Prima del Tempo

La notte è un posto che nasconde le parole. Forse tutto quello che serve è qualcuno che le vada a cercare.
Uno scrittore?
Ma no. Un esploratore. Un archeologo magari. Qualcuno che trovando qualcosa riesca anche a riconoscere cosa.

Io non sono così bravo da sapere tutto. Però credo in quello che riesco a riconoscere. Credo nei sentimenti. Credo alla noia delle coppie che mangiano o giocano a carte insieme senza parlarsi mai. Ma anche a quelle che si sorridono venendosi incontro. In strada. Al bar. Oppure a casa, piegando le lenzuola o giocando a ping pong.

A volte le persone si spezzano. Si rompono e smettono di funzionare. Anche se dall’esterno tutto può sembrare normale. Anche se gli occhi, il naso e la testa sono sempre al loro posto. Può capitare che dentro si consumino. Si disintegrino.

Prendiamo me per esempio.
Metto sul piatto tutta la mia immaginazione. Lo faccio ogni mattina. Ma c’è una sorta di vuoto dentro che non riesco a colmare. Un posto dove si agitano le storie mai nate, oppure quelle fatte male, finite o distrutte.
Forse ci vorrebbero altre parole che venissero ora in mio aiuto. O magari non ce ne vogliono affatto.

Intanto è passata un’altra notte. E’ arrivata come uno strato di polvere e si è comodamente poggiata su quello precedente.
Archeologicamente parlando il tempo non scorre. Si sedimenta. Crea uno strato che allontana i rumori e le immagini. Da qualche parte però resta qualcosa. Magari è solo la vibrazione di un’eco. Qualcosa di più simile a una speranza che a un’impressione.

Il fatto è che sono, si, un esploratore poco attento. Ma ricordo quasi tutto. E spesso mi ritrovo sul sedile posteriore di quella macchina verde. Senza tergicristalli. A sperare che non piova. O in quel corridoio tra gli scogli e il mare con la mente dispersa nel buio. A pregare che le onde non mi portino via.
O su quel tetto senza balaustre imbalsamato dalla paura di cadere. A sperare che qualcuno mi tenga stretta la mano.

L’odore del disinfettante ha anche un volto“. Era una frase di un articolo esposto in bacheca, scritto da una ragazza che ora è sicuramente altrove. In un posto migliore dove sembra funzioni il telefono e dove non è peccato sbagliare numero.

Certe volte mi tornano alla mente le pareti di linoleum. Le lunghe attese. Le panchine semidistrutte di un parco. Le mani. Gli sguardi. I sorrisi. La paura. Immagino i volti delle centinaia di persone che mi sono passate accanto e li vedo sfilare velocemente al contrario. Vorrei si potesse portare indietro il tempo solo spostando le lancette di un orologio.
Invece questo ricordo è tutto quello che mi resta. La luce del neon. Le carezze. Le promesse. Ripeto, forse ci vorrebbero altre parole che venissero ora in mio aiuto. O magari non ce ne vogliono affatto.

Stamattina ho scritto di sentimenti che so riconoscere. Il destinatario era un me stesso per niente immaginario. Qualcuno a cui chiedere il perché io mi si sentissi spezzato.
Ci vuole più di una persona per rendere indissolubile quello che la vita ha di buono da regalare. Bisogna essere in due per parlarsi. Per ascoltarsi. Per proteggersi. Per ripararsi. Per rimettere in ordine sia i vestiti che i pensieri.

Non so dire se con me io abbia fatto un buon lavoro. Forse non ho avuto tutto questo tempo. O magari non ho mai avuto il coraggio di finirlo il lavoro.
So solo che un giorno avrò forse cent’anni e non sarò mai troppo stanco per le stesse domande.
Quelle che mi facevo a sedici, ho continuato a farmi a trenta e che mi faccio ancora.

Tuttavia continuo a imbottire le pareti della mia mente di ovattate speranze. Continuo a creare origami di pensieri che si tengono stretti per mano. A giocare con le ombre sul muro.
Il lavandino del mio bagno sembra una svuotata fossa delle Marianne ancora tutta da esplorare. Il mio volto allo specchio è un ritratto di Picasso da lasciare in custodia al tempo. A una donna? Chissà.

La migliore decisione che abbia mai preso è stata tornare sui miei passi e lasciare che le mia labbra violassero quel finestrino abbassato. Questo nessuno potrà mai togliermelo dalla testa.

Intanto il destino se la ride. Mi chiede se secondo me oggi sarà una buona giornata. Se sto bene, o cosa. Non so, gli rispondo, il destino sei tu. Sei tu che devi inventarti una trama e un finale. Qualcosa che sia abbastanza credibile oppure che non lo sia per niente. Un istante che concluda degnamente un’altro anonimo viaggio all’interno del mio universo imperfetto. L’ennesimo mio sorvolare randagio, ad ali spiegate, questo impalpabile nulla.

E intanto ho avuto anche il tempo di fare una doccia. Magari la rivoluzione francese la faccio domani. Mi servono quelle brioche. Ho già il caffè sul fuoco. Non vorrei perdere anche io la testa prima del tempo.

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