Io non so come si scrive una carezza

Lui è seduto al tavolo accanto. Gioca a centrare con il sale un’insalata mista. Il pranzo dovrebbe essere un momento di comunità, ma lo stiamo vivendo ognuno con i suoi pensieri. Io sono appena sceso a compromessi con un’aspirina. 

Colpa della febbre di questi giorni che continuo a portarmi addosso. Manco fosse una vecchia amica. È novembre e la salute va in pezzi. Ma forse era già tutto in pezzi da prima. Il territorio. Il clima. Le culture dei popoli. Le religioni. 

Basta accendere la televisione e ogni notizia arriva come una martellata sulla cristalleria.
Lui si porta prima il tovagliolo alla bocca. Poi indossa un secondo gli occhiali e punta lo sguardo sul mio romanzo. “Mi scusi. Posso vedere?”

L’avevo appoggiato distrattamente sul tavolo. Faccio tutto distrattamente quando sono solo. Mi siedo distrattamente. Ordino distrattamente. A tavola soli non esistono regole o convenzioni particolari. 

Le regole sono importanti solo in amore, ma è difficile capirne l’importanza. Attribuirne i significati. Quasi sempre è tutto improntato ai divieti. Per mettere al sicuro una relazione bisogna elevare argini alla propria condotta. Preservarne l’integrità. 

Si tratta sostanzialmente di un serie infinita di no. Un libro non scritto fatto di “quel che non si deve fare”. Dove non si parla affatto di “quel che sarebbe bello essere insieme”. 

Con questa azione del tovagliolo lui ha attirato la mia attenzione.

Violo le logiche del territorio e gli allungo il mio libro. “Ma certo! Prego.”

Si studia prima la copertina con attenzione. In silenzio. Poi la seconda di copertina. Ma non lo apre.

“Lo ha scritto lei vero?” 

Sorrido. “Si, ma perché trova la cosa così ovvia?”

“Perché sta mangiando da solo. Perché non c’è alcun segnalibro. Perché in qualche modo questo romanzo le somiglia. Mi fa compagnia signor Marcucci? Io ho preso soltanto un’insalata. Sto aspettando gli straccetti.”

“Con molto piacere signor?”

“Giulio. Giulio Rapetti. Ma è più facile che lei mi conosca come Mogol.”

Io non so come si scrive una carezza. Non come l’uomo che ora è seduto a tavola con me.

Da piccolo credevo alle ricostruzioni. Quando il castello di lego rovinava in terra io pensavo che sarebbe stato semplice farne uno più bello. Con gli stessi pezzi. Per guardare dall’alto di una torre immaginaria le cose da basso. 

Poi il tempo mi ha portato via gli anni e ho cominciato a innamorarmi ascoltando Lucio Battisti. 

Li avete mai visti i folli che si lanciano in un’emozione ancora convalescenti? Sono carne da macello. Sono anime che cadono in terra prive di vita. Come i mattoncini del Lego con cui giocavo da piccolo.

Forse per parlare d’amore bisogna essere completamente folli. E adesso, sono a pranzo con la follia in persona. Mentre tiene il mio libro in una mano, nell’altra stringe il riflesso dei miei occhi. Quello sguardo che in tutti questi anni gli ho lasciato dentro. 

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