Ci sono già stato

E’ consolante sapere che alla fine ogni cosa torna sempre al suo posto. Come negli scaffali dei Carrefour dopo l’orario di chiusura. Come sul nastro di un sushi bar.

Ieri sera sono uscito sperando che potesse essere un giorno qualunque. Uno di quelli compresi tra domenica e mercoledì. Un giorno con le lancette dei minuti che corrono al contrario lungo la circonferenza del tempo.

Mi piace il modo in cui certe persone si siedono a tavola e tengono in mano il menù. Ma alla fine preferisco chi si affaccia al bancone. Per indole. Per noia. Per spirito di emulazione. O per una semplice questione di vigliaccheria.

Guardo il cameriere. Metto subito in pratica i miei discorsi e le espressioni provate allo specchio prima di uscire. Non seguo un copione. Non vedo una trama. Vado a braccio. Ed è una squisita interpretazione che si pone a metà strada tra il realismo di pensieri e il nomadismo di parole.

Quanti anni sono passati dall’ultima volta? Cinque? Cavolo non ricordo. Era bella anche allora, credo. Io in tutto questo tempo ho amato e perduto. Ho scritto e pubblicato. Ho anche imparato a fare le crostate, ma continuo a sbagliare i tempi di cottura.

Credo che i miei problemi siano sempre gli stessi. Non amo le istruzioni per l’uso. Non sopporto le quantità di tempo definite. Ho bisogno di regole a cui sottrarmi e di qualcosa che rimanga scritto da qualche parte mentre faccio le cose a modo mio.

Lei mi guarda. Non ha messo lo smalto. La naturalezza le dona, ma non tutte le donne ne capiscono la magia. Il tizio che mi siede accanto intanto parla di politica, della Grecia e polemizza sui tassi d’interesse. La sua compagna credo sia in coma vegetativo già da un po’.

Stasera avrei bisogno di rimanere incastrato in un fotogramma con un primo piano dei suoi occhi. Forse dovrei scusarmi con il mondo intorno. Quando ho fame non mi rendo davvero conto di quello che penso. Credo mangerò qualsiasi cosa dei piattini che mi sfileranno davanti.

Adoro quei roll al salmone e coraggio. Il sushi tonno e simpatia. L’ho chiesto prima al cameriere e mi ha detto che per avere il sashimi di pensieri positivi devo fare una tessera a punti. L’ennesima tessera. La crisi in Grecia intanto impazza alle mie spalle, tra briciole di noia e residui di coca zero nei bicchieri.

“Li vedi? No non girarti subito. Aspetta. Ora. Ha una camicia orrenda. Lei invece è troppo truccata. Forse dorme. Ah no. È imbalsamata.” Quando si mangia si dicono più sciocchezze di quando si scopa. Basta. Prendo un piattino qualunque, tanto per seppellire da qualche parte l’imbarazzo che mi si è condensato sulle papille gustative.

C’è una scritta strana sui bastoncini di legno, “Made in China”. Li hanno presi nel continente di fronte. Passano un paio di piattini. Li ignoro. C’è roba che non comprendo e odora di cipolla.

Intanto lei si ostina a guardare l’universo dalla fessura degli occhi, studia equilibri calorici e opzioni di abbinamento. Poi poggia il mento sul dorso della mano e guarda le cose scorrere via. Io tento di afferrare un piatto e quasi ne rovescio altri due. Tranquilla. Tutto normale. Lo faccio sempre per scaldarmi un po’.

Stavolta mi concentro. Prendo un respiro. Poi un sorriso. Magari più tardi lo provo a casa e lo riporto se non mi sta bene addosso, tanto al limite mi fanno un buono e ho trenta giorni di tempo per cambiarlo con un abbraccio. C’è la garanzia per i sorrisi? Ad ogni buon conto ricordami di conservare lo scontrino.

In un attimo afferro il piattino con destrezza felina. Lei sorride. Sorride, perché sorridere è un’opportunità e mette allegria. “Assaggia questi. Sono con il salmone. No. Non c’è la cipolla. Qui li fanno bene. Io lo so, perché ci sono già stato.”

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