Mai lo sarà

10 luglio 2019

La luna ha disinnescato per un attimo il caldo di questi giorni. Osservo mio padre. È sulla porta di casa. Mi guarda come si guarda la vita scorrere.

“Sono appena arrivato papà”. Mi sbadigliano i pensieri. Lo fanno sempre quando è il momento di andare a dormire. Mi sorride. Mi stringe forte.

Non è ancora notte, ma le stelle sono già in assetto antisommossa. Non riesco a guardarle in faccia. Non è la stessa cosa per gli abbracci di mio padre. Potrei chiamarli per nome ed assegnare a ognuno un significato.

Gesti spontanei. Lunghi abbastanza per intrecciare sguardi. Storie. Traguardi. Sconfitte. Un oceano di sentimenti profondo e innavigabile. C’è una luna percettibile, ma non è ancora abbastanza notte. Questa notte, come tutte le altre notti, non lo è mai stata. E con te mai lo sarà.

Un giorno

6 luglio 2019

Ho aggiunto all’acqua tonica succo di limone e mezza foglia di basilico. Poi ho aumentato il ritmo del battito del mio cuore e alzato il volume di una canzone dei Negramaro.

Ho preso una vecchia mappa sgualcita, due tacche di cellulare e una confezione di biscotti senza olio di palma. Ho lasciato cadere tutto sul sedile di una Camaro argento vivo.

La solitudine è un passeggero prezioso quando non hai idea del “dove ti porterà la strada”. Ma in fondo che importa. Sempre meglio che rimanere e spassarsela dondolando con un destino traditore e muto.

Il tempo intanto raccoglie i cocci migliori. Li riunisce come i pezzi di un puzzle infinito. Li rincolla con l’oro. Mentre io gioco a superare i miei limiti. Accelerare. Frenare. Eccedere. Eppure so che non ci sono multe in arrivo.

Un giorno di questo incubo farò un’esperienza. Del caldo di questa notte un ricordo. Dell’ansia di questi assestamenti un racconto. E di tutto questo buio farò un alba curiosa che mi indicherà il percorso.

#il pallone bucato

5 luglio 2019

Quand’è che sono diventato quello che sono? Com’è successo. Un giorno? Un’ora? All’improvviso? E l’espressione che porto con tanta disinvoltura, quando si è disegnata? E’ stato un evento preciso? Una scelta? Ed io ho mai capito di averla fatta questa scelta?

C’era una volta un ragazzo che giocava a pallone sotto casa con gli amici. Senza nulla da chiedere al tempo. Niente preoccupazioni, niente retropensieri. È accaduto prima che la vita cominciasse a modellarmi la faccia e il desiderio a istruire le mie strategie.

Allora non c’erano gol da realizzare. Solo una serie infinita di passaggi. E l’unica paura era che qualcuno arrivasse e bucasse il pallone.

Ovunque e sempre

2 luglio 2019

E quindi? Quindi niente. Tu di che non sei deluso anche se dentro lo sei. Prova a cantare a squarciagola sotto la doccia, anche se non conosci le parole. Biascicale. Fai versi. Difendi l’indifendibile. Sostieni l’insostenibile. Cambia punto di vista.

Cambia anche parere, se pensi sia giusto. Fai ciò che devi, perché la storia prenda sempre la giusta direzione. Ma non calpestare per forza gli altri.

Credi all’incredibile. Confida nell’imponderabile. Inventa. Incanta. Fregatene di quello che non sei. Ma ricorda quello che hai amato con tutto il cuore. Sempre. Anche se poi lo hai rinnegato.

Vabbè e quindi? Quindi niente. Ho scelto l’estenuante fatica del “tentare di andare bene e piacere sempre a tutti”. Ma il perché lo ignoro.

Ho scelto di vivere senza una religione, senza sentirmi per questo perso. Ho scelto di avere convinzioni, senza farne di ognuna una bandiera. Ho scelto di parlare senza farlo diventare per forza un “me” contro “te”. Ho scelto di arrabbiarmi quando ci tengo.

Ho scelto di esorcizzare la profonda e ingannevole religiosità dei nostri tempi. La spietata deferenza alle apparenze. Il classismo. Le palestre. L’essere conforme al “social pensiero”. Rigidità. Intolleranza. Schemi e credo assoluti, degni di una nuova santa inquisizione.

“Sindrome di accerchiamento”, l’avrebbe chiamata Jep. Solitudine. Quella tipica del passerotto caduto fuori dal nido. Perduto. Destinato a essere predato, schiacciato o smembrato dalle formiche.

Stamattina sorrido alle mie paure più oscure. Uso il sarcasmo e mi attacco alla mia più devastante logicità. Non temo di morire. Non l’ho mai temuto. E nemmeno di scomparire, o di essere schiacciato e allontanato.

Vorrei solo essere compreso. Sentito nella pancia. Riconosciuto come concorrente legittimamente qualificato di questa maratona in salita. Quella che chiamiamo vita.

Dove non conta certo arrivare, o fare finta di essere primi, ma esserci. Magari aiutando chi non tiene il passo. Ma aspettandoti da lui lo stesso aiuto. Ovunque e sempre.

Eppure sono qui

30 giugno 2019

C’è una notte illuminata che spinge dietro le tende. Gli odori sono quelli di quando non piove da giorni.

Mi siedo. Misuro la stanchezza in sguardi. Calcolo con gli occhi la traiettoria dei pensieri di chi mi sta intorno.

Vedo entusiasmo. Paura. Presunzione. Facce scontrose. Occhiali troppo colorati e scarpe spesso slacciate. Difficile calcolare quale sia la distanza tra una testa e un cuore.

Setaccio nel mio passato più recente qualcosa di sussurrato e mai taciuto, poi porto un bicchiere di birra alle labbra.

I tavoli sono affollati di carte e gettoni. Cerco di dare un nome alle cose che accadono. Fato. Destino. Meriti e colpe.

Ogni tanto qualcuno si alza e lascia la sala. Anche lui senza un nome. Anche lui senza un trepidante nulla da raccontare.

Per tutti c’è un numero sull’orologio. Per tutto esiste un tempo che piega la volontà. Che sbriciola i pensieri. Più è grande il sogno maggiore è l’illusione.

Eppure sono qui. Ho attraversato cattedrali di possibilità erette sui condizionali, per arrivare esattamente in questo punto. Ho combinato azioni e reazioni spesso dominate dal verbo “volere”.

Non mi interessa conoscere tutti i nomi. Ho soltanto fame di tempo. E più di ogni altra cosa cullo lo spietato desiderio di arrivare in fondo.

Andando per logica

23 giugno 2019

Pensieri. A volte fantasiosi, altre volte intuitivi. Poetici. Drammatici. Ne faccio anche di semplicemente logici. Magari nemmeno troppo giusti, eppure organici, credibili e spesso funzionanti.

Ogni pensiero parte da un insieme iniziale di circostanze interne ed esperienze già vissute. Chi sono. Cosa faccio nella vita. Qual’è il mio livello di cultura. Il mio carattere. Quali i miei traumi, i miei desideri, i bisogni.

È da questa base complessa e non del tutto sondabile, che mi trovo a pensare. A desiderare. A scegliere ed agire.

Ogni scelta che faccio è la cosa più logica secondo il mio sistema cognitivo e secondo il mio mondo affettivo. Non esistono stranezze casuali. Si parte comunque da premesse folli e andando per logica si giunge al limite a scelte folli.

Preferisco scrivere perché penso che essere libero significhi poter scrivere quello che penso. Quindi ringrazio la scrittura, il tempo che mi rimane e le testate contro i muri. In fondo credo che il caos di pensieri che ho in testa sia quanto di più vero e profondo esista nella mente di un uomo libero.

Domani è sabato

15 giugno 2019

Stanotte le linee di fuga flettono i pensieri. Manipolano la realtà alle mie spalle. Nascondono il chiacchiericcio.

Charles non si fa sentire da settimane. Sigmund purtroppo non tornerà mai più. Non è da tutti avere la fortuna di essere all’inizio della propria storia. Tutto il resto è un interminabile “mentre”.

Ero andato a dormire, poi ho deciso di fare due passi. Di tagliare da nord a sud i sogni attraverso un passaggio dove tutti incespicano.

Dicono che “essere felice” somigli al “non sentire il bisogno di domandarselo”. Dicono che le cose belle durano troppo poco. Dicono che una mezza spina di birra duri troppo poco. Ma dicono anche che Elvis non sia morto.

Alice sapeva che il caos non è così diverso dalla serenità. Che il vuoto è gonfio di silenzi e che un cielo sereno è la più diffusa delle nuvole.

Ho smesso da anni di aver paura, eppure sento ancora freddo. Domani è sabato. E io sono comunque qui, che non so se spiccare il volo, o tornare a stendermi a letto.

2 giugno

2 giugno 2019

L’ombra di un monumento eterno è poggiata sulle rovine di un antico e potente impero. È una splendida giornata di sole. Un tuono irrompe dal cielo e ferma il brusio dei turisti.

Intanto gli sguardi inciampano. Si spostano verso l’alto e si perdono nel fumo tricolore che taglia in due l’azzurro. C’è ammirazione negli sguardi dei bambini.

Le ragazze raccolgono da un lato i capelli troppo lunghi. È un precipitare di applausi. Il sole intanto è già dietro i tetti Inginocchiato. E non sa se spiccare un salto, o attendere distrattamente che faccia di nuovo buio.

La luna non si fa vedere da settimane, ma non c’è nulla di cui preoccuparsi. I corpi celesti non spariscono, vanno solo a dormire. Si nascondono.

Una su tutte

29 Mag 2019

Stamattina somiglio un fascio di atomi e particelle subatomiche tenute insieme da un eccesso di glicemia. Cerco di comprendere come si possa togliere da un pavimento un quadrotto di moquette che non c’è. Tutta colpa dei libri di Stephen Hawking.

Per un Gianluca fatto di materia adesso so che ne esiste uno di antimateria. A leggere Stephen poi, sembra che gli atomi di antimateria non siano del tutto organizzati. Questo mi pone il dubbio che, per quanto ne so, potrei essere io l’antimateria. Se ci basiamo solo sull’organizzazione, intendo. Perché quando mi alzo al mattino sono alla rinfusa, casuale. Sono antimateria pura.

Se in mezza tazza di latte lasci cadere mezza tazza di caffè, esiste una e una sola probabilità che il mescolamento casuale porti il latte a essere completamente separato dal caffè. Non credo sia mai successo, ma potrebbe succedere.

Quando l’ho letto ho pensato alla comicità della cosa. Se verso il caffè nel latte è perché voglio un cappuccino. Se iniziassi la giornata con due entità liquide separate darei un colpo di cucchiaino. E ovviamente non immagino mica il latte e caffè separati sopra e sotto, ma a bande verticali. Tipo maglia del Crystal Palace. Sono creativo.

Poi mi vengono in mente alcuni passi di Ennio Flaiano. “Il gioco è questo… è cercare nel buio qualcosa che non c’è. E trovarlo.”

Mentre consumo questo foglio elettronico mio padre è lì. Seduto al binario 12 della Stazione Centrale di Milano. 82 anni.

Parla a voce alta con mia madre attraverso un iphone. Ma non riesce a dirle nulla perché dall’altra parte evidentemente mia madre ha molto da parlare. Dice che c’è solo una cosa che non sa. Poi cambia tono di voce e sussurra, “Sto tornando, è tutto a posto. Non piove. Non fa freddissimo. Ti voglio bene.”

“C’è solo una cosa che mio padre non sa” e vengo pervaso dalla curiosità di sapere cosa. Poi mi basta un attimo per capirlo. La fine.

Che senso di debordante sicurezza che dà un padre. Quel “ti voglio bene” detto così. Quasi accarezzato tra i denti, con una bi lunga e dolcissima. Io sono tante le cose che ignoro papà. Antimateria. Neutrini. Glicemia e molto altro ancora. Le altre però le so tutte. E tra tutte una su tutte… Ti voglio bene.

#non capisco

26 Mag 2019

Sapete qual è la mia più grande frustrazione? E’ cercare le risposte che non trovo. Dannarmi nel tentativo compulsivo e illusorio di capire quello che non capisco. E le cose che non comprendo sono molte.

Non capisco perché fa sempre troppo caldo, o troppo freddo. Non capisco perché tutti dicono che per essere felici basta accontentarsi di poco. Ma poi ti guardi intorno e nessuno è davvero felice. Quindi nessuno si accontenta davvero.

Non capisco perché ogni giorno vedo invecchiare quello che mi circonda, ma non il ricordo dei momenti belli trascorsi insieme a chi ho amato.

Non capisco perché se mi osservo allo specchio mi vedo a volte uguale e volte diverso da quello che mi aspetto.

In certi casi poi ho lo sguardo di chi non è mai completamente a suo agio con se stesso. Così mi domando che cosa davvero non funzioni e passo minuti interminabili ad aspettare una risposta che non arriva.

La verità è che non sono il Goffredo del mio romanzo e mi sono stancato di dare sempre la colpa al destino. La vita non è una lotteria, la vita è una battaglia. Quindi sono fottutamente stanco della fortuna, del fato e di tutte quelle frasi fatte che mi racconto la sera solo per ripulirmi la coscienza.

Ogni notte ordino pensieri positivi, ma la mattina arrivano i dubbi a portarmi il conto. E anche oggi ho pagato. Anche oggi ho scritto e riletto lasciando il resto sul tavolo.

Non capisco perché quando comincio a digitare qualche frase sul cellulare dopo un minuto sono un fiume in piena. Ma se invece devo parlare guardando una persona negli occhi, mi blocco e tengo dentro tutto. Mi si stringe il petto. E mi gira la testa come se avessi bevuto.

Il problema è che penso spesso. Penso troppo. Ho gavettoni di pensieri nella testa così pieni che quando cadono allagano tutto. I gavettoni in estate mettono allegria, ma non tutti sono sempre disposti ad accettare di bagnarsi.

Non capisco perché alcuni giorni sono convinto di avere tutto quello di cui ho bisogno e in altri momenti temporeggio fissando il soffitto in cerca di una ragnatela che abbia le sembianze di uno scopo.

A volte cammino per le strade del centro di Roma e aspetto che mi passi. Ma non passa mai. Intanto la notte a forza di contare pecore per prendere sonno ho messo su un’allegra fattoria.

Non capisco se posso dire di avere un cuore puro anche se ogni tanto ho peccato di presunzione. Anche se mi piace il sesso in tutte le sue forme più creative.

Non capisco perché a volte ho paura. Non capisco quanto quel “niente” che mi rispondo scocciato quando mi chiedo che cosa ho, sia in realtà un universo di domande senza risposta. Domande che ormai conosco a memoria.

A volte scrivo perché temo di deludere le aspettative parlando. Che poi me ne frego altamente del giudizio degli altri, ma non di tutti gli altri.

Non capisco se devo temerlo il futuro. Avere timore di tutti quegli affilati domani che aspetto e che quando apro gli occhi al mattino mi accorgo che sono passati da un pezzo. Lasciandomi qualche segno qua e là.

Non capisco perché da bambini non si vedeva l’ora di diventare adulti. Avere una moto. Un’auto sportiva. Una casa. Essere indipendenti. E poi quando si diventa grandi vorresti solo tornare indietro a giocare con i lego e le bambole di pezza.

Forse anche sognare ha un suo prezzo e lo saldi a rate facendo un mutuo con la vita a tassi assurdi. Il tempo in fondo è il peggior usuraio che conosca. Gli dai la felicità in garanzia e in cambio ottieni una bicicletta a pedalata assistita, una lunga salita e mezza minerale liscia per dissetarti durante li viaggio.

Qualche volta penso di non aver fatto un grande affare a nascere. Così metto il broncio e smetto di pedalare per un secondo. Giusto il tempo di guardare negli occhi le persone che amo e pensare “No cazzo. Non mollo. Non ora. Non io.”

Poi una mattina ti svegli finalmente sorridente e tutti quei “perchè?” con cui ti sei addormentato si sono trasformati in un “Hai visto? finalmente c’è un bel sole stamattina!”

La vita va così e basta. E se passi troppo tempo a cercare di capirla smetti anche di amarla. Smetti anche di amarti. E se non sei in grado di amare te stesso come puoi illuderti di riuscire ad amare qualcun’altro?

Straparlo?

Se così fosse mi prendo senza problemi tutto il torto possibile e torno a migliorare il futuro invece che perdere tempo a correggere il passato. Alla fine è solo una questione di “accenti” messi nel posto sbagliato. L’otterrai. Lotterai. Lo terrai. Parole simili, significato diverso.

Oggi ho la curiosità dilaniante di chi vorrebbe guardarsi da un altro universo mentre si sveglia, perché non sa bene come andrà finire. Ma anche l’ottimismo di chi ha sempre un’alba da raccontare e un foglio bianco da riempire. In fondo puoi chiamarla vita solo se sai come si scrive.

Ieri sera ho bevuto Martini bianco con ghiaccio prima di addormentarmi. Ho anche cercato invano di guardare le stelle. Poi l’ho fatto di nuovo stamattina, aprendo gli occhi e zuccherando il caffe. Guardare il cielo, intendo.

Ci son cose che non finiranno mai. Come il verbo amare. Per me amare era dare tutto, anche troppo se necessario. Il poco non mi è mai appartenuto. Il poco lo lascio volentieri agli altri.

Il punto

14 Mag 2019

Sorseggio una birra fredda e gioco a separare coi denti un’oliva dal nocciolo.

Guardo le auto parcheggiate e mi chiedo quando è che sono diventato così schizzinoso.

Oggi c’è qualcosa nell’aria di soffice e irrespirabile. Forse è colpa di questo maggio indeciso che si cela sotto i cuscini. Che ansima forte. Che sussurra. Che si inginocchia.

Stanotte accumulo piccole distanze sotto a un cielo scontroso e coperto di nubi. Misuro la noia in pagine bianche ancora tutte da scrivere.

A volte la ragione è di chi grida.

Di chi dimentica.

Di chi nel frigo ho poca birra.

Di chi in cantina non ha vino.

Il punto della situazione alla fine è solo un ente geometrico infinitamente piccolo. E alla fine ogni notte è così.

Il correttore suggerisce “daje”

24 aprile 2019

Scrivo due righe. Giusto per dedicare un pensiero all’ultimo dei 21 film di una saga che mi ha fatto enorme compagnia in questi ultimi 10 anni.

“Avengers Endgame” è una montagna scalata tra un andirivieni di debordanti emozioni e contrastanti sentimenti. Occhi puntati per oltre oltre tre ore sullo schermo malgrado la proiezione fosse organizzata subito dopo la mezzanotte.

Una pellicola mitica, sorprendente, comica e destinata a milioni di appassionati. Si parte alla grande sulla falsa riga del film precedente. Lo schiocco di dita del titano Thanos che aveva ucciso il 50 per cento degli esseri viventi dell’universo in modo casuale. Morivano così molti dei protagonisti e dei loro familiari e amici, lasciando senza parole gli spettatori.

Si ricomincia scoprendo altri lutti, altre famiglie dilaniate. Poi il film prende una direzione e da lì inizia un dejavu (il correttore suggerisce daje) di ricordi, di memorie del passato, di specchi, di misteri svelati, inaspettati ritorni e attimi rivissuti.

Alan Silvestri si inventa una colonna sonora spietata. Spiazzante, intima ed epica. Fatta apposta per chi come me è partito dal primo film ed è invecchiato un po’ con questi supereroi. Non vedo l’ora di portare al cinema i miei nipoti.

Non c’è nessuna scena raccontata dopo i titoli di coda. Questo è l’unico spoiler che mi sono permesso e che leggerete qui. Sono uscito da UCI – Parco de’ Medici, sapendo che nulla sarà più come prima. E non sto parlando solo del film. “In fondo una parte della storia è proprio la fine.”

Inconsapevolmente

9 aprile 2019

Alle volte cedo al fascino dei titoli di coda. Quando i nodi si sciolgono e i fatti si compiono. Quando le strade si esauriscono e la vita scorre via discreta.

Il futuro è già una zona abbastanza a rischio per starsi a creare ulteriori problemi. Non servono frasi fatte che si sbrodolano, o azioni tanto epiche quanto inutili.

Alice si era soffermata tante volte a pensarci. A rinegoziare col tempo la neve che le cadeva sul viso. Non esiste niente di più affascinante di una donna con un’idea romantica della vita.

Conosco un’esistenza riservata a una certa categoria di persone. Eroi che ogni giorno si alzano, lavorano. E col pragmatismo ripagano tutti i più profondi desideri. Sopperiscono alle necessità e non hanno voglia di correre dietro alle cose banali.

Proprio questo modo di vivere “concreto”, disincantato e spiccio della vita, è quanto di più romantico e vero esista. L’unica aggravante è di poterlo realizzare purtroppo, o per fortuna, soltanto “inconsapevolmente”.

Dietro Castel S. Angelo

31 marzo 2019

E quindi? Quindi niente. Mi chiedo solo dove siano finiti tutti i sorrisi. Dove si è andata a nascondere la mia ironia.

Ogni tanto la vedo fare capolino. Sporgere da una qualche tasca. Temporaneamente perduta come gli accendini di plastica colorati.

Stasera ho intenzione di rubare la luna. A fin di bene, intendo. Ma non ditelo a nessuno. Ai lunatici soprattutto. Ai passanti solitari e a tutti quello che ci vedono riflesso un sentimento.

Ruberò la luna e me ne starò li a sentirvi giudicare in tutte le direzioni. Lui è uno sbadato. Lui è disattento. Lui è solo un multiplo di se stesso. Un incauto idiota. Un bugiardo.

Per questo continuerò a rubare. Per ritrovarmi perso nei vostri giudizi. Ancora e ancora. Ruberò l’orecchio a chi non vuole sentire. L’occhio al padrone. La logica alle scelte giuste. Il tempo a chi non ne riconosce il valore.

Ruberò la valigetta dei colori. Delle albe e dei tramonti. Dei “ti amo” frettolosi e di tutti quegli accidenti mandati, ricevuti e mai contabilizzati.

È stata una notte alcolica, quasi tossica. Senza luna il Tevere rifletteva una luce strana, tremolante, irreale. Una luce perfetta per costringerti in un angolo, sotto a un lampione. Quello in fondo alla solita strada che porta dietro Castel S.Angelo.

Quella che deve ancora arrivare

27 marzo 2019

Alice? Alice era una di quelle donne che quando ti guardava negli occhi era capace di farti scontare i tuoi peccati, fino alla decima generazione.

Lei poteva edificare un pensiero iniziando dal tetto, perché tanto era inutile sognare partendo delle fondamenta. Verbi come programmare, progettare, prevedere, osservare, provare, correggere.

Non che non ci fosse spazio anche per altri verbi. Era solo che serviva fare un’attenzione chirurgica per non appoggiarsi sempre e unicamente alla speranza di fare le cose giuste.

Alice diceva che la letteratura non era fatta per vendere, ma per appagare i sensi. Diceva che per guadagnare bastava scrivere come Fabio Volo. Poi un giorno improvvisamente lei smise di leggermi.

Alice spesso accarezzava un gatto e sorrideva. La pelle delle mani era chiara e il felino appagato socchiudeva gli occhi. Era felice. Ricordava storie della Sicilia e di Monmatre a Parigi.

Intanto i pensieri le scorrevano via, come scorre il traffico lungo il raccordo anulare. In fondo succedeva sempre e succede anche stasera. Come tutte le sere. Come una vita fa, o una vita che nessuno immagina e che deve ancora arrivare.


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