Per raccoglierli tutti…

E’ notte a Las Vegas. Una di quelle notti apparentemente diversa eppure sempre troppo simile alla precedente. Centinaia di volte sono fuggito da notti come questa e centinaia di volte sono tornato indietro anche se solo con la testa, perchè dietro a queste notti si nasconde sempre una delusione che non ti aspetti. Io conosco solo un modo per fuggire e tornare così veloce. Scrivere. 

Mi affaccio alla finestra. Vedo un castello che non è certo uscito da un libro di fiabe. Poco più in là una piramide scura. Una sfinge in materiale plastico e luci bianche impegnate a tagliare la notte, come il raggio di un’astronave aliena in una complicata manovra d’atterraggio.

Poi c’è una strada prigioniera di profezie al neon e decine di schermi rotanti su cui scorrono onirici messaggi di improbabili felicità e convenevole fortuna. 

Guerrieri, cantanti, fate danzanti, attori e maghi si alternano nella luce scintillante di un tracotante, povero e invitante nulla. Ogni due ore c’è una eruzione senza fuoco. Ogni due ore c’è un vascello pirata che affonda e riemerge tra acque sporche. Incurante dello sguardo incredulo di ingenui passanti.

Ogni due metri c’è un santo, un profeta, un barbone, un sogno infranto e un miracolo da inventare. Ma mai una mano da stringere con palpitante disinteresse, o un’emozione diversa che abbia il sapore di un sentimento vero o di una vittoria. Anche stasera tutto ha un prezzo e il prezzo non è mai quello giusto.

C’è un deserto disincantato intorno e dentro questa città senza cuore. Figlia di un miraggio che non incanta e di milioni di dollari che si muovono per passare di mano in mano come una droga spacciata a saldo, che insudicia e intossica un’aria troppo calda e apparentemente irrespirabile.

Qui non si viene per vincere. Si viene per perdere. Ed è un segreto che questa città custodisce da sempre. Lo protegge come fosse il più prezioso dei suoi tesori. Un segreto nascosto così nel profondo che quasi sembrerebbe non esistere.

Sono davvero pochi gli uomini che possono raccontare di una notte magica in cui sbancarono a Las Vegas, perchè alla fine gli uomini giocano, ma è Las Vegas a vincere sempre.

Credo che le luci e i suoni di questa città servano solo a coprire tanti improbabili mugugni, figli di speranze miseramente implose davanti a quei colpi che hai solo lo zero virgola x percento di possibilità di perdere. Una rarità.

E non c’è un dio che si preoccupi e che ti protegga. L’unico prototipo di dio possibile qui, ha acceso il giochino e se n’è andato a spassarsela incurante della notte. Di un universo mosso dal caos e di un silenzioso ed assordante rumore di fondo. Lasciando tutti in balia di questo allucinatorio, rumoroso e logorante miraggio notturno.

Eppure, malgrado tutto questo disciplinato disordine, c’e ancora spazio per allungare una mano nell’aria e afferrare un pensiero. Un desiderio normale. Non uno di quelli capaci di risolvere una situazione, o di aiutarti a realizzare un grande sogno, ma pur sempre un pensiero positivo. Quei pensieri positivi che trovo molto più simili a una moneta con cui giocare in aria che a un sasso da lanciare in uno stagno.

Provo a tirarlo in alto con un colpetto di pollice. Lo vedo prima disegnare un arco e poi rimanere sospeso a dispetto di ogni legge della fisica nota. Lo vedo fluttuare, rallentare e fermarsi quasi per non voler fare ritorno. Forse ha paura di questa città. Ha il fondato timore di essere condannato a rimanere qui per sempre.

Nella vana attesa del rumoroso impatto frugo ancora nella mia testa e ne trovo un altro. Lo afferro. È un pensiero enormemente più grande. Lo accarezzo come farei con il profilo di una donna incantevole. Ha i lineamenti irreali di un sogno e nasconde impronte che non somigliano affatto a quelle di un uomo.

Immerso in un oscuro stupore, tra nuove speranze e vecchi ricordi da cancellare, allungo ancora una volta lo sguardo sulle rovine di questa nuova avventura. Raccolgo le mille traballanti certezze abbandonate sul mio vecchio cammino. Sono tanti i petali strappati dal tempo al mio fiore più bello. E forse sono arrivato fino a qui solo per raccoglierli tutti.

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