Uccidere non rende eterni

16 luglio 2016

Se mi metti paura mi togli la capacità di sognare. Se mi terrorizzi mi spegni i desideri. Mi comprometti il bisogno di vivere. Chi può voler destinare tutto questo all’uomo? Un essere molto cattivo, forse. Oppure i figli di un dio più cattivo di loro. Ma non è nella natura di un dio essere buono? 

Sarà che a me i racconti con i cattivi non mi hanno mai convinto. Più che altro perché quando esiste il cattivo, è implicito che esista anche il buono. Ed è soprattutto ai buoni che non ho mai creduto. Non mi inoltro a improvvisare analisi come fa il popolo dei social network. Muoio dalla voglia di dire la mia, ma cristo santo non sono all’altezza. Però non parlo dei possibili risvolti politici, storici, o religiosi. Perché quelli potrei approfondirli solo attraverso qualche libro. E non ho più tempo. Non ho più voglia. Oggi sento solo un gran desiderio di leggerezza.

Il desiderio di effettuare un check in senza la paranoia di cercare con lo sguardo chi, tra chi mi sta intorno, potrebbe farsi saltare con una bomba. O andare a una partita di calcio con i miei nipotini, privato dall’apprensione di vivere in un evo sbagliato. 

Non può esserci alcun messaggio in tutto questo odio. L’inizio del viaggio è in un aeroporto. La fine del viaggio non può essere un aeroporto. Per me l’inizio e la fine del viaggio sono nell’abbraccio delle persone che amo. Quando le incontro ancora dopo essermi allontanato. Perchè in ogni viaggio c’è la metafora di tutta una vita, ma i più difficili sono quei viaggi che iniziano e finiscono dentro di noi.

Lanciarsi sulla folla e investire uomini, donne e bambini con un camion non ha nessuna collocazione umana. Sparare addosso alla gente che cerca leggerezza non può far parte dei comandamenti di alcun dio. Farsi saltare in aria per disintegrare decine, centinaia di persone che partono, che arrivano, che incontrano o che compiono il proprio percorso è proprio di chi sta reagendo alla folle volontà di un dio che probabilmente nemmeno esiste. 

Non sono così preparato per cogliere l’entità di quei pensieri che portano alla follia degli uomini. Io continuo a vedere la terra inserita in un sistema solare. A vedere il sistema solare inserito in una galassia e la galassia far parte di un equilibrio. Un tassello che impedisce anche a tutte le altre di collassare. È questa la cosa più vera che conosco e che, volenti o nolenti, ci riguarda tutti. Una prospettiva diversa e un’angolazione più distante ci mostrerebbero come saremmo in grado di vivere anche a testa in giù. Senza una fede e senza alcun dio.

Ormai ho una età che mi sottolinea gli anni che passano. Eppure c’è ancora una moltitudine di esseri che sono disposti a credere che uccidersi renda eterni. E proprio per questo non affrontano la vita. Non sognano. Non desiderano veramente nulla che non sia odio. Perché sono accecati dall’orizzonte murato che hanno di fronte. Quel nulla cosmico edificato ad arte da chi sa rendere ciechi con le parole. E poi ti sbatte in rete una profezia del cazzo con l’attenuante che è stato un dio a organizzare tutto.

La vita per quanto difficile, è meravigliosa. La vita è intensissima. Eppure c’è chi crede che la vita non sia degna di essere vissuta nel rispetto delle vite altrui. E non parlo solo del terrorista. Della religione. Della politica. Basterebbe entrare nelle case della gente più comune  e osservare cosa succede sempre più spesso. Uomini che uccidono donne e bambini, perché non tollerano un no, un abbandono e una fine. Questo devastante non saper accettare di non essere “tutto” e di non essere “per sempre”. 

La cosa peggiore di tutta questa paura è che ci impedisce di saper vivere e di riuscire davvero ad amare.

Colpa dei temporali estivi

14 luglio 2016

Una birra fredda. Il chiassoso fascino di un temporale. Nessun accenno di luna tra le nuvole. Soltanto piccoli sorsi e improvvisati sorrisi. Gesti apotropaici. Attimi che precedono la compulsiva ricerca di una parola giusta. Quella perfetta. Quella pronunciata al momento opportuno.  

Forse tutto ciò di cui avrei bisogno stasera è qualcuno che mi aggiusti i pensieri. Perchè anche i ricordi a volte si spezzano. E quando succede gli equilibri si rompono, e le persone cessano di funzionare. Anche se a occhio nudo, cambiando prospettiva, tutto potrebbe apparire comunque normale. Anche se la birra è fredda e aiuta le buone intenzioni. Anche se non mi sta piovendo addosso e il cuore è lo stesso in fuga. Mentre la testa e gli occhi se ne stanno sempre buoni al loro posto. 

Stanotte me ne andavo in giro con tutta l’immaginazione possbile. E a un certo punto l’ho creduto davvero. Che cosa? No, niente. Solo che potessero essere la stessa cosa, lo “stare fermo” e il “non pensare”. Ma non è così. 

Colpa dell’infantile presunzione di un uomo. Di quella sua assurda convinzione di poter sempre fare qualcosa per qualcuno. Colpa dei temporali estivi che rendono indissolubile quello che la vita invece gioca a nascondere tra le pieghe dei giorni più normali. Quelli vissuti a temperatura ambiente. Quelli che ti riempiono ogni mattina di quotidianità, ma che ti svuotano di emozioni.

Ci vorrebbe un altro me stesso per ripararmi. Per sistemare i sentimenti e i pensieri. E non so nemmeno quanto sarebbe in grado di fare un ottimo lavoro. Si dice che per le cose fatte bene serva tanta qualità. Io credo occorra il tempo. Ma purtroppo non basta mai. Ed è per questo che diventiamo sempre più veloci e meno esperti. 

Da qualche parte, però. Dentro di noi. Resta comunque qualcosa. Magari è solo un profumo. Una musica. Un pensiero positivo. Un’impressione. Magari è solo l’eco di una vecchia speranza. E alla fine mi ritrovo trasportato puntualmente lì. Appoggiato allo sportello di quella macchina. Con lo sguardo trasognato e il sorrisetto beota di un sedicenne. 

Quel finestrino che si abbassa è quanto mi resta. Insieme all’assordante volume dei tuoi occhi che oscura la luce dei lampioni e ridisegna il profilo di una città eterna. Insieme al caldo insopportabile di quella notte di luglio, che sembrava non voler finire più.

Agitando le parole 

8 luglio 2016

Lui scrive. Scrive anche bene. E stasera sta raccontando di come le persone abbiano la forma del tempo che scorre. Il rumore del suono delle parole che hanno davvero ascoltato. L’impronta dei giorni che hanno attraversato. E l’odore dei posti in cui hanno vissuto. Lui questo lo scrive. E mentre scrive osserva quello che entra ed esce dal perimetro di una grande finestra del gate di un aeroporto. Un aereo. Un uccello. Qualche nuvola rosa.

Quando l’ha chiamata, poco fa, stava fumando. E doveva appena aver acceso la sigaretta. L’ha capito nell’attimo in cui lei ha pronunciato la parola “pronto”.

Perché tutte le lettere suonavano un po’ come un’unica lunghissima P. Con gli spigoli delle consonanti ben levigati e l’accento stirato sulle vocali. Lettere accompagnate da un rilascio leggero di fumo. Come quando si soffia fuori qualcosa con la delicatezza di chi non vuol dare fastidio a nessuno. 

“Stai tornando?”

“Si, ma ci vorrà un po’!”

“Bene, se mi dici a che ora magari ti vengo a prendere.”

“Magari. Si.” 

Poi hanno parlato di tutto quello di cui si parla quando una vacanza è finita e ti ritrovi in aeroporto troppo presto per il tuo volo. Lui le raccontava della malinconia che avrebbe provato in questi giorni. Di come sia sempre facile lamentarsi di certe cose e di quanto sia difficile comunque farne a meno. Lei annuiva a distanza. Ma non troppo convintamente.

Poi sono rimasti in silenzio qualche secondo. E mentre una voce metallica recitava annunci, lui l’ha sentita ancora respirare. Ha avvertito prima i secondi, e poi i minuti, sostituirsi al fumo e alla nicotina. Li ha immaginati entrare e uscire. Ha immaginato un sopracciglio alzato. La mano destra fra i capelli che li spostava verso sinistra. Che disegnava un arco morbido, prima di lasciarli abbandonati sulla fronte a fare da sipario agli occhi. 

“Dimmi perché”, gli ha chiesto.

“Perché cosa”, ha risposto lui.

“Perché il tempo passa?”

“Non lo so, lo fa e basta. Perché se non passasse l’esistenza si ridurrebbe a una istantanea colorata. E tu sai quanto vengo male in foto.”

“Dimmi qualcosa che non so, allora.”

“Mi piaci abbastanza.”

“Ti avevo detto di dirmi qualcosa che non so.”

“Mmmh! Sei bella, ma dannatamente impegnativa?”

A quel punto sono rimasti un istante in silenzio. Poi sono scoppiati a ridere.

“Ok. Allora buon viaggio, scrittore.”

In questi giorni ho mi sono sempre alzato prestissimo. Ho visto il sole nascere e morire. E non è successo mai nel giro di pochi minuti. Ma è accaduto sempre. Con una precisione troppo aritmetica per le parole. Ma in fondo a chi interessa fare calcoli o spiegarsi la fisica dei sentimenti? 

A me bastano le mie storie. Mi basto io. E voglio restare così. Attaccato al filo quoitidiano dell’incertezza. A trarre soddisfazioni e risposte anche dalle cose apparentemente insignificanti. Un’alba. Un tramonto. Gli sguardi degli altri quando non si abbassano. Le parole quando non si disperdono. La limitatezza di un orizzonte mai abbastanza lontano. O quella sofisticata rassegnazione che precede il sonno.  

Oggi ho provato a immaginarmi annoiato, ma stonavo con tutto il contesto. Ho cercato trai miei ricordi. Ho provato a mordermi il labbro inferiore. A lasciarmi invadere gli occhi da una luce superba e malinconica. Quella luce che ho intravisto da qui. Da questo posto lontano da cui ora ti saluto, semplicemente agitando le parole come fossero le mie braccia.

Certe distanze 

7 luglio 2016

La ragazza indossa un costume bianco. Se ne sta seduta a pochi metri dal bagnasciuga. Io procedo rapidamente. Il vento è forte e soffia a raffiche irregolari. “Gostly Wind”, lo chiamano qui alle Hawaii. E non esiste una vela giusta per questo vento. Ma non esiste nemmeno un motivo per non provare lo stesso. 

La spiaggia alle mie spalle è quasi deserta. Non c’è il solito traffico di persone che incontreresti a Ostia, o Fregene. Per un attimo le invento io. Migliaia di entità invisibili. Mamme. Papà. Bambini e coppie nascoste da qualche parte nell’etere. Un vociare inesistente che arriva da 18000 km di distanza. Il caos qui sembra una divinità imperscrutabile. Un dio occultato nei colori radiosi di un cielo azzurro. Talmente azzurro da sembrare dipinto a olio. Eppure sono reali. Il cielo. Il colore della sabbia. L’acqua trasparente. Gli occhi irraggiungibili di quella ragazza. 

La vela si piega. Scende in picchiata verso sinistra, ma la recupero subito con un colpo secco della barra verso destra. Poi la allontano dal petto. Ma troppo tardi. Per un attimo sembrano strapparsi le linee. La forza mi scaraventa in avanti e finisco con la faccia nell’acqua salata. Perdo la tavola. La recupero. Intanto la vela è ancora in aria. La porto in alto sulla mia verticale. In un ipotetico orologio disegnato nel cielo, che segnerebbe mezzogiorno esatto. Inclino ancora leggermente la barra verso sinistra, tirandola contemporaneamente a me. La vela ondeggia. Si allunga. Poi curva e ondeggia di nuovo. Ci guardiamo per un istante io e la ragazza. Chissà a cosa sta pensando. È bravo? È scarso. Forse ha alzato un sopracciglio. Non posso distrarmi. Voglio tornare a riva. Intanto la vedo a distanza che abbassa la testa. Forse è tornata a contemplare la propria vita attraverso lo schermo di un cellulare. 

Vorrei dirle che ha degli occhi bellissimi. Vorrei dirle di non avere paura. Che riesco a governare la vela. Potrei rientrare anche subito. Vorrei dirle andiamo a prendere un caffè allo Starbuck sulla Kailua road. Vorrei dirle di fare un aeroplano di carta di tutti i pensieri e lanciarlo lontano. Perché con questo vento forse riuscirei a prenderli anche da qui. Vorrei dirle che il tempo è solo un sasso rotondo da tirare fortissimo sul pelo dell’acqua. Che in fondo si può restare a guardarlo per sorridere a ogni rimbalzo. E magari scoppiare a ridere quando affonda. Vorrei dirle “Sai, sei bellissima e triste. E hai una disperazione che somiglia assolutamente alla mia”. Ma in inglese non capirebbe nemmeno il senso delle parole.

La vela è in acqua. Il mio istruttore recupera il Kite e io finalmente metto di nuovo piede sulla spiaggia. Sono trascorsi 20 minuti, eppure sembra già un altro sogno. Un posto diverso. Oggi la fantasia non mi ha chiesto nemmeno il permesso. Lei invece alza la testa. Mi guarda. Sorride. E io cerco di inventarmi un dove, un come, un quando, ma soprattutto un perché. Mi slaccio il giubbetto di salvataggio. Poi le restituisco il sorriso sperando che ne lasci cadere ancora uno sulla sabbia, uno soltanto. 

Ma sta raccogliendo le sue cose. Quando alzo gli occhi la vedo scivolare dietro le palme lungo la strada che porta al parco. Il costume bianco ora sembra giallo, o forse arancio. Non lo so, non vedo più così bene da lontano. C’è il sole. Annuso un po’ l’aria e metto le mani in tasca. Mi volto ancora una volta, poi lascio stare. Arrivano raffiche di vento che accompagnano gli odori del mare. È arrivato il momento di tornare. Di riempire le distanze che mi separano da casa. Magari un giorno la rivedo, mi sussurro. Sto mentendo spudoratamente. E intanto, cammino. Roma mi attende e a “certe distanze” l’assenza è una parola difficile da tradurre in vita.

Adoro le patate al forno 

30 giugno 2016

Sono passato a trovare i miei prima di partire. Lo faccio sempre se devo affrontare un viaggio.

“Che hai? Non ti senti bene, ciccio?”, ha esordito mio padre.

“Forse ho un po’ di febbre, pà. Ma tanto lo sai. Io parto lo stesso.”

Si è avvicinato. Mi ha sfiorato la fronte con le dita e ho provato quella sensazione infantile di una mano fredda sulla fronte tiepida. Come se non bastasse, poi mi ha invitato ad abbassare la testa e si è poggiato sullo stesso punto con le labbra. Ne ho subito percepito le minuscole screpolature. Come se avesse masticato tutto il tempo del mondo per risputarlo da qualche parte. Chissà dove. 

Per qualche istante sono rimasto immobile. Quasi pietrificato. Poi mi ha fatto segno di “no”, accompagnando il gesto con una piccola smorfia della bocca.

Io gli ho sorriso. 

“Visto che Italia ieri? Il resto, come va?”, mi ha chiesto.

“Va, diciamo che va”, gli ho risposto. 

Mio padre porta il cappello anche dentro casa, sembra Colto Maltese. Guardava il giornale, ma non lo leggeva davvero. Sfogliava e respirava in mezzo alle pause tra una pagina e l’altra. “Se va, allora è già qualcosa”. E mi ha sorriso. 

Poi si è alzato e mi ha messo una mano sulla spalla, forse perché non arriva più a scapigliarmi i capelli. Forse perché non ho più abbastanza capelli da scapigliare. Lui ha ancora quello sguardo in grado di trasmettere fiducia. Lo stesso di quando mi ha insegnato ad andare in bicicletta. Uno sguardo a volte monumentale. 

Ma stavolta è passato oltre. Aveva le mani in tasca. Ha acceso la televisione e poi è uscito con la cagnolina che adora. Su Sky c’era “Il cavaliere oscuro”. L’ultimo film di Christopher Nolan sulla saga di Batman. 

Ho pensato, ma perché fa così? Accendere la televisione e poi uscire. Ma che senso ha?

Intanto alla TV scorrevano le immagini di Alfred che legge il biglietto lasciato da Rachel a Bruce Wayne. Michael Caine, che attore formidabile.

“Caro Bruce, devo essere sincera e chiara. Io sposerò Harvey Dent. Lo amo e voglio passare il resto della mia vita con lui. Quando ti ho detto che se Gotham non avesse più avuto bisogno di Batman noi saremmo potuti stare insieme, dicevo sul serio. Ma ora sono sicura che non verrà mai il giorno in cui tu non avrai più bisogno di Batman. Io mi auguro che arrivi. E se succederà sarò al tuo fianco. Ma come tua amica. Mi dispiace deluderti. Se perdi la fiducia in me, ti prego, almeno mantieni la fiducia nella gente. Con amore, adesso e per sempre. Rachel.”

Non parlo. No emetto un suono. Forse nemmeno respiro. Lo fa mia madre dalla cucina.

“Papà non sopporta il silenzio delle case grandi.” 

In questa casa si legge il pensiero, penso io.

Ma non le ho risposto. Ho lasciato la TV accesa e sono salito in camera. Ho percorso il corridoio guardando le maioliche del pavimento. Facendo bene attenzione che a ognuna di esse corrispondesse un passo preciso. Poco prima di entrare ho gonfiato il petto con un respiro profondo. Poi ho chiuso gli occhi. E per qualche istante ho pensato al tempo che passa. A mia madre che taglia le patate con gli occhi lucidi sussurrando “maledette cipolle”. 

E a mio padre che non mi guarda più negli occhi. Ho pensato a queste cose e poi ho immaginato che c’è qualcosa di strano nelle stagioni che scorrono, qualcosa che stona con la realtà. Come se l’amore della gente comune non fosse abbastanza e ce ne volesse di più. Ce ne volesse infinitamente di più.

Dalla finestra ho guardato la tela di un piccolo ragno nascere e morire nel giro di pochi minuti. E mi sentivo stanco. Ho fissato lo specchio pensando alle cose che ogni tanto scrivo. Ho sorriso e ho fatto spallucce, come se potessi scrollarmi con una mossa tutto il passato di dosso. 

Mi sono sdraiato sul letto e l’ho fatto vestito. Sono rimasto, non so quanto tempo, a guardare la mia vita scorrere proiettata sul soffitto. Alla fine ho chiuso gli occhi e mi sono svegliato a 12.000 chilometri di distanza.

Oggi fa caldissimo in questo posto dimenticato da Dio. Però ci sono nuvole. Magari più tardi si metterà a piovere. O forse no. Non saprò mai se ciò che faccio è il meglio. Se è la cosa più giusta al momento più opportuno. O se è la decisione migliore possibile. Ma so che nel momento esatto in cui lo faccio, per me è così. È questo mi solleva di gran lunga dalle conseguenze di tutti i miei errori. 
E poi a me non piacciono le cipolle. Ma adoro le patate al forno.

Il gigante buono

28 giugno 2016

“Ad un certo punto la gente, in Italia, pensava che mangiando fagioli si diventava forti. E durante gli anni 80 vendettero tanti di quei borlotti che mi proposero come testimonial.

Unico rammarico che ho e non aver dato tante botte a chi davvero se le meritava. Ancor oggi c’e’ troppa gente che spende una vita a offendere il prossimo.

Con suprusi, con diavolerie, con violenza fatta non di schiaffi e pugni…Ma di parole e di silenzi.

Io e Terence ne abbiamo date… Ma mai una bestemmia, mai una volgarita’, mai un odio totale verso i cattivi.

Solo quei mezzi sorrisi come dire…non farlo piu’…oppure… fai il bravo e vedrai che non ti facciamo nulla. Oggi si parla poco e si mangiano pochi fagioli. Si attua una violenza che va oltre un pugno o un calcio.

Oggi ci si ammazza di cose senza senso che forse nemmeno io o il piu’ grande uomo che possa esistere potrebbe far nulla per migliorare una situazione.

Oggi il mondo e’ cambiato.

Cambiato in peggio…

Prima era un ”Altrimenti” ci arrabbiamo…

Oggi tante cose sono senza ”altrimenti”…

Non hai piu’ chances…

Prima con un ceffone imparavi a non fare piu’ errori.

Oggi gli errori si fanno e ci si accarezza con quella grande mediocrita’ che i piu’ anziani non capiscono. E i piu’ giovani fanno l’errore di non assaggiare un po’ di sano malessere.

Si vive viziati, agiati, coccolati da genitori sempre piu’ imbecilli che vietano senza spiegazioni.

Invece si dovrebbe provare a scegliere…

O piedipiatti o farabutti. O le prendi o le dai.Invece degli aperitivi…Si dovrebbe prendere un bel tegamino…E farsi i fagioli…Che ti rendono pieno di energia…E ti fanno sorridere anche quando un cazzotto ti prende in faccia…

Perche’ non esiste dolore se a qualcuno hai dato un insegnamento… E non esiste ricordo se domani, per un motivo o per un altro… Ci si ricordera’ di quante scazzottate si avrebbe voluto fare con qualcuno… Vi auguro piu’ lividi e sorrisi che sangue e lacrime. Divertitevi piu’ che potete. E’ la piu’ bella vita.”
di Vegas De Laroja

Improvvisare esistenze

27 giugno 2016

Roma è un’altra cosa. A Roma ogni finestra ha il suo gatto. E le illusioni si vedono meglio. Qui a Las Vegas invece il mondo è un deserto disonesto e pulito. Ed è tutto così extraterrestre. 

Forse dovrei iniziare a temere il mio modo di scrivere. Ad averne paura, ma no, niente di così pericoloso. La scrittura è una pistola giocattolo che spara tappi di sughero. Solo che certe parole non hanno ancora il tappo inserito. E quando la vita se ne accorge ti spara per prima. Così non hai nemmeno il tempo di dirle “No dai, stavo scherzando. Non volevo, non si arrabbi, la prego, non mi porti dal preside!” 

Scrivo così come viene e non so quando viene. Sto facendo di tutto per darle piacere, ma ho idea che la mia sia una mente un po’ caotica. O forse ho soltanto il cuore in divieto di sosta. 

Alcuni operai intanto lavorano nel cantiere sul grattacielo di fronte. Sembrano in attesa di un Mosè che li traghetti oltre un Mar Rosso da divaricare e poi da richiudere sulle loro giornate. Quando stasera torneranno a casa. Chissà dove. Chissà come. Racconteranno storie. Mangeranno cose. 

Guarderanno il sedere alla moglie, oppure la baceranno. Giocheranno con qualche ragazzino provato dal caldo, o resteranno soli con una birra ghiacciata in mano. Sbattuti su un divano dalla tempesta di pensieri. Troppo lontani dalle cose che avrebbero voluto e che non hanno mai avuto. Capaci solo di fissare un soffitto e di contare le vene della solita crepa nel muro. Non so. Li vedo così.

Intanto continuano a scivolarmi le cose di mano. Gli edamame. Le bottiglie. I pensieri. Le altre mani. È che non ho più i riflessi di una volta. È che dovrei vorrei restare giovane. È che non ho confidenza con le cose dense, ma solo con quelle melmose. 

Mi manca una figurina. Una sola. E ho finito la pagina dell’album della malinconia. Poi manderò una mail di quelle arrabbiate alla Panini per chiedere il perché dentro “certe bustine” non mettono qualcosa che rassomigli a una gioia. 

Chissà di quale scrittore potrei essere il personaggio oggi. Del Manzoni? Di Dante? Di Bukowski ? Chissà se so di cosa parlo quando scrivo d’amore? Che poi mi aspetto sempre succeda qualcosa quando scrivo per provare certe emozioni. E alla fine, magicamente, non succede mai niente.

Oggi mi merito una nota. Ma professoressa le giuro. Io non c’entravo nulla. Mio padre mi accompagnerà dal preside come di consueto e risolverà tutto mentre io me ne starò con le braccia conserte a condannare il mondo alla mia insoddisfazione perenne. Poi scuoterò la testa e mi cadranno i miei sedici anni dagli occhi e dalla memoria. 

Lo sai? Ho insegnato ai ricordi a dare la zampa e quando succede do loro un croccantino a forma di cuore. Qualcosa di muscolare insomma. Qualcosa che li obblighi a mordere, a masticare, il passato va tenuto in esercizio costante.

Quanto vorrei che la vita mi parlasse di te. Sarà che io ho già parlato abbastanza. Ma senza fretta. Posso aspettare. Ho tutta l’esistenza davanti. 

E quindi? Quindi niente. Continuo a camminare lento sul tapis rulant. Faccio due passi. Mi piace fare due passi, e le storie d’amore io le chiamo “fare due passi”. Sempre meglio che continuare a far finta di niente, improvvisando esistenze. Come mi succede di fare ogni tanto. 

Il punto di partenza

26 giugno 2016

Esiste in ognuno di noi una parte sommersa. Una parte che teme gli scogli, ma che non sonda il mare con la giusta attenzione.
Stanotte fa troppo caldo per le camminate in strada. Così giro per i corridoi di questo hotel come farebbe uno straniero che fa finta di non conoscere la lingua del posto. La fantasia è la mia compagna fedele, ma non è semplice darle soddisfazione.
Avrei bisogno di un progetto di fuga. Di un piano di evasione degno del miglior Steve McQueen. 

Rileggo spesso quello che scrivo. Mi rileggo e mi piace farlo mentre cammino. Di solito impiego poco a innamorarmi anche di un ricordo. Mi basta trovare il ricordo giusto da leggere. Ma stanotte mi sono inoltrato in pensieri che sono terra di nessuno. Storie senza movimento. Immagini senza prospettive. 
Esiste un deserto dentro di noi. Un posto dove le cose che vedi succedere agli altri ti sembrano tutte ben riuscite. E appaiono tutta un’altra cosa rispetto alle tue.

Così guardo in basso e provo a edificare castelli sulla moquette, come fosse sabbia. Sempre meglio dei soliti quattro merli costruiti in aria. Poi mi siedo ai margini di una fontana fasulla che spara getti d’acqua teleguidati. Faccio due conti. Non lo faccio mai. Forse me li fa fare la stanchezza. C’è sempre una storia che ami e che vorresti raccontare. Ma questa non posso proprio raccontarla. Tanto non farebbe ridere e nemmeno piangere nessuno. Al massimo si limiterebbe a far pensare. 

In fondo è sempre stato così con tutto quello che ho scritto. Ho passato gran parte della mia vita a osservare gli altri che mi sorpassavano. A contare le occasioni perdute. I viaggi mai iniziati. Gli incontri mancati. Le relazioni impossibili. A volte soffermandomi troppo a studiare il profilo delle persone. Senza mai scoprire quale fosse il punto di origine di ogni decisione presa. Giusta o sbagliata, poco importa. Perché alla fine è solo questo che delimita il confine tra le “strade diverse”. Il punto di partenza. 

Per raccoglierli tutti…

25 giugno 2016

E’ notte a Las Vegas. Una di quelle notti apparentemente diversa eppure sempre troppo simile alla precedente. Centinaia di volte sono fuggito da notti come questa e centinaia di volte sono tornato indietro anche se solo con la testa, perchè dietro a queste notti si nasconde sempre una delusione che non ti aspetti. Io conosco solo un modo per fuggire e tornare così veloce. Scrivere. 

Mi affaccio alla finestra. Vedo un castello che non è certo uscito da un libro di fiabe. Poco più in là una piramide scura. Una sfinge in materiale plastico e luci bianche impegnate a tagliare la notte, come il raggio di un’astronave aliena in una complicata manovra d’atterraggio.

Poi c’è una strada prigioniera di profezie al neon e decine di schermi rotanti su cui scorrono onirici messaggi di improbabili felicità e convenevole fortuna. 

Guerrieri, cantanti, fate danzanti, attori e maghi si alternano nella luce scintillante di un tracotante, povero e invitante nulla. Ogni due ore c’è una eruzione senza fuoco. Ogni due ore c’è un vascello pirata che affonda e riemerge tra acque sporche. Incurante dello sguardo incredulo di ingenui passanti.

Ogni due metri c’è un santo, un profeta, un barbone, un sogno infranto e un miracolo da inventare. Ma mai una mano da stringere con palpitante disinteresse, o un’emozione diversa che abbia il sapore di un sentimento vero o di una vittoria. Anche stasera tutto ha un prezzo e il prezzo non è mai quello giusto.

C’è un deserto disincantato intorno e dentro questa città senza cuore. Figlia di un miraggio che non incanta e di milioni di dollari che si muovono per passare di mano in mano come una droga spacciata a saldo, che insudicia e intossica un’aria troppo calda e apparentemente irrespirabile.

Qui non si viene per vincere. Si viene per perdere. Ed è un segreto che questa città custodisce da sempre. Lo protegge come fosse il più prezioso dei suoi tesori. Un segreto nascosto così nel profondo che quasi sembrerebbe non esistere.

Sono davvero pochi gli uomini che possono raccontare di una notte magica in cui sbancarono a Las Vegas, perchè alla fine gli uomini giocano, ma è Las Vegas a vincere sempre.

Credo che le luci e i suoni di questa città servano solo a coprire tanti improbabili mugugni, figli di speranze miseramente implose davanti a quei colpi che hai solo lo zero virgola x percento di possibilità di perdere. Una rarità.

E non c’è un dio che si preoccupi e che ti protegga. L’unico prototipo di dio possibile qui, ha acceso il giochino e se n’è andato a spassarsela incurante della notte. Di un universo mosso dal caos e di un silenzioso ed assordante rumore di fondo. Lasciando tutti in balia di questo allucinatorio, rumoroso e logorante miraggio notturno.

Eppure, malgrado tutto questo disciplinato disordine, c’e ancora spazio per allungare una mano nell’aria e afferrare un pensiero. Un desiderio normale. Non uno di quelli capaci di risolvere una situazione, o di aiutarti a realizzare un grande sogno, ma pur sempre un pensiero positivo. Quei pensieri positivi che trovo molto più simili a una moneta con cui giocare in aria che a un sasso da lanciare in uno stagno.

Provo a tirarlo in alto con un colpetto di pollice. Lo vedo prima disegnare un arco e poi rimanere sospeso a dispetto di ogni legge della fisica nota. Lo vedo fluttuare, rallentare e fermarsi quasi per non voler fare ritorno. Forse ha paura di questa città. Ha il fondato timore di essere condannato a rimanere qui per sempre.

Nella vana attesa del rumoroso impatto frugo ancora nella mia testa e ne trovo un altro. Lo afferro. È un pensiero enormemente più grande. Lo accarezzo come farei con il profilo di una donna incantevole. Ha i lineamenti irreali di un sogno e nasconde impronte che non somigliano affatto a quelle di un uomo.

Immerso in un oscuro stupore, tra nuove speranze e vecchi ricordi da cancellare, allungo ancora una volta lo sguardo sulle rovine di questa nuova avventura. Raccolgo le mille traballanti certezze abbandonate sul mio vecchio cammino. Sono tanti i petali strappati dal tempo al mio fiore più bello. E forse sono arrivato fino a qui solo per raccoglierli tutti.

E poi

21 giugno 2016

E poi un giorno ti accorgi che lei è diventata così grande da invitarti nei gruppi su whatsapp. Da darti le risposte alle parole crociate. Grande da leggere il libro che hai scritto e che era poggiato sullo scaffale in salone. Grande da cercare da sola le soluzioni. Da cantare i ritornelli delle canzoni in inglese. Da apparecchiare e sparecchiare senza che nessuno lo chieda.

Grande da dimenticare Dora, Sponge Bob, Winnie the Pooh e i Barbapapà. Da scegliere cosa comprare. Da fare le facce buffe davanti allo specchio. Da vestirsi da sola. Ma non così grande da lasciarmi la mano davanti alle sue amichette. Quando sei arrivata, dodici anni fa, hai trovato uno sprovveduto con l’aria sognante e gli hai insegnato a fare il papà. 

Da quel giorno non c’è mattina che io non mi chieda se sia stato all’altezza di questo ruolo. Se sia riuscito a capire qualcosa anche dai miei sbagli. Dalle mie profonde incertezze. Non è stato facile. Ma se in qualcosa sono riuscito è stato anche merito dei tuoi sorrisi.

E’ il mio irrinunciabile esame quotidiano e so che durerà tutta la vita.

Grimilde

18 giugno 2016

A me piace sparire ogni tanto. E non è per quel desiderio che tutti abbiamo di essere cercati. È che adoro anche stare da solo, tutto qui. Poi però torno. Succede sempre. Un po’ per merito mio, ma anche di quel lupo che nel bosco aveva probabilmente di meglio da fare. 

Adoro i personaggi delle favole. Il loro essere così dettagliatamente scontati. I buoni che un giorno si svegliano e vivono felici e contenti. E tutti quei cattivi che invece  “muorono” con una frequenza inquietante. Eppure con una certa categoria di cattivi, che definirei opportuni, ci perderei del tempo. 

Con Grimilde per esempio. Io trascorrerei anche ore seduto sui muretti di lungotevere. Dietro Ponte Sisto. A guardare l’acqua che scorre e le automobili sfidare il solito semaforo che dura 4 minuti. Magari chiacchierando con quel tono colloquiale che pochi sanno usare. 

Le domanderei dove ha trovato lo specchio. Se per caso usa il Siri. Se conosce i vicoli più nascosti di Roma. Sarei curioso di sapere cosa legge. Che cosa ascolta, o magari che film le piacerebbe andare a vedere. Oppure resterei in silenzio. Senza la necessità di imbastire per forza una conversazione.

Il mio libro, una mela e mezza minerale ben stretti tra le gambe. Poco importa che succeda all’ombra, o sotto il sole. Di mattina, oppure a notte inoltrata. In un qualsiasi giorno della settimana, in sogno, oppure in un posto dove uno sguardo e un cenno d’intesa si sostituiscono alla parola giusta da dire al momento giusto. 

Chissà quanto Grimilde si fiderebbe di Roma. Lasciandosi amare di rimando da una città che, al contrario di lei, non ha mai avuto bisogno di specchiarsi nel tempo.

La tendenza

15 giugno 2016

Ogni mattina ti accorgi che i giorni cominciano tutti alla stessa maniera. Aprendo gli occhi. Un Nespresso. La radio. La finestra spalancata. Le voci che arrivano dalle case vicine e dalla strada. Il ghetto di Roma è un paese all’interno della città. E anche gli altri in fondo si svegliano. Lo capisci dal rumore delle stoviglie.

C’è una specie di disciplinata rassegnazione in tutto questo. Come se svegliarsi fosse una linea sottile da tracciare obbligatoriamente al mattino. Un confine con la notte. Quasi si trattasse di fare il punto su tutti quei sogni che non hanno ancora deposto le armi.

Non rivendico mai la correttezza di ciò che penso. Mi limito a scriverlo. Racconto solo quello che accade. Senza uscire troppo da me stesso. 

Ci vuole un talento diverso per raccontarsi e farlo correttamente. Cercando di non essere altro, insomma. Perché la tendenza che ho avuto sempre, anche nella vita, è stata quella di adattarmi a tutto. 

Pensavo a questo ieri pomeriggio. Mentre lanciavo un accendino rotto cercando di centrare il cestino dell’immondizia. Sorridendo come un cretino.

Incerte distanze

14 giugno 2016

Eppure sono convinto che se non scrivessi la vita mi scivolerebbe via. Ricordo come ero una volta. Ricordo che mi spaventavano certe culture. Che non mi ritenevo in grado di inserirmi in una qualsiasi società. Troppo buono. Troppo generoso. Insomma troppo. Oggi invece lo sarei quasi per tutte. Pronto intendo.

Strano che uscendo da una pizzeria a pochi passi dal Colosseo ti vengano in mente certi pensieri. Comunque sempre meglio che ricordare i volti di quella coppia seduta accanto. Occhi che si guardavano da una distanza temporale di gran lunga maggiore di quanto fosse la realtà. Un metro a volte può sembrare un anno. Oppure trasformarsi in una deprimente eternità. 

Volti privati delle loro storie. Di quella serenità a cui, a un certo punto della vita, sembriamo addirittura tutti destinati. Dita che palpeggiavano un cellulare. Che giravano con moderato scetticismo un cucchiaino nella tazzina di caffè. Senza pensare che nel caffè migliore, non va messo lo zucchero. Sguardi a volte persi in direzioni diverse. Universi nei confronti dei quali non si può fare altro che guardare altrove.  

Fuori invece è tutta un’altra musica. Roma ti abbraccia. Roma è possente. Roma è eterna. Come le rovine di questo monumento senza età, sfuggito alla catastrofe di un impero. Ma se lo sfioro. Se lascio posare le mie dita sulla pietra. Se chiudo gli occhi. Mi sembra che non sia passato nemmeno tutto questo tempo da quel giorno. È come se una vibrazione da dentro mi avvisasse che non si è mai al sicuro nemmeno a certe distanze.

Stanotte mi sento più osservabile di quanto io riesca a immaginare. Come se qualcuno. Da qualche parte. Incurante dello spazio e del tempo. Lo stesse facendo da sempre. 

I sorrisi sopra

13 giugno 2016

A volte ho la sensazione di una presenza anche se non sto necessariamente guardando lo specchio. Sono io. Sempre io. Che ogni tanto perdo il contatto con il mio riflesso, come si perde la consapevolezza che qualcosa, o qualcuno sia davvero fondamentale. 

Forse non è il tempo a scegliere le azioni da fare. Eppure c’è. È presente in ognuna di esse. Dalla più nobile, alle peggiori in assoluto. 

Ci sono momenti in cui mi rendo conto che il tempo in fondo ci usa. E in quegli istanti mi cerco allo specchio. Fingo di avere io il controllo. Che so, alzo un braccio. Faccio una smorfia. Mi assecondo. 

Fisso quel riflesso che ha la mia stessa faccia. Lo stesso colore degli occhi. Lo stesso sguardo. Lo osservo e gli assegno meriti e colpe. Mi congratulo e lo rimprovero per tutto quanto di insolito mi succede.

Anche stamattina mi sono cercato. È durato qualche secondo. Poi ho chiuso gli occhi e quando li ho riaperti il mondo era esattamente allo stesso posto. La finestra era aperta. I raggi di luce si affrettavano a disegnare ombre sulle pareti del bagno. E io invidiavo  il modo in cui il sole faceva di tutto per risultare attraente. 

Mi sono passato le mani sul viso. Mi sono stropicciato un po’ gli occhi. E ho indossato un’altro sorriso. Sorridere al mattino è una virtù rara, nota solo alle persone che coltivano l’ottimismo sul balcone di casa.

Io purtroppo non me la sono mai cavata benissimo col giardinaggio. Però so costruire pensieri. Sono un sedicente architetto. E stamattina ho progettato un universo parallelo. Colmo di dilettantismi. Un posto dove io sono un finestrino appannato e qualcuno si diverte a disegnarci un sorriso sopra.

E quindi ?

10 giugno 2016

Una volta le nuvole avevano un non so che di rassicurante. Oggi non più. O almeno non qui. Stamattina è così dannatamente grigio là fuori. Per fortuna ho le scarpe gialle, la borsa azzurra e un ombrello verde. Mi distinguo nel tempo che passa. Anche se non è un bel tempo. 

Ho i capelli dritti e lo sguardo spiazzato di uno che si è appena svegliato. Lo specchio nell’ascensore mi guarda in un modo strano. Mentre attendo che si aprano le porte lui mi indica qualche nuova imperfezione. Non temo certo i giorni che passano. Tanto passano lo stesso. Mi spaventa il modo in cui a volte mi guardano. Lo fanno come se mi chiedessero di raccontare qualcosa. 

Allora faccio un passo indietro e mi invento una scusa per scrivere. Sorseggio un caffè. Saluto un cliente. Metto in fila due parole. Intorno intanto solo pioggia. Nuvole grigie e tanti colorati tentativi di fare a meno di una parte dell’universo. Quella malinconica.

Ho un modo discreto e squisitamente personale di saper stare al mondo. Tanto penso che bisogna starci comunque. Però mi piace sapere che certe persone ci sono. E lasciamo perdere che non siano più qui e non so dove siano. Esistono perché le ricordo. La fiscità non è rilevante ai fini della mia transazione. In fondo il tempo è denaro, quindi tutto, ma proprio tutto diventa una transazione. Anche immaginare. Anche ricordare. Anche aspettare un taxi.

Il caffè è meravigliosamente bollente. Sorrido. Mi bagno le labbra. Poi, dopo un altro sorriso, un nuovo, “sì, in fondo va tutto bene”, e un educato, “no, niente, soltanto pensavo che…”. Ricomincio a scorrere nella mia quotidianità. Ora che ho 46 anni credo sia arrivato il momento di avere finalmente un’infanzia felice.

Non c’è rimpianto. Non c’è malinconia. Non del tutto, almeno. Colpa anche di certi “avrei dovuto”, che la sera mi fissano e mi piantano qualche morso. La verità è che amo il passato, perché lì tutte le mie fantasie e tutti i miei desideri sembravano davvero realizzabili. Mentre il mio atteggiamento preferenziale di fronte al presente è un, “e quindi?”. 

Magari se ci rendessimo conto che siamo di passaggio in questo universo, saremmo tutti più tolleranti e positivi nei confronti della vita. E ci risponderemmo in modo semplice. Sorridendo. Sussurrando un, “quindi niente! Avanti adagio, anche oggi navighiamo a vista!”.