Questa volta davvero

L’ho scritto. Lo pensavo. Ogni relazione nasce senza un apparente motivo e vive dinamiche uniche e irripetibili, non omologabili e soprattutto non investigabili.
Le conseguenze dell’amore però non sono mai cosi’ lineari. Ma conscio e inconscio, passione, rabbia, frustrazione, dubbio, tolleranza, sintonia, trasgressione, sensibilità, condivisione, inganno e sacrificio si intersecano con modalità esponenziali, creando una ragnatela di sentimenti dalla quale spesso è troppo complesso uscire fuori.

Non che oggi abbia cambiato idea. Questo no. Ho solo raccolto qualche pensiero in più. Riflessioni come bossoli ingenuamente abbandonati su una spiaggia. Un puzzle di fotografie. Sembra quasi la scena di un film poco riuscito di Brian de Palma. Ultimamente mi piace fare la prova del “quindi”. Guardo alcuni istanti di vita. Fatti accaduti. Immagini. Poi aggiungo “e quindi?” E se dopo il punto interrogativo ne consegue una qualche produzione di pensiero intelligentemente articolato. Allora, e solo allora, vuol dire che sto osservando qualcosa che merita un approfondimento e tutta la mia attenzione. Diversamente, se la risposta spazia nella vastità immensa del “cazzo che me ne frega”, è ragionevole supporre che io possa solo buttare via il mio tempo. Ebbene si. Uso la “parolaccia”. In fondo è storicamente rilevante, comprensibile e dominante nel parlato.

Chi mi conosce sa quanta importanza io dia al tempo e alla parolaccia pronunciata nel contesto giusto. Così, d’ora in poi, se qualcosa mi da molto fastidio la cancello. Se qualcuno mi crea problemi, lo allontano. E se una persona trova il modo di ferire anche a distanza, mi allontano ancora di più. Mi allontano al punto da non sembrare nemmeno un “punto”. Avete presente? Quell’unità geometrica infinitamente piccola. Il più forte per distacco tra i segni di punteggiatura. E “infinitamente” non è mai un avverbio alla sinfasó. Mi rendo conto di come la cosa presenti “malinterpretabil” sfumature e un certo grado di severità intellettuale, ma ritengo che una sana disciplina comportamentale sia necessaria in un contesto dove la comunicazione e i sentimenti non funzionano più. In un quadro dove le persone vengono gestite, e non ascoltate. Dove i segreti diventano l’anticamera della più inutile delle bugie. Una Caporetto del “non c’è davvero più nulla da dire”. Da guardare. Da immaginare.

Il fatto che io oggi mi senta decisamente lontano dal mio recente passato, che ho amato senza compromessi e al quale ho dedicato molto di più che semplicemente il mio tempo, è una conseguenza delle cattive scelte che non ho mai avuto il coraggio di sconfessare. Perseverare a volte sembra l’opzione migliore. Ma ho imparato a mie spese che non esistono spigoli che valga la pena prendere a calci, solo per non cambiare direzione. Basterebbe tenersi lontano. Aggirare. Soprattutto in questi casi il tempo vale la pena tenerselo ben stretto. Perché il tempo perso non ritorna più.

Così stamattina mi ritrovo a eliminare alcune persone dalla mia vita. O meglio, a eliminare me stesso dalla loro. Cancellare numeri di telefono. “Social-profili”. Storie. Fotografie. Video. Emozioni. Eccessi. Piccole e grandi prese in giro. Momenti discutibili, ma istanti anche belli. Esperienze di vita vissute al massimo della sensibilità possibile. Parole. Pensieri. Progetti. Promesse, sacrifici e migliaia di ricordi. Perché lo dico così? Perché non mi viene altra maniera migliore per dirlo. Lo sussurro semplicemente. Attraverso un improbabile blog, mediamente seguito. In mezzo a tanti contatti conosciuti e non, che almeno nel loro immaginario, in qualche modo, so che mi stimano un po’.

Ciò che ogni tanto mi viene voglia di scrivere è così semplice. Non è altro che il riassunto delle cose che provo, nel momento esatto in cui le provo. Ed esiste una profonda differenza tra chi scrive per lavoro, chi scrive con capacità reali e chi, come me, lo fa solo per riempire uno spazio vuoto.
C’è una verità effettiva, una presunta e poi ci sono io e la somma squisitamente aritmetica di ogni mia scelta. Tante storie, a volte inutili, solo da raccontare. Quelle che io chiamo “vita”.

L’ultima decisione, giusta o sbagliata che sia, è sempre quella che può restituire la serenità, ma non il tempo perduto. Quindi forse avrò indietro solo il mio desiderio di frequentare persone diverse. La riconoscenza. L’autenticità di certi rapporti. Quell’appagante timore di sbagliare che precede il coraggio di fare. E quell’ambizione sopita in ogni progetto accantonato, o abbandonato. Perché ultimamente non c’era mai stato abbastanza spazio per seguire altro che un sogno. La mente è una dinamo in grado di moltiplicare la concentrazione e di assicurare una “presenza produttiva” migliore. Ma solo quando anche tutto il resto funziona a dovere. Stomaco. Fegato. Reni. Cuore. Non si può unire l’inutile al dilettevole.

E quindi? Quindi niente. La vita è un parco avventura. Un elenco infinito, disordinato e casuale di pensieri, storie, soddisfazioni, esperienze, dolori. Luoghi e persone da frequentare, e poi dimenticare. Ma il sole filtra sempre da qualche parte. E se alla fine di ogni storia saremo ancora capaci di amare, allora vuol dire che avremo vinto noi. Su tutto. Questa volta davvero. E questo vale per tutti. Anche per te.

  

 

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