Serenata

Come quando fuori ancora non piove, eppure in lontananza senti i tuoni. Come quando inizi a pronunciare il suo nome e le tue labbra non si toccano più fino a quando non hai terminato. Come quando guardi il cellulare al mattino e non ti rendi conto se stai ancora dormendo.

Una volta nelle conchiglie sentivo il rumore del mare, poi alzavo gli occhi al cielo e guardavo le stelle. Oggi finalmente gli occhi non sono più prigionieri dello schermo di un iPhone, ma di quel cielo non resta che guardarne il riflesso. Nessuno riesce nemmeno a immaginarlo quale universo avevamo intorno. Alcuni non saprebbero nemmeno indicare il nord. 

Ogni mattina apro gli occhi e inizio a cercarti. Poi mi ricordo che è già passata un’eternità e lascio perdere. Passo a chiedermi il perché succeda, ma non so  darmi una risposta attendibile. Non importa. Non sono mai partito con l’ambizione di trovare una risposta giusta a tutto. Però alla fine ti penso. E ti trovo sempre in fondo a qualche ricordo.

Questa notte eri accanto al divano. Ascoltavi musica classica. Forse Vivaldi. Preparavi una sigaretta seduta in terra e una palla di pelo ti sonnecchiava vicino. Poi mi hai invitato con gli occhi a seguirti in balcone e siamo stati per un istante indefinibile a parlare di dolci, di viaggi e forme di chalet. Avevi una maglia lunga. Un cachemire color crema, col collo largo. Lasciava intravedere la scollatura del seno e il collo stesso. Non ricordavo lo avessi così lungo. Modigliani purissimo. 

Della tua pelle ho sempre amato la sensazione al tatto. Quel tuo essere così sensibile sfiorandoti con due dita. Quel tanto che bastava ad accendere i desideri. Mi piaceva la tua ironia e il modo con cui l’accompagnavi con gli sguardi e i “controsguardi”. Credo fosse la parte più bella di te. Magari ti stavo solo sopravvalutando. Probabilmente mi piace pensare che fosse così.

Mi piace ancora passeggiare e immaginare di incontrarti la sera tardi in uno dei vicoli di Roma. Uno a caso. In Trastevere. O in via dei Coronari. Mi piace sempre guardare il cielo di notte. E adoro pensare che sia solo un velo nero che nasconde un nuovo universo. Ti troverei. Ti vedrei alzare il sopracciglio e respirerei l’ironia delle cose che devono ancora accadere. Quel retrogusto che lascia una sensazione illusoria di poter avere, sempre e comunque, la possibilità di realizzare tutto. Non c’è mai luce alla fine di un sogno. 

È uscita una timida luna. Hai finito un’altra sigaretta. Sottovoce hai sussurrato: “lo sai che non bevo il caffè, al limite gradirei una spremuta, ma senza la posa dell’arancio. Hai anche dei tarallucci al finocchio?”. E senza guardarmi hai sorriso. Poi ho aperto gli occhi e da quel momento non ricordo più nulla. 

Quando la luce della luna si è concessa lo ha fatto attraverso le nubi. Mi toccava, mi abbracciava, mi baciava, si ritraeva, non guardava, teneva le gambe a squadra, piegava la testa a sinistra, si perdeva per un attimo, ma era soltanto un attimo. C’era una volta un uomo innamorato che inseguiva pensieri positivi, come farebbe un predatore affamato che rincorre un cuore sfuggevole e pulsante. Non so cosa stai pensando di me. Se stai leggendo ora. Se mai leggerai. Cambia ben poco.

C’è noia? Malinconia? Rabbia? Indifferenza? Non lo so, forse. E “forse”, non è mai un bel posto dove stare. “Speranza”, sarebbe una bel sostantivo. Anche se sperare è una vigliaccheria dell’anima. E se non ne hai di verbi migliori è sempre meglio non darla a nessuno. Ieri guidando verso casa ho pensato a quell’ultimo film visto insieme. Al mio prossimo libro. Alla vita che comunque va. Agli universi paralleli che improvvisamente si sfiorano. Senza toccarsi mai davvero. 

Forse volevo solo proteggere te dalla vita e me dai sogni che facevo. Ma quando poi provo a scriverlo sembra il testo di una serenata cantata a braccio in un ristorante affollato. Dove tu non ci sei e rimane solo una platea affamata e disinteressata ad ascoltare.

  

 

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