Quello che sono

Si lo so. Se voglio posso apparire equilibrato e saggio. Scrivo bene. Riesco a esporre concetti. A gestire toni e ad accarezzare emozioni. Ma non sono del tutto cosciente dei miei lati oscuri. Delle mie frustrazioni. Della rabbia. Del mio egoismo. Del mio desiderio di rivalsa, o addirittura delle mie capacità di ferire.

Sono un ignaro scrittore dal carattere difficile, o semplicemente uno stronzo? Magari potrei affermare che lo sono, ma che non è colpa mia. Che è per causa di qualcuno, o di qualcosa. Perché c’è sempre un qualcuno, o un qualcosa a cui dare la colpa. Ed è semplice cadere in un baratro di vittimismo ingiustificato.

Stanotte invece punto il dito su me stesso. Mi assumo tutta la responsabilità di quello che sono, o che sono diventato. Nel bene e nel male. Ogni volta che ho sbagliato ho pagato un prezzo enorme in termini di pace interiore. E questo avrebbe dovuto scatenare le giuste riflessioni, invece niente. Ci voleva qualcuno che tentasse di strapparmi il cuore per farmi capire che il mio non è di carta.

Non vado certo fiero dei miei errori, ma non posso dire di aver fatto mai nulla di veramente tangibile per migliorarmi.
È sempre stato più semplice rifiutare piuttosto che ammettere di avere dei difetti.
“Difetti? Non ne ho. Io sono generoso. Io sono buono. Io non sono come lui, o come loro. Io sono più profondo. Più sensibile. Più affettuoso. Più abile. Più simpatico. Io sono…”

…un perfetto idiota.
Sono distratto, sono episodico, sono dilaniato dal bisogno di riconoscimenti. Devastato dalla necessità di avere in cambio del mio amore, tutto l’amore possibile. E frustrato se questo poi non avviene, malgrado quel compulsivo sforzo di mostrarmi migliore di quello che sono. Malgrado la mia prepotente propensione al sentimentalismo. Al tutto o niente.

Una ragazza, a cui voglio un bene inquantificabile, oggi mi ha detto che possiedo un naturale istinto a farla pagare e che non sono una bella persona da frequentare. È in momenti come questo che arrivi a comprendere quanto possono ferire le parole. Quando feriscono te. E non faccio altro che pensarci da ieri pomeriggio. “Io fare del male? Ma non è vero”, le ho risposto “io sono un buono.”

Buono? Solo perché poi tutto si riduce a vento e parole?
E vero. Per essere cattivi ci vogliono istinti e abilità che non possiedo. Ma vento e parole possono bastare a rovinare tutto. A creare disagi. Imbarazzi. Ferite.
“Le parole sono importanti” recitava Nanni Moretti in Palombella Rossa.

Non bisogna per forza essere il professor Moriarty per fare del male a qualcuno. Bastano i toni pesanti,le frasi sbagliate, il sarcasmo fuori luogo. E a volte capita proprio che a subirne le conseguenze siano le ultime persone a cui vorresti far male.
Già. Non vorresti. Non faresti, non potresti. Eppure lo fai. E non perdi un minuto del tuo tempo a pensare alle conseguenze.

Forse sto diventando noioso con i miei modi di fare. Di scrivere. Di apparire. Forse sono davvero sopravvalutato, ma non dagli altri. Da me stesso. E questa io la chiamo vanità.
Forse dovrebbe esserci un girone a parte all’inferno per i permalosi vanitosi come me. O magari sono io che non riesco più a coniugare altro verbo che non sia sbagliare, infinito, presente.

Ma a cosa serve chiedere scusa se poi non si risale alla fonte dei propri sbagli?
Lo so, lo so. Il perdono è un’illusione confortante, una fantasia trascinante, una scena recitabile e distorcente, una realtà proponibile e affascinante.

Il momento del perdono è quanto di più intimo si possa aspirare.
Sono patetico. Sbaglio per farmi perdonare ed eccedo in generosità, perché ho bisogno che qualcuno mi dica: “bravo!”. Ma bravo di che? Bravo di cosa?

Ci metto troppo sentimento. Troppo cuore, troppi muscoli e poca testa. Dovrei fare con più attenzione i miei esercizi di intolleranza, dovrei credere nell’affetto innanzi tutto, nel buonsenso e nella ragione.

Sconfiggere il dominio della passione, rinunciare al pulsare del sangue, abbandonare al proprio destino tutto quello di cui percepisco chiaramente il suono e l’intensità.
Abbracciare senza vergogna quella consapevolezza di essere in grado di fare del male e limitare i miei limiti. Rinunciare alla complessità e andare a letto con le semplificazioni.

Certo. Non so se ne sarò capace. Non è semplice migliorarsi. Fare dell’autocritica costruttiva e ammettere di essere fallati. Si rischia di cadere nell’autocommiserazione.
Io però ci sto provando sul serio e forse meriterei un po’ di tempo prima di essere giudicato e condannato ad uscire dal tunnel dal lato sbagliato.

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