Improvvisare esistenze

Roma è un’altra cosa. A Roma ogni finestra ha il suo gatto. E le illusioni si vedono meglio. Qui a Las Vegas invece il mondo è un deserto disonesto e pulito. Ed è tutto così extraterrestre. 

Forse dovrei iniziare a temere il mio modo di scrivere. Ad averne paura, ma no, niente di così pericoloso. La scrittura è una pistola giocattolo che spara tappi di sughero. Solo che certe parole non hanno ancora il tappo inserito. E quando la vita se ne accorge ti spara per prima. Così non hai nemmeno il tempo di dirle “No dai, stavo scherzando. Non volevo, non si arrabbi, la prego, non mi porti dal preside!” 

Scrivo così come viene e non so quando viene. Sto facendo di tutto per darle piacere, ma ho idea che la mia sia una mente un po’ caotica. O forse ho soltanto il cuore in divieto di sosta. 

Alcuni operai intanto lavorano nel cantiere sul grattacielo di fronte. Sembrano in attesa di un Mosè che li traghetti oltre un Mar Rosso da divaricare e poi da richiudere sulle loro giornate. Quando stasera torneranno a casa. Chissà dove. Chissà come. Racconteranno storie. Mangeranno cose. 

Guarderanno il sedere alla moglie, oppure la baceranno. Giocheranno con qualche ragazzino provato dal caldo, o resteranno soli con una birra ghiacciata in mano. Sbattuti su un divano dalla tempesta di pensieri. Troppo lontani dalle cose che avrebbero voluto e che non hanno mai avuto. Capaci solo di fissare un soffitto e di contare le vene della solita crepa nel muro. Non so. Li vedo così.

Intanto continuano a scivolarmi le cose di mano. Gli edamame. Le bottiglie. I pensieri. Le altre mani. È che non ho più i riflessi di una volta. È che dovrei vorrei restare giovane. È che non ho confidenza con le cose dense, ma solo con quelle melmose. 

Mi manca una figurina. Una sola. E ho finito la pagina dell’album della malinconia. Poi manderò una mail di quelle arrabbiate alla Panini per chiedere il perché dentro “certe bustine” non mettono qualcosa che rassomigli a una gioia. 

Chissà di quale scrittore potrei essere il personaggio oggi. Del Manzoni? Di Dante? Di Bukowski ? Chissà se so di cosa parlo quando scrivo d’amore? Che poi mi aspetto sempre succeda qualcosa quando scrivo per provare certe emozioni. E alla fine, magicamente, non succede mai niente.

Oggi mi merito una nota. Ma professoressa le giuro. Io non c’entravo nulla. Mio padre mi accompagnerà dal preside come di consueto e risolverà tutto mentre io me ne starò con le braccia conserte a condannare il mondo alla mia insoddisfazione perenne. Poi scuoterò la testa e mi cadranno i miei sedici anni dagli occhi e dalla memoria. 

Lo sai? Ho insegnato ai ricordi a dare la zampa e quando succede do loro un croccantino a forma di cuore. Qualcosa di muscolare insomma. Qualcosa che li obblighi a mordere, a masticare, il passato va tenuto in esercizio costante.

Quanto vorrei che la vita mi parlasse di te. Sarà che io ho già parlato abbastanza. Ma senza fretta. Posso aspettare. Ho tutta l’esistenza davanti. 

E quindi? Quindi niente. Continuo a camminare lento sul tapis rulant. Faccio due passi. Mi piace fare due passi, e le storie d’amore io le chiamo “fare due passi”. Sempre meglio che continuare a far finta di niente, improvvisando esistenze. Come mi succede di fare ogni tanto. 

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