Archive for the ‘Riflessioni’ Category

Ero rimasto che fumavi di fronte alla vetrina di Chanel

18 giugno 2015

L’andatura è lenta, ma non stanca. La schiena dritta, ma non rigida. Elegante. Garbata. I capelli neri, raccolti da un lato, le scendono ordinati sull’abitino di seta. Somiglia a un kimono e le copre le spalle, ma lascia scoperte le lunghissime gambe.

Il suo sguardo è vivo e perfetto. Preparato e vagamente timoroso, come quello di chi si appresta a discutere una tesi di laurea. Scende i gradini di piazza di Spagna, uno a uno, con passo misurato, costante. È come se i rintocchi di un vecchio orologio le indicassero il tempo da prendere.

A ogni passo il vestito le accarezza le spalle sfiorando i fianchi, poi scivola discreto verso le curve più generose del suo corpo. Non tutti saprebbero camminare su un tacco diciotto. Lei lo fa disciplinata e sicura, come se non avesse mai fatto altro. Respirando profondamente e dolcemente.

Le labbra sottili, appena umide di rossetto. Quegli occhi neri che guardano tutto e suggeriscono ai piedi dove poggiare e quale sia la strada migliore da prendere. Mille consapevolezze e nessun dolore nascosto.

Intanto le vorticano intorno la frenesia di Roma e migliaia di sguardi sussurrati in tutte le lingue del mondo. Lei però non sembra ascoltare. Fluttua nel misticismo del suo universo, con la serenità che si addice a una dea.

Io la osservo dalla finestra che da sul mio mondo e la guardo come si guarda un sogno, percorrendo il suo profilo come le linee di un orizzonte inventato.

Mi piace quel corridoio che unisce gli universi diversi. Una terra di mezzo dove nessuno può dire di essere davvero innamorato, ma nemmeno soltanto un amico. Amare è uno sforzo denso, poco agevole e mai davvero confortevole.

Tutti quei “ti amo” gridati, o sussurrati a denti stretti. Tutte quelle parole dirottate dalla testa al cuore e quei pensieri arrampicati sulle labbra e trasformati ogni volta in un sorriso di circostanza.

Lei si ferma davanti a una fontana. Cerca la luna nella borsetta rossa e trova un accendino, le chiavi di casa e un portasigarette giallo.

A volte provo a interrompere i miei sogni tossendo forte. Ma stavolta non riesco. Vorrei poterti parlare, è che non esisto davvero e non so più come dirtelo. Così rifletto su mille pensieri di circostanza. Valuto lo spessore delle pareti, l’intonazione della fantasia e quell’incubazione di desiderio che precede ogni sogno eseguito a regola d’arte.

Sì, anche oggi sono solo parole e nessuna realtà. Tuttavia, vanno trattate con delicatezza. Forse non sarò Bukowski e non saranno le frasi migliori del mondo, ma si tratta di tutto quello che mi rimane di te.

Lei intanto fuma distratta. Osserva una vetrina alla moda. Aspetta che succeda qualcosa, o che arrivi qualcuno. Ed è incantevole, come tutte le altre volte che ho provato a dimenticarla. Forse stavolta di più.

Adoro i suoi pensieri impossibili. Quelle parole che arrossiscono i minuti e lasciano il tempo a bocca aperta. Istanti che non dimentichi e che restano liberi di vagabondarti nel cuore.

A un tratto spalanco gli occhi e vedo il soffitto della mia stanza. Fuori è ancora buio. La tv è accesa. Mi rigiro nel letto. Bevo un sorso d’acqua. Riprendo fiato prima del prossimo sogno. Sono qui, perso da qualche parte in mezzo alle lenzuola. Nascosto tra i tuoi silenzi, ma ben al riparo dalla realtà.

Tu intanto pensami. Fallo mentre provo a riaddormentarmi ancora. Ero rimasto che fumavi di fronte alla vetrina di Chanel.

Certe parole

17 giugno 2015

C’era qualcosa che parlava di un posto vicino al mare. Una storia.
C’era la curiosità di un bambino. Un po’ del mio passato, qualcosa del mio presente e frammenti di un qualche futuro.

C’erano l’ostinazione del tempo, il sapore di una torta di compleanno e l’odore delle candeline accese. C’era il colore sbiadito di una giornata di pioggia. Il rintocco delle campane lontane di una chiesa. Una mazzo di rose rosse, dei girasoli e la carta da parati anni settanta.

C’erano un sipario, un pubblico, un buffone e delle tracce di vita negli occhi tra il naso finto e la parrucca blu. C’era un interminabile rigirarsi a occhi chiusi, la tv accesa e un silenzioso andirivieni di pensieri.

No, non sono tornato. Non sono mai andato nemmeno via. Non so andarmene davvero. E non so restare. “Andare” è un’aspirina e “Restare” è un verbo per le persone coraggiose.

So che mi osservi, come si osservano certi tramonti. Da lontano. Senza parlare. La lontananza non è mai stata una questione di spazio, ma di tempo.

Stai per dire qualcosa, ma ci ripensi. Poi scrivi di nuovo, ma cancelli. Forse conosci meglio di me il peso di alcune parole. E sarebbe cosa buona e giusta che certe definizioni cominciassi a impararle anche io.

Viaggiare

16 giugno 2015

Quando parto non é importante sapere dove sono. È importante sapere che, ovunque arriverò, succederà senza aver portato nessuno con me. Un uomo che viaggia da solo è sempre in cattiva compagnia. Oggi partire somiglia un po’ a ricominciare. Ma la verità è che anche quando dico di aver ricominciato, non è vero. Non si ricomincia mai. Ogni treno rincorso, ogni aereo aspettato, ogni metro percorso, ogni passo fatto in avanti o all’indietro è per sempre. Comunque la mia vita cambia, non ricomincia. Si adatta. Ci sono l’esperienza, il tempo, i pensieri e tutte le parole scritte o sussurrate. Non si possono annullare. Non si può cancellare niente. Vado avanti lento e impacciato, come quelle pellicole in bianco e nero dei film di Charlie Chaplin. E non riesco proprio a considerarlo un problema. Anzi ci vedo dentro la stessa magia.

L’alba

15 giugno 2015

La cosa più interessante di una notte insonne è che puoi passarla scrivendo, ascoltando musica e collezionando pensieri in totale libertà. A volte si aspetta il sonno come un vecchio amico che non vedi da tempo. Gli perdoni ogni ritardo. E quando lo senti bussare gli spalanchi la porta ed è allora che ti accorgi che l’alba è meravigliosa.

Immaginazione

13 giugno 2015

Immaginare è un arte complessa e richiede un talento particolare. Ma chi è bravo a immaginare spesso distrugge i suoi castelli in aria con una facilità estrema e una rapidità imbarazzante.

L’immaginazione non ha bisogno di fondamenta. Allora cosa trova una persona in un’altra persona? Cosa ci avvicina e soprattutto che cosa impedisce di allontanarci.

L’idea che ci facciamo degli altri non è altro che una complessa sequenza di immagini e aspettative. Attraverso l’immaginazione si produce un’intimità straordinaria. Una necessità che si rinnova e si intensifica in misura uguale a quelle che sono le capacità di una persona di immaginare.

Le relazioni finiscono quando si esaurisce l’amore, ma l’amore cessa quando si smette di immaginare e ci si limita solo a vedere.

Senza immaginazione il sentimentalismo si esaurisce nella quotidianità, ci si limita al dovere e si ammuffisce nella noia.
Senza immaginazione l’amore non è altro che una seria infinita di sfumature di solitudine.

Se c’è una cosa che mi ha insegnato oggi la vita, è che la manutenzione e la protezione degli affetti sono attività importanti quanto la ricerca della serenità. E che la volontà non è nulla senza immaginazione.

Il fisico e lo scrittore

12 giugno 2015

Il colmo per un sedicente scrittore è trovarsi al ristorante giapponese con un fisico a parlare di antimateria e fasci di neutrini. Particelle che possono essere sparate da un ristorante a Bergamo, attraversare le alpi e arrivare precise in una brasserie a Parigi.

A cosa serve tutto questo? Forse a niente. Quando niente equivale a risolvere problemi che non so nemmeno immaginare.

Però ho fame. Ordino qualcosa. Sorrido. Vorrei parlare e lanciare gli edamame, invece mi limito ad ascoltare e a contemplare la bellezza di certe parole.

Lei mi vede perplesso. Allora versa dell’acqua e mi mostra il bicchiere. “Se in questo bicchiere di minerale metti del vino rosso, esiste una seppur minima probabilità che il miscelamento casuale porti il vino a essere completamente separato dall’acqua.” Io rido. “E’ vero”, mi dice. “Non succede mai, ma potrebbe succedere.”

Quando me lo ripete per la seconda volta penso all’incantevole fascino della cosa. Perché ovviamente non immagino il vino e l’acqua separati in orizzontale. Li penso in verticale, in diagonale, scalettati, quadrettati, sfumati. Ma non ce la faccio a trattenermi.

Scoppio a ridere. Le dico che con la sfortuna di questo periodo la mia miscela potrebbe addirittura esplodere. Poi sorseggio del vino. Lei sorride di rimando. Intanto continua a parlare e il discorso assume sfumature irreali dai significati quasi inarrivabili.

Nella testa i neutrini cedono il posto a istantanee del mio passato. Le strade del centro di Roma. La statua di Pasquino. Le luci giallastre dei lampioni. Tutto questo mi ricorda una poesia di Ennio Flaiano. Un brano che inizia con queste parole: “C’è un limite al dolore…”, e termina con altri bellissimi versi, che colorano di silenzio i miei pensieri: “Il gioco è questo. Cercare nel buio qualcosa che non c’è, e trovarlo”.

A un tratto vengo assalito dal ragionevole dubbio che un qualcosa nel buio ci fosse davvero. E mi dispiace di non essere riuscito a trovarlo.
Mi dispiace e mi fa anche rabbia. Una rabbia mortificante come la stupidità umana. Come quella sciocca presunzione di sapere tutto che precede la curiosità di conoscere la verità.

Ieri sera il fisico descriveva un mondo diverso, parlava di scienza, assaggiava sashimi e ordinava dei roll al sapore di tonno. Seduto li davanti c’era anche uno scrittore. Da qualche parte disperso nel riso, insieme ai neutrini, ai suoi pensieri e alla meravigliosa filosofia di tutte quelle parole.

La ragione

11 giugno 2015

La ragione stamattina porta un cappuccetto rosso, ma le starebbe bene un cappellino da baseball. Uno di quelli arancioni con le scritte di una qualche università americana a caso.

La ragione se ne sta seduta su un’altalena sospesa alla fine del mondo. È lei che decide dondolando la sorte di ogni parola. Questa sì, questa no, questa forse e poi tutti quei m’ama o non m’ama stanchi, affacciati sulle cose che hanno smesso di accadere.

La ragione esiste, ma non è un uomo, io lo so. Ascolta ciò che penso e mi rimprovera per come lo scrivo. La ragione è un dizionario che custodisce il significato dei miei allucinanti ritorni. Una foresta di parole dove si perdono le domeniche di giugno e tutti gli altri giorni lasciati a stendere nel mezzo della settimana. Giorni che non hanno molto da raccontare che non sia il mio viaggio.

Da Termini verso Magliana, passando per Piramide. Ci sono storie simili a fermate che vivono slegate da ogni contesto, ma che sono reali come tutte le cose che sfrecciano attraverso un finestrino. Quelle che passano veloci e che puoi far finta di non vedere. Come la data di scadenza sulle vaschette di Nutella. Illusione, pura illusione.

Stamattina c’è odore di olio bruciato e sale nell’aria. Il mare è molto più avanti, ma questo la ragione ancora non può saperlo.

Alieni

10 giugno 2015

Dicono che le cose migliori sono quelle che tardano a rivelarsi. Sarà, ma tutto quello che si lascia aspettare troppo finisce che lo puoi solo immaginare. Lo puoi solo sperare. E quando un sogno diventa speranza è segno che sei giunto all’ultimo atto.

Spesso è quell’angusto cunicolo che unisce gli universi diversi a illuderci di avere il potere del verbo decidere e l’illusoria consolazione del verbo risolvere. Per questo mi piacciono gli universi paralleli, perché posso rimanerci intrappolato senza mettere le quattro frecce e chiedere scusa a chi invece vorrebbe uscirne fuori.

Mi piace far finta di essere un inconsapevole alieno, un po’ come Sting. In fondo non si dovrebbe restare umani troppo a lungo. A volte si sceglie di sembrare diversi non per essere studiati, ma per essere evitati, ignorati e dimenticati.

Che poi anche all’alieno più diverso ogni tanto basterebbero occhi chiusi, un abbraccio e un atterraggio di fortuna.

L’ultimo punto

23 Maggio 2015

– Allora, come sta?
Bene, abbastanza bene.
– E mi dica, ha ripreso a scrivere?
Lo faccio, quando posso.
– Dovrebbe farlo più spesso.
Sì, lo so. Ma è una questione di tempo.
– Non penso. Io credo che c’entri il coraggio.
Mi sta per caso dando del codardo? Se è già iniziata la seduta magari mi sdraio.
– Non mi permetterei mai. Però si metta a suo agio e provi a raccontarmi il “perché” scrive.

Perché mi libera dall’ansia, ma al contrario di tutte le altre possibili dipendenze, non fa male. Perché dopo sto meglio. Perché mi rallenta il battito del cuore. Perché è la solitudine a cui aspiro, l’isola in cui mi rifugio, la distanza che metto tra me e gli universi che mi girano intorno.

In verità scrivo senza sapere davvero il perché. O forse mi illudo anche di saperlo e mi investo di false consapevolezze che non so controllare. Come non controllo mai la punteggiatura, l’ortografia e tutte quelle parentesi in cui ogni tanto mi rinchiudo.

Scrivo perché altrimenti dovrei accontentarmi soltanto di leggere e respirare. E non so se saprei farlo. Scrivo perché in ogni parola c’è un pensiero da far risorgere. Scrivo perché mi tiene lontano dalla parte peggiore di me. Scrivo perché nelle parole trovo sempre un significato anche quando non c’è una soluzione.

Scrivo perché ho la presunzione che ci sia sempre un qualcosa che vada la pena raccontare. E non riesco a smettere, perché in fondo non ho mai saputo mettere l’ultimo punto.

Smettere

22 Maggio 2015

A tutti i viaggi che avrei potuto fare. Alle cose mi sarei divertito a cucinare. Ai bronci che avrei improvvisato solo per chiedere scusa. Agli universi di quegli sguardi in cui mi sarei potuto perdere. Alle sorprese che mi sarei potuto inventare. A tutti quei luoghi e alle persone che avrebbero potuto arredare la mia storia.

Pensavo a questo stamattina mentre improvvisavo uno scatto bruciante per non perdere il solito treno.
Alle parole sussurate e alle pagine bianche che non sempre comunicano quello che dovrebbero. Alla voglia che ho di scrivermi addosso. Al caffè che ho dimenticato di pagare stamattina e alla faccia che farà il Padre Eterno quando me lo rinfaccerà negandomi il paradiso.

Vuoi domandarmi cose?
Sì, ho ancora il vizio di spostare il peso su una gamba e tenere l’altra in punta di piedi e sì, mi accarezzo il mento quando non capisco. Dormo sempre con i boxer e una t-shirt. Si, vado a Vegas per non pensare.
No, non ho mai riso di te.
No, non c’era nessuno stanotte.
Ho smesso di mentirmi. E “smettere” è comunque un bel verbo per “iniziare” una giornata con ironia.

Mi piacerebbe smettere di non farmi la barba. Smettere di svegliarmi in piena notte per guardare l’ora. Smettere di sognarmi a pranzo una scodella di amatriciana. Smettere di contare sulla punta delle dita di una mano le persone che ti invitano a bere una birretta solo per sapere come stai. Smettere di scrivere senza preoccuparmi di come apparirò dopo averlo fatto.

Siamo alla fine di maggio e c’è qualcosa che vorrei ancora dirti. Che le foglie cadono lontano quando soffia il vento. Che non si sente il rumore del mare nelle conchiglie. Che la vita è tutto quello che gli occhi vedono e le illusioni tutto ciò che si rifiutano di vedere. E non è solo una questione di luce e prospettive, ma anche di volontà.

Mi piacerebbe una relazione leggera. Qualcosa che non mi metta più alla prova. Un antidoto ai sentimenti forti, alla scienza esatta, a quel cerchio alla testa che non si chiude e a tutte le devastazioni create dalle aspettative di un qualcosa che non arriva mai.

In fondo non siamo altro che una notte stellata, un prato di girasoli, un campo di grano da attraversare camminando nel mezzo in pieno giorno, con lo sguardo sognante e il palmo delle mani rivolto all’ingiù.
Ecco. Vorrei solo concentrarmi su questo smettendo di farlo in modo distratto.

Felice sulla Tiburtina

21 Maggio 2015

La competitività non è mai stata alla base delle cose che scrivo. Ma se ogni pagina fosse una gara sarebbero sempre le stesse parole a vincere. Gli stessi pensieri. Gli stessi desideri. Come nel calcio dove a festeggiare sono sempre le stesse squadre.

Credo che come a un bambino non si possa negare di sentirsi per un’ora la reincarnazione di George Best, a un sedicente blogger debba essere consentito di fingersi ogni tanto un improbabile Charles Bukowski.
Magari ci vorrebbero un pensiero inconsueto, una penna, qualche sigaretta e due bottiglie di Jack Daniels in più. Poi il gioco è fatto.

Qualcuno ha detto che sono le eccellenze e gli eccessi a elevarci al di sopra della nostra vita imperfetta.
Sarà stato un uomo malinconico a scriverlo. Magari un mezzo depravato, un pigro, un lussurioso, un sentimentale disperato, un sarcastico imbecille, un emerito stronzo. O semplicemente un insensibile, un dissacrante invidioso, uno di quegli psicopatici da analisi falso e rancoroso che frequentano i social network.

Sono stanco delle insignificanze che la mattina si presentano più rumorose di certe risposte gridate. Certezze che non interessano a nessuno.
Vorrei saltare il grosso della storia e sbirciare l’ultima pagina. Vorrei scoprire se davvero il maggiordomo è l’assassino. Invece è tutto così calmo, qui intorno. La primavera sembra essersi presa qualche turno di riposo e mi ha lasciato circondato da pensieri e bersagli.

Lanciare gli oggetti non è mai stato un problema, ma di centrare il bersaglio non mi è riuscito spesso.
Essere incapaci è ben altra cosa rispetto ad essere imperfetti.
Eccoli. I miei esercizi mattutini di scrittura per imparare a essere un uomo qualsiasi.
Vivo in una stanza d’hotel e quando rientro nessuno mi sente arrivare, poi comincio a scrivere e alla fine finisco col ripetermi.
Logorroico come tutte quelle vecchie barzellette che cominciano con “Dottore, dottore!”

Forse ho solo paura di cosa potrebbe rimanere di me se smettessi di farlo.
Le contraddizioni si accatastano di continuo nella mia testa e non vederle sta diventando più un esercizio di fantasia che una semplice distrazione. Un giorno dalla folla si farà avanti un uomo con un vestito rosso, baffi e barba bianca, che puntando il dito mi griderà: “A chi vuoi che importi che tu sia buono o cattivo, tanto Babbo Natale non esiste. Io mi chiamo Felice e lavoro sottopagato in un call center sulla Tiburtina.”

Emisferi

20 Maggio 2015

Ho letto i messaggi senza rispondere a nessuno. Ho cambiato la foto del profilo su whatsapp. Ho eliminato Telegram. Ho disattivato le notifiche di Instagram. Ho dimenticato la password di Twitter. Non ho ricevuto complimenti, nè cioccolatini, nè fiori. Ho cancellato due pagine della mia vita e tre capitoli del mio libro.
Vado al contrario. Due passi avanti, uno di lato, tre indietro. Hop! Nemmeno giocando a campana con il me stesso di 35 anni fa riuscirei a fare di meglio.

Stamattina vago su Facebook come un entità dei film di Joe Dante. Appaio. Scompaio. Qualcuno forse mi guarda, ma nessuno che capisca davvero chi o che cosa io sia veramente. Potrei finalmente decidermi ad avere una vita tutta mia, senza condividerla con nessuno. Arredare il mio tempo libero rivalutando quel ruolo di amante tanto caro alle collezioni di Harmony. Oppure potrei violentare uno di quei divani con la penisola, drogarmi di nutella e fiction in tv, o chiudermi in un guscio in terrazza ad ascoltare qualche vecchia canzone dei Cure.

C’è di peggio, ma c’è anche di meglio. Dipende dall’umore e dal modo di guardare le cose. Difficile rimanere in equilibrio tra “essenza” e “apparenza”. “Utile” e “dilettevole”. “Reale” o “virtuale”. Di norma si finisce sempre con il cadere da una parte, o scivolare nell’altra. Allora meglio chiudere gli occhi e affidare i desideri al sonno.

Una volta avevo un blog, si chiamava “emisferi”. L’unica cosa interessante di quel sito erano le foto e il sottotitolo, “le cose accadono”. Già. Le cose accadono anche ora, mentre il mondo nel finestrino scivola all’indietro e il passeggero alla mia destra russa con disarmante disinvoltura. Alla fine di quella frase stava bene anche un punto interrogativo. Le cose accadono? E soprattutto quando, come, a chi e perché?

Sono fatto così. Magari mi piacciono da morire le domande. E non sono del tutto certo sia per colpa delle risposte. C’è vita nell’universo? C’è vita dopo la morte? E se i globuli rossi sapessero parlare mi direbbero qualcosa che non so sul livello del mio colesterolo nel sangue?

Io non sono come vorrei essere davanti alle cose che accadono. E forse non mi piace nemmeno quello che vedo accadere. Mi condivido spesso sui social network. Poi mi osservo e non mi capisco. Per questo la mattina scrivo cercando un istante tutto mio. La fantasia è l’unico posto dove non mi piace avere nessuno intorno.

C’è una specie di lato oscuro dentro di me, un luogo dove qualcosa si è rotto e il buonsenso non funziona più. Una cella dove si agitano le illusioni, le storie mai nate, oppure nate, finite o distrutte.

Una volta ho creduto che potesse essere anche per te la stessa cosa. E ho avuto l’ingiustificabile presunzione che ci si potesse riparare reciprocamente. Ho creduto di essere io la persona in grado di aggiustare le tue parti più danneggiate e che tu avresti potuto fare lo stesso con me, saldando tutti i miei frammenti con un sorriso. Sbagliavo.

Ed ora eccomi qui, a incidere parole su un blog. Sono io. L’uomo che scrive cose che non sa comprendere. Che scrive senza dire. Che dice senza fare. E quando decide di fare ogni tanto sbaglia come tutti gli altri.
Dovrò imparare a nascondermi meglio, perché gli errori mi vengono a cercare e alla fine mi trovano sempre.

Parole inutili

19 Maggio 2015

La ragazza si voltò per guardarlo negli occhi ancora una volta. Poi lo vide scomparire nel quadrante di un altro dei suoi universi.
In mano aveva ancora un biglietto del cinema piegato a metà.

Quando lo aprì vide solo lettere di colore grigio. Ogni lettera aveva una sfumatura diversa e lei si sentì in disaccordo con tutte, ma non disse nulla. Coprì con la sua mano la luce e per un istante le sembrarono curiosamente uguali.

Poi desiderò che tutto si fosse esaurito così, che i pensieri fossero migrati via. Invece le parole se ne stavano ancora stese ad asciugare sul filo dei ricordi che univa il tempo alle distanze.

Allora provò a immaginare il vento soffiare forte su quelle lettere e strapparle via.
Ma le venne in mente solo il suono di un colpo di martello. Uno di quelli che si danno al monoblocco di un vagone fermo alla stazione. Lo stesso rumore che hanno le scelte difficili, quelle che non vorresti prendere mai.

Il desiderio stamattina è una piscina vuota da riempire usando un cucchiaio e centinaia di pagine inutili da misurare in vasche. Forse ci so fare con le parole, ma andrei molto meglio usando le labbra e le mani.

Da riviverlo ancora

18 Maggio 2015

Il tempo passa e lo sento quasi irridere il mio senso estetico. Stamattina perdo il controllo di ogni dettaglio. Delle rughe sempre più visibili intorno agli occhi, dei movimenti del cielo e delle prospettive impossibili. Quelle che non vedi quando sei a contatto con la parte silenziosa delle cose. Troppa luce, in questo bagno. A volte la luce ha una grazia impietosa.

Non ho la cultura sufficiente per capire come funzionano in fisica tempo e luce. Non ce l’ho io. Non ce l’avevano Leonardo, Beethoven e nemmeno Eduard Munch. Per dirne tre a caso.
Chissà che cosa sarebbe cambiato nelle loro opere se davvero avessero avuto nozioni di fisica quantistica.
Scrivere, dipingere, comporre è un po’ come creare mondi e i mondi migliori sono quelli che rendono altri mondi possibili.

Ieri ho rivisto Interstellar con mia madre. Un capolavoro di film. Alla fine tra sguardi spiazzati e spiazzanti, emozionata e smossa mi ha detto: “Davvero bello, ma io non l’ho capito! Hai fame? Ti preparo qualcosa?”
L’ho guardata. Poi mi sono avvicinato e l’ho abbracciata forte. Senza un apparente motivo.

Magari non c’è bisogno di capirle per vedere la bellezza delle cose. Forse qui ho sempre sbagliato. Ostinandomi a cercare e assegnare sempre un significato.
Non riesco a non pensarci. Oltre due ore di proiezione, 5 secondi di domande e si è accesa una luce su tutto il decennio successivo. Da non credere. Da non capire. Da riviverlo più volte ancora.

Silente assente

17 Maggio 2015

Non credo che in una esistenza emozionante ci sia spazio per la normalità, non in questa vita almeno. Nella prossima ancora non so, non ho ancora contrattualizzato niente. Però avrei tanto da aggiungere.

Non aver nulla da chiedere è probabilmente uno stato a cui non si da la giusta importanza.
Non chiedere. Non dire. Non fare. Sono un preciso atto di volontà. Non avere nulla da aggiungere invece è un qualcosa che ti si aggroviglia nello stomaco e preme sul petto togliendo il fiato.

A volte mi sento un gattone curioso che guarda il mondo a distanza di sicurezza, immaginandolo pieno di pesci rossi. Una distanza tale da contenere decine di paesaggi diversi, migliaia di altre persone, centinaia di promesse saettanti, molteplici possibilità e sporadici momenti di vita in comune. Questo anche i gatti randagi lo sanno.

Ieri sera sono stato in un locale che conosci e ho mangiato benissimo. Poi ho tagliato con i passi il centro di Roma da parte a parte. Sono rimasto qualche minuto a guardare il Pantheon, la statua di Pasquino, e mi sono fermato di fronte alla vetrina di un negozio aperto anche di notte.

C’erano cose usate. Alcune bizzarre. Di quelle che magari porti a casa credendole uniche e dopo un po’ ti accorgi che occupano solo spazio. Un po’ come le persone.
Ho osservato, ma non sono entrato. Forse ci passerai davanti anche tu un giorno. Magari con gli occhi che guardano in alto. Chissà.

Stamattina vorrei rivedere le mie strategie, stravolgere i piani, invadere i territori del tuo cuore con quattro carrarmatini e diventare magari il padrone di un piccolo seminterrato.
Mi sento un reo confesso. Di crimini contro la razionalità, di truffe aggravate al senso comune, di associazioni a delinquere di stampo amoroso, concorso in sensi di colpa e resistenza al pubblico buonsenso. Ebbene si. Sono colpevole, vostro Onore.

Recito farfugliando la mia commedia dell’assurdo come farebbe uno studente di quinta elementare. L’esistenza è proprio come quel teatrino dalle marionette che da piccolo mettevano paura. E io vado a braccio, senza guardare il copione.

Ho iniziato anche a rileggere Bukowski. Credo ci perderò la testa. Ho anche ricominciato a scrivere.
La scrittura non mi salverà certo la vita, ma è una masturbazione necessaria, deliziosa. Allenta il mio senso di responsabilità. Rivela orizzonti e gusci dondolanti in cui infilare disordinatamente filosofia spicciola e il mio orgoglioso dichiararmi ignorante.

Facebook sta diventando troppo noioso. Instagram invece è una sfilata di pressappochismi. Ma non è poi così diverso dal bere un caffè macchiato in un bar del centro di Roma il sabato sera.
Osservo la gente esternare superficialità e prendo appunti. Prima o poi sarà necessario mollare Bukowski come profeta di un certo modo di vivere e adottare qualcosa di meno edificante.

Camminando ho anche inciampato in un ricordo e ripensato a tua madre. Al peso leggero della sua testa sulla mia spalla. Al calore della sua mano. A come si lasciava abbracciare una sera ritornando a casa. Io ho sempre creduto nella possibilità di una vita dopo la morte, ma non sono mai stato convinto di quanta ce ne sia anche prima. Nutro forti dubbi su quantità e qualità.

Forse dovrei smetterla di scriverti, di pontificare, di dire la mia, di essere così spietatamente libero. E “spietatamente” qui ci sta benissimo.
Dovrei limitarmi a fare l’amore come un animale con la prima ragazza che incontro. Senza razionalità. Seguire l’istinto e rinunciare a dominarmi.

Controllarsi è una schiavitù imposta, perdonarsi è solo per i coraggiosi, forse solo rimpiangere è da veri esseri umani imperfetti.
E adesso? Forse mi va di bere ancora qualcosa, dopo mi addormento. Magari è il momento giusto per scrivere e rileggere. Oppure per rimanere in silenzio, rilassato, per bere e sputare via l’anima. Sempre che c’è ne sia ancora una. Mi andrebbe di farlo su una terrazza. Qui. Adesso.

Sto pensando a un finale possibile. Vorrei trovare una conclusione che sia un lieto fine. Una soluzione che quadri eppure lasci aperta la possibilità di un’interpretazione, di una commistione tra lettura e scrittura.
Mi sento contaminato di desideri. Contaminare é un verbo attraente. C’è dentro la chimica dei corpi, la fisica delle sensazioni e tutta la mia indecente filosofia.

Forse ho davvero voglia di confrontarmi con quel demone che parla solo attraverso il sudore.
Ecco. Ho scritto un’altra pagina del libro e ora la strappo come ho fatto con tutte le altre. Ho fallito di nuovo, quel tanto che basta e rimango deluso anche dall’entusiasmo.

Le via d’uscita possibili somigliano a entrate di sicurezza e hanno tutte il tuo nome.
Porto ancora addosso il segno di questa notte, un taglio di luna crescente sul cuore e un verbo inciso a fuoco nell’angusto spazio della mia mente.
Il verbo è amare. Prima persona singolare, presente. O forse assente.
Non lo so. Comunque sta qui, silenzioso,  tra le parole che hanno smesso di fare rumore.