Ero rimasto che fumavi di fronte alla vetrina di Chanel

L’andatura è lenta, ma non stanca. La schiena dritta, ma non rigida. Elegante. Garbata. I capelli neri, raccolti da un lato, le scendono ordinati sull’abitino di seta. Somiglia a un kimono e le copre le spalle, ma lascia scoperte le lunghissime gambe.

Il suo sguardo è vivo e perfetto. Preparato e vagamente timoroso, come quello di chi si appresta a discutere una tesi di laurea. Scende i gradini di piazza di Spagna, uno a uno, con passo misurato, costante. È come se i rintocchi di un vecchio orologio le indicassero il tempo da prendere.

A ogni passo il vestito le accarezza le spalle sfiorando i fianchi, poi scivola discreto verso le curve più generose del suo corpo. Non tutti saprebbero camminare su un tacco diciotto. Lei lo fa disciplinata e sicura, come se non avesse mai fatto altro. Respirando profondamente e dolcemente.

Le labbra sottili, appena umide di rossetto. Quegli occhi neri che guardano tutto e suggeriscono ai piedi dove poggiare e quale sia la strada migliore da prendere. Mille consapevolezze e nessun dolore nascosto.

Intanto le vorticano intorno la frenesia di Roma e migliaia di sguardi sussurrati in tutte le lingue del mondo. Lei però non sembra ascoltare. Fluttua nel misticismo del suo universo, con la serenità che si addice a una dea.

Io la osservo dalla finestra che da sul mio mondo e la guardo come si guarda un sogno, percorrendo il suo profilo come le linee di un orizzonte inventato.

Mi piace quel corridoio che unisce gli universi diversi. Una terra di mezzo dove nessuno può dire di essere davvero innamorato, ma nemmeno soltanto un amico. Amare è uno sforzo denso, poco agevole e mai davvero confortevole.

Tutti quei “ti amo” gridati, o sussurrati a denti stretti. Tutte quelle parole dirottate dalla testa al cuore e quei pensieri arrampicati sulle labbra e trasformati ogni volta in un sorriso di circostanza.

Lei si ferma davanti a una fontana. Cerca la luna nella borsetta rossa e trova un accendino, le chiavi di casa e un portasigarette giallo.

A volte provo a interrompere i miei sogni tossendo forte. Ma stavolta non riesco. Vorrei poterti parlare, è che non esisto davvero e non so più come dirtelo. Così rifletto su mille pensieri di circostanza. Valuto lo spessore delle pareti, l’intonazione della fantasia e quell’incubazione di desiderio che precede ogni sogno eseguito a regola d’arte.

Sì, anche oggi sono solo parole e nessuna realtà. Tuttavia, vanno trattate con delicatezza. Forse non sarò Bukowski e non saranno le frasi migliori del mondo, ma si tratta di tutto quello che mi rimane di te.

Lei intanto fuma distratta. Osserva una vetrina alla moda. Aspetta che succeda qualcosa, o che arrivi qualcuno. Ed è incantevole, come tutte le altre volte che ho provato a dimenticarla. Forse stavolta di più.

Adoro i suoi pensieri impossibili. Quelle parole che arrossiscono i minuti e lasciano il tempo a bocca aperta. Istanti che non dimentichi e che restano liberi di vagabondarti nel cuore.

A un tratto spalanco gli occhi e vedo il soffitto della mia stanza. Fuori è ancora buio. La tv è accesa. Mi rigiro nel letto. Bevo un sorso d’acqua. Riprendo fiato prima del prossimo sogno. Sono qui, perso da qualche parte in mezzo alle lenzuola. Nascosto tra i tuoi silenzi, ma ben al riparo dalla realtà.

Tu intanto pensami. Fallo mentre provo a riaddormentarmi ancora. Ero rimasto che fumavi di fronte alla vetrina di Chanel.

2 Risposte to “Ero rimasto che fumavi di fronte alla vetrina di Chanel”

  1. Seidicente Says:

    Bellissimo!!!
    Ora lo rileggo però…l’ho sbranato in due minuti 😉
    Ciao!

    Mi piace

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