Da zero

25 aprile 2015

Ogni scelta che facciamo, anche la più piccola, anche la più insignificante. Che sia giusta o sbagliata, é comunque per sempre. Non si può cancellare. Lascia un segno che seppur impercettibilmente, ci cambia.
Per questo anche quando si pensa di ripartire da zero, non si ricomincia mai davvero da zero.

Prima o poi

24 aprile 2015

Certe notti la mente promette parole che poi non mantiene.
Stasera la luci della città e questa luna poco aggraziata si somigliano al punto da sembrare irriconoscibili.

È vero. Io mi nutro di emozioni, poi le racconto al demone sotto il letto. Ma non mi piacciono le situazioni normali, di quelle so che potrei trovarne ovunque.  

Si possono provare sentimenti forti, ma non due uguali contemporaneamente. Si può amare solo volta per volta. Il piacere invece è un ospite passeggero che lascia sempre spazio alle emozioni più piccole senza tradirne nessuna. E la mia mente ha più posti a sedere di un vagone passeggeri.

Un tempo avevo paura di sbagliare. Oggi invece anche cadere è diventata un’esperienza quasi appagante. E se succede ne approfitto comunque per raccogliere qualcosa.
Una moneta da tirare in aria. Un sasso. Una conchiglia. I frammenti di una storia. La punteggiatura di un discorso.

Le persone sono affezionate agli inestetismi della propria vita.
Tutti si lamentano, ma si guardano bene che poi i problemi vengano davvero risolti.
I dubbi. I drammi. Le insicurezze. Le distrazioni. Le storie.
Perché alla fine non rimarrebbe altro che tempo da riempire. E il tempo per pensare è un peso insostenibile. Un magma spaventoso e inconoscibile nel quale sprofondare.

Stanotte ho paura e non so bene di cosa. Forse proprio del tempo. Ma non di quello che mi viene incontro. No, perché in quello io ci spero. In quello io ho sempre confidato.
Temo il tempo che fugge. Che scivola, che evade, che scompare.

Come la sabbia che filtra tra le dita anche quando ti sforzi di tenere il pugno chiuso.
Qualcosa di molto simile a una spiacevole sensazione di vuoto, quella che mi rimane ogni volta che qualcuno a cui tengo si volta e si allontana.

Temo il tempo che passa. Quello di cui non resta traccia. Per questo in ogni istante soffro e godo di tutto quello che si può soffrire e godere. Per non rimpiangere il passato. Per vivere intensamente il presente e per sperare che ci sia davvero un futuro come quello dei sogni.

Ieri sera ho preso il mio tempo e sono andato via senza pagare. Ma non ricordo via da dove. Via da chi. Via da cosa. Però ho detto alla tizia all’uscita di non preoccuparsi. Prima o poi passa sempre qualcuno a saldare i conti.

Quando ti ho chiesto “cosa”

23 aprile 2015

Quel senso di incosciente ineluttabilità. Quel retrogusto di desideri condivisi, di sentimenti contrastanti. La serenità è un continuo consegnarsi alla vita, consapevole e volontario. Senza calcoli.

È tardi. Stanotte i miei errori sono intrisi di caffè e adrenalina. Manca lo zucchero. Per me due cucchiaini di dolcificante e ottimismo possono bastare. Anche se dicono che sia meglio amaro.

Un giorno mi racconterò cosa ci trovo in tutto questo scrivere. La libertà, credo. Ho un altro libro ancora in cottura, a fuoco lento. Ho nostalgie ancora tutte da descrivere. Ho dubbi laceranti e certezze che fanno arrossire. Se proprio dovrò saltare stavolta butto prima il cuore oltre l’ostacolo. Poi tutto il resto.

Ieri ho piantato dei bulbi di tulipano nero. Si lo so. È da donne e poi non è stagione. Ma a volte fa sentire bene fare cose inusuali o senza senso. Niente è più eccitante del perdere e recuperare il controllo.
Peccare poi è straordinariamente consolante. Alcuni sbagli non fanno nemmeno rumore. Si confondono in mezzo alle cose ancora da fare e aspettano il momento giusto per uscire fuori.

Ho scoperto che esiste un ombra di irrinunciabile peccato prima di ogni emozione forte. È come quel silenzio che precede un grido assordante.
Stanotte vestirò le cuffie al cuore e alzerò il volume dei pensieri. Il giovedì può regalare contorni trasgressivi. Istanti che sanno urlare.

Forse chiudere gli occhi è proprio ció di cui ho bisogno. Risalire dalla caviglia le tue gambe scoperte. Esplorare quelle espressioni a cui ti abbandoneresti subito dopo. Mai troppo stanca di aver giocato. Mai provata dal divertimento. Costantemente eccitata dall’entusiasmo.

In verità mi affascina anche quella nuvola scura che ti passa ogni tanto davanti agli occhi. Quello sguardo lasciato vagare nel nulla alla ricerca di un punto imprecisato dell’universo. Una latidudine da cui partono tutte le prospettive possibili e in cui convergono le fughe da ogni contesto morale.

Quando ti ho domandato “cosa”, tu mi hai risposto “niente”. E a me è mancato il respiro.
Ora ho voglia di un divano Chester rosso porpora e del fumo di una sigaretta. Di quella musica che riassume i momenti migliori di tutta una vita e non lo sa.

Sei eccitante e bellissima. E quando sarà finita, il mio sorriso riflesso nei tuoi occhi sarà tutto quello che rimarrà di me.

L’alta marea negli occhi

22 aprile 2015

Le sensazioni positive, le frasi scritte, cancellate, sussurrate, gridate, dette e contraddette.
Le immagini colorate, le impressioni sbagliate, le decisioni affrettate, gli sguardi non ricambiati e i sogni ad occhi aperti.

La irrinunciabili curiosità, le deduzioni geniali, gli aggettivi inventati, gli avverbi e gli ossimori. Le figure retoriche, i verbi all’infinito, la punteggiatura, le dichiarazioni, gli intenti, le certezze, le paure, le frustrazioni, le fragilità.

E poi la gioia, i faccini tristi, i sorrisi sinceri, gli scheletri nell’armadio, le camice stirate, i jeans strappati, il sesso spinto, gli abbracci forti, la musica di nicchia, i libri, le mani nelle mani e le mani sugli occhi.

Speravo che tutto questo mi avrebbe trasmesso la serenità di cui ho bisogno. Ma ho costruito un castello di sabbia e parole, da guardare con l’alta marea negli occhi.

Il vetro appannato

21 aprile 2015

Accendo il motore. Abbasso il finestrino. Da fuori arriva un alito di vento. Il battito del cuore somiglia all’eco di un rumore silenzioso. Una pulsazione frenetica e regolare generata dal desiderio di quelle cose che non succedono mai.

Mi piacerebbe ridisegnare le mie voglie. Ho bisogno di una sessualità sostenibile. Di un orgasmo abbordabile. Stasera ho guidato senza costrutto. Io con i miei libri sul sedile del passeggero. Gli scontrini, le caramelle, le chiavi, una giacca, la borsa del computer e la sacca con le lenzuola pulite sui sedili posteriori. Ho ancora qualche conto aperto con la lavanderia e molti altri con la vita. Nulla di particolarmente emozionante.

I percorsi più eccitanti transitano all’interno di realtà alternative. Posso attraversarli per curiosità o per noia. Ma anche perché adoro quel retrogusto agrodolce che lascia l’adrenalina quando mi scorre dentro.

C’è un fiume silenzioso di intimità che mi attraversa e che ogni tanto mi piace veder esondare. Non è peccato lasciarsi trasportare dalla corrente. Scoprire fino a che punto ti porta.

La verità è che il desiderio di cose proibite è come il morso di un serpente a sonagli. Quando l’adrenalina è in circolo resistere al desiderio diventa un verbo senza significato.
L’unico antidoto è un vetro appannato dove soltanto tu saresti in grado di ridisegnare un sorriso.

L’ostinazione

20 aprile 2015

L’ostinazione è quando non smetti di cercare le risposte, anche se le tue conclusioni non giungono mai a niente. Quando perseverare non aiuta a raggiungere uno scopo.

È come rimanere imbrigliato in un’interminabile fase centrale.
Quella che più di tutte rivela i lati oscuri del tuo carattere.
La vita in fondo non è altro che un percorso di conoscenza.

Esiste un filo drammaticamente logico, silenzioso e potente, che lega ogni nostra decisione a quella successiva. Nessuno di noi rimane uguale al se stesso di una scelta presa in precedenza che non abbia portato a niente.
Si cambia. Necessariamente. E anche se si continua a desiderare la stessa cosa, non è più come prima.

A volte mi chiedo quanta amarezza si nasconde in un obbiettivo tardivamente raggiunto. Oppure raggiunto in tempo, ma a un prezzo troppo alto. E come cambia il nostro desiderio di realizzare qualcosa, una volta appurato che quel qualcosa non lo si otterrà mai?

Tutto questo mi fa riflettere sulla necessità di mantenere sempre un equilibrio tra ciò che si desidera e l’oggettiva possibilità di raggiungerlo. Quando non c’è più proporzione, la mente collassa. La vita sbanda.

La variabile iperbolica di un desiderio che si scontra con l’impotenza rovinosa di realizzarlo è un segnale tipico dei nostri tempi. Il risultato è una crescente frustrazione e una devastante disillusione anche su tutto il resto. Sui piccoli desideri di ogni giorno.

Se una persona intelligente lo è veramente, lo dimostra soprattutto nella gestione degli obiettivi. Nella scelta delle cose o delle persone a cui dare importanza. Nella rinuncia ai progetti meno felici. Perché l’ostinazione, nella maggior parte dei casi, è solo sinonimo di grosse delusioni.

La tua serenità

19 aprile 2015

Lui ti guarda. È nervoso, stenta a capire i tuoi discorsi. Ribatte colpo su colpo, ma non argomenta. Non spiega, non accetta di mettere a nudo la relazione. Forse è più preoccupato dei miei giudizi che dei suoi errori.

Io vi osservo e ti ascolto come se non sapessi fare altro della mia vita.
Ogni volta che i miei occhi incontrano i tuoi mi rendo conto che esiste un passaggio segreto che unisce il cuore con il mondo.

Tu continui a parlare.
A raccontare le tue verità.
Io non muovo un muscolo eppure ti sono sempre più vicino. I miei occhi stanchi si avvicinano indiscreti e accarezzano sconvenienti il tuo profilo. Esitano un istante sul tuo seno, poi esplorano il tuo corpo quando ti alzi e ti volti per preparare un caffè.

Un attimo di silenzio, poi torni per parlare ancora.
E io mi perdo tra le tue labbra, mentre risalgo con tutta la mia passione ogni parola. Cerco significati. Scalo ogni frase come farebbe un esperto esploratore alla ricerca dell’origine dei tuoi pensieri.
I tuoi discorsi sono un connubio perfetto di grinta e razionale emozione. Il tuo obiettivo è un’indole senza metafore.
Mostrare la realtà.

A un tratto cambio il destinatario del mio sguardo. Fisso lui e vorrei gridargli “perché”? Perché hai basato tutto sulla gratitudine? Perché non parli di condivisione, di complicità, di controllo, di perdono, di rinunce, di esclusività? Perché hai lasciato che il rapporto fosse o “Io”, o “Lei” e mai “Noi”?

È tardi. Ho le palpebre calate e un sonno assurdo, la luce che tinge tutto di bianco non aiuta e resisto alla contrazione dei muscoli facciali.
Tu mi guardi e fai una battuta.
Io vorrei lasciarmi morire dentro quello sguardo.

Lo sento che parla ancora a caso di “nucleo familiare” e percepisco chiaramente addosso tutto il peso del mondo.
Un bimbo?
Quale sarà il suo nome?
E chi proteggerà il suo cammino?
Qualcuno un giorno tenderà la sua mano per condurlo in questa realtà? 

Poi è un cane ad accorgersi che forse sto pensando ad altro. Mi salta sulla gamba grattandomi il maglione e immediatamente il sonno sparisce.
Mi guarda con tono severo senza scodinzolare: “non farlo più capito? non ti devi distrarre mentre ti parla!”
Io chiedo scusa con lo sguardo e le annuisco con gli occhi.
La continuo a fissare mentre le tue parole soffiano via come un vento tiepido che mi penetra fin dentro le ossa.

Improvvisamente la tua bocca accenna un sorriso che rigenera le mie cellule celebrali.
Poi più nulla.
Nessuno parla.
Nell’aria c’è silenzio. Nel cuore c’è silenzio.
Nelle coscienze c’è silenzio.
Ma è un silenzio tutto da ascoltare.
Nei rumorosi dettagli di quel silenzio colgo parole che risorgono in una forma nuova, più delicata.
Ora i tuoi occhi somigliano a foglie bagnate dalla rugiada.

Noto ansia, stress e qualche nota di squilibrio nelle motivazioni di lui. Quando spiega ha paura di eccedere, ma si controlla. Lo fa una volta, poi un’altra ancora.
Intanto io mi specchio nei suoi modi e mi accorgo di rivedere i miei limiti del passato. Tutti siamo in grado di fare cose stupide. Tutti commettiamo errori. La differenza sta solo nelle motivazioni.

Devo dirtelo.
Non voglio avere segreti con te.
Tante volte ho sbagliato senza pensare, nessuno però ha mai cercato di comprendere, nessuno sforzo da parte delle persone che mi circondavano. Solo giudizi.
Tu invece mi ascolti. Mi dici: “Non è grave. Non volevi farlo.
Forse non è successo nulla.
È tutto ok con me.”

Io ti osservo come se non avessi mai visto nulla di più bello.
Un tramonto luminoso.
Un’alba colorata.
L’arcobaleno dopo un temporale.
Un gatto blu che fa le fusa.
Un sorso d’acqua fresca dopo una lunga corsa.
Il primo sorriso dopo un grande spavento.
L’urlo che precede la gioia di un rigore segnato, in una finale di Champions League. 

Succede che quando chiudo gli occhi sei ovunque intorno a me e io mi senta protetto.
Non ho mai avuto la presunzione di sapere cosa sia l’amore, ma sono certo che prevale su tutto.
Ti fa prendere decisioni che non avresti mai preso in condizioni normali. Dire si, quando sarebbe no. E non conta il perché, accade e basta e non lo posso spiegare io. In fondo non ne sento nemmeno l’esigenza.
Mi basta viverlo intensamente e sapere che sei serena, perché oggi è questo che mi rende felice. La tua serenità.

Un altro caffé

18 aprile 2015

A volte basta alzarsi presto per scrollarsi di dosso le visioni sbagliate, i dubbi emozionali e gli equivoci.

Sono le quattro e mezza passate e per fortuna in autostrada c’è sempre un bar aperto. Senza autogrill la notte sarebbe un incubo.

Guidare non sempre è terapeutico e farlo senza aver fatto colazione è una frustrazione più insidiosa della stanchezza che cerco di contrastare.

Vivo di viaggi, di ossimori, di conseguenze impreviste, di ordinato caos. Con il cuore sempre ancorato alle sue tempeste.

Unisco i puntini senza preoccuparmi di seguire uno schema ben preciso. Indisciplinato. Disordinato. Senza prendermi troppo sul serio.

Questo approccio non mi ha mai lasciato a terra e in qualche modo ha sempre fatto la differenza nella mia vita.

No. Non è successo nulla di grave, sono solo pensieri. Magari adesso mi fermo a prendere un altro caffé.

Anzi no, non farlo.

17 aprile 2015

Stamattina vorrei trovare uno sguardo in grado di portarmi via. Scrivere è qualcosa di più che una masturbazione e io non sono un semplice esibizionista. Sono un ricercatore rilassato che gode del suo tempo. Un uomo forse catturato, ma non prigioniero della sua compulsiva ricerca di risposte.

Fatemi una domanda. Chiedetemi. E poi restate ad ascoltare. Non riuscirei a rimanere in silenzio. So unire i sussurri e scrivere forte quando voglio.

Dovrei mettere le cose in ordine stamattina nella mia testa. Preparare il caffè, fare colazione, spedire qualche libro e poi rispondere a un centinaio di mail. Invece scrivo. Temporeggio. Rifletto. Tergiverso.

Ho riletto una chat. Poi l’ho riletta ancora. Ho preparato la valigia. Ho bevuto un sorso d’acqua e limone. Ora aspetto. Aspetto di uscire da questa camera come un lupo che esce dal bosco a mani vuote. Confuso e affamato. Senza il suo solito carico di vittime.

Esistono desideri affilati e voglie che restano, scavano e mutilano. Emozioni troppo forti, da prendere in piccole dosi. Da diluire lentamente con minuti di spicciola quotidianità.

Dietro le risposte. Dentro le parole. Dentro quella mia capacità di possedere la mente di una donna attraverso le farneticanti storie che coltivo. All’ombra di un sentimento da cui mi nascondo per non farmi riconoscere.

Storie. Ecco, sì. Storie e disegni. Allusioni intelligenti, aggettivi appropriati, avverbi, eufonìe, ossimori forti, predicati e sottintesi. Figure retoriche, immagini velate, sottrazioni indebite di senso al senso e compulsive ricerche di significato.

La riflessione a volte va lasciata defluire sullo sfondo, annichilita da un’irrinunciabile eccitazione. Liquida e densa come il peccato.

“Perché mi stai fissando così?”
-“Perché sei incantevole.”
“Forse dovresti smettere. Anzi no. Ti prego. Non farlo.”

Un vicolo buio

16 aprile 2015

Visto da qui non c’è molta prospettiva. Il tempo. Che sia declinato al presente o al passato non si può fare a meno di esistere. Guardare il quadrante di un orologio e abbinare a quel gesto qualcosa da fare. Alzarsi e inseguire. Alzarsi e scappare.
Una strada comoda dopo una strettoia ti può far perdere di vista l’importanza della direzione. Ne ho percorse diverse in questi anni di strade comode che non portavano da nessuna parte. Date retta a me, a volte è più appagante un bel vicolo buio.

La zona oscura

15 aprile 2015

Esiste una zona oscura. Un quartiere periferico di me stesso dove si raccontano le delusioni. Per entrarci ci vuole coraggio. A parlarne invece sono capaci tutti. Basta un minimo d’incoscienza. Io non so nemmeno perché lo faccio. E’ come stringere i pugni chiusi e portarli all’altezza del petto quando hai male al cuore.

Guardo fuori. Si è fatto giorno. Le giornate si stanno allungando e questo, più di ogni altra cosa, mi spaventa. Avrei bisogno di un po’ di buio. Di un letto nuovo. Di un demone diverso. Un mostro dal profilo acuminato fatto a forma di sincerità.

L’universo giusto

14 aprile 2015

Davvero mi merito un viaggio, ma forse non ho abbastanza soldi per il viaggio che merito. Le navette spaziali costano e nello spazio non esistono zone franche e offerte speciali. Niente occasioni last minute.

Stamattina avrei bisogno di un passaggio per un’altro universo e il solo pensarci è già una rassicurante anestesia. Credo sia questo quello che sto cercando. Un temporaneo oblio. Una fuga di qualche decina di minuti in un posto che sia al di là di questo mondo ormai così scontato.

C’è un momento in ogni vita che si rispetti che si parcheggia esattamente tra l’esistenza che vorresti e quella che hai. Una sensazione molto simile a una bella macchina. Un’emozione forte che ti aspetta con le chiavi nel cruscotto, come una Lamborghini pronta al parcheggio.

La serenità è qualcosa su cui salire e sfrecciare lontano. Ma un bel viaggio è anche camminare da soli. Prepararsi la colazione a casa offrendosi a quel tiepido sole che si affaccia la mattina presto. Riuscire a sostenere un dialogo senza modificare i toni. Avere sempre qualcosa di bello da raccontarsi.

Penso alle due forme d’amore in mezzo alle quali sono passato negli ultimi mesi. Da un lato il sogno di condividere la felicità con una donna speciale. Dall’altra il silenzio di una realtà alleggerito solo dal desiderio di vedere quella donna comunque felice.

È dura per l’amore trasformarsi in tutto quello che gli chiediamo di essere. Eccitante, emozionante, appagante, coinvolgente, reale, intimo, esplosivo, spiazzante, creativo, rasserenante, sorprendente.

C’è un po’ di coda all’ingresso del mio sogno stamattina. Sarà un’attesa di minuti, magari di ore. O forse dovrò attendere mesi. Questo non lo so.

Ogni universo ha le sue cattedrali e ogni cattedrale nasconde qualcosa di sacro che vale prima la pena aspettare e poi profanare.

Esce un profumo nauseante da questo posto. È tutto buio. C’è una musica assordante. Che strano, aspetti per una vita l’universo giusto e poi scopri che somiglia a un negozio di Abercrombie & Fitch.

Prima del Tempo

9 aprile 2015

La notte è un posto che nasconde le parole. Forse tutto quello che serve è qualcuno che le vada a cercare.
Uno scrittore?
Ma no. Un esploratore. Un archeologo magari. Qualcuno che trovando qualcosa riesca anche a riconoscere cosa.

Io non sono così bravo da sapere tutto. Però credo in quello che riesco a riconoscere. Credo nei sentimenti. Credo alla noia delle coppie che mangiano o giocano a carte insieme senza parlarsi mai. Ma anche a quelle che si sorridono venendosi incontro. In strada. Al bar. Oppure a casa, piegando le lenzuola o giocando a ping pong.

A volte le persone si spezzano. Si rompono e smettono di funzionare. Anche se dall’esterno tutto può sembrare normale. Anche se gli occhi, il naso e la testa sono sempre al loro posto. Può capitare che dentro si consumino. Si disintegrino.

Prendiamo me per esempio.
Metto sul piatto tutta la mia immaginazione. Lo faccio ogni mattina. Ma c’è una sorta di vuoto dentro che non riesco a colmare. Un posto dove si agitano le storie mai nate, oppure quelle fatte male, finite o distrutte.
Forse ci vorrebbero altre parole che venissero ora in mio aiuto. O magari non ce ne vogliono affatto.

Intanto è passata un’altra notte. E’ arrivata come uno strato di polvere e si è comodamente poggiata su quello precedente.
Archeologicamente parlando il tempo non scorre. Si sedimenta. Crea uno strato che allontana i rumori e le immagini. Da qualche parte però resta qualcosa. Magari è solo la vibrazione di un’eco. Qualcosa di più simile a una speranza che a un’impressione.

Il fatto è che sono, si, un esploratore poco attento. Ma ricordo quasi tutto. E spesso mi ritrovo sul sedile posteriore di quella macchina verde. Senza tergicristalli. A sperare che non piova. O in quel corridoio tra gli scogli e il mare con la mente dispersa nel buio. A pregare che le onde non mi portino via.
O su quel tetto senza balaustre imbalsamato dalla paura di cadere. A sperare che qualcuno mi tenga stretta la mano.

L’odore del disinfettante ha anche un volto“. Era una frase di un articolo esposto in bacheca, scritto da una ragazza che ora è sicuramente altrove. In un posto migliore dove sembra funzioni il telefono e dove non è peccato sbagliare numero.

Certe volte mi tornano alla mente le pareti di linoleum. Le lunghe attese. Le panchine semidistrutte di un parco. Le mani. Gli sguardi. I sorrisi. La paura. Immagino i volti delle centinaia di persone che mi sono passate accanto e li vedo sfilare velocemente al contrario. Vorrei si potesse portare indietro il tempo solo spostando le lancette di un orologio.
Invece questo ricordo è tutto quello che mi resta. La luce del neon. Le carezze. Le promesse. Ripeto, forse ci vorrebbero altre parole che venissero ora in mio aiuto. O magari non ce ne vogliono affatto.

Stamattina ho scritto di sentimenti che so riconoscere. Il destinatario era un me stesso per niente immaginario. Qualcuno a cui chiedere il perché io mi si sentissi spezzato.
Ci vuole più di una persona per rendere indissolubile quello che la vita ha di buono da regalare. Bisogna essere in due per parlarsi. Per ascoltarsi. Per proteggersi. Per ripararsi. Per rimettere in ordine sia i vestiti che i pensieri.

Non so dire se con me io abbia fatto un buon lavoro. Forse non ho avuto tutto questo tempo. O magari non ho mai avuto il coraggio di finirlo il lavoro.
So solo che un giorno avrò forse cent’anni e non sarò mai troppo stanco per le stesse domande.
Quelle che mi facevo a sedici, ho continuato a farmi a trenta e che mi faccio ancora.

Tuttavia continuo a imbottire le pareti della mia mente di ovattate speranze. Continuo a creare origami di pensieri che si tengono stretti per mano. A giocare con le ombre sul muro.
Il lavandino del mio bagno sembra una svuotata fossa delle Marianne ancora tutta da esplorare. Il mio volto allo specchio è un ritratto di Picasso da lasciare in custodia al tempo. A una donna? Chissà.

La migliore decisione che abbia mai preso è stata tornare sui miei passi e lasciare che le mia labbra violassero quel finestrino abbassato. Questo nessuno potrà mai togliermelo dalla testa.

Intanto il destino se la ride. Mi chiede se secondo me oggi sarà una buona giornata. Se sto bene, o cosa. Non so, gli rispondo, il destino sei tu. Sei tu che devi inventarti una trama e un finale. Qualcosa che sia abbastanza credibile oppure che non lo sia per niente. Un istante che concluda degnamente un’altro anonimo viaggio all’interno del mio universo imperfetto. L’ennesimo mio sorvolare randagio, ad ali spiegate, questo impalpabile nulla.

E intanto ho avuto anche il tempo di fare una doccia. Magari la rivoluzione francese la faccio domani. Mi servono quelle brioche. Ho già il caffè sul fuoco. Non vorrei perdere anche io la testa prima del tempo.

Barbiturico

6 aprile 2015

Non sono mai stato troppo critico con me stesso, ma so che non avrei problemi a esserlo se davvero dovessi. A volte maneggio brutalmente le pagine di questo blog. Faccio viaggiare le parole al ritmo martellante dei miei frequenti vuoti di memoria.

In ogni mio pensiero si annida un timido tentativo di diventare linguaggio. Un messaggio spesso chiaro. Altre volte un po’ meno. Ma essere chiari è un lusso che non sempre ti puoi permettere.
Chissà. Magari mi trovo a mio agio proprio creando confusione. O forse mi sto immaginando di poter ingannare il tempo con due finte di corpo e qualche innocua bugia. Correndo più veloce. Distanziando il presente e guardandolo sparire nello specchietto retrovisore.

La verità è che non sono abituato di stare fermo. Il che potrebbe essere considerato un pregio. In fondo di qualcosa bisogna pur nutrirsi. Le convinzioni ingrassano. Le illusioni ubriacano. I dubbi invece?
Non ho ancora trovato una risposta. Però dubitare mi riesce da Dio. 

Mi accorgo solo ora di quanto sia meravigliosamente bugiardo il rumore dell’infinito presente. Riflettere. E poi scrivere.
E’ quasi una dipendenza. Ma anche mangiare è una dipendenza. Anche l’amore è una dipendenza. Oddio non sarò mica un tossico?
Se le droghe sono i ricordi, il peccato, la preghiera, il rimpianto, il perdono, lo scandalo, la disillusione, la devozione, la generosità, la famiglia, le esperienze, le tradizioni, le amicizie, gli addii, gli amori, i successi e i fallimenti, allora si. Sono drogato di vita.

Ma ripeto. Non sono mai troppo critico con me stesso.
La vita è un barbiturico potentissimo.

La dolce vita

4 aprile 2015

Quando la notte scende sulle cose che mi circondano il tempo si fa assordante. Fastidioso e distinguibile come le grida di un bambino che inizia a piangere al cinema, durante una proiezione.

Stamattina il tempo mi sta sfrecciando lentamente accanto. Attraversa lo spazio tra un pensiero e l’altro. Gioca a sgretolare tutti i miei “ancora” e li trasforma in ricordi. Fa da colonna sonora ai miei “quando”. Come una musica forte che arriva da dietro, cancella gli apostrofi rosa e impedisce alle persone di restare “per sempre” insieme.

Intanto la luce della tv accesa disegna geometrie regolari di ombre e le proietta sul muro della mia stanza.
Federico Fellini e “La dolce vita”.
Stanotte. Proprio stanotte.
L’ironia del destino mi gioca il solito brutto scherzo. Ho sonno. Potrei dormire, ma non voglio dargli questa soddisfazione.

“Qualche volta la notte, questa oscurità, questo silenzio, mi pesano. È la pace che mi fa paura, temo la pace più di ogni altra cosa: mi sembra che sia soltanto un’apparenza e che nasconda l’inferno. Penso a cosa vedranno i miei figli domani. Il mondo sarà meraviglioso dicono, ma da che punto di vista se basta uno squillo di telefono ad annunciare la fine di tutto. Bisognerebbe vivere fuori dalle passioni, oltre i sentimenti, nell’armonia che c’è nell’opera d’arte riuscita, in quell’ordine incantato… Dovremmo riuscire ad amarci tanto da vivere fuori dal tempo…”

Continuo a scrivere. A pensarti. Non c’è margine per un punto di fuga. Seguo le battute del film trasportato dalle emozioni. Proiettato all’interno di una prospettiva che sembra divergente e distopica.
Ogni cosa nel mio corpo sembra avere una posizione precisa. Gli occhi. La bocca. Il cuore. I polmoni. Il fegato. Lo stomaco. La manona a otto dita.
La manona a otto dita??

Ma no! Anche se non ho esperienze di anatomia comparata posso affermare che un organo del genere non c’entra davvero nulla. È sicuramente di troppo. Non dovrebbe esserci. Eppure è la che fruga ovunque nella mia pancia come un polipo. E lo fa con un movimento lento. Continuo. Una presa decisa che non consente aberrazioni o spannometrie.
Intanto Marcello sta parlando con Maddalena e le da anche del Lei.

“- Vorrei vivere in una città nuova e non incontrare più nessuno.
– A me invece Roma piace moltissimo: è una specie di giungla, tiepida, tranquilla, dove ci si può nascondere bene.
– Anch’io vorrei nascondermi ma non ci riesco. Non ci riesco..
– Sa qual è il suo guaio? Di avere troppi soldi!
– E il tuo di non averne abbastanza! Mmm… intanto eccoci qua tutti e due!
– Questo non è mica un guaio: siamo rimasti così in pochi a essere scontenti di noi stessi.”

Non è vero. Non siamo in pochi. Ci sono io, per esempio, che riesco a essere scontento anche delle cose mai accadute. Quelle che il tempo forse non tocca. Oppure si. Non posso affermarlo con certezza. L’unica cosa che posso sottolineare è che ti voglio bene davvero. Ma fartelo capire a volte è più arduo che far volare un aquilone senza vento. O creare una bolla perfetta senza sapone.

Anche il demone sotto al letto ora si sporge per guardare il film. E’ disturbato dai miei pensieri e mi gela con uno sguardo invitandomi a fare silenzio. Proprio mentre un folto gruppo di giornalisti sta intervistando una diva svedese.

“- Please miss! Dorme in pigiama o in camicia da notte? How do you sleep? With pijamas or nightgown?
– Neither! I sleep only in two drops of French parfume! Solo con due gocce di profumo francese!”

Il tempo passa. Il tempo è inevitabile. Il tempo è bugiardo. Come tutte le volte in cui ho creduto di potermi allontanare da te, ma sono ritornato nel mio personale castello in aria. Stordito. Confuso. E abbracciato alla sagoma di un fantasma.
(Shhhhhh!!!)
Ecco ora Sylvia è entrata nella Fontana di Trevi e sta camminando nell’acqua. Marcello la guarda sorpresa. Adoro questa scena. (“Anche io”, risponde il demone sotto al letto!)

“- Marcello, come here! Hurry up!
– Sì Sylvia, vengo anch’io! Vengo anch’io! Ma sì, ha ragione lei: sto sbagliando tutto! Stiamo sbagliando tutti. Sylvia! Sylvia, ma chi sei?!
– Listen!
– Sylvia…”

Ascolto lo scroscio della fontana insieme a Marcello Mastroianni. Ripercorro lo scorrere inesorabile del tempo e mi fermo un momento a soppesarne il rumore. Il tic tac dei secondi. Il sospiro dei minuti. Il grido sempre più forte delle ore, dei giorni, delle stagioni. Soppesare è un verbo che sa di sconfitta e di convinzioni tardive. Un lento adeguarsi a quegli stati d’animo che non mi appartengono più.

Intanto l’esistenza continua a sciogliere i suoi nodi. A volte eccitanti. Altre volte nostalgici. La vita è una proiezione colma di trame, di lusinghe e di possibilità soggette al volere del disincanto, della disillusione e della delusione.
Una potente triade necessaria per una storia che sia davvero interessante vivere. Poco importa che non vi sia un lieto fine. Basta che sia ben sceneggiata e pregevolmente interpretata.

Al destino piace sedere sulla poltrona del regista. Sorridere con accortezza in un angolo del set. Cappello felliniano a tesa larga. Sigaretta. Un caffè lungo tra le mani. Il viso scavato e gli occhi persi in un punto qualunque dell’universo nel quale tutto, inevitabilmente, converge.

Ultimo spot pubblicitario. Emma sta camminando da sola su una strada isolata. Marcello la raggiunge con l’auto e la invita sgarbatamente a salire.

“- Cammina deficiente, monta!
– No!
– Emma, guarda che… Cammina, sali.
– Ma che cosa vuoi? Che cosa cerchi da me? Sei un verme, un miserabile! Tu finirai solo come un cane!
Te ne accorgerai! Ma chi ti sta vicino a te, se io ti lascio? Ma che farai della tua vita? Chi trovi che ti vuol bene così?
– Io non posso passar la mia vita a voler bene a te.
– Tu dici sempre che sono io la pazza, che vivo come in sogno, che sono fuori dalla realtà… ma sei tu, sei tu che sei fuori strada! Ma non capisci che la cosa più importante della vita tu l’hai già trovata? Una donna che ti vuol bene sul serio, che darebbe la tua vita per te come se fossi l’unico al mondo! Tu sciupi tutto, sei sempre inquieto, sempre scontento. Marcello, quando due persone si vogliono bene, tutto il resto non conta. Di che cosa vuoi aver paura? Dì.
– Di te. Del tuo egoismo. Dello squallore desolante dei tuoi ideali. Non lo vedi che quello che mi proponi è una vita da lombrico, non sai parlare d’altro che di cucine e di camere da letto! Ma un uomo che accetta di vivere così, lo capisci che è un uomo finito?! È veramente un verme! Io non ci credo a questo tuo amore aggressivo, vischioso, materno: non lo voglio, non mi serve! Questo non è amore, è abbrutimento! Come te lo devo dire che non posso vivere così?! Che non ci voglio più stare con te?! Voglio star solo!”

Sono le 6.55 e ho appena pagato il mio tributo all’ennesima notte passata a rincorrere un sogno. Mi sono impegnato per mandare i pensieri in apnea, per guadagnare distanze. Ma è arrivata prima l’insonnia e poi Marcello Mastroanni ha fatto il resto.
Ho ammirato un film degli anni 60. Ho pensato. Ho scritto. Ho riletto e interpretato ogni personaggio, consegnando a ciascuno di essi la mia volontà di non essere presente a me stesso, di estraniarmi, di fottermene del contesto e consegnarmi stupidamente al mondo.

Poi quando ho spento la televisione il soffitto mi ha chiesto di noi. Ed io gli ho sorriso, immaginando che tu mi guardassi col sopracciglio all’in su da ispettore sospettoso.
È vero. Continuo a rattoppare la vita a colpi di “avrei dovuto”, o “avrei potuto”. Il condizionale mi accompagna sempre nella mia ora di sonno tra un’insonnia e l’altra.

Ora però permettimi di passare. L’acqua non sarà troppo fredda, spero. Anche se siamo ai primi di Aprile. Un attimo. Mi tolgo le scarpe. Vengo anch’io! Ma sì, hai ragione tu. Sto sbagliando tutto! Stiamo sbagliando tutti.
Ma in fondo chissene frega. Ti voglio un gran bene ed è stato comunque un film meraviglioso.