Quello speciale

2 luglio 2015

Alle sette passate è già tempo di improvvisare. Ho messo il caffè sul fuoco. Ho raccolto le briciole sul tavolo. Ho acceso il rasoio elettrico, ma non riesco ad andare oltre un fastidioso sibilo di sottofondo. Sono finite le batterie, oppure è solo un’altra scusa per non tagliare la barba.

Fuori c’è qualcuno che annaffia le piante, qualcun’altro si lamenta dell’acqua che cade. Stamattina il mondo è un film di Nanni Moretti e io non ho ancora imparato a interpretare il suono di certe campane.

Credo siano le otto. La fantasia ha sabotato il mio orologio. Ora le lancette si dannano per correre all’indietro come se potessero recuperare il tempo perduto.

Come se un moto impreciso e rotatorio mi restituisse qualcosa. Un trapianto di memoria. Una realtà più confortevole. Un futuro credibile. Un presente accettabile. Mentre il passato si tiene ancora la testa tra le mani, come un personaggio di Munch.

Dicono che il tempo aiuti osservare tutto da una prospettiva diversa. I silenzi, gli eccessi, gli attriti, le voci grosse, le parole dette o non dette, i testa a testa, gli equilibri improbabili e gli slanci più o meno trattenuti.

Tutto appare così ovattato e ammorbidito nel tempo. E quando percepisci il tempo come qualcosa che scade, smetti di essere, di realizzare, di costruire e proteggere. Il tempo non è altro che una stupida variabile inventata dall’uomo per capire quanto veramente tieni alle persone.

Poi un giorno ti accorgi che non c’è più tempo per tutti i ringraziamenti che dovresti e allora metti a parte per qualcuno il grazie più grande. Quello speciale. Quello per essere ancora lì con te.

Ci sono già stato

1 luglio 2015

E’ consolante sapere che alla fine ogni cosa torna sempre al suo posto. Come negli scaffali dei Carrefour dopo l’orario di chiusura. Come sul nastro di un sushi bar.

Ieri sera sono uscito sperando che potesse essere un giorno qualunque. Uno di quelli compresi tra domenica e mercoledì. Un giorno con le lancette dei minuti che corrono al contrario lungo la circonferenza del tempo.

Mi piace il modo in cui certe persone si siedono a tavola e tengono in mano il menù. Ma alla fine preferisco chi si affaccia al bancone. Per indole. Per noia. Per spirito di emulazione. O per una semplice questione di vigliaccheria.

Guardo il cameriere. Metto subito in pratica i miei discorsi e le espressioni provate allo specchio prima di uscire. Non seguo un copione. Non vedo una trama. Vado a braccio. Ed è una squisita interpretazione che si pone a metà strada tra il realismo di pensieri e il nomadismo di parole.

Quanti anni sono passati dall’ultima volta? Cinque? Cavolo non ricordo. Era bella anche allora, credo. Io in tutto questo tempo ho amato e perduto. Ho scritto e pubblicato. Ho anche imparato a fare le crostate, ma continuo a sbagliare i tempi di cottura.

Credo che i miei problemi siano sempre gli stessi. Non amo le istruzioni per l’uso. Non sopporto le quantità di tempo definite. Ho bisogno di regole a cui sottrarmi e di qualcosa che rimanga scritto da qualche parte mentre faccio le cose a modo mio.

Lei mi guarda. Non ha messo lo smalto. La naturalezza le dona, ma non tutte le donne ne capiscono la magia. Il tizio che mi siede accanto intanto parla di politica, della Grecia e polemizza sui tassi d’interesse. La sua compagna credo sia in coma vegetativo già da un po’.

Stasera avrei bisogno di rimanere incastrato in un fotogramma con un primo piano dei suoi occhi. Forse dovrei scusarmi con il mondo intorno. Quando ho fame non mi rendo davvero conto di quello che penso. Credo mangerò qualsiasi cosa dei piattini che mi sfileranno davanti.

Adoro quei roll al salmone e coraggio. Il sushi tonno e simpatia. L’ho chiesto prima al cameriere e mi ha detto che per avere il sashimi di pensieri positivi devo fare una tessera a punti. L’ennesima tessera. La crisi in Grecia intanto impazza alle mie spalle, tra briciole di noia e residui di coca zero nei bicchieri.

“Li vedi? No non girarti subito. Aspetta. Ora. Ha una camicia orrenda. Lei invece è troppo truccata. Forse dorme. Ah no. È imbalsamata.” Quando si mangia si dicono più sciocchezze di quando si scopa. Basta. Prendo un piattino qualunque, tanto per seppellire da qualche parte l’imbarazzo che mi si è condensato sulle papille gustative.

C’è una scritta strana sui bastoncini di legno, “Made in China”. Li hanno presi nel continente di fronte. Passano un paio di piattini. Li ignoro. C’è roba che non comprendo e odora di cipolla.

Intanto lei si ostina a guardare l’universo dalla fessura degli occhi, studia equilibri calorici e opzioni di abbinamento. Poi poggia il mento sul dorso della mano e guarda le cose scorrere via. Io tento di afferrare un piatto e quasi ne rovescio altri due. Tranquilla. Tutto normale. Lo faccio sempre per scaldarmi un po’.

Stavolta mi concentro. Prendo un respiro. Poi un sorriso. Magari più tardi lo provo a casa e lo riporto se non mi sta bene addosso, tanto al limite mi fanno un buono e ho trenta giorni di tempo per cambiarlo con un abbraccio. C’è la garanzia per i sorrisi? Ad ogni buon conto ricordami di conservare lo scontrino.

In un attimo afferro il piattino con destrezza felina. Lei sorride. Sorride, perché sorridere è un’opportunità e mette allegria. “Assaggia questi. Sono con il salmone. No. Non c’è la cipolla. Qui li fanno bene. Io lo so, perché ci sono già stato.”

Guarda

30 giugno 2015

Guarda che mare. Guarda che tramonto. Guarda che spiaggia. Guarda che giornata. Che sole. Che luna. Con gli amici. Con la fidanzata. Con la moglie. Da solo. In mezzo a centinaia di persone. Guarda come sono sereno. Come sono gay, bisex, etero. Come sono orgoglioso. Guarda come stiamo bene. E sapessi come ci stiamo divertendo. Guarda.

Guarda come sorrido. Guarda che colori. Che faccia. Che bocca. Ci sta precisa nello spazio di un iphone. Guarda che bacio che sto mandando a nessuno. Sembra stia succhiando una fragola invisibile e non so perché la succhio. Ma lo fanno tutti e se lo fanno tutti è simpatico. Guarda.

Guarda come sono o non sono Charlie. Guarda che naufragio. Guarda che incidente. Che esplosione. Che incendio. Guarda come odio la guerra. Il razzismo. La chiesa. Come sono di destra, sinistra e centro. Guarda quanto sono romanista. Laziale. Gobbo. Guarda come sono migliore. Guarda il mio cane. Guarda gli occhi del mio gatto. Guarda come mangia. Come corre. Come dorme. Guarda come lo coccolo e non sai quanto gli piace. Guarda.

Guarda quanto amo i cuccioli e quanto fratturerei il cranio di tutti quelli fanno del male agli animali. Guarda quanto li troverei e torturerei tutti. Guarda come lo riprenderei. Lo posterei su facebook, lo taggerei e lo spammerei, perché chi fa del male agli animali io proprio…. guarda e non mi ci far pensare. Guarda.

Guarda che mi sono fatto al braccio. Al piede. Alla caviglia. Guarda come sono sfortunato. Guarda quanto sono fortunato. Guarda che cicatrice. Guarda che tatuaggio. Guarda che bella casa in montagna, al lago, al centro, abbiamo appena comprato. Guarda che auto. Che moto. Che orologio. Che vacanza. Che barca. E nel frattempo clicca mi piace, tagga e condividi, altrimenti sei solo curioso. Peró guarda.

Guarda che ragazza strafiga. Che festa assurda. Che cena. Che piatti. Che nottata da paura. Guarda l’attore. Il cantante. Il politico. Guarda con chi ero seduto. Con chi parlavo. Guarda la mia nuova compagna con i capelli corti, lunghi, scalati, colorati, gialli, verdi, a zero. Guarda che seno. Che glutei. Guarda che braccio e che addominali scolpiti che ho. Guarda.

Guarda che bello stare sotto l’ombrellone. Sotto la doccia. In acqua. Sul lettino. Al ristorante. In ascensore. In bagno. Davanti allo specchio. Sotto la pioggia. Sulla barca a motore, a vela, a remi, in crociera, a pescare, a giocare a tennis, a calcio, a nuotare, a fare foto. Guarda.

Guarda mentre mi faccio mia moglie, la mia amante, il mio boyfriend, la mia vicina di casa, la ragazza del mio amico, la mia compagna di scuola, la mia psicanalista, la mia insegnante di yoga, la professoressa di musica. Guarda mentre mi anbraccio una tipa che non so neanche il nome, mentre mia moglie mi guarda. Mentre qualcuno ci filma. Mentre tu mi guardi. Guarda.

Guarda come uccido le foche. Come addormento l’orso. Come muore una cavia. Come salto con la bici. Con la moto. Con le mani e senza casco. Guarda come mi copro il volto. Come taglio la gola a un giornalista. Come mi faccio esplodere. Guarda mentre punto il fucile contro un ostaggio. Guarda che premo il grilletto. Guarda.

Guarda come si piega inerme come un sacco di immondizia. Guarda il sangue che continua a fuoriuscire quando gli sparo ancora. Guarda veloce che poi mi censurano e se mi censurano non mi hai mai visto e tu non puoi non avermi visto. Condividi su facebook. Apri un canale youtube che non sai quanti altri guarderanno. Guarda.

Guarda e non smettere di guardare, che se cessi di guardare e cessi di spammare, magari rischi finalmente di vedere e tu sai bene che tutto questo guardare serve appunto a non vedere. Se tu volessi davvero vedere chiuderesti gli occhi. Guarda.

Guarda l’allucinante disperazione di questo pianeta attraverso i social network. Guarda milioni di persone. Generazioni differenti. Culture e religioni diverse. Belli, brutti, buoni, cattivi, ladri, assassini, studenti, benefattori, puttane e operai. Tutti spietatamente occupati a ritrarsi, condividersi e piacersi. Guarda l’incontenibile niente che riempie di insignificanza miliardi di autoritratti globali della nostra allucinazione, della nostra miseria, della nostra calpestabile umanità. Poi guardati dentro e chiediti a cosa diavolo serve tutto questo impalpabile nulla.

Ci sono migliaia di libri da leggere. Musica da ascoltare. Riflessioni da fare e pensieri da condividere. Milioni di mani da stringere. Decine e decine di brave persone tutte da scoprire, abbracciare e amare. Sento un irresistibile bisogno di farlo un passo indietro. Rinunciare a questa chiassosa era capace solo di tirare fuori il peggio dalle persone. Ci stiamo perdendo il meglio. E questo vale proprio per tutti. Anche per me.

Non lo so

30 giugno 2015

“Non lo so, papà.”
Poi gli ho stretto la mano. Mi sono chiesto come può pensare a me ora? E in che modo dovevo rispondere? Avrei dovuto dirgli “bene”. Ma “bene” è un aggettivo sbagliato che non vuol dire nulla. “Bene” è fuori moda. “Bene” è fuori luogo. “Bene” è una bugia.

“Perché non mi parli mai? Ti sto chiedendo come stai?”
Mi guardava in un modo strano. Il più strano che mi potesse capitare. E io sono rimasto immobile ad ascoltare il suo silenzio dopo il punto interrogativo. Ho temporeggiato. Mi sarò sicuramente accarezzato il mento un paio di volte. Ho giocato a rincorrere con la forchetta le olive nel piatto. Poi l’ho guardato sott’occhio e il suo sguardo era ancora li.

Esistono silenzi che fanno rumore dentro e questo era uno di quei silenzi. Avrei voluto rispondergli da bambino indolente e incazzato che: “Si pa’, che palle sto bene. Mangio, bevo, respiro e mi innamoro di donne sbagliate, perché sono un masochista bugiardo. Sbaglio come se non ci fosse un domani. Scrivo, penso, viaggio, lavoro e faccio molto rumore. Contento?”.
Invece me ne sono rimasto in silenzio. A contare i secondi in un insensato conto alla rovescia. Mentre il criceto di Niki si affannava sulla sua ruota e le mie paure sporcavano le pareti.

Le paure graffiano, le paure lasciano solchi. Le mie non fanno più neanche quello. Sono sospiri che non si fanno nemmeno ascoltare. Intanto le barricate di circostanza cominciano sgretolarsi e la realtà sta chiedendo un armistizio ai sensi.
“Sto meglio quando non penso.”
Lui mi ha sorriso.
“Andrà tutto bene.”
Ho sorriso anche io.
“Si lo so.”
Ma non è vero. Non lo so. Ho detto un’altra bugia. L’abbiamo detta entrambi.

Lei

29 giugno 2015

Io che in questo diario virtuale ho sempre raccontato di me e dato oltre me. Io che ormai i pensieri li ho già asfaltati tutti a furia di percorrerli in su e in giù. Roba da fare impallidire per la perseveranza anche la penna di Kerouac.

Io che forse è arrivato il momento di dire addio alla scrittura, perché attraverso le parole non so più nemmeno come respirare.
“Volere” oggi occupa un posto diverso da “potere” nella scala dei verbi all’infinito, perché io è lei che voglio. Immersa nella sua incantevole introspezione.

Io che voglio lei e quel suo essere dolcemente indolente verso gli universi che non le appartengono. Che voglio un suo abbraccio per non lasciarlo scappare. I suoi occhi a custodire la mia anima. La sua delicatezza da accarezzare e le sue paure da trasformare.

Nel suo sguardo rivedo il bimbo che ero. Nelle sue mani la strada giusta da prendere. Io che voglio le notti che non ho mai avuto. Che voglio ascoltare il suo respiro chiuso tra le pareti di una stanza, o libero sotto un cielo stellato. Che voglio le sue mille riletture di me. E che mi farei pagine di un suo libro per lasciarmi accarezzare senza sosta.

Io che la voglio così intensamente e che le voglio bene al punto che so di dover rinunciare a lei. Per lasciarla dove in realtà vuole stare. Finalmente sorridente e a pochi passi dalla sua meritata serenità.

Solo parole

29 giugno 2015

Forse qualcuno non è riuscito a seguirmi fino a questo punto senza annoiarsi. E magari ora potrebbe andare anche peggio, considerando che sto per scrivere la parte più difficile. Quella in cui resto immobile e attendo. Quella in cui vengo travolto dalle conseguenze e la smetto di immaginare. Quella in cui un uomo si osserva allo specchio dalla testa ai piedi. Senza limitarsi a guardare solo i lineamenti del viso.

Dolore, rabbia, desiderio, perdono. Voglia, eccitazione, estasi, affetto, speranza, amore, stupore, meraviglia, incanto. Tristezza, malinconia, frustrazione. Non sono solo parole. Si tratta di emozioni.
Non sono inchiostro. Non sono frammenti di pixel. Non sono tracce di Gbyte impressionate in un hard disk. Non sono la mappa del tesoro, la favola di cappuccetto rosso, la grande conchiglia dove si ascolta il rumore del mare o il messaggio che infili nella bottiglia. Sono sentimenti. Sono la realtà. Che poi questo possa piacere o meno è un altro discorso.

Il rumore del mare io ce l’ho dentro. È giusto sullo sterno, un po’ spostato a sinistra. C’era una volta, c’è adesso e se Dio vuole ci sarà anche domani. Fatevene una ragione, oppure aprite google e leggete altro.

E’ tempo di cambiare

28 giugno 2015

C’è uno spazio che segna il limite del mio universo. Un confine oltre il quale le barchette di carta si perdono in un oceano di parole inutili. Un posto dove scrivere vuol dire sfidare le onde e parlare anche di me. E “me stesso” è un argomento noiosamente ricorrente in tutte le cose che scrivo. Troppo.

Ho un rimpianto, o magari un rimorso. Io? Io non lo so. Forse preferisco avere un rimpianto, perché è un qualcosa su cui posso lavorare. E credo che la mia voglia di interpretarlo stia diventando una specie di professione. Quasi una fede. Un vetro appannato dove posso poggiare un dito e provare a disegnare un sorriso.

In due anni ho scritto centinaia di pagine. Lei c’era sempre. In ogni singolo passaggio a vuoto. Nascosta negli anfratti delle frasi più lunghe, come nella punteggiatura. Anche ora trovo un suo sguardo nelle parole che scrivo, nei significati che metto e negli occhi di tutte le persone che incontro. Quando penso a noi e in cosa ci siamo lentamente trasformati. Quando inciampo in quel passato, rotolando nel presente. Laddove il futuro è un baratro di cui non riesco mai a vedere il fondo.

Esiste una netta differenza tra “amare” e una “storia d’amore”. Credo di avere avuto la fortuna di vivere entrambe le cose, o mi piace semplicemente credere che sia così.
In fondo i ricordi sono solo fantasmi che hanno bisogno di un castello da infestare. Ecco perché scrivo. Edifico i pensieri con torrette, merli e ponti levatoi. Grandi sale da ballo. Stanze segrete e corridoi dove perdersi è un’allettante opportunità.

Apro facebook. Ascolto una meravigliosa canzone di Pino Daniele. “E’ tempo di cambiare –
di non lasciarsi andare
– Di vivere la vita così –
Come un angelo o un assassino –
Ognuno nel suo passato –
Ognuno col suo destino”

E mi rendo conto che il rischio di “cambiare” è dimenticarlo il proprio passato. Esorcizzarlo e non emozionarsi più. Un po’ come saltare al brano successivo. Sembra fatto apposta: Yes, I know my way.”

Insegnami che tutto è possibile

27 giugno 2015

Ho passato tutta la notte in cerca di un luogo sicuro da raggiungere, ma non esistono. Sto qui. Ti sto accanto. Ed è una questione di autosufficienza.
Il destino mi ha riservato il suo pezzo migliore. È arrivato silenzioso e in punta di piedi. Mi ha dato il tempo di non abituarmi, di sorprendermi, di non capire, di non rendermi conto.
Prima mi ha disegnato il passato. Poi mi ha illuso con il presente. E ora si appresta a mostrarmi un futuro che non voglio vedere. Come uno di quei film che passano su Sky a ogni orario e mi ostino solo a registrare.

Stamattina sono un dettaglio. Sono uno di quei fantasmi che fluttuano distrattamente, densi e improvvisamente presenti. Il mondo sta girando al contrario, come la ruota di un criceto triste. E io sono il bambino che chiama il suo papà, perché venga a vedere. “Corri, papà. Corri.”

Un giorno mi hai insegnato che la mano chiusa a pugno ha le stesse dimensioni del mio cuore. E io l’ho insegnato a mia figlia.
Ieri ho aspettato che ti addormentassi, poi ho serrato le dita e ho alzato quel pugno verso l’alto. Ho pianto fuori tutta la rabbia e mi è rimasto il vuoto dentro. La rabbia è il tranquillante di chi non si dà pace e la speranza è di non averne mai troppa per sé.

Mi hai insegnato le tabelline, i nomi delle cose. Mi hai trasmesso il senso di giustizia e mi hai preso sulle spalle per farmi sentire più vicino alle stelle. Mi hai mostrato l’importanza dei condizionali. A non sottovalutare la punteggiatura, a mettere le briglie agli aggettivi. Mi hai insegnato a camminare, a vivere di imperativi e di infiniti presenti.
Mi hai preso la mano quando sono venuto al mondo e da quel giorno non l’hai lasciata più.
Ti prego di non farlo ora. Non voglio che tu ci sia per me da qualche parte nel vento. Voglio la tua mano nella mia. Qui. Adesso. Per sempre.

Ma qualcosa sta succedendo e non credo di saperla affrontare. Sono confuso e spaventato. Quando le persone smettono di lottare iniziano a essere foglie in balia del vento. E io mi sento come un grande albero dal tronco possente. Dalle radici profonde. Ma che può solo gridare con i rami alzati verso il cielo, mentre le foglie cadono in un lamento di impotente abbandono.
Non ho il dono di lottare per te. Non ho il potere di cambiare le cose. Questo non me lo hai insegnato, maledizione. E non posso nemmeno piangere.

La percezione della fine mi costringe a misurare e a soppesare ogni singolo passo, senza curarmi della direzione da prendere. Facendo attenzione solo a ciò che potrebbe essere calpestato. Facendo attenzione che le foglie non rimangano sulla suola delle mie scarpe. E per farlo ho bisogno che tu mi tenga per mano come il primo giorno.
E non dirmi che sono speciale.
Io me ne sbatto di essere speciale. Io non voglio essere speciale. Voglio solo somigliare a quello che sei e continuare ad averti vicino. E se davvero vuoi fare qualcosa per me, allora lotta e insegnami che tutto è possibile.

Maledetta dialettica

26 giugno 2015

Mi chiedo se esistano differenze tra l’amare nel modo giusto la donna sbagliata e amare nel modo sbagliato quella giusta.
Vorrei smettere di farmi questa domanda eliminando tutti i punti interrogativi, ma non è così facile. Il bisogno di certe risposte non implica un corretto uso della punteggiatura.
E poi non ho ancora la più pallida idea di cosa io stia cercando.

Non ho molto da chiedere alle storie che scrivo, se non una chiave con cui aprire i ricordi.
Chi scrive in fondo non è altro che un pirata stanco, una tigre senza Mompracem e senza una vera nave con cui tentare l’arrembaggio al futuro.
Sì, credo che questa maledetta dialettica sia l’unica libertà che posso ancora permettermi.

Pensieri biodegradabili

25 giugno 2015

Quando scrivo assegno significati. Nei miei paesaggi reali o inventati si nascondono sempre domande, risposte e una qualche forma di spiegazione dell’esistenza.

Quando scrivo di universi paralleli è perché sto cercando qualcosa in un posto che non è più la realtà. Quella realtà alla fine di ogni storia, quando sogneresti un lieto fine o una qualche morale accettabile, finisce semplicemente che ti sbrana.

Non esiste un universo parallelo che duri per sempre, perché niente dura per sempre, soprattutto noi. E per quanto mi riguarda, l’unico risultato assolutamente prezioso di tutta una vita è far durare le cose belle il più possibile. Senza aspettarsi niente.

La fine è un epilogo necessario. Ecco, quando scrivo della realtà provo a immaginare tutte le cose che mi aspettano alla fine. Anche quelle che attraverso semplicemente e non so immaginare con chiarezza. Quelle che subisco.

Questa mattina passeggio per le strade del centro di Roma palpeggiando pensieri. Sento sulla testa l’occhio attento dei gabbiani e il rumore del loro moto perpetuo. I raggi di sole mi accarezzano il viso. Brucianti. Inequivocabili. Arriva male odore dai sacchi delle immondizie agli angoli della strada. È l’urbano squallore di una città che lotta contro l’imperizia dell’uomo e l’ineluttabilità del tutto.

Certo, la grande bellezza. Ma queste cose Sorrentino si è guardato bene dal raccontarle.
C’è un foglio di giornale di fronte alla chiesa. Qualcuno ha dormito sulla pagina sportiva di lunedì scorso. Ci sono bottiglie di plastica vuote, fazzoletti sporchi, cicche schiacciate, sputi, lattine di tonno aperte e una stridente provvisorietá.

C’è una busta di plastica impigliata in un ramo. È un albero vecchio, di un verde che sembra arancione incolore. Lascio scivolare nella tasche il mio iPhone e raccolgo da terra quello che posso. “Quello che posso” in fondo è ciò che so fare meglio, anche se a volte non basta a scrivere il lieto fine. Non è mai bastato a correggere i miei errori, a far star bene le persone che amo o a migliorare di molto la percezione delle cose che scrivo.

Guardo in alto. C’è una finestra aperta in via dei Coronari. Lei sta guardando i tetti di Roma. I lunghi capelli neri intercettano i raggi di luce obliqui. Certo, la grande bellezza. Faccio due passi indietro trascinando i piedi, senza alzare la polvere e i ricordi. Con religioso rispetto. Evitando di essere banale nei movimenti e scrivendo pensieri biodegradabili.

Guardali

24 giugno 2015

Oggi il mattino ha gli stessi colori di ieri sera. Nella mia testa le geometrie confondono le dimensioni dei vecchi sentimenti. Emozioni vissute e sognate in silenzio. Sussurrate con un filo di voce. Universi paralleli disegnati con il righello in mano e gli occhi puntati sul soffitto. Pensieri che non sembrerebbero mai avere un senso e invece raccontano un sacco di cose.

C’è un silenzio assordante nell’aria. Parla al posto mio e mi giustifica, perché il mattino ha l’oro in bocca. Perché in fondo il silenzio è d’oro. Perché alla fine c’è qualcuno che lo ha già scritto e non me la sentivo di dargli torto.
Forse dovrei decidermi a comprare delle tende. Togliere queste maioliche e stendere del parquet.

La finestra proietta l’ombra di un gabbiano immobile sul tetto e riflessi di luce arancione sulle pareti. Se fossi esistita davvero oggi ti avrei parlato di un sacco di cose. Sorridendo, respirando, ricordando. Vivendo insomma. E tu mi avresti anche ascoltato. Seduta con le gambe incrociate, accarezzando una catenina d’argento con le dita, all’altezza del cuore. Con lo sguardo distrattamente attento di chi vorrebbe rispondere, ma si perde le parole per strada.

Sono le otto e mezza di un mercoledì di giugno e il tempo sembra incerto. Forse è rimasto qualcosa da bere in cucina. Qualcosa che mi faccia passare la voglia. In fondo è quasi ora di colazione e non ho ancora imparato a mentire. C’è un succo di mela nel frigo. Lo bevo a piccoli sorsi direttamente dalla bottiglia. Mi avvicino alla tv. Gioco con il telecomando. C’è il mare alla televisione.

Intanto l’ombra del gabbiano sul tetto apre le ali, poi le richiude e all’improvviso vola via. Mi stendo sul divano e allungo le gambe oltre il bracciolo. Vorrei rilassarmi invece cambio canale. Solite cose, solite notizie. Da quando ho smarrito il cuore ho dovuto imparare a guardare e ho smesso di sognare. Pazienza, mi dico, pazienza. Spengo la tv. Accendo lo stereo. Ascolto un po’ di musica. “Anima Fragile”. Prima del ritornello salto al brano successivo. Poi ad un altro e un altro ancora. La canzone che vorrei ascoltare Vasco non l’ha ancora scritta e io non so scrivere canzoni. Le so solo cantare sotto la doccia.

Sta arrivando un nuovo giorno e stavolta non è uno scherzo del correttore automatico. Sta davvero arrivando. E mi sorprenderà qui, ancora una volta, sdraiato, confuso, eccitato e seminudo. Mentre certi pensieri si fanno largo, in assetto antisommossa, tra queste pagine bianche ancora tutte da scrivere e una realtà fatta di parole che non riesco a inventare.

“Guardali. Non sono bellissimi? Sono tutti i miei audaci tentativi di dimenticarti.”

Maggie è donna

23 giugno 2015

Infernetto. Quartiere di Roma sud. Pomeriggio.

Un posto a pochi passi dalla città e a 2 km da Ostia. Un “vorrei ma non posso” che impone ai residenti di ritenerlo un posto di mare, senza mare. Insomma, come una pasta alla norma ben presentata, ma con le melanzane ancora nel frigo.

È il giorno del vaccino. La sala d’attesa è insolitamente vuota. C’è solo un gatto con l’aria rassegnata e sconfitta, arrotolato sulle gambe di un’anziana signora. Lei lo accarezza, lui si prende le coccole e restituisce sguardi distratti.

“È un cagnolino meraviglioso. È suo?”

Io eseguo un complicato giro di montagne russe con gli occhi per guardarmi intorno, poi faccio si con la testa.

“E come si chiama?”

“Maggie”, rispondo.

Passano venti secondi di incubante silenzio, poi la signora mi fa: “Maggie. Che nome strano per un cane. Non poteva chiamarlo in un altro modo?”

Io guardo il mio cocker nero pastello, con l’intensità di chi vorrebbe fosse lui stesso a rispondere. Poi punto gli occhi verso la donna senza premere il grilletto.

“Mi piaceva morbosamente questo nome, anche se probabilmente avrei potuto chiamarlo in decine di modi diversi”. E sorrido di circostanza.

“Certo, certo”, mi risponde lei.

Trascorrono altri ventidue secondi, intervallati dagli sbadigli di Maggie, un colpo di clacson in lontananza e una ventata di disinfettante. Poi la signora spezza il nirvana.

“Però Maggie è un nome da femmina. Certo che è strano. Non poteva chiamarlo in qualche altro modo?”

Prima di risponderle osservo il suo gatto. Ha lo sguardo che parla e sembra comunicarmelo con gli occhi: “Credimi amico umano, ho più volte provato a fuggire da lei, ma non ci sono riuscito!”. Sorrido ancora.

“È un nome da donna, perché il cane è femmina e poi è il anche nome di Maggie Smith, la serial killer, la conosce?”

In quel medesimo istante però la veterinaria ha spalancato la porta. Le ha concesso una insperata via di fuga e lei ci si è proiettata dentro, senza rispondere. Mentre il suo gatto, ne sono certo, stava ridendo di gusto.

Con sideros

22 giugno 2015

Mi manca la stanza di quando ero bambino. La carta da parati vintage a righe verticali che sfumava sul verde. Il letto in legno che somigliava a una vecchia scialuppa e il pavimento con le maioliche a fiori grandi, blu e bianchi.

Mi mancano la serenità di quel passato. Le vacanze al mare in luglio. Le fettuccine di mia nonna. Le ripetizioni al mattino. Le corse di notte per rubare un cocomero. Perché il futuro non era una preoccupazione, ma soltanto una grande opportunità.

Mi manca la ragazza a cui ho dato il mio primo bacio. Quella che aveva un’edicola in fondo alla strada e la finestra della sua stanza di fronte alla mia. Quella con cui evitavo, zigzagando tra i banchi, i gavettoni dei compagni nell’ultimo giorno di liceo e con cui ridevo di cuore.

Mi manca tutto quello che ho lentamente perduto per strada. La determinazione. L’innocenza. L’astuzia. La spensieratezza. L’estro e quella serenità che non riesco più a tenere stretta come vorrei. Invece le incertezze non se ne vanno. Restano, scavano, albergano e non se ne vanno. Conoscono il mio nome e mi tirano per la camicia, mi baciano, mi toccano, mi accarezzano.

Mi mancano le mie parole. Il tempismo delle battute ironiche. La capacità di metterle insieme. La voglia di prendere una canzone e cantarla a squarciagola in auto o sotto la doccia. Mi manca il mio modo di inciampare davanti a cento persone, per cadere di peso e ridere come se non ci fosse un domani.

Stamattina lo stomaco ha voglia di caffeina, il cuore di ricordi e la testa di concretezze. Alla voce “considerare” la Treccani recita questo: (der. di sidus -dĕris «astro», col pref. con-; propr. “osservare gli astri per trarne gli auspici”).

Mi mancano le stelle cadenti. Forse è ancora troppo presto per vederle precipitare. E non so perché adoro il verbo “considerare” visto che non ha mai avuto senso fermarsi a guardare un cielo stellato da solo. 

Per fortuna oggi c’è un sole meraviglioso.

Vizio capitale

21 giugno 2015

Roma di notte è bella da togliere il fiato. Quando l’aria rinfresca un po’. Quando c’è la luna, ma basterebbero anche le luci dei lampioni a colorare i prepotenti dettagli di una città eterna. Quando scompaiono le code dei turisti con le loro improbabili magliette, le loro costosissime mezze d’acqua minerale, i capienti zaini da esploratore, le videocamere vintage e quelle facce finte davanti ai cellulari di ogni marca e modello. Pronti a regalare paresi facciali e sfondi da cartolina ai social network.

Roma ha un cuore pulsante che si nasconde nei vicoli. Nelle centinaia di chiese e fontane. Nelle botteghe aperte fino a tardi. Nelle meravigliose trattorie e negli scorci nascosti di vita vissuta. Tutti luoghi dove perdersi. Dove andare a raccogliersi, a cercarsi e ritrovarsi. Angeli e demoni da cui farsi prima incantare e poi dominare.

Roma è la grande bellezza che nasconde un’anima da piccolo paese sperduto. Trastevere. Testaccio. Campo de Fiori. Le piazzette incastrate tra i vecchi palazzi barocchi del centro. Facciate neoclassiche e sculture antiche e moderne che si susseguono senza tregua, imponenti e prive di alcuna soluzione di continuità.

Anche la fontana più piccola e insignificante regala cerchi concentrici e leggende da raccontare. È la magia delle luci di una città, satura di storia, che la notte si veste d’incanto.
Seduto sul bordo di una grande vasca. Guardo e ascolto Roma ipnotizzato dal rumore dell’acqua e dal silenzio di idee che fa da anticamera ai grandi pensieri, alle speranze e ai sogni più belli.

Sono le quattro. Non passa nessuno a quest’ora. Questa è l’ora della solitudine. Quella solitudine che ti culla e rimprovera come una mamma premurosa. Con educazione, quasi che ti stesse chiedendo scusa per il disturbo. Quella solitudine in cui ricercare il senso di una presenza, la giustificazione di un’assenza. Una distanza perduta e da ristabilire per tornare a guardare meglio le cose. Da lontano.

Roma è un universo di vita nitido e tollerabile, pronto a innamorarsi perfino di te. Quando resti solo sulla sua scena. Quando non c’è nessun amico con cui confidarsi che non sia il tempo. Quando le parole che pensi e scrivi ti restano addosso e ti consegnano ai sogni, o alla dannazione. All’abbraccio di un qualche angelo, o al sorriso seducente di quel demone che ti segue da sempre nascosto nell’ombra.

Quello che sono

20 giugno 2015

Si lo so. Se voglio posso apparire equilibrato e saggio. Scrivo bene. Riesco a esporre concetti. A gestire toni e ad accarezzare emozioni. Ma non sono del tutto cosciente dei miei lati oscuri. Delle mie frustrazioni. Della rabbia. Del mio egoismo. Del mio desiderio di rivalsa, o addirittura delle mie capacità di ferire.

Sono un ignaro scrittore dal carattere difficile, o semplicemente uno stronzo? Magari potrei affermare che lo sono, ma che non è colpa mia. Che è per causa di qualcuno, o di qualcosa. Perché c’è sempre un qualcuno, o un qualcosa a cui dare la colpa. Ed è semplice cadere in un baratro di vittimismo ingiustificato.

Stanotte invece punto il dito su me stesso. Mi assumo tutta la responsabilità di quello che sono, o che sono diventato. Nel bene e nel male. Ogni volta che ho sbagliato ho pagato un prezzo enorme in termini di pace interiore. E questo avrebbe dovuto scatenare le giuste riflessioni, invece niente. Ci voleva qualcuno che tentasse di strapparmi il cuore per farmi capire che il mio non è di carta.

Non vado certo fiero dei miei errori, ma non posso dire di aver fatto mai nulla di veramente tangibile per migliorarmi.
È sempre stato più semplice rifiutare piuttosto che ammettere di avere dei difetti.
“Difetti? Non ne ho. Io sono generoso. Io sono buono. Io non sono come lui, o come loro. Io sono più profondo. Più sensibile. Più affettuoso. Più abile. Più simpatico. Io sono…”

…un perfetto idiota.
Sono distratto, sono episodico, sono dilaniato dal bisogno di riconoscimenti. Devastato dalla necessità di avere in cambio del mio amore, tutto l’amore possibile. E frustrato se questo poi non avviene, malgrado quel compulsivo sforzo di mostrarmi migliore di quello che sono. Malgrado la mia prepotente propensione al sentimentalismo. Al tutto o niente.

Una ragazza, a cui voglio un bene inquantificabile, oggi mi ha detto che possiedo un naturale istinto a farla pagare e che non sono una bella persona da frequentare. È in momenti come questo che arrivi a comprendere quanto possono ferire le parole. Quando feriscono te. E non faccio altro che pensarci da ieri pomeriggio. “Io fare del male? Ma non è vero”, le ho risposto “io sono un buono.”

Buono? Solo perché poi tutto si riduce a vento e parole?
E vero. Per essere cattivi ci vogliono istinti e abilità che non possiedo. Ma vento e parole possono bastare a rovinare tutto. A creare disagi. Imbarazzi. Ferite.
“Le parole sono importanti” recitava Nanni Moretti in Palombella Rossa.

Non bisogna per forza essere il professor Moriarty per fare del male a qualcuno. Bastano i toni pesanti,le frasi sbagliate, il sarcasmo fuori luogo. E a volte capita proprio che a subirne le conseguenze siano le ultime persone a cui vorresti far male.
Già. Non vorresti. Non faresti, non potresti. Eppure lo fai. E non perdi un minuto del tuo tempo a pensare alle conseguenze.

Forse sto diventando noioso con i miei modi di fare. Di scrivere. Di apparire. Forse sono davvero sopravvalutato, ma non dagli altri. Da me stesso. E questa io la chiamo vanità.
Forse dovrebbe esserci un girone a parte all’inferno per i permalosi vanitosi come me. O magari sono io che non riesco più a coniugare altro verbo che non sia sbagliare, infinito, presente.

Ma a cosa serve chiedere scusa se poi non si risale alla fonte dei propri sbagli?
Lo so, lo so. Il perdono è un’illusione confortante, una fantasia trascinante, una scena recitabile e distorcente, una realtà proponibile e affascinante.

Il momento del perdono è quanto di più intimo si possa aspirare.
Sono patetico. Sbaglio per farmi perdonare ed eccedo in generosità, perché ho bisogno che qualcuno mi dica: “bravo!”. Ma bravo di che? Bravo di cosa?

Ci metto troppo sentimento. Troppo cuore, troppi muscoli e poca testa. Dovrei fare con più attenzione i miei esercizi di intolleranza, dovrei credere nell’affetto innanzi tutto, nel buonsenso e nella ragione.

Sconfiggere il dominio della passione, rinunciare al pulsare del sangue, abbandonare al proprio destino tutto quello di cui percepisco chiaramente il suono e l’intensità.
Abbracciare senza vergogna quella consapevolezza di essere in grado di fare del male e limitare i miei limiti. Rinunciare alla complessità e andare a letto con le semplificazioni.

Certo. Non so se ne sarò capace. Non è semplice migliorarsi. Fare dell’autocritica costruttiva e ammettere di essere fallati. Si rischia di cadere nell’autocommiserazione.
Io però ci sto provando sul serio e forse meriterei un po’ di tempo prima di essere giudicato e condannato ad uscire dal tunnel dal lato sbagliato.