Maggie è donna

Infernetto. Quartiere di Roma sud. Pomeriggio.

Un posto a pochi passi dalla città e a 2 km da Ostia. Un “vorrei ma non posso” che impone ai residenti di ritenerlo un posto di mare, senza mare. Insomma, come una pasta alla norma ben presentata, ma con le melanzane ancora nel frigo.

È il giorno del vaccino. La sala d’attesa è insolitamente vuota. C’è solo un gatto con l’aria rassegnata e sconfitta, arrotolato sulle gambe di un’anziana signora. Lei lo accarezza, lui si prende le coccole e restituisce sguardi distratti.

“È un cagnolino meraviglioso. È suo?”

Io eseguo un complicato giro di montagne russe con gli occhi per guardarmi intorno, poi faccio si con la testa.

“E come si chiama?”

“Maggie”, rispondo.

Passano venti secondi di incubante silenzio, poi la signora mi fa: “Maggie. Che nome strano per un cane. Non poteva chiamarlo in un altro modo?”

Io guardo il mio cocker nero pastello, con l’intensità di chi vorrebbe fosse lui stesso a rispondere. Poi punto gli occhi verso la donna senza premere il grilletto.

“Mi piaceva morbosamente questo nome, anche se probabilmente avrei potuto chiamarlo in decine di modi diversi”. E sorrido di circostanza.

“Certo, certo”, mi risponde lei.

Trascorrono altri ventidue secondi, intervallati dagli sbadigli di Maggie, un colpo di clacson in lontananza e una ventata di disinfettante. Poi la signora spezza il nirvana.

“Però Maggie è un nome da femmina. Certo che è strano. Non poteva chiamarlo in qualche altro modo?”

Prima di risponderle osservo il suo gatto. Ha lo sguardo che parla e sembra comunicarmelo con gli occhi: “Credimi amico umano, ho più volte provato a fuggire da lei, ma non ci sono riuscito!”. Sorrido ancora.

“È un nome da donna, perché il cane è femmina e poi è il anche nome di Maggie Smith, la serial killer, la conosce?”

In quel medesimo istante però la veterinaria ha spalancato la porta. Le ha concesso una insperata via di fuga e lei ci si è proiettata dentro, senza rispondere. Mentre il suo gatto, ne sono certo, stava ridendo di gusto.

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