Eri incanto

4 gennaio 2019

Di tutte le parole ho scelto questa. Incanto. Decine di ricordi riflessi in un pensiero indimenticato. Un colpo di tosse. Un calzino spaiato. Dieci palloncini gialli. L’istante che precede ogni parola sussurrata.

Era incanto accarezzare coi polpastrelli un menù stellato, immaginando cosa avresti ordinato. Oppure inventare un dono. Ricavarne una sorpresa, un abbraccio, un rifugio, o un anfratto nascosto nei tuoi occhi. Riuscivi a dare un senso altissimo e introvabile ad ogni attimo trascorso in silenzio.

Si, eri tu. Eri tu. Sei tu.

Che camminavi in un tacco altissimo come si cammina in una scarpa slacciata. Che non portavi con te nuvole grigie, ne tantomeno un cielo sereno.

Ed erano uniche quelle mille scomodità. Quelle dei vagoni contaminati di un treno regionale. Le docce. I gusci. O il sonno in un’auto parcheggiata a caso. Sotto casa o lontano da casa.

Erano incanto la tua schiena. I tuoi capelli raccolti in fretta. La colazione pronta. Le gocce di cioccolata. Il plum cake alla vaniglia. Le notti lunghissime e mai perfette.

Eri incanto tu e il tempo che non voleva mai scrollarsi di dosso quei momenti.

Un incanto che cominciava da dentro. Dalle profondità di un sogno attraverso l’universo, che pulsava al ritmo del battito del tuo cuore.

Un incanto come nessuno, fino ad allora, era stato mai.

#31 dicembre

3 gennaio 2019

È la fine di dicembre. Ma non un giorno a caso. È proprio la fine. L’ultimo giorno. L’ultima notte. Quella dove tutti festeggiano la routine. Anche chi non avrebbe un bel niente da festeggiare.

Ultimamente mi sono reso conto che prima di scrivere penso in bianco e nero. Forse in una scala infinita di grigi la cose accadono più lentamente. E comunque le cose accadono. Anche nelle favole.

Che senso avrebbe un cappuccetto rosso senza lupo. Una bella addormentata nel bosco senza arcolaio. O una Biancaneve senza la strega cattiva. Dalle favole però ho imparato a fuggire. E l’ho fatto tante volte, ma sono sempre tornato, convinto che prima o poi sarei rimasto. E invece ogni volta sono ripartito. Scappato.

Anche stanotte ho fatto ritorno nei miei pensieri più intimi. Senza muovermi. Senza spostarmi di un centimetro. Immobile sul divano di una stanza circondato da cose. In compagnia dei miei silenzi. A tratti spiato da un soffitto curioso.

La notte ogni pensiero è la pagina di un diario. La notte ogni ricordo mi ruota intorno. E per un istante la mia mente diventa il centro copernicano di un universo che orbita al contrario. Sono tornato. Forse per sussurrare a qualcuno un “mi manchi”. L’ho fatto in modo scontato. Quasi didattico. Eppure era la verità e lo è anche ora che sto ripartendo.

Stasera alzerò un calice per brindare a tutto quello che non sono riuscito. A tutto quello che non posso e che non voglio. A tutto ciò che non importa a nessuno e che per me è importante. A tutti i desideri che vorrei indossare ancora. E a tutti quei meravigliosi errori che mi piacerebbe strapparmi di dosso.

Del resto che rimane farò invece una pallina di carta da gettare via con un impreciso colpo di tacco. Guardando negli occhi i miei genitori e abbracciandoli non come fosse l’ultima notte al mondo. Ma come per dire semplicemente, Auguri.

#caro albero

25 dicembre 2018

Caro albero, si comincia così no? Quando si scrive una lettera a qualcuno. Anche se davvero non so quanto tu sia “caro”, o meno. Quindi tiro a indovinarlo.

È divertente però. È quasi come scrivere una lettera a Babbo Natale. Oddio, sto divagando. Sto cercando di prendere tempo. È evidente. E accade sempre quando qualcuno ha qualcosa da nascondere.

Magari voglio sottrarmi al tuo giudizio e celarmi dentro le parole. Come fa chi è troppo timido per poter essere sintetico, o chi è troppo agitato per poter essere conciso e concreto.

Mi parlo addosso. Cerco di prenderti per stanchezza e rivelarti solo sul finire della nostra conversazione un confortante frammento di verità.

Stasera mi sarebbe piaciuto esserti più vicino. Come gli inverni passati. Magari parlare ancora. Forse mi avresti anche raccontato la tua storia, quella dei rami. Delle infinite decorazioni. Delle mille lucine a led. E invece me ne sto qui. Tre metri sotto il cielo. In un posto lontano, ma non troppo da impedirmi di guardare la stessa luna.

Da cosa sto cercando di tenermi lontano? Non so. Probabilmente da me. La verità, caro albero, è che a volte sento addosso uno strato di inadeguatezza costante. Qualcosa che impedisce al me stesso che scrive di farlo consapevolmente. Divertente, non trovi?

Non so nemmeno perché ne sto parlando con te. In questi giorni, a dirla tutta, scrivo più usando il passato. I verbi si accalcano, consueti e scontati.

Sono troppo distante dai miei sogni, caro albero. Sono distante anni luce dall’intravedere i miei condizionali, i miei vorrei e tutti i miei potrei. Troppo distante per riuscire a cambiarli in un comodo indicativo presente.

Forse mi manca il coraggio, o forse sono troppo spavaldo per provare paura. In entrambi i casi comunque sono una conseguenza dei miei difetti.

Sai? Ultimamente sposto gli oggetti in cucina. Metto le etichette in fila, tutte rivolte nello stesso verso. Guardo le scadenze e i prezzi al supermercato. Schiaccio le bottiglie di plastica e raccolgo tutto in un contenitore a parte. Mi diverto a cucinare anche solo per me. Invento. Provo. Sbaglio. Mi correggo.

Sbircio i siti di architettura moderna. Guardo vecchi film di Stanley Kubrick. Ascolto musica strana su youtube e cerco di percepirne il senso.

Poi rileggo cose. E scrivo, scrivo tanto. Interagisco con persone nuove. Ce n’è una in particolare che ha il potere di ridisegnarmi il sorriso. Un po’ pazza lo ammetto.

Ma la pazzia spesso ti regala i sorrisi migliori. E li memorizza meglio di quanto farebbe un foglio elettronico. Così mi basta rileggere certe conversazioni per richiamare un minimo di sana allegria e lasciare che il buonumore faccia capolino.

Sai, caro albero, quando ti ho detto che non sapevo il perché avessi gettato al vento tanto tempo nella mia vita? Era una bugia. È il desiderio di proteggere qualcuno che ritieni più importante di te a farti fare le cose a caso.

Ti lascia sprecare i momenti migliori della tua esistenza.

A volte mi sono addirittura illuso di poter cambiare le persone e cauterizzare le perdite di tempo. Ma con cosa poi. E perché ? Forse per esorcizzare la magra consolazione del suo inevitabile scorrere? Il tempo è la misura dell’andirivieni del mondo e porta in se tutto l’inganno che la vita continua a tessere alle nostre spalle.

Che ridicola situazione. Non mi sorprenderebbe un giorno incontrare una qualche deità che se la ride di noi. Nel frattempo, caro albero, bevo un Nespresso blu e controllo la contabilità. Vado rastrellando pensieri come foglie cadute e invento frasi a effetto, in attesa che arrivi il Natale a imbiancare nuovi entusiasmi fuori stagione.

Lo so che il giorno non porta alcun consiglio e che anche alla notte piace farsi i fatti suoi. Ingannevole è la ragione più delle parole. A volte anche più di ogni altra cosa.

Caro albero, ora devo andare. Smetto di scriverti. Ho un appuntamento con la mia coerenza. Non l’ho mai fatta aspettare e non comincerò certo ora.

Prima però vorrei chiederti un favore. Quando sarà il momento di indossare il puntale. Non fare troppo l’esibizionista. Tanto non puoi essere mai più bello di lei quando sorride. Era solo per avvisarti. In grande amicizia intendo.

E non preoccuparti. Comunque vada. Sarà una bellissima giornata.

Un giorno

23 dicembre 2018

Eppure qualche volta ho ancora paura. Forse la soluzione non è cercare la vita più piacevole, ma uscire dalle categorie di piacevole e spiacevole. Sembra una stupidità scritta da chi ha avuto un’esistenza serena, quando in altre latitudini del pianeta si dividono sofferenza e dolore. Eppure è un tipo di approccio normale alla vita.

Se solo riuscissimo a capire che cosa genera certe paure. Quella di non essere amati, quella di non riuscire, quella di fallire e non essere all’altezza. Quella di morire.

Se solo riuscissimo a percepire l’inesistenza di ogni io e di ogni mio non cercheremmo più nulla per essere amati, perché non c’è bisogno di raggiungere o di fare niente al riguardo e niente di quel che possiamo fare può avere il minimo effetto sull’amore.

Non si scrive un libro per essere amati. Non si cerca di avere successo per essere amati. Non si fa una figlia per essere amati. Non si pubblicano mirabolanti storie sui social per essere amati. Non si copre nessuno di regali per essere amati. Non serve nemmeno apparire per essere amati.

Per essere amati, basta amare.

Magari un giorno mi convincerò davvero che sia così e che quel giorno è stato ogni giorno. Fino a quel giorno.

La mia destinazione è il mare

13 dicembre 2018

E così se ne va. Un altro giorno vissuto da spettatore nello stesso universo di ieri. Un altro passaggio veloce tra impercettibili eroismi e una moltitudine di dilettantismi senza eccellenze. Vincitori e vinti. Accusatori e offesi. Derubati e ladri, o ladri che lo sono diventati perché truffati prima.

Tra complicati giochi di coppia. Uomini e donne imbrigliati nel rifulgente replicarsi del solito equivoco. Il “teorema dell’io e del mio”. Quelle spietata illusione di vincere e perdere comunque da soli, mentre si vince e si perde sempre insieme.

Un tempo ricorderò di quando ero soltanto una particella d’acqua. Una molecola vaporizzata di tutto il tempo trascorso a litigare, a replicare e gareggiare prima di tornare semplicemente acqua. Senza perdere nulla. Senza guadagnarci nulla.

Potrei parlare di violenza e di vittime. Potrei citare la fragilità dei vincenti e la durezza dei perdenti. So di essere stato entrambi e insieme a entrambi. Da ambo i lati di quel muro chiamato “verità”.

Quella emersa e quella mai scoperta. Con il dolore pulsante del bugiardo a far da eco alla rabbia del tradito. Storie che viste da fuori non si capisce mai cosa. Magari un giorno mi sorprenderò a scoprire che “giusto” e “sbagliato” sono posizioni equidistanti e che nessuno sta mai soltanto da una parte.

Intanto, come diceva il personaggio di Zobrist nel film “Inferno”, siamo alle 11.59. All’alba di inevitabili catastrofi che ci supereranno. Mentre il mondo si chiederà inebetito il perché si è ritenuto che non fosse sensato intervenire. Allora forse guarderemo con tenerezza tutti i nostri rapporti più intimi. Magari coglieremo il vero senso del volersi bene.

Un giorno guarderemo miliardi di particelle d’acqua schizzare contro gli scogli e ci renderemo conto che la loro vera natura è il mare da cui provengono e a cui fanno sempre ritorno. Ce ne staremo lì seduti e avremo ben chiaro solo quello che possiamo osservare.

La grandezza, la direzione e la dinamica delle gocce non è che un attimo in cui ogni molecola dell’onda sperimenta se stessa. Dieci, cento, milioni di volte, fin quante ne servono a ogni particella d’acqua per risolvere l’equazione ridicola dell’io e del mio.

Oggi sono qui. Goccia in volo. Nella fulgente illusione che mi spinge ad amare e ad odiare sulla base di forme e traiettorie di quest’attimo. Sono nato dall’impatto con lo scoglio e sto rimbalzando da sempre. In cerchi concentrici e convulsi. La mia fede è il tempo. La mia destinazione è il mare.

In continuazione

30 novembre 2018

Scrivere in continuazione. Farlo a casa, al ristorante da solo, o quando sei in treno. Quando ti aspetta una lunga fila davanti a un qualsiasi ingresso o sportello. Oppure quando fai la spesa, o quando ti stritolano in un vagone della metro.

Io lo faccio, perché scrivere è un viaggio. E anche se farlo non muta le distanze tra me e ciò verso cui sto viaggiando, so che comunque aggiusta i pensieri e il flusso del tempo. Scrivere cambia il mio punto di vista sul mondo.

Centro diagnostico. Mattina. Giro per la sala e osservo volti. Aspetto il mio turno. Intanto guardo distrattamente dalla vetrina che da sul piazzale. Tutti camminano con passo affrettato.

Tutti tranne qualcuno all’angolo di un giardino interno. Avrà pressappoco la mia età. Se ne sta chino su un tronco d’albero che ha ceduto al vento dei giorni scorsi. Sta studiando il modo per farlo a pezzi.

La sua dotazione consta di: carriola, sega elettrica, qualche giro di fune, una roncola e un litro e mezzo di minerale. Intanto le nubi si addensano. Si alza il vento e tutto comincia a volare. Lui taglia via i rametti e li deposita nella carriola, poi guarda il cielo.

Poco lontano c’è una pozzanghera di dimensioni lacustri, tipicamente romana. Una di quelle di cui non si vede il fondo. Un motorino ci è appena precipitato dentro, ma niente di grave.

Tutto si risolve con le solite imprecazioni dialettali verso il sindaco. “a Raggiiii mortaccitua”. È senza dubbio un “mortaccitua” esclamato ad alta voce. Potrei affermare che a Roma vale 10 “te vojo bene” del vecchio conio.

Come in una scena metafisica del passato, inizia a piovere. Filippo de Pisis, olio su tela. C’è qualcosa di artistico nell’aria.

L’uomo rientra e lascia la carriola. L’altro rialza il mezzo e se ne va. Rimangono solo una pozzanghera, un probabile diluvio e un tipo che sta scrivendo una storia, ma non vede l’ora di fuggire via.

Scrivere. Lo faccio da sempre. In qualsiasi luogo. In continuazione.

#in questa notte

26 novembre 2018

Vorrei liberarmi di tutti questi verbi al condizionale. Vorrei ritornare quel bambino che inseguiva il pallone dietro alla chiesa. Vorrei riuscire ad ascoltare Mozart, Bach, Chopin. Inseguire un preludio e distendermi ascoltando un Notturno.

Vorrei seguire il tuo profilo con gli occhi, scivolare con lo sguardo e restare appoggiato alla linea dei seni.

Vorrei costellazioni di abbracci, cieli da arrotolare come mappe e nuovi cieli da ridisegnare con le mie stesse mani.

Vorrei squarciare con un sorriso il velo scuro che avvolge la felicità. Vorrei una metamorfosi di cui farti innamorare e le tue gambe ben strette intorno ai miei fianchi. Vorrei tracciare la linea di un nuovo equatore e separare gli emisferi opposti. La testa. Il cuore.

Vorrei perdermi negli andirivieni di uno sguardo muto e ritrovarmi fragile in una tua carezza.

In questa notte senza Dio, quando ogni cosa finalmente tace, io mi sento dannato, maledetto e solo. Sospiro per qualche minuto, poi guardo mani che stringono altre mani. E capisco che bisogna essere davvero forti per amare la solitudine.

Vorrei chiudere gli occhi e fare due passi fino al prossimo sogno, magari poi mi viene voglia di parcheggiare e non tornare più indietro.

Andare avanti ancora

17 novembre 2018

Era il 16 novembre.

L’universo sembrava un pezzo di cemento allungato e sgraziatamente edificato verso sud. Le luci delle finestre che filtravano tra gli alberi raccontavano tutte una storia.

Alice aveva appena spento una sigaretta. Aveva annusato l’odore lercio del filtro prima di gettarlo e forse si era resa conto di quale oscura sensazione profumasse la vita.

In un improvviso desiderio di condivisione si era fermata a scattare una foto della palazzina. Due file di finestre illuminate dal bagliore di lampioni gialli.

“È quella finestra in penombra”. Lo aveva scritto in un messaggio indirizzato chissà a chi. Non gli stava certo chiedendo di raggiungerla. Sapeva però che a quell’uomo sarebbe bastato un indizio per capire.

Jep aspettava quel bip di notifica come si aspetta di entrare dal dentista. Si specchiava nel suo cellulare accarezzando con la lingua un punto preciso della bocca. Quello vicino alla guancia destra.

Per chi guarda le cose da fuori può sembrare tutto facile. Tutto scontato. Ma non lo è. Non lo è mai. Lui si era affezionato a quella donna con il taglio di capelli simile al suo. Le piaceva chiacchierare con lei quando erano soli.

Le aveva massaggiato le spalle. Prestato la sua la mano. Le piacevano le sue battute sottovoce, le faccine e la dolcezza degli sguardi quando assaggiava una granita al limone, o una torta di fragole. In quelle espressioni ogni tanto si rileggeva una prepotente voglia di vivere.

Alice inviò un altro messaggio. “Sto tornando dentro” e si ridestò dal torpore. Riprese la stradina in salita che costeggiava lo stabile di fronte al parcheggio dirigendosi verso l’ingresso. Mentre il motore di una macchina si accendeva e tossiva.

Si erano fatte quasi le venti. Alice pensò di non essere mai stata così stanca. Ma non c’era un posto più tranquillo dove stare in quel momento che non fosse la mano di sua madre. Un posto dove non sarebbe più andato nessuno, perché per qualcuno quella notte sarebbe stata l’ultima notte del mondo.

Era il 16 novembre.

Jep decise di lasciare la macchina e prendere la stradina a destra. Quella che sfiorava la fontana. Quella più illuminata. I padiglioni dislocati a caso sembravano una provocazione futurista, ma non ce ne stava uno che somigliasse alla foto.

Una recinzione fatiscente. Una serie di panchine abbandonate. Un palazzo diroccato e spento. Un campo lungo di strane foreste, blocchi tufacei e la crescente ansia di essere solo. E poi tante foglie bagnate.

Un passaggio melmoso e dannatamente umido appoggiato al raggio costante della sua immaginazione. Poi vide un’indicazione nascosta, ma non abbastanza, che recitava “Anthea in fondo a destra”.

Jep fece ancora qualche decina di metri e si appoggiò con gli avambracci a una ringhiera di ferro scassata e arrugginita. Era consapevole della provvisorietà delle cose, della lontana eco di supernove esplodenti in una notte insalubre e tossica.

Guardò ancora quella foto sul cellulare. La confrontò con la realtà. Il profilo era buio e incerto, ma sembrava proprio la finestra del secondo piano.

Era il 16 di Novembre.

Pensieri confusi da ammassi di ricordi. Speranze costrette nella presa sicura di una mano tra le dita. Sguardi liquidi. Incontri di speranze deboli e ripetute.

Scambi di parole incostanti, dubbi e incertezze promiscue in una spirale precipitante di paure crescenti.

E fuori una notte polverosa e umida più che mai.

Alice sbandò con i pensieri, incerta nelle movenze delle parole da dire. Ma fu solo per un attimo. Sorrise. Le raccontò del mare, degli scogli e di tutte le cose belle. Le sussurrò di non avere paura.

Si preoccupò di non usare un tono di voce troppo alto. Troppo diverso dal suo. Una forma di armonioso rispetto per la donna che in quel giorno di giugno le aveva regalato la vita. Un’esistenza arredata con gusto la sua, ma della quale non si era sentita mai del tutto fiera.

Era il 16 di Novembre.

Jep rimase da solo in mezzo alla pineta, proprio di fronte alla finestra in penombra. Il gatto grigio che si era avvicinato sornione non gli faceva più compagnia, forse più attratto da una piccola preda che dalle coccole silenziose di un uomo.

L’ombra scura di una nube aveva velocemente coperto una porzione di cielo stellato e lui si domandò quando e dove si sarebbe riparato se fosse caduta la pioggia.

Si sistemò la giacca di Belstaff nera richiudendo il bavero. Si aggiustò i pantaloni e alla fine di una serie di inutili automatismi si strinse le braccia al petto per sentirsi più coperto. Tremava.

Più avanti un paio di gatti randagi lo osservavano diffidenti e rigidi. Forse si annunciava qualcosa di simile a un temporale, perché il cielo cambiava colore. O forse era solo la luce gialla dei lampioni intorno a rendere ogni prospettiva così aliena.

A un tratto vide un uomo uscire dalla palazzina quasi trascinato da una cagnolina nera. Si affrettarono a scendere le scale. Pochi metri, qualche passo, ma poi rimasero fermi ai margini del piazzale.

Aveva un guinzaglio nella destra e lo sguardo immerso nella luce di un cellulare. Da quella distanza sembrava un fazzoletto bianco. L’uomo si voltò per salutare due donne. Un cenno. Una sola volta.

Era troppo distratto dal telefono per un gesto più teatrale, o per accorgersi di un singolare interesse. Quello della cagnolina per qualcosa, o qualcuno fermo su una panchina solo a pochi metri da loro.

Era il 16 di Novembre.

Un’espressione malinconica si riaccostò sul volto dolcissimo di Alice. Senza lasciarle la mano le aveva baciato la guancia. Le aveva regalato tutta se stessa. Le aveva riempito di tempo gli ultimi giorni della sua vita. Di tutto il tempo che quei giorni erano riusciti a contenere. L’anziana donna aveva chiuso le palpebre.

Un’ora prima una Smart grigia si era allontanata verso il raccordo lungo la via che portava a un letto caldo. Qualcuno era tornato a casa, provato dalla febbre e da una devastante sensazione di inutilità.

I mulinelli di foglie erano stati un buon posto dove nascondersi. Dalla gente. Dalla realtà. Dai giudizi della ragione. Eppure sentiva di non aver fatto abbastanza. Avrebbe voluto dirle almeno un “arrivederci”. Intanto un raggio di luna improvviso stava restituendo al cielo un barlume di identità.

Era il 16 di Novembre e il dolore le schiaffeggiava gli occhi. In bocca un sapore di mandorle amare. Sul volto una gradazione innaturale di sensazioni impossibili da etichettare. Alice si tolse le mani dalla tasca e si strinse nel bavero mentre il freddo smontava di guardia al mattino lasciando il campo a un timido sole.

“Non c’è più”, gli aveva scritto. Ora è da qualche altra parte. Un posto oltre la collina. Un universo assopito dai respiri domenicali. Dai rumori del mare. Dal profumo di ringosperma e gelsomini”.

Era il 17 di Novembre.

Iniziò ad albeggiare. Il sole irradiava le facciate umide dei palazzi, i rami degli alberi e i tetti delle case oltre il raccordo. Jep palpeggiava lo schermo di un cellulare.

“Stamattina ho capito per la prima volta l’amore vero e ho qualcosa da dirti. Avrei voluto regalarti sogni più confortevoli, qualche consolante allucinazione. Ora, a guardarti da qui, con l’anima in ginocchio accanto alla tua, mi viene quasi da vivere.

Ti guardo resistere e cedere a emozioni di cui non si riconosce il senso. A paure di cui non distingui il sapore. Con le mani che cercano e non trovano. Il tempo sfugge tra le dita, ti dipinge la faccia con espressioni a cui non sai dare un nome.

Così mi siedo sul letto e scrivo le ultime frasi di questa maledetta giornata. Piego la testa a destra, poi a sinistra. Leggero, sincopato, deforme e assediato dai mostri dei sogni. Raccolgo le parole come un coltello da terra per fare strage delle paure intorno.

Avrei voglia di fumare con te, ma mi manca da accendere. Avrei voglia di abbracciarti e tenerti al sicuro dal freddo delle emozioni sbagliate, ma sono lontano anni luce.

Ti ho voluto un bene assurdo. E ti ho anche odiata, lo ammetto. Ti ho donato ogni possibile emozione. Praticamente tutte.

Spero porterai la tua vita in acque sicure.

Nell’altro, ma anche in questo universo troverai sempre qualcuno che ti ama e che si prenderà cura di te.”

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È novembre, di qualche anno più in là.

Forse ho ancora qualcosa da dirti e non sono cose che ti ho già scritto.

Ogni tanto ti penso e forse una cosa l’ho imparata. Quando il vento è contrario bisogna ammainare le vele e sfidare lo stesso il mare anche con la tempesta. Inutile insistere. Inutile andare contro la realtà.

Bisogna capire che non serve lasciarsi andare alla paura. Che occorre stringere il timone senza lasciarlo mai. Nemmeno per un istante.

Si possono maledire i cieli quando le nubi arrivano a sbarrarti la strada. Insultare il vento che ti strappa le vele. Si può scegliere di piangere accecati dalla pioggia battente, o pregare che arrivi un qualche Dio a regalarti un raggio di sole.

Ma non si può perdere la ragione. Quello mai. Va stretto forte il timone e vanno gridate al vento la rabbia, l’amore, la gioia, il dolore e la voglia di andare avanti comunque. Di andare avanti ancora.

#in ogni luogo e a tutte le ore

11 novembre 2018

L’alba ha appena fatto capolino e io passeggio con gli occhi stanchi. Ho dormito un’ora e mezza. L’ultimo sonno degno di chiamarsi tale risale a qualche decina di gradi fa, ma non credo che questa insonnia sia solo da attribuire al caldo di questi giorni.

Il litorale di Ostia è spettacolare nella sua disarmante desolazione mattutina.

Stabilimenti deserti, niente ombrelloni silenziosi, niente pile di lettini accatastati, solo cabine serrate e infestate da ricordi d’infanzia. Saltello per evitare un frammento di medusa spiaggiata e per un istante lo confondo col mio cuore, ma è solo un attimo. Un granello di sabbia.

Cammino piano, dondolando i passi.

Perdo un sacco di tempo, perché penso. In alcuni momenti sembra un grandissimo errore pensare al tempo come a qualcosa che scorre. Il tempo è una forma. Il tempo è sabbia e qui di sabbia ce ne è da buttare. Questa spiaggia sembra una enorme clessidra che prende forma sotto ai miei piedi e io l’intruso di turno che se ne sbatte.

Il lungomare di Ostia esiste da sempre. Tante cose sono cambiate dallo sbarco di Enea, eccetto la sabbia. La sabbia no. La sabbia sta con quello che viene. Sta qui, era ieri, è ora e sarà domani.

Dove sono finiti invece tutti i giorni delle certezze? I momenti del fare, del prendere, del diventare? E chi si è preso anche gli altri? Quelli nei quali l’amarezza del “non esserci riuscito” sembrava così devastante e totale?

Cercare qualcosa, o rimpiangerla non fa differenza, non ce l’hai. E stamattina mi sento come se il mio “qualcosa” si fosse perso in mezzo a tutta questa sabbia.

Alla fine ho solo due braccia, due occhi, due orecchie e due gambe. Sono limitato nel cercare e intorno c’è troppo mondo che si muove, persino la vita in questi stabilimenti semi deserti in fondo si muove. La coda alla domenica mattina per un metro quadrato di ombra, si muove.

Credo che una delle forme più alte di coraggio sia domandare alla vita e rimanere in ascolto pronto ad accettare qualsiasi tipo risposta. A prenderla sul serio, intendo.

Che forma ho? Che cosa sto diventando? Ho paura del tempo che passa? Quando me lo chiedo mi accorgo che non bisogna opporre resistenza. Ieri una persona a cui tengo voleva per forza girare a destra e io le intimavo di andare dritto.

Sbagliavo!

Le curve si devono fare, perché se tiri sempre dritto non vedi tutte le prospettive che la vita ha preparato per te.

Tutto quello che è venuto al mondo con me stamattina si trova qui, su questa spiaggia. Tutto questo non può essere altro che un punto del mio percorso.

Quando sono con me stesso nessun momento è da buttare, nemmeno il tempo passato a passeggiare solo, in un apparente deserto, come il personaggio di un film che non ha ancora guardato nessuno.

Le insegne accese mi accompagnano al bancone di un bar e il mio tempo cambia di nuovo forma. Poche parole e mi ritrovo nel pieno di una storia pericolosa e bellissima. C’è un solo cornetto con la nutella e siamo in tre ad ascoltare il suo richiamo. Non ci sono più i pensieri, la spiaggia, le mie paure, il tempo che passa, gli ombrelloni e l’immagine di me.

Quel cornetto è un sorriso da prendere al volo prima che qualcuno lo faccia al posto mio. Allungo la mano, lo porto alla bocca, poi mi affaccio e guardo le case di questo lungomare che non riesco a non trovare brutto. E a un tratto la vita risponde.

“Ogni istante può essere un posto bellissimo. In ogni luogo e a tutte le ore.”

Prova ad accendermi

9 novembre 2018

Jep aveva incontrato quella ragazza a Madrid, durante una visita al Prado.

Lei era intenta ad osservare “Il Giardino delle Delizie” di Bosh, un capolavoro realizzato su ante di legno. Da un lato la creazione del mondo. Dall’altro la visione dell’artista del paradiso e dell’inferno.

Jep considerava l’arte noiosa. “Un quadro è sempre in contraddizione con il mondo che lo circonda” diceva. E poi era difficile immaginare qualcosa di più interessante di un profilo di ragazza immobile di fronte a una qualsiasi tela appesa.

Jep diceva che “le donne belle sono ovunque”, ma che “solo all’interno di un museo una donna bella diventa anche interessante”. Quel giorno Jep osservó la bellezza dell’opera di Bosh riflessa nello sguardo di una persona incantevole.

Alice. Si chiamava Alice. E moltissimi sguardi dopo, quegli occhi sarebbero diventati il baricentro di tutto, ma anche la fonte di innumerevoli incertezze.

Dubbi dal sapore barcollante. Qualcosa di simile a una brutta sbronza notturna. Una serata brava trascorsa a rotolarsi da lungotevere ai giardini di castel sant’angelo. Abbandonato e confuso sotto l’occhio curiosi dei gabbiani gracchianti.

“Dammi da accendere”, gli aveva chiesto Alice. “Oppure prova a accendermi.”

#tiraci fuori di qui

8 novembre 2018

Certe notti i ricordi si perdono come la Nutella, quando ti sfugge via da un cornetto appena addentato.

Certe notti non servono piani di fuga perfetti per evadere. Si scappa e basta.

Certe notti non esistono stelle e la terra torna a essere piatta come una mappa. Un posto dove si può soltanto cadere oltre i bordi per non guardare il mondo. E pensare che basterebbe soltanto un parapetto.

Certe notti i cellulari chiamano da soli. A volte numeri che non ti sogneresti mai di digitare e che comunque non rispondono.

Certe notti, se non chiudessi gli occhi, sarebbe sempre oggi.

Certe notti nemmeno le gemelle di Shining si fermerebbero a bere un gin tonic con me.

Certe notti il bambino dentro si rifiuta di stare seduto sul sedile posteriore. Vorrebbe guidare. E io alla fine, lo lascio fare.

Certe notti se le parole fossero porte, i silenzi sarebbero serrature a doppia mandata.

Prendo un libro di Foster Wallace. “La ragazza dai capelli strani”. Leggo venti pagine e mi accorgo di aver sbagliato tutto. Così torno indietro di 5 pagine. Sospiro. Giro pagina. Sorrido. Poi stupore. Incomprensione.

Mi comporto come se quello che ho in mano fosse un luogo da raggiungere. Rileggo pagine. Traccio rotte.

Certe notti ho gli occhi talmente annuvolati che alla fine ci piove dentro. E ascolto le parole in gola. Quelle che non ho ancora pronunciato. Le sento gridare impaurite:”Ti prego. Ti scongiuro. Adesso tiraci fuori di qui. ”

#undicesimo piccolo indiano

2 novembre 2018

Una porta che sbatte. Un caffè che si fredda. Il tempo preso a calci, lanciato come una monetina nel pozzo. E alla fine tutto rimane fisso davanti agli occhi. Giusto al di là di un parabrezza. A volte appannato dai sospiri. Altre volte accarezzato dalle minuscole facce imbronciate di una pioggia poco convinta e scura.

In fondo somigliamo a quei tergicristalli che si rincorrono senza sosta. Ostinati e presuntuosi. Testardi e permalosi. Inutili come lancette dell’orologio di un campanile che segna da un secolo la stessa ora. Sembra strano, ma non tutte le notti sono fatte per dormire.

Questa non lo è. Questa sembra nata per ricordare i momenti e le persone che non ci sono più. Le cose perdute. I volti e le voci. Questa sembra fatta a posta per ripercorrere i nomi di chi ti è sempre e comunque vicino, fino a chiuderti gli occhi. Con i pensieri appoggiati nella penombra del corridoio di un ospedale.

Potrei tentare di scriverli tutti. Umberto, Anna, Guido, Francesca, Fabrizio, Salviano, Alexei, Sonia, Roberto, Anna, Roberta, Ilde, Fernando, Giacinta, Gesualdo, Bernardina, Annamaria, Alessandro, Lucia, Maurizio, Giorgia, Giuseppe, Maria Dora, Massimo, Stefania, Stefano, Marina, Barbara, Emanuela, Isabella, Carla, Tonino, Elisabetta, Gabriele, Tiziano, Francesca, Giovanni, Ylenia, Eleonora, Michela, Gianluca, Massimiliano, Luca, Alex, Pino, Cristian, Roberta, Riccardo, Enrica, Marco, Nello, Gianmarco, Silvia, Amedeo, Francesco, Alberto, Alexandra, Cinzia, Sara, Deborah, Mirella, Adelina, Ida, Andrea, Giorgia, Luisa, Luca, Davide, Cristina, Andrea, Cristina, Lorenzo, Gioele, Luca, Pierpaolo, Stefania, Marco, Piero, Eugenio, Simon, Valentina, Chiara, Luca, Lucrezia, Daniela, Monica, Max… e poi?

Come faccio a ricordare tutti senza aprire una bottiglia di birra? Si stappa. Si alza il calice. È così che si ricorda. Alzandolo per brindare a qualunque cosa del passato e di questa giornata. A quel pensiero che mi attraversa da parte a parte. Senza bussare. Al meraviglioso disegno di mia figlia. Agli impegni da regalare a mio padre.

C’è ancora da guardare la Roma in champions. C’è il prato da tagliare. Ci sono le multe dell’auto ancora da pagare. E poi l’appuntamento dal commercialista, dal dentista, dall’avvocato. E gli ho promesso di perdere peso. Questa pagina non è altro che l’anticamera di un sogno. È l’undicesimo piccolo indiano. È arsenico, ricordi e vecchi merletti. È polvere sui libri di scuola da soffiare via.

#amartofobia

30 ottobre 2018

Se solo le persone si accorgessero delle stelle che hanno dentro forse reagirebbero ad una vita piena di automatismi rischiando di più per i propri sogni.

Si chiama “amartofobia” ed è la paura di sbagliare.

Stamattina frugo tra i cassetti e mi accorgo di non avere un piano per modificare il mondo. Forse perchè l’unica cosa che sono stato in grado di cambiare è stata la mia vita e non mi sono mai preoccupato del resto.

Questa rivelazione mi solleva da tutte le responsabilità, tranne quella di scoprire le definizioni nascoste tra le più piccole pieghe di questa esistenza, come quei raggi di un sole curioso che ogni tanto mi accarezzano il volto.

Come il bruciore per i tanti minuscoli graffi che la vita mi ha lasciato. Vivere in base al desiderio profondo è l’unica vita che ritengo degna di chiamarsi tale e solo chi non ha mai ceduto alla paura di sbagliare può capirmi.

Chi invece tiene chiuso il coraggio sottovuoto può anche accontentarsi di sopravvivere leggendo l’oroscopo del giorno.

Chi è migliore di chi?

Chi è più forte di chi?

Ed essere migliore vuol dire essere anche più forte?

Migliore lo scrittore del poeta, o il filosofo del giornalista?

Più forte l’uomo imprenditore o il giocatore di poker?

Io non credo che esista il migliore e per quel che vale, non credo che esista nemmeno il più forte.

Esiste il coraggio di agire e il momento giusto per farlo.

Tutto il resto è solo l’immaginazione di qualcosa che sta nel mezzo.

L’aerofagia mentale e l’abusivismo di sogni non sono reato in questa dimensione. Sto qui. Ma dovrei essere altrove nell’emisfero opposto. Sospeso con la mente tra le pagine bianche di una storia ancora tutta da scrivere.

Adoro la montagna, il mare, le mie città, ma sarei pronto a barattare ogni colore del giorno per le mille luci notturne di Las Vegas.

È un mercoledì qualsiasi, l’ultimo di ottobre. Ma fatemi pensare che sia già quel martedì pomeriggio. Fatemi immaginare il Wynn e il sole che cala riflesso sui cristalli dorati delle sue finestre. Fatemi immaginare di rivivere le emozioni delle world series di poker.

Le sconfinate sale del pavillion che si aprono mentre ogni pensiero si trasforma in un nodo alla gola. Uno di quelli che più tenti di sciogliere e più ti si stringe addosso.

Occhiali bianchi, lente scura, camicia griffata e una tazza di caffè nero nella mano destra. Ecco, quello sarà il mio martedì. La mia onda perfetta. Sarò lì, circondato dai più forti del mondo e in testa un solo pensiero. “Lasciatemi passare! Toglietevi di mezzo o vedremo cosa succede quando a una forza impossibile da fermare si oppone un ostacolo impossibile da spostare.”

Reazioni a catena nella testa mi spingono ora nella tana di un bianconiglio a stelle e strisce. Galleggio tra espropriazioni governative di pensieri, tavoli finali apparecchiati e un conto sempre aperto con il mio destino. Sul fondo solo razioni di desiderio in scatolette di alluminio mono porzione e sogni talmente affilati che solo al pensiero ti ferisci le dita.

Si è mosso il desiderio. In questo mio sogno aerei e orari non potevano essere coinvolti. E’ solo una scintilla, quella che annuncia il grande fuoco.

Il suo migliore amico

26 ottobre 2018

Alice si addormentava accarezzata da un raggio di luna. Poco importava che si trattasse di una panchina gelida, un pavimento anonimo, oppure un letto comodo.

“Qualcuno si sta prendendo cura di lei” pensava Jep, distante anni luce. E nei suoi pensieri si affollavano figure senza un volto definito, senza apparente identità.

Jep ne avrebbe voluta scegliere una per credere in lei. Una, per sperare che qualcuno si stesse davvero prendendo cura di Alice, come avrebbe fatto lui in un’altra vita. Ma come diceva il suo amico Titta di Girolamo, è difficile scegliere tra le cose che non ti fanno dormire.

“Esiste nel mondo una specie di setta della quale fanno parte uomini e donne di tutte le estrazioni sociali. Di tutte le età, razze e religioni. È la setta degli insonni. Io ne faccio parte da dieci anni.

Gli uomini non aderenti alla setta a volte dicono a quelli che ne fanno parte: ‘se non riesci a dormire puoi sempre leggere, guardare la tv, studiare o fare qualsiasi altra cosa’.

Questo genere di frasi irrita profondamente i componenti della setta degli insonni. Il motivo è molto semplice. Chi soffre d’insonnia ha un’unica ossessione. Addormentarsi.”

Stanotte l’incertezza sembra più reale del me stesso riflesso in questo specchio. “Io non sono un bastardo” mi ripeteva Jep, “non lo sono mai stato. L’universo intorno ha complottato che mi trasformassi in ciò che fino a ieri credevo di non poter mai diventare.

Per questo la continuo a cercare tra la cenere dei ricordi. Anche se continuo a sostenere che sto bene solo. Anche se ancora m’inganno con il sesso e gioco a fare finta che sia amore.

Un tempo passeggiavo per le strade di Roma. A volte solo. Altre volte con un cane stanco al guinzaglio. Oggi non riconosco più quei palazzi. Le fontane e i monumenti non mi appartengono. Tutti quei luoghi che sembravano il nostro gioco somigliano alla sceneggiatura di un vecchio film finito nel dimenticatoio.

Che fine hanno fatto i vicoli semibui che percorrevo spensierato. Che fine ha fatto Dio? Ogni giorno si prende una parte della mia vita. Un po’ di me scompare. E anche queste figure sono cambiate nella mia testa.”

Una sola cosa avrebbe desiderato Jep. Io lo so. Che ogni tanto, tra le pagine della sua vita, in mezzo a una distesa di persone, o tra i vicoli semideserti della sua città, Alice si fosse finalmente fermata malinconicamente a pensare. Osservando il nulla attraverso una fontana. Immobile. E avesse preso, anche solo per un istante, in considerazione il fatto che lui, Jep Gambardella, era stato il suo migliore amico.

#singole molecole di romanticismo

25 ottobre 2018

Giornata strana. Troppo silenzio per un giovedì mattina. Bevo un caffè e mi sembra di bere dalla tazzina dell’altro ieri. Una volta ho scritto da qualche parte che avrei sempre voglia di fare l’amore. Idee gonfie, dense. E non so quanto cose del mattino o residui di desideri di una notte andata.

Esiste uno spessore di pensieri con cui devo sempre venire a patti. Alcuni poco realizzabili. Altri nemmeno particolarmente intelligenti. Ma ce ne sono anche di veri. E sono sicuramente quelli più difficili da scrivere.

Eppure ci voglio provare. Ora, proprio adesso. Anche se è presto. Anche se sembra banale e riduttivo desiderare qualcosa di così umano a quest’ora del mattino. Che poi scrivere non mi è mai venuto difficile. Forse perchè tengo i concetti in disordine insieme ai desideri. Certo. Ma ci sono sempre tutti. Anche se dovessi farlo a caso qualcosa resta. Intanto penso.

Intanto ricordo e bevo il mio secondo caffè. Il sole mi accarezza la faccia. I gabbiani mi suggeriscono direzioni da prendere. Io restituisco sguardi con gli occhi a fessura e un’invidiabile smorfia sul viso. Volevo iniziare la giornata facendo l’amore, ma non ne sono più così sicuro. Forse volevo chiudere quella di ieri.

In verità non ricordo nemmeno cosa ho fatto stanotte. Ho visto un film. Ho mangiato un piatto di spaghetti aio e oio. Poi una fetta di formaggio. Ma non ho letto nulla. Non ho ascoltato musica. E nemmeno usato il cellulare. Ho camminato, credo. Poi mi hanno chiamato, ma non ho risposto. Non ricordo a chi.

Sono tornato a casa e ho incastrato cose nei cassetti. Ho giocato col puzzle. Poi mi sono sdraiato sul divano in terrazza e ho trascorso qualche minuto cercando di fotografare una luna bugiarda. Quel tipo di luna che a occhio nudo sembra bellissima, ma poi sulle immagini ti appare come un lampione sfocato. Una truffa che spazza via ogni singola molecola di romanticismo.

Le realtà che vediamo forse non hanno molto in comune con le realtà che memorizziamo. Guardi una tipa con gli occhiali scuri. Reggicalze e scarpe tacco quattordici. Si piega a raccogliere un fazzoletto. Ma memorizzi qualcosa di molto più simile a una colazione in Piazza di Spagna con Vivien Leigh. E poi? E poi basta.

Magari questa mattina non è stato altro che un tentativo forte di comunicare. Magari è fallito. Magari me ne farò una ragione. E magari troverò quella singola molecola di romanticismo che cerco, soltanto nella puneggiatura.


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