto al braccio. Al piede. Alla caviglia. Guarda come sono sfortunato. Guarda quanto sono fortunato. Guarda che cicatrice. Guarda che tatuaggio.

Guarda che bella casa in montagna, al lago, al centro, abbiamo appena comprato. Guarda che auto. Che moto. Che orologio. Che vacanza. Che barca. E nel frattempo clicca mi piace, tagga e condividi, altrimenti sei solo curioso. Peró guarda.

Guarda che ragazza strafiga. Che festa assurda. Che cena. Che piatti. Che nottata da paura. Guarda l’attore. Il cantante. Il politico. Guarda con chi ero seduto. Con chi parlavo.

Guarda la mia nuova compagna con i capelli corti, lunghi, scalati, colorati, gialli, verdi, a zero. Guarda che seno. Che glutei. Guarda che braccio e che addominali scolpiti che ho. Guarda.

Guarda che bello stare sotto l’ombrellone. Sotto la doccia. In acqua. Sul lettino. Al ristorante. In ascensore. In bagno. Davanti allo specchio. Sotto la pioggia. Sulla barca a motore, a vela, a remi, in crociera, a pescare, a giocare a tennis, a calcio, a nuotare, a fare foto. Guarda.

Guarda mentre mi faccio mia moglie, la mia amante, il mio boyfriend, la mia vicina di casa, la ragazza del mio amico, la mia compagna di scuola, la mia psicanalista, la mia insegnante di yoga, la professoressa di musica.

Guarda mentre mi anbraccio una tipa che non so neanche il nome, mentre mia moglie mi guarda. Mentre qualcuno ci filma. Mentre tu mi guardi. Guarda.

Guarda come uccido le foche. Come addormento l’orso. Come muore una cavia. Come salto con la bici. Con la moto. Con le mani e senza casco.

Guarda come mi copro il volto. Come taglio la gola a un giornalista. Come mi faccio esplodere. Guarda mentre punto il fucile contro un ostaggio. Guarda che premo il grilletto. Guarda.

Guarda come si piega inerme come un sacco di immondizia. Guarda il sangue che continua a fuoriuscire quando gli sparo ancora. Guarda veloce che poi mi censurano e se mi censurano non mi hai mai visto e tu non puoi non avermi visto.

Condividi su facebook. Apri un canale youtube che non sai quanti altri guarderanno. Guarda.

Guarda e non smettere di guardare, che se cessi di guardare e cessi di spammare, magari rischi finalmente di vedere e tu sai bene che tutto questo guardare serve appunto a non vedere. Se tu volessi davvero vedere chiuderesti gli occhi. Guarda.

Guarda l’allucinante disperazione di questo pianeta attraverso i social network. Guarda milioni di persone. Generazioni differenti. Culture e religioni diverse. Belli, brutti, buoni, cattivi, ladri, assassini, studenti, benefattori, puttane e operai. Tutti spietatamente occupati a ritrarsi, condividersi e piacersi.

Guarda l’incontenibile niente che riempie di insignificanza miliardi di autoritratti globali della nostra allucinazione, della nostra miseria, della nostra calpestabile umanità. Poi guardati dentro e chiediti a cosa diavolo serve tutto questo impalpabile nulla.

Ci sono migliaia di libri da leggere. Musica da ascoltare. Riflessioni da fare e pensieri da elaborare.. Milioni di mani da stringere. Decine e decine di brave persone tutte da scoprire, abbracciare e amare.

Sento un irresistibile bisogno di farlo un passo indietro. Rinunciare a questa chiassosa era capace solo di tirare fuori il peggio dalle persone. Ci stiamo perdendo il meglio. E questo vale proprio per tutti. Anche per me.

Otto minuti

28 aprile 2018

Sono uno scrittore casuale. Una bevanda senza troppo zucchero. Saltuario. Testardo. Fatto della stessa sostanza dei solidi di Keplero.

Addirittura bucolico nella gestione dei suoi universi. Delle sue storie. Ma non delle sue delle passioni.

Una passione, in quanto tale, deve essere affascinante e spietatamente debordante.

Io sono sempre stato affascinato dal tempo. Dallo spazio. Dalla possibilità di viaggiarci attraverso, tanto che alla fine ci sono riuscito.

A far cosa? A guardare indietro nel tempo ovviamente e mi succede ogni giorno. Tutti i giorni, verso il tramonto. Torno indietro di otto minuti. Non un secondo di più. Non un secondo di meno.

Basta sapere che la luce viaggia nello spazio vuoto a una velocità di 300.000 km per secondo. E che per giungere dal sole ai miei occhi a quella luce servono otto minuti.

Questo vuol dire che l’immagine del tramonto che osserverò questa sera. Quella che si formerà nel mio cervello, per intenderci, sarà il sole come era esattamente otto minuti prima di quell’istante.

Devo ammetterlo. Viaggiare nel tempo mi provoca un senso di piacere estatico e complottista. Quel sentimento tipico di chi si illude di poter sabotare un sistema dall’interno.

Ma sono uno scrittore casuale. Sono una favola gotica. Sono una figura etimologica. Per niente mitologica. Un’antitesi.

Sono il paradosso di Braess. L’equazione di Drake. Sono la cattiva fede di chi vorrebbe sempre un lieto fine, e che invece rimane affascinato a guardare quelle strane macchie di sangue davanti alla casina di marzapane.

Mi sono capito da solo

24 aprile 2018

Buongiorno perché è martedì. Perché sono riuscito ad addormentarmi presto e a svegliarmi presto senza pause nel mezzo.

Dormire poco è sempre stata una maledetta consuetudine per me. Una variabile inalterabile. Stamattina la strappo con gli occhi.

Confondo le dimensioni della stanza. Sbadiglio. Riavvolgo i minuti sperando che quello che vedo sia solo un “wolfganghiano” sogno dentro al sogno.

Esistono i concetti lunghi, ma anche i pensieri fatti apposta per stare in poche parole. Quelli per cui bastano due righe, o una frase soltanto. E poi esistono gli sguardi che dicono tutto.

È passato un mese, un’altro ancora. Un altro strato di polvere si è adagiato sul precedente. Il tempo in certi casi non scorre soltanto, si sedimenta.

Cresce in spessore e affievolisce l’acustica dei rumori. Sbiadisce i colori delle immagini, fino a coprirle del tutto.

Nei sogni però resta qualcosa. Magari è solo un’impressione. O più probabilmente una speranza. E poi c’è che io ricordo sempre ogni cosa.

Come quel corridoio. Quelle espressioni. E il profilo del nulla di ciò che resta. La ringhiera arrugginita. La pioggia. Il vento. I mulinelli di foglie secche. La luce intollerante di quel neon sotto la portineria, che tossiva paure e atmosfere gotiche.

La finestra del primo piano. L’odore di muschio bagnato. Le ombre delle persone che mi passavano accanto.

Lo so. Continuo a scrivere cose che non posso comprendere del tutto. Ma Dio mi perdonerà, se esiste. E se non esiste pazienza. “Mi sono capito da solo”.


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