Silente assente

17 Maggio 2015

Non credo che in una esistenza emozionante ci sia spazio per la normalità, non in questa vita almeno. Nella prossima ancora non so, non ho ancora contrattualizzato niente. Però avrei tanto da aggiungere.

Non aver nulla da chiedere è probabilmente uno stato a cui non si da la giusta importanza.
Non chiedere. Non dire. Non fare. Sono un preciso atto di volontà. Non avere nulla da aggiungere invece è un qualcosa che ti si aggroviglia nello stomaco e preme sul petto togliendo il fiato.

A volte mi sento un gattone curioso che guarda il mondo a distanza di sicurezza, immaginandolo pieno di pesci rossi. Una distanza tale da contenere decine di paesaggi diversi, migliaia di altre persone, centinaia di promesse saettanti, molteplici possibilità e sporadici momenti di vita in comune. Questo anche i gatti randagi lo sanno.

Ieri sera sono stato in un locale che conosci e ho mangiato benissimo. Poi ho tagliato con i passi il centro di Roma da parte a parte. Sono rimasto qualche minuto a guardare il Pantheon, la statua di Pasquino, e mi sono fermato di fronte alla vetrina di un negozio aperto anche di notte.

C’erano cose usate. Alcune bizzarre. Di quelle che magari porti a casa credendole uniche e dopo un po’ ti accorgi che occupano solo spazio. Un po’ come le persone.
Ho osservato, ma non sono entrato. Forse ci passerai davanti anche tu un giorno. Magari con gli occhi che guardano in alto. Chissà.

Stamattina vorrei rivedere le mie strategie, stravolgere i piani, invadere i territori del tuo cuore con quattro carrarmatini e diventare magari il padrone di un piccolo seminterrato.
Mi sento un reo confesso. Di crimini contro la razionalità, di truffe aggravate al senso comune, di associazioni a delinquere di stampo amoroso, concorso in sensi di colpa e resistenza al pubblico buonsenso. Ebbene si. Sono colpevole, vostro Onore.

Recito farfugliando la mia commedia dell’assurdo come farebbe uno studente di quinta elementare. L’esistenza è proprio come quel teatrino dalle marionette che da piccolo mettevano paura. E io vado a braccio, senza guardare il copione.

Ho iniziato anche a rileggere Bukowski. Credo ci perderò la testa. Ho anche ricominciato a scrivere.
La scrittura non mi salverà certo la vita, ma è una masturbazione necessaria, deliziosa. Allenta il mio senso di responsabilità. Rivela orizzonti e gusci dondolanti in cui infilare disordinatamente filosofia spicciola e il mio orgoglioso dichiararmi ignorante.

Facebook sta diventando troppo noioso. Instagram invece è una sfilata di pressappochismi. Ma non è poi così diverso dal bere un caffè macchiato in un bar del centro di Roma il sabato sera.
Osservo la gente esternare superficialità e prendo appunti. Prima o poi sarà necessario mollare Bukowski come profeta di un certo modo di vivere e adottare qualcosa di meno edificante.

Camminando ho anche inciampato in un ricordo e ripensato a tua madre. Al peso leggero della sua testa sulla mia spalla. Al calore della sua mano. A come si lasciava abbracciare una sera ritornando a casa. Io ho sempre creduto nella possibilità di una vita dopo la morte, ma non sono mai stato convinto di quanta ce ne sia anche prima. Nutro forti dubbi su quantità e qualità.

Forse dovrei smetterla di scriverti, di pontificare, di dire la mia, di essere così spietatamente libero. E “spietatamente” qui ci sta benissimo.
Dovrei limitarmi a fare l’amore come un animale con la prima ragazza che incontro. Senza razionalità. Seguire l’istinto e rinunciare a dominarmi.

Controllarsi è una schiavitù imposta, perdonarsi è solo per i coraggiosi, forse solo rimpiangere è da veri esseri umani imperfetti.
E adesso? Forse mi va di bere ancora qualcosa, dopo mi addormento. Magari è il momento giusto per scrivere e rileggere. Oppure per rimanere in silenzio, rilassato, per bere e sputare via l’anima. Sempre che c’è ne sia ancora una. Mi andrebbe di farlo su una terrazza. Qui. Adesso.

Sto pensando a un finale possibile. Vorrei trovare una conclusione che sia un lieto fine. Una soluzione che quadri eppure lasci aperta la possibilità di un’interpretazione, di una commistione tra lettura e scrittura.
Mi sento contaminato di desideri. Contaminare é un verbo attraente. C’è dentro la chimica dei corpi, la fisica delle sensazioni e tutta la mia indecente filosofia.

Forse ho davvero voglia di confrontarmi con quel demone che parla solo attraverso il sudore.
Ecco. Ho scritto un’altra pagina del libro e ora la strappo come ho fatto con tutte le altre. Ho fallito di nuovo, quel tanto che basta e rimango deluso anche dall’entusiasmo.

Le via d’uscita possibili somigliano a entrate di sicurezza e hanno tutte il tuo nome.
Porto ancora addosso il segno di questa notte, un taglio di luna crescente sul cuore e un verbo inciso a fuoco nell’angusto spazio della mia mente.
Il verbo è amare. Prima persona singolare, presente. O forse assente.
Non lo so. Comunque sta qui, silenzioso,  tra le parole che hanno smesso di fare rumore.

Quelli come me

16 Maggio 2015

Quelli come me, per sopportare certe frustrazioni, hanno bisogno di allontanarsi ogni tanto e lasciarsi tutto alle spalle, anche se stessi.

Stamattina custodisco pensieri affilati e idee oltremodo vaghe. Ho in testa mille parole e vorrei trovarne almeno una giusta da scrivere, ma proprio non riesco.
Cerco la poesia nella foto di un tronco, nel cinguettio di un merlo, nel rumore provocato da una vecchia scatola trascinata per gioco dal mio cane.

Quelli come me pensano che il modo migliore per dimenticare, qualcosa o qualcuno, sia gettarsi a capofitto su un progetto in cui investire tutte le proprie energie.
Esplodere per non implodere dentro, come tutte quelle persone che hanno paura, anche di se stessi.
Quelle senza sufficienti interessi o distrazioni. Uomini e donne incompleti. Abbandonati o dimenticati, che decidono di scappare solo seguendo il perimetro che delimita le prioprie prigioni mentali. Quando dentro o fuori non fa più differenza.
Ogni sentimento che tentiamo di soffocare ci intossica. Che si tratti di amore o rabbia poco importa. Anche Oscar Wilde sosteneva che l’unico modo di liberarsi di una emozione forte è cederle. Resistere è oltremodo frustrante.

Quelli come me non hanno paura di cambiare spesso direzione. Forse per fuggire dalla responsabilità di scegliere la direzione giusta in cui andare.
Poi però si torna sempre indietro. Tutti tornano indietro. Perché “da dove vieni” alla fine è il posto più sicuro che c’è.

Oggi ho un devastante bisogno di consumare la mia energia, di stremarmi. Anche se il rischio è quello di colmare le mancanze con altre mancanze. Di svuotare bicchieri pieni e riempire spazi vuoti con nuove frustrazioni che non mi appartengono.

Quelli come me hanno un solo cuore. Non come gli altri che pare ne sfoggino uno per ogni occasione.
L’amore convince l’essere umano a fare cose assurde. È la paura di sentirsi dire “addio” che ti spinge ogni giorno a volerlo gridare per primo. Per vincere cosa, non si sa.
Poi subito ti domandi come stai.
E ti rispondi pure. “Male cazzo!”
Come dovrei sentirmi a fare qualcosa che mi allontana per sempre da ciò che amo?
Magari passerà. Non oggi però.

Quelli come me tentano sempre di restare a galla ormeggiati a contraddizioni frastagliate, a sensazioni irrazionali e pensieri insensati. Testano, analizzano, pazientano, aspettano, tengono in vita le proprie speranze nutrendole di piccoli gesti e insignificanti emozioni infantili.

Quelli come me sono degli inguaribili romantici e anche degli eterni indecisi. Sempre in bilico tra quello che vorrebbero esprimere e ciò che invece non avranno la possibilità o il permesso di esprimere mai.

Il profumo del cuore

15 Maggio 2015

Un giorno non molto lontano tutte quelle parole che non ho il coraggio di scrivere forse verranno a portarmi mia.
A questo pensavo stamattina mangiando un cornetto e concentrandomi sulle gocce di cioccolato.

Ti ho vista al primo morso. Avevi gli occhi di un panda. Alzavi il sopracciglio. Ti giravi le dita nella mano e nascondevi l’universo nella tua borsa, mordendoti il labbro inferiore.

Oggi non sono altro che migliaia di puntini. Vorrei che mi risolvessi. Vorrei trovarmi subito a pagina quarantasei confuso tra le soluzioni. Vorrei tirare una linea dritta che li unisca tutti. Orbitare a modo mio intorno a un punto fisso. Con i miei tempi. In barba a Keplero e alle sue leggi.

Vorrei perdere il contatto con la terra, per partire e pensare “stavolta ce la faccio a raggiungere quella stella, quella nascosta dietro la cintura di asteroidi”.

Stamattina il cornetto ha il sapore dolciastro di quando ero un bambino e il retrogusto intenso della tua pelle che somiglia al profumo del cuore. Un posto lontano, nel mio spazio profondissimo. Laddove finiscono i sogni come relitti di astronavi dimenticate.

Sono ancora qui

14 Maggio 2015

Il mio amico ha ordinato un cappuccino e addenta una ciambella. Mi indica una persona in calzoncini che passa correndo e ironizza sul fatto che mantenere il peso sta diventando davvero difficile. Figuriamoci perderlo, penso io. Per me solo spremuta e caffè. Grazie.

Mi parla di tante cose. È un concentrato di simpatia e voglia di vivere. Alle mie spalle si siede una ragazza con i capelli lunghi accompagnata da un signore di mezza età. Lei somiglia a una donna che su di me ha avuto in passato un potere bloccante e il pensiero mi paralizza ancora adesso.

Mi viene in mente che potrei creare un’applicazione iphone per persone che hanno voglia di non incontrarsi più. Il mio amico sorride e dice che potrebbe funzionare. Immaginare tutta questa gente insoddisfatta che interagisce in modo casuale, disperato e urgente. Che si cerca ma non si vuole mai davvero. Che si complica la vita per non avere una vita a cui non pensare.

Un click sullo schermo di uno smartphone per cancellare ogni interazione sociale. Ogni riferimento. Tutto scompare e ci si perde ancora nella propria esistenza senza sprecare tempo. Sarebbe un mondo migliore forse, solo un po’ più pragmatico e reale.

Il mio amico mi guarda e cerca nei miei occhi le incertezze che sento dentro. Quando la mia ironia diventa sarcasmo dietro c’è sempre una storia che non voglio raccontare. Spero che non la trovi. Non mi va di parlare di me e dei miei errori. Non stamattina almeno. È una bella giornata e io adoro questo bar.

Intanto ha finito la ciambella. Ora dice che trova questa applicazione poco poetica. Io lo ascolto, intanto mi guardo intorno. Le persone siedono ai tavoli interpretando vite. Consulenti. Impiegati. Pensionati. C’è chi è qui per lavoro, ma anche tante coppie clandestine. Più o meno tutti con un cellulare in mano.

In fondo non siamo altro che naufraghi. Navighiamo attraverso la vita e la rete cercando una qualche terra ferma nelle relazioni nuove, nel lavoro, nelle emozioni rapide e brucianti. Le emozioni forti sembrano l’unico approdo di certe solitudini. È un declino lento e spietato dei sentimenti. Della mia idea di amore. Uno schiaffo sul viso per sentirsi vivi.

In fondo cerchiamo solo qualcuno che ci ammiri, che ci desideri, che ci osservi e che ci restituisca almeno in parte le nostre attenzioni. Assuefatti all’apparenza. Vincolati al surrogato di una felicità virtuale. Confiniamo ogni definizione di amore in un’isoletta virtuale e irraggiungibile.
Questi adolescenti invecchiati siamo noi. È un’istantanea del nostro tempo. Non abbiamo alcuna applicazione nel cellulare, ma ne collezioniamo moltissime nella mente.

La bouganvillea di Palombini è cresciuta tantissimo. I prati dell’eur stamattina sono di un verde vivo che si accende alla luce del sole. Lo stesso sole che mi tiene in ostaggio, ancorato a questo tavolo di fronte alla mia spremuta e ai discorsi del mio amico. Sento un istante di luce. L’amore ha i suoi tempi, i suoi silenzi, le sue crudeltà e la sua purezza. L’amore non è altro che un cuore a rischio d’infarto.

Non penso più niente. Bevo la mia spremuta. Il mio cuore batte forte per una donna incantevole eppure sono ancora vivo. Sono sempre qui.

Chinaski Ha Visto Tutto

13 Maggio 2015

Nel cortile di quella scuola c’erano due bimbi che giocavano a trattare male una bambina. Le tiravano i capelli, le bloccavano la strada, le ridevano in faccia. Intanto la vita scorreva disponendosi con ordinata casualità intorno a loro.

Il tempo decreta spesso la fine del gioco e ruba il profilo ai ricordi. All’odore delle cose buone nella cucina. Alla ringhiera del balcone e al pavimento verde. Alla porta scorrevole aperta e alle tende bianche logorate dal candeggio sbagliato.

Al loro oscillare leggero che accompagnava il vento di primavera. Alle gocce di condensa sul pavimento. All’aria calda del mattino che arrivava dal mare. Ai tetti dei palazzi. Ai balconi. Alle antenne. Alle lenzuola stese usando cento mollette diverse. Al campanile di una chiesa ascoltata in lontananza.

A un corridoio barocco e silenzioso che immaginavo aprirsi verso il mare. A quel castello aggrappato alla montagna. Alla pace rassicurante delle piccole cose, alle fotografie nelle cornici sui mobili del salone, alla granita di limone e agli abbracci. Quelli da dietro. Quelli che non ti aspetti e che a volte ti riempiono la vita.

Intanto oggi a Roma un caffè tossisce le sue verità e un uomo gioca a fare lo scrittore. Ad unire i puntini senza curarsi di seguire uno schema. Sono ricordi consumati e raccolti un po’ a caso.

Vivere è un po’ come camminare specchiandosi sui vetri delle auto in sosta lungo un marciapiede. Ogni finestrino è un istante che passa. E che si tratti di una Ferrari, oppure di una Panda, conta poco. In ogni riquadro c’è comunque il volto di un bambino che cambia. Un viso diverso. Una storia da scrivere. Un personaggio da vivere.

Se solo parlassi per la metà delle cose che scrivo sarei il surrogato di una bella persona. Ma spesso mi trovo solo sul palcoscenico a guardare il pubblico senza nemmeno ricordare le battute.
Forse la fantasia è un posto dove essere felici è già successo a qualcuno. Basterebbe chiedere.

Stamattina vorrei essere liberato dai condizionali e invece tutto si riduce al mio solito elenco.
Vorrei contrarre un sentimento epidemico. Vorrei per chi amo il migliore dei mondi possibili. Vorrei incontrare Bukowski al baretto sotto casa.

Vorrei trasformare la rabbia in un piacere fatto di sesso consumato. Vorrei convincere Chopin a comporre un notturno che mi faccia davvero compagnia. Suggerire a Leonardo di dipingerla ancora, riconsiderando il profilo del suo seno. Vorrei scoprire con Galileo costellazioni nuove e tenerle al riparo da ogni impossibile infelicità.

Vorrei un nome da gridare. Una storia da vivere. Un uomo migliore di cui farti innamorare e un cielo che non fa più paura. Vorrei accarezzare tue gambe. Addormentarmi sui tuoi fianchi. Partire per una missione e attraversare quell’universo che separa la testa e il cuore.

Vorrei perdermi nel detto e ritrovarmi nel contraddetto. Vorrei uno scambio deciso di emozioni. Quel silenzioso corrispondersi intriso di sospiri e saliva che occupa abusivamente ogni mio pensiero.

Stanotte ho arrotolato i miei sogni come la mappa di un tesoro.
Ho riempito le mie notti caricandole di responsabilità e sono partito in cerca di ogni possibile significato. Ho rimproverato il destino che sorseggiava un caffè nascosto dietro al suo giornale. Poi quando ogni cosa è diventata silenzio, mi sono finalmente dannato.

Ho ucciso tutti i miei sospiri e sono rimasto li fermo, sfinito, a pensare a chi era Chinaski e a guardarmi sanguinare le mani.

Il coraggio di scriverlo

11 Maggio 2015

Quando certi pensieri se ne vanno, nemmeno mi accorgo di quello che portano via.
A volte le smorfie che si disegnano sul tuo viso quando ignori che ti stia osservando.
A volte l’espressione che assumi quando camminando sei costretta a fermarti per quel maledetto dolore alla schiena.
A volte il ritmo delle tue gambe che ogni tanto agiti nervosamente. O quel sopracciglio che si alza senza preavviso.

Stamattina non mi conosco affatto. Non so ancora quale sia il peggio di me e in che cosa mi stia lentamente trasformando.
Non so chi di noi due stia diventando e cosa.
Non so se sto cercando o aspettando di essere trovato.
Non so cosa siano l’amore, l’affetto, la riconoscenza e cosa sia l’abitudine.
Non mi conosco più abbastanza, ma so per certo che non mi basto.

Ho lastricato le mie scelte giuste con i frammenti di tutte le idiozie perpetrate negli anni e ne è uscito un mosaico inquietante e bellissimo.
Porto a braccetto il coraggio di rischiare. La paura di restare deluso e la consapevolezza che i sogni siano più importanti dei ricordi.
In fondo spio solo me stesso attraverso una siepe fatta di sorrisi e giornate storte.

Del resto non importa.
Non m’importa di conoscermi alla perfezione. Di accettarmi o giudicarmi. Di farlo o lasciare che a farlo siano gli altri.
Non m’importa di sapere se Bukowski avesse o meno ragione scrivendo che si può amare chiunque più di se stessi.
Non m’importa che Bono cantasse “con o senza di te” credendoci veramente.
Non m’importa che qualcuno si riveda o meno in quello che scrivo.
Non m’interessa nulla.

Io voglio solo continuare ad avere il coraggio di scriverlo.

Il tempo giusto

9 Maggio 2015

Il tempo è un nemico leale.
Scorre inesorabile, ma in cambio cede la confortante possibilità di prospettive più ampie.
Quanto veramente tieni a qualcuno, o a qualcosa, non lo puoi sapere all’inizio. Lo saprai solo alla fine, quando sarà trascorso il tempo giusto.

Certi viaggi

8 Maggio 2015

Certi viaggi nascono così. Sali sul treno appeso ai condizionali. Oggi vorrei. Magari potrei. Stavolta dovrei.

Chissà se in questo vagone c’è un po’ di spazio per la mia insofferenza o se mi faranno pagare il supplemento.

Il controllore mi ha fatto lo sguardo da finanziere. Forse ha già perquisito le mie incertezze. “È tutto a posto?”, ha domandato.
“Non lo so, è tutto a posto?”, ho risposto.

In me non c’è mai stato niente di così importante da guardare. Eppure trovo sempre qualcuno disposto a osservare tutto.

Domani è un altro giorno

7 Maggio 2015

Stanotte vorrei che fossi qui. A sciogliere le mie timidezze. A scegliere i miei sorrisi migliori. Lo so, certe volte sono un disastro con le frasi a effetto. Ma stanotte vorrei scegliessi me e il profumo dei miei pensieri. Dei miei desideri più intimi.

Che scegliessi il rumore ovattato dei battiti del mio cuore. Le mie insicurezze e le mie mani. Quelle che sanno sempre dove fermarsi e che cosa accarezzare. E i miei occhi, capaci di guardare ovunque senza mai perdersi il bello che sei.

Non ti ho mai scritto che sei perfetta. Certo, forse potresti esserlo per me, ma che cosa vuol dire “perfetta”. Che cosa importa “perfetta”.
Pigrotta. Pignola. Insicura. Dispettosa. A volte ti nascondi dietro le intransigenze di una persona fragile che vuole sembrare forte. Pronta sempre a difendersi e a mordere, anche quando non sarebbe necessario.
Ma c’è sempre una luce in ogni prospettiva del tuo sorriso. Anche nel sarcasmo più marcato, e questa cosa supera ogni tuo piccolo o grande difetto.

Insomma ho impiegato dei mesi, ma posso dire che per una buona parte io ti conosca e che per l’altra ti intuisca almeno un pochino.
Sei una prepotente supposizione, una somma di emozioni, ma anche una sottrazione di significati. Perché quando non ci sei, il mio universo si trasforma in un posto in disordine. Eppure poi basta un soffio del tuo sguardo per rimettere tutto a posto.

Sei la punteggiatura in ogni cosa che scrivo. E non puoi mancare, perché senza te ogni parola, ogni pensiero, si allungano all’infinito. E ogni attimo della mia vita perde il suo significato originale.

Forse ho capito a cosa serve la notte. A dormire certo, ma anche a ritrovare un senso. A percepire quale sia la strada da prendere perché di giorno vai avanti pensando, girando, accelerando, sbandando, imboccando vicoli a caso e strade che non portano da nessuna parte.

È un continuo cercare di perdersi per ritrovarsi. È il fascino della voglia di ricominciare sempre e tutto daccapo.
Ma il contachilometri avanza e non c’é un modo di fermarlo senza fermarsi anche noi.
Ma chi ci pensa. Chi lo guarda mai un contachilometri. Io al massimo mi soffermo sulla spia della riserva sempre accesa.

Ci sono notti in cui torno a casa da una serata con gli amici, da una parentesi galante o una passeggiata da solo e vedo la mia esistenza scorrere lenta. Allora prendo il mio iphone e mi metto a scrivere. Forse scrivere è l’unico modo che conosco per ripulirmi la coscienza. Così, all’improvviso è come se sapessi esattamente di cosa abbia bisogno e in quei momenti mi faccio paura.

Divento lucido e razionale.
Vedo distintamente l’orizzonte e il sottile confine che separa ciò che è giusto, da ciò che invece non lo è.
Come Goffredo. Il personaggio del mio libro. Un professore perfetto che della vita ha già tutte le risposte pronte e che si impegna di trasmetterle agli altri.

Mi piace pensare che ogni tanto i tuoi silenzi s’incrociano con i miei. Come per esempio adesso che forse mi stai leggendo.
Mi viene in mente quel famosissimo film di Victor Fleming dove lei è ferma a guardare la notte e lui si chiede se ha fatto bene a lasciarla andare.

A volte mi chiedo dove finiscano questi pensieri.
Siamo i nostri paradossi in fondo.
Amiamo la pioggia, ma abbiamo paura di bagnarci. Ci piace il sole, ma temiamo di scottarci. Cerchiamo quella nebbia in grado di nascondere i nostri difetti, ma poi la fuggiamo per il timore di perderci all’interno di essa.

Vogliamo essere felici, però non sappiamo innamorarci. Spieghiamo le vele sempre nella direzione da cui non arriva il vento. E poi imprechiamo che non è il vento giusto.
Tendiamo la mano al buio solo per non farci trovare, quando basterebbe accendere un fiammifero e sussurrare “guardami, sono qui”.

Ci sono notti insonni che non hanno nè un’inizio, nè una fine. Durano fino al mattino e si confondono con il giorno che è bravo a mimetizzare tutto, anche i nostri ricordi.

Stamattina sono fermo a leggere e riascoltare le mie parole. La chiamano malinconia, ma forse è solo paura che non ci sia un domani migliore. “Ma in fondo. Domani è un altro giorno.”

Senza rendercene conto

6 Maggio 2015

Può un uomo allontanarsi così tanto dalla realtà al punto da non riconoscerla come vera?

Esiste un universo parallelo dove non valgono le vie di mezzo. O dentro o fuori. O bianco o nero. O tutto o niente.

Un posto da cui non c’è ritorno e dove non è possibile dare la colpa al destino.

Un mondo dove siamo noi stessi a scrivere le regole solo per il gusto di non rispettarle.

In fondo ci inganniamo da soli senza nemmeno rendercene conto.

Quando arriva l’alba

4 Maggio 2015

Qualcuno ha scritto che tutto quello che sei stato contribuisce a fare di te la persona che sei oggi.
È vero. L’ho scritto io.
E quando dico “tutto” intendo anche i difetti, gli errori e le scelte sbagliate.
Quello che non posso sapere è quanto, tutto questo sbagliare, mi abbia reso migliore o peggiore di quello che ero un tempo.

Stanotte la luna era una presenza poco luminosa sui resti di una nottata in disarmo.
Non ho mai sopportato le lunghe attese. Il tempo lasciato andare. Le parole che non dicono nulla e quel modo che hanno le persone di rapportarsi con me come se avessero sempre qualcosa di importante dire.
Allora più che di comunicazione bisognerebbe parlare di coerenza. Quella che ognuno di noi dovrebbe attribuire alle parole che scrive o che dice.

Non lo so. Proprio non lo so. Anche stasera ho l’impressione di scrivermi addosso e trovare la coerenza diventa uno sforzo assurdo anche per me.
Sono quello che cerca sempre di assegnare un senso alle cose, anche quando i pensieri non coincidono con il mio modo di vederle. Forse il miracolo della comunicazione non è dato da chi ti parla e da come ti parla, ma viene da chi ti ascolta e da come è in grado di farlo.

Vorrei davvero essere bravo ad ascoltarmi. Vorrei saper anche dire oltre che scrivere. Fuori è già Maggio e le ore sono le stesse di Aprile. Finisco spesso con il parlare del tempo quando non ho nulla di importante da raccontare. O forse scrivo di quello che vedo per non guardare negli occhi quello di cui ho paura.

La notte fa freddo. Il cane è cresciuto. L’olio di palma fa male. Adoro il tuo sorriso. Vorrei partire e buttare il cellulare. Ho quasi terminato il secondo libro. Ho ripreso la dieta. Ho voglia di mezze maniche alla norma. Sto uscendo da solo. Sto uscendo con degli amici. Sto uscendo con una ragazza.

Un giorno vorrei scrivere una storia dove le speranze non muoiono. Una di quelle in cui la luna illumina le notti a giorno.
Una storia in cui lei è seduta sulla riva e osserva il moto paziente delle onde. Il loro imperfetto andare e rivenire. Lui le siede accanto senza prenderle la mano. Le resta vicino in silenzio, delimitando lo spazio, costruendo pensieri, definendo un ambiente di totale reciprocità.

Una di quelle storie in cui loro si osservano e non si accorgono delle nuvole che stanno progressivamente coprendo tutto.
Ad un tratto è buio e si sente soltanto il rumore del mare. Ma quando arriva l’alba i due si stringono forte la mano.

Ecco, a volte penso a queste cose. E in quel momento mi sento migliore di ogni mia possibile versione del passato.

Un mondo impossibile

30 aprile 2015

Vorrei nascere e crescere in un
universo parallelo. Un posto senza rimpianti. Senza aspettative. Senza frustrazioni. Senza incertezze.
Un mondo senza persone che ti superano in coda. Senza idioti che si accalcano al buffet. Senza lacrime. Senza peccati, pentimenti e senza alcun perdono. Una musica di Mozart. Un quadro di Pollock.
Un universo senza scuse. Senza rughe intorno agli occhi. Senza cerchi intorno al cuore. Senza colesterolo. Senza malattie incurabili e piaghe profonde. Senza permessi. Senza zanzare. Senza “mai” è senza “per sempre”. Senza un posto vuoto nel mio letto che mi ricordi di te.
Un mondo impossibile.

Per come realmente è

28 aprile 2015

Non esiste sempre la possibilità di separare le sensazioni positive da quelle negative con un confine netto e definito. Questa è la differenza tra un’avventura e una relazione. L’avventura trasmette una sola sensazione. Una relazione spesso le contiene entrambe.

Un’arena dove i sentimenti forti si affrontano. Si combattono. Si annullano. Un confronto nel quale ogni difetto viene braccato e ribaltato alla luce.

Si tratta in fondo solo di capire come affrontare questa battaglia. Come un personaggio “da film” o come una persona vera?

E con l’aggettivo “vera” intendo una persona capace di mostrare una certa sensibilità interiore. Un raggio di luce. Qualcosa in grado di tagliare quel cono d’ombra dove ognuno di noi lotta con le proprie frustrazioni, come può e come gli riesce.

Non ho un’idea chiara di come dovrebbe andare il mondo, ma continuo a scrivere e descrivere tutto quello che mi orbita intorno. A volte scrivo e ingoio critiche più o meno costruttive.

Ascolto opinioni contrarie alle mie. Lo faccio con attenzione. E cambio spesso il mio punto di vista, perché una storia osservata sempre con la stessa prospettiva difficilmente riserva le stesse scariche di adrenalina di una relazione creativa.

Peggiore di un limite al nostro agire, c’è solo un limite al nostro capire. E forse abbiamo più paura della nostra idea di come potrebbe essere una relazione, che di una relazione per come realmente è.

Non servono a volare

27 aprile 2015

Succede tutte le volte che decido di scrivere qualcosa. Il quarantenne che sono si avvicina al dodicenne che è in me e gli domanda se l’anziano che sarò potrà essere migliore o peggiore di entrambi.

C’è sempre un motivo per chiedere qualcosa e una ragione per non rispondere. Una ragione che oggi però non so trovare più. Scrivere quando non vorresti somiglia a un antico e complicato rito pagano. Bisogna evocarli i pensieri e non basta sacrificare i ricordi. Ci vuole qualcosa di interessante da dire e qualcuno che sia davvero disposto ad ascoltare. Un me stesso autentico. Al pieno di quelle sue capacità di analisi che solitamente sono il punto di forza dei suoi spunti del mattino.

Gli aggettivi da usare stamattina potrebbero essere tanti. Lucido, soddisfatto, autentico, riposato, stupefatto, rilassato, appagato, ironico, silenzioso, compiaciuto, cosciente, gratificato. E via dicendo. A me ne viene in mente uno in particolare: leale.

Sono proprio questi aggettivi, gli scalini che portano al sentimento vero e alle emozioni. Che cosa si potrebbe mai chiedere in fondo, a uno scrittore, che non sia una rilettura della realtà? Io provo a parlare della mia che conosco bene. A scriverla e restituirla viva. Palpitante. Imperfetta.

A volte somiglio a una mosca che cammina sul bordo di un bicchiere. Indeciso se lasciarmi tentare o volare via dalla trappola per finire in una qualche tela di un ragno a caso.

Ogni storia che si rispetti si nutre di errori che la distruggono. Ma ogni storia è un’esperienza. Ogni racconto un percorso. Quello che manca è solo il dettaglio che alla fine porta a un cambiamento. Il punto di vista di chi legge.

Sono un quarantenne per definizione. Incatenato al suo modo di scrivere e descrivere. Al suo incalzante desiderio di celebrare i sentimenti. Quelli veri. E non farà mai differenza sentirmi dentro 12, 30 o 60 anni. Perché i miei pensieri felici non hanno mai un sesso o un’età ben definita. E non servono per imparare a volare. Ma per continuare a camminare sicuro in questo spettacolare viaggio che è la vita.

Avevo in mente di prenderlo amaro

26 aprile 2015

Ci sono giorni in cui percepisco netta una certa distanza tra i miei pensieri e tutto quello che mi circonda. Credo faccia parte della natura sostanzialmente narcisista degli uomini disegnarsi esistenze che poi non somigliano affatto a quelle reali. La morale è che alla fine non si riesce a capire chi stia vivendo la vita di “chi”, e quale sia la vita che si sta vivendo.

Stamattina mi incammino per incontrare il primo caffè del giorno e intanto sento il bisogno di fare ordine dentro. Tanto fuori non sembra assolutamente possibile dare una connotazione al caos. Cerco un ricordo nelle tasche dei jeans ed esce il biglietto di un cinema. Io che mangiavo distrattamente pop corn. La città intanto dormiva fuori e dentro il raccordo.

Tutto questo non ha senso pensavo. A me non sono mai piaciuti i pop corn. Avrei potuto farne sicuramente a meno. Avrei potuto glissare il cinema e scegliere di andare al mare. Amo la sua assodata grandezza. Per me il mare è due cose. L’onda lunga che cercavo di evitare da bambino sulla riva. Schivando e saltellando a caso in punta di piedi. E la voce di mia madre che gridava con la mano tra i denti: “Esci dall’acqua sono 2 ore che sei li dentro”.

Forse è stato quello il momento in cui ho cominciato ad apprezzare la mia libertà. Molte cose le amiamo ancora prima di conoscerle. Non sappiamo cosa sono. Non sappiamo che ci sono. Ma sappiamo che siamo fatti per loro.

Chiudo gli occhi. Ora cammino al buio. La strada è dritta. Mi sfiorano le auto, ma non mi sento in pericolo. Sarà per via delle campane in lontananza che somigliano tanto a quelle del centro di Roma. Ai rumori della chiesa di fronte al mio appartamento borghese occupato da due figure a caso.

Apro gli occhi. Un merlo cerca e trova qualcosa tra le erbacce. Ci sono mattine che la mia mente sembra il deserto del Nevada. Troppo caldo e dannatamente sconfinato per programmarci una passeggiata.

Nella vita tutto passa. Nella testa un po’ meno. Intanto il cielo sembra trattenuto in ostaggio tra gli edifici. Qualcuno sta ascoltando i Cure a tutto volume.
I Cure scatenano vecchi ricordi. Ma non solo. Può essere che il domani un giorno si privi di me, ma non potrà mai privarsi di una musica già ascoltata. Altrimenti non avrebbe nemmeno senso un domani.

Ora ho la testa satura di certi sguardi. Piena di pagine del mio libro. Appagata da musica strana e minacciata da comete in caduta libera.
Squilla il telefono. Massimo mi insulta per gioco: “Pranziamo al mare oggi?”. Lui è uno dei miei migliori amici e la sua non è una domanda sul futuro, ma qualcosa a cui devo rispondere ora. Ha voglia di parlare e io di ascoltare. “Ok! Passo tra un’ora. Magari prima facciamo due passi.”

Intanto ritorno con i ricordi su quella spiaggia. Mia madre morde ancora la sua mano e grida. “Esci di li ti ho detto”. Io invece continuo a tuffarmi testardo senza preoccuparmi delle linee di galleggiamento. Ma poi all’improvviso lei cambia espressione. Allunga la mano. Mostra un piccolo accappatoio bianco. “Non aver paura Gianluca, non ti faccio niente. Vieni da mamma.”

Sorrido. Esco dall’acqua. Ora so che ha fatto qualcosa di meraviglioso per me. Ha trasformato il mare in una cosa più piccola delle mie certezze. Ha stabilito quell’ordine che mi avrebbe poi reso possibile la vita. Si è occupata dei miei passi futuri. Delle mie paure. Del mio coraggio. E di tutto quello che, visto o non visto, avrebbe in qualche modo condizionato da quel giorno la mia vita.

“Mi fa un caffè? Grazie.”

“Vuole zucchero? Dolcificante?”

“Non fa niente. Avevo già in mente di prenderlo amaro.”