Ancora 

Chissà se riesco a immaginare quante volte mi sono fermato a riflettere sul reale valore di un sentimento. Quante sfumature di amore esistono. Quanti sono i colori. Quante le infinite tonalità. Non lo so. Innumerevoli. Ho riflettuto e tutte le volte ho scritto. Calpestando spesso lo schermo di uno smartphone con i polpastrelli. Poco importa che mi trovassi da solo nella hall di un hotel, in un letto prima di prendere sonno, o abbracciato a te tra decine di improbabili passeggeri in un vagone di un treno buono solo per la rottamazione.

Di solito si scrive per un compulsivo bisogno di trasformare la propria emotività in qualcosa di reale, di tangibile. Qualcosa che possa far rimbalzare di cuore in cuore quelle stesse emozioni che ti hanno portato a riempire centinaia di brevi annotazioni. Emozioni in bianco e nero che io e te abbiamo impropriamente imparato a chiamare “buongiorno”.

La verità è che adoro sentire il peso dei suoi occhi sulle mie parole. Perché io lo sento, lo avverto sempre. C’è una qualche corrispondenza, un filo. Magari è molto sottile, ma non conta che sia davvero visibile. Importa che sia percepibile. E ti giuro che accade, accade davvero. Ogni volta che scrivo si realizza la più bella delle magie. Quella che mi connette a te. Poco importa che ogni tanto sia la forma ad avere la meglio sulla sostanza. Poco importa che in alcuni momenti io mi scriva addosso rotolandomi tra le parole come farebbe un cane sul tappeto di casa. 

Posso giustificare il mio stile imperfetto con la solita storia delle difficoltà che deve affrontare uno scrittore nel rivelarsi davvero e interamente. O magari giocare “all’uomo di cultura” e indottrinare te e me sull’obbligatorietà di dare una forma coerente a certi pensieri. Simulare parole diversamente semplici da raccontare. Ma non sono capace di essere altro se non quello che sono. Quello che vedi. Quello che aspetta il tuo giudizio sulla carbonara perfetta per strapparti un applauso e un sorriso infantile. 

Quello che nasconde il suo amore dietro un broncio con la speranza di rubare un abbraccio. Quello col senso di giustizia ad altezza uomo. Quello che non si inginocchia per pregare, ma lo fa ai piedi di un divano per accarezzarti la nuca seguendo il profilo del tuo viso. Quello che gioca con l’ironia di una donna vera barattando ogni battuta con una espressione felice. Quello delle poche contraddizioni, delle scelte che per lui sembrano “sempre facili”. Quello delle costanti difficoltà a sopportare la tua immutabile realtà così distante dalla sua. Quello che non ammette altri sguardi, se non quelli capaci di osservare la parte allegra di te prendersi gioco di quella triste. 

Possediamo sicuramente la stessa ironia, ma necessità diverse. Io ho un innaturale bisogno di amare. Tu di essere amata. Forse arriverà il giorno in cui questa barca di carta si accingerà ad affrontare un oceano. Ancora non lo so. Ma di certo sarà divertente vederla traccheggiare tra le onde, resistere alle intemperie e sfidare il vento puntando ogni volta su porti sicuri. Partire senza pudore e senza paura. Scrivere, vivere. In fondo sono solo sinonimi. 

Ieri pomeriggio prometteva pioggia. Nicoletta sorrideva. Tifosi del Lione si affollavano in via Garibaldi e io li affrontavo con la discrezione di una goccia d’acqua che scivola veloce sul finestrino. C’è sempre un viaggio all’interno del viaggio. Quello che non ha biglietto, ma che si fa narrazione disincantata, lucida e necessaria. Quello che ti fa sempre venire voglia di dire qualcosa, anche quando non c’è nulla da dire. Ed è una esperienza trovarmi spesso nella condizione di evadere da quel rumoroso silenzio che mi impongo così di frequente.

Eppure succede che stamattina io non mi opponga a immagini e scenari rassicuranti. Linee geometriche, colori pastello e assenza di peso. Qualcosa che rassomiglia a una serenità ancora precaria, tutta da conquistare e comunque presente, respirabile. 
Stamattina ho bisogno di sentirmi arrivare addosso una possibilità. Nulla di monumentale, niente che giganteggi oltre la collina delle mie giornate. Piuttosto un sottofondo lieve, un assolo di chitarra e pianoforte. Qualcosa che abbia origine da terre lontane, da luoghi ancora tutti da immaginare. Magari insieme. 

Non è questo un “elogio alla fuga consapevole”, non di certo. Piuttosto abbiamo a che fare con un progetto abusivo di felicità condonabile. Shakespeare tradurrebbe il mio pensiero nelle parole di un Marcantonio dei giorni nostri – “Romani e concittadini, questa è una vecchia vita che non sono venuto a lodare, ma a seppellire.”

Sorrido a me stesso. Sarei un pessimo attore e un bugiardo anche peggiore se recitassi. Guardo scivolare una goccia di pioggia sul vetro di un frecciarossa e gioco con la fisica quantistica delle piccole cose. Sorseggio un succo di frutta. Chiudo ogni tanto gli occhi. Ed è già ora di partire ancora.

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