Sottosopra

Ti scrivo spesso, ma non mi sono mai fermato a contare le volte. Lo faccio di continuo, in maniera quasi vigliacca. Getto le parole e poi nascondo la mano. Amo supplicarmi di farlo. Sono un codardo. Accatasto pensieri, appallottolo idee, scarto, rimugino, riformulo. Esagero. Abbandono. Riprendo. Mi viene da ridere. 

Ho la mia comoda linea di galleggiamento, ma amo affondare in un senso di inadeguatezza rivelandoti ciò che sento. La stessa sensazione che si prova annaffiando le piante, anche se sta piovendo. Così, perché fa molto uomo disciplinato. 

Eppure c’è tanto del me stesso che apprezzo in quello che scrivo. C’è una passione grandissima per le parole. Un rabbioso affetto. Una forza arcana. Quel desiderio di essere letto e compreso da una persona che fa detonare i sentimenti nel cuore. 

Anche oggi il tempo si posa sulle nostre vite come la polvere e io la osservo con la pazienza di un Indiano. Seduto ai bordi del canyon. Immobile. In bilico su uno sperone di roccia. 

Intanto ho imparato a declinare il verbo amare al passato. 

Mi piaceva di te che definivi i confini delle mie percezioni, che conoscevi la risposta alle domande che non sapevo fare. Esistono tutt’ora momenti, del tutto cardiaci, in cui mi sento davvero scorrere dentro. Potrebbe essere vita, potresti essere tu. Sorrido. Alzo il volume dei miei pensieri e abbasso le pretese. Anche il cuore ha una sua periferia dove amare è possibile e costa anche meno. Una strada da percorrere nonostante tutti i dubbi del mondo. 

Un po’ di vapore si attacca allo specchio mentre resto ad ascoltare il rumore che fanno le possibilità quando scivolano sul vetro.

Stridono. Quel suono mette i brividi.

Eppure riesco a vederti anche da qui. 

Alzi il sopracciglio. Improvvisi un broncio. Cerchi l’universo dentro la borsa. Poi ti mordi il labbro inferiore. Ti sdrai sul letto. Guardi il soffitto. 

Vorrei che risolvessi i tuoi problemi solo sbattendo le ciglia. Vorrei trovarti a pagina 46 della settimana enigmistica, tra le soluzioni. 

Sai, è un anno difficile. Avremmo dovuto condividere più tempo insieme. Avremmo dovuto ricominciare a leggere, a scrivere, a passeggiare, a sperare, a viaggiare, a progettare e lottare insieme. Avremmo dovuto. 

Ma tu da tempo non sorridi e il tempo è cosa inutile senza i tuoi sorrisi.

Ogni sentimento che si rispetti comporta il rischio di un’insoddisfazione paralizzante. È un diritto di tutti correre questo rischio. Una volta mi hai prospettato l’ipotesi del tasto “Rewind”. Dimenticarti.

Non lo so. Non credo ne sarei capace. Ma se un giorno trovassi il coraggio di fare quel passo indietro, sarebbe solo per poter prendere una rincorsa più lunga. E saltare di nuovo nel tuo universo. Sottosopra. Senza nemmeno provare la paura di guardare giù.

  

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