Insegnami che tutto è possibile

Ho passato tutta la notte in cerca di un luogo sicuro da raggiungere, ma non esistono. Sto qui. Ti sto accanto. Ed è una questione di autosufficienza.
Il destino mi ha riservato il suo pezzo migliore. È arrivato silenzioso e in punta di piedi. Mi ha dato il tempo di non abituarmi, di sorprendermi, di non capire, di non rendermi conto.
Prima mi ha disegnato il passato. Poi mi ha illuso con il presente. E ora si appresta a mostrarmi un futuro che non voglio vedere. Come uno di quei film che passano su Sky a ogni orario e mi ostino solo a registrare.

Stamattina sono un dettaglio. Sono uno di quei fantasmi che fluttuano distrattamente, densi e improvvisamente presenti. Il mondo sta girando al contrario, come la ruota di un criceto triste. E io sono il bambino che chiama il suo papà, perché venga a vedere. “Corri, papà. Corri.”

Un giorno mi hai insegnato che la mano chiusa a pugno ha le stesse dimensioni del mio cuore. E io l’ho insegnato a mia figlia.
Ieri ho aspettato che ti addormentassi, poi ho serrato le dita e ho alzato quel pugno verso l’alto. Ho pianto fuori tutta la rabbia e mi è rimasto il vuoto dentro. La rabbia è il tranquillante di chi non si dà pace e la speranza è di non averne mai troppa per sé.

Mi hai insegnato le tabelline, i nomi delle cose. Mi hai trasmesso il senso di giustizia e mi hai preso sulle spalle per farmi sentire più vicino alle stelle. Mi hai mostrato l’importanza dei condizionali. A non sottovalutare la punteggiatura, a mettere le briglie agli aggettivi. Mi hai insegnato a camminare, a vivere di imperativi e di infiniti presenti.
Mi hai preso la mano quando sono venuto al mondo e da quel giorno non l’hai lasciata più.
Ti prego di non farlo ora. Non voglio che tu ci sia per me da qualche parte nel vento. Voglio la tua mano nella mia. Qui. Adesso. Per sempre.

Ma qualcosa sta succedendo e non credo di saperla affrontare. Sono confuso e spaventato. Quando le persone smettono di lottare iniziano a essere foglie in balia del vento. E io mi sento come un grande albero dal tronco possente. Dalle radici profonde. Ma che può solo gridare con i rami alzati verso il cielo, mentre le foglie cadono in un lamento di impotente abbandono.
Non ho il dono di lottare per te. Non ho il potere di cambiare le cose. Questo non me lo hai insegnato, maledizione. E non posso nemmeno piangere.

La percezione della fine mi costringe a misurare e a soppesare ogni singolo passo, senza curarmi della direzione da prendere. Facendo attenzione solo a ciò che potrebbe essere calpestato. Facendo attenzione che le foglie non rimangano sulla suola delle mie scarpe. E per farlo ho bisogno che tu mi tenga per mano come il primo giorno.
E non dirmi che sono speciale.
Io me ne sbatto di essere speciale. Io non voglio essere speciale. Voglio solo somigliare a quello che sei e continuare ad averti vicino. E se davvero vuoi fare qualcosa per me, allora lotta e insegnami che tutto è possibile.

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