Le giornate si accorciano. I tramonti incantano. I pensieri durano il tempo di uno sbadiglio. Stasera me ne vado in giro semplicemente. Senza un ombrello. Senza una storia. Senza niente. In compagnia del silenzio intorno. Quel silenzio che quando torno in camera si trasforma in parole. Molte mi guardano e vanno a gettarsi lontano. Non si fanno prendere. Alcune si nascondono tra le pieghe disordinate di un letto scomodo. Non mi lasciano spazio. Altre gridano al buio di farsi da parte. Sono davvero poche quelle che si accucciano nella mia testa. Magari scodinzolando.
C’era un tramonto anche ieri. Uno così. Come se ne vedono tanti. Una palla di fuoco. Polveri rosse e nuvole sospese. Non come quelli sul mare. Inarrivabili, ma comunque genuino. Fatto più di speranze, che di nostalgia.
I tramonti non fanno per tutti, non sempre. Ci si deve sprofondare con i pensieri. Alcuni si guardano meglio in due. E sembrano perfetti solo quando riesci a pensare che sono meravigliosi, senza avere il tempo per dirlo.
Senza il tempo per dirlo
16 settembre 2015Meritatamente
15 settembre 2015Sono sveglio da poco. Consapevole da tutta una vita. Ho sonno. E non ho davvero sonno. Come uno che dorme solo da poche ore. Tra poco regalerò un cucchiaino di zucchero al mio caffè. Accarezzerò una fetta biscottata con della crema alla nocciola. E forse dopo. Ma soltanto dopo, ne mangerò mezza.
Non so dove nasce il primo umore del mattino. Vorrei farlo stare in un pensiero. In una smorfia. In un sorriso che sia unico. Ma troppe parole. Troppe cose e troppa persone da evitare nella mia testa.
Stamattina ho preso una faccia di merda in prestito da un assistente del traffico. L’ho indossata con disinvoltura. Poi ho scritto quello che pensavo. Ho calpestato caroselli di formiche in fuga sul balcone. Ho asciugato il sudore e i ricordi senza evocarne nessuno in particolare. Tutte le frasi dette. Le piccole emozioni rubate. Mentre mio padre intanto si diverte a guardare in lontananza le anatre più piccole litigare con le altre piu grandi. Che si ostina a non imparare a usare un iPad. A non accendere il climatizzatore.
Mi rimangono tre ore per incastrare tutto. Tre ore per inviare una mail perfetta. Per dimenticare l’oggetto. Mentre una parte del mondo si ostina ancora a cercarmi e l’altra a guardarmi male. Sono ripetizioni di vita. Cose ormai lontane. Ricordi che sfioro. Giocattoli che forse non avrò più. Un libro in particolare di Saramago. Che ho prestato. Che non ritorna. Come i racconti di Goethe, che credo rileggerò presto.
E poi tutti questi pensieri. A volte assurdi. Che mi corrono davanti, dentro e in testa. E poi la sera, mangiare sempre più veloce. E la mattina svegliarsi presto. E sostituire la coca zero con una birra gelata. E i sentimenti con le storie pensate. Le persone dimenticate. Le scatole piene con quelle perdute.
Stanotte ho dormito con la luce accesa. Con il cellulare sotto la schiena. E una malinconia con le unghie che mi graffiava il fiato.
Poi stamattina mi sono svegliato senza aprire i social network. Ho sorriso. E l’ho fatto meritatamente.
Quelle al singolare
13 settembre 2015Ho una devastante voglia d’inverno. Di temperature che scendono. Di vento forte. Di cose immerse nel ghiaccio e nella neve. Voglia di piccole sfide. Resistere al freddo. Evitare di cadere sciando, o scendendo le scale. Voglia di affrontare le piccole difficoltà con il senso dell’umorismo. Per poi passare a quelle più grandi, cercando di mantenere la stessa ironia.
Lui è ancora dentro. Io aspetto fuori. Mangio dei Ritz. Sbuccio qualche arachide. Lascio cadere i gusci in terra. Bevo una birra. Ascolto musica dei Queen. Intanto il nero del cielo tossisce l’apocalisse. Ma non piove. Non ancora. C’è un matrimonio nella chiesa di fronte. Da qualche parte qualcuno è felice. Esistono parole che scrivo e che tengo per me. Non tutto arriva su questo blog. Esiste anche un posto dove non può giungere nessuno. Un luogo in cui mi sento riparato. Un universo dove scrivere mi basta a sparire. A disintegrare non solo i morsi allo stomaco, ma anche tutti gli avvertimenti del destino. Tutte le mie disattenzioni. Tutte le parole di questo mondo. Soprattutto quelle al singolare.
Biglietto prego
10 settembre 2015Notte fonda. Musica a tutto volume nelle orecchie. Le rotaie percorse veloci trasmettono una specie di singhiozzo. Una sorta di conto alla rovescia scandito dalle giunture delle traversine. Intanto i miei pensieri si riflettono sbiaditi su un finestrino. C’è la mia faccia la fuori. È al centro di un’alba deserta che circonda un universo dormiente. Pagine senza parole. Un romanzo illustrato sull’incontenibilità del cuore. Sull’impossibilità di vivere ignorando una parte di me. Quella che ogni tanto mi da fastidio. Quella che temo di più. Quella che conosco anche meno.
In questa cabina viaggiano forze contrapposte. Ricordi che si muovono come un controllore impazzito in cerca di umori clandestini. “Biglietto, biglietto prego! Che fa ? Il vago?”.
Alla mente a volte sfuggono i concetti più elementari. La mente trattiene il magma delle eruzioni nel cuore. Contiene le geometrie dei sogni. La lucidità. Il desiderio. L’istinto. La fisica. La filosofia e tutto il sapere possibile. Ma poi ci sono le parole rimaste nella bocca. Nella mia è in quella degli altri. Quelle che a volte mi sembra di rileggere negli sguardi. Nei frammenti di vita quotidiani. Molte volte spero di ascoltarle. A volte invece le temo. Altre volte ne sono spietatamente attratto. E so comunque che il loro destino è quello di rimanere non dette. Alcuni pensieri sono difficili da attraversare. Sono baratri tra me e un’altra persona. Ma sono anche crepacci dentro.
Forse dovrei cercare una “parola” per tutte quelle “parole”. Una definizione nuova che descriva in modo accettabile il crepaccio. Un sostantivo per ricondurre certe solitudini a qualcosa di comunicabile. Qualcosa da riscrivere in un linguaggio comprensibile. Perché in quello che non sono riuscito a dire ci sta già tutto. La vita. La sensazione del fato. Per dirla alla Milan Kundera, quell’insostenibile legerezza dell’inevitabilità. Stamattina vedere il mondo attraverso un finestrino mi aiuta a capire il punto di vista del destino. La vita che trascende risucchiata all’indietro. La realtà che sembra piccola. Indifesa. Quasi travolta dal fascino delle cose veloci. Come dire: “Biglietto, biglietto prego. Non ce l’ha? Inutile agitarsi. Stia calmo. Tanto non c’è niente da fare, non c’è mai stato e non ci sarà mai niente da fare”.
Senza passare dagli occhi
7 settembre 2015Stanotte il raccordo anulare si accorda con le stelle. È buio intorno. Ogni tanto spunta una luce lontana. Eppure manca qualcosa in questo cielo. Qualcosa di importante. E non credo certo che dipenda da me. La nostalgia a volte stringe il cuore più delle dita di una mano. Stasera la lascio fare. Stasera guido veloce. Stasera osservo una nuvola allungarsi quel tanto che basta a coprire l’ultimo quarto di luna. E intanto tutto scorre. Intanto i ricordi dipingono i miei occhi di vecchie immagini. Esistono parole che mi vogliono toccare a tutti i costi. Pensieri capricciosi e inascoltati. Frasi che riporto su un foglio elettronico senza una vera linea di collegamento. A volte senza nemmeno un motivo.
Ho voglia di mare. Di vento. Di alternanze. Di amore e indifferenza. Di luci e ombre. Abbasso il volume della radio. Rallento il respiro. Chiudo gli occhi un istante mentre il rettilineo risucchia l’asfalto all’indietro. È vero. Il silenzio avvolge il presente e lo nasconde dalle cose passate. Dal profumo di certi sorrisi. Dalle scarpe chiodate. Dalle frasi non dette. Dalle cose inaudite.
E a un tratto mi manca una direzione dove guardare. Un portone dove aspettare e certi pensieri di Bukowski. Quelli mai scritti. Quelli solo immaginati. Forse in una vita che si rispetti ci vorrebbero le indicazioni. I semafori e i cartelli stradali. Mi pare di vederli, ai bordi della superstrada. Arrabbiati. Affilati. Suggestivi. Docili eppure pungenti. Desiderosi di vendicare l’erba tagliata. Magari si potessero raggiungere i sogni senza passare dagli occhi. Dimenticherei le cose giuste da fare e mi innamorerei perdutamente dei preliminari.
A mia sorella
5 settembre 2015Niente sole. Nessuna luna. Solo nuvole inquiete. Gocce di pioggia che giocano a scarabocchiare i vetri della mia auto. Questo sabato è un prigioniero pericoloso. Ha voglia di gridare a tutti i suoi segreti. Le sue speranze e i suoi dilemmi.
Stamattina ho un orologio disegnato sulla schiena. Uno zaino dove custodisco attimi del giorno dopo. Quelli che verrano. Tutta felicità a tempo indeterminato. Perché ovunque ti allontanerai io ci sarò. Perché chiunque sceglierai io sceglierò. E per il tempo che mi sorriderai, io ti sorriderò. Stamattina guizzo come le fibre di un muscolo impazzito. Sono in ritardo. Il cielo è grigio. Il tempo sbiadisce i colori. E ogni volta che la pioggia li deforma arrivi tu e giochi a restituirli al mondo con un sorriso. Ti voglio bene sorellina.
Battiti inquieti
3 settembre 2015Sembrano percussioni. Invece sono pulsazioni. Battiti inquieti. Antichi messaggi in codice, abbandonati tra lenzuola sporche di sogni e briciole di un’improbabile cena. Una di quelle che ti porti a letto.
Stamattina la realtà tace. Mentre i desideri si confondono con i pensieri e le parole mi dormono dentro. Alcune proprio sullo stomaco. In costante e precario equilibrio.
È che a volte vorrei riuscire a farlo oltre che a desiderarlo. Raccontarlo in poco spazio. In poche righe. Anche con una frase soltanto. Ma che sia ben chiara.
È che a volte mi pesa davvero e non solo sullo stomaco. Tutto quello che non ho il coraggio. Tutto quello che non ho la forza. Tutto quello che non mi rimane nemmeno la voglia.
C’è odore di distanze nell’aria. Di troppo sole e pochissima aria sul viso. Quel sole che non ti avvolge, ma ti consuma. Esiste una parte di me che proprio da sola non sa stare. Una parte di me che ogni mattina apre gli occhi. Che si guarda in giro. Che si ripara con una mano dal buio. Dalle parole dette. Dalle cose fatte.
In fondo vivere non è altro che perdersi. Cadere. E poi risvegliarsi ancora vivi, abbracciati a una tazzina di caffè.
È che quando i sogni sono belli poi non mi rimane nemmeno il tempo per crederci. L’incubo è questo. Comincia dal caffè e dura fino al prossimo sonno. Fino alla prossima luna. Fino al prossimo battito inquieto.
Braccia senza mani
1 settembre 2015C’era una luna desiderabile fuori. Qualche nuvola. Strade deserte. Non sono tante le cose che desidero. Quelle che se ne vanno in giro di notte. Sono tante quelle avute. Tante quelle perdute. Tante le cose in cui credo. Il rimpianto. Il torto. La sfortuna. La fretta. La stupidità. La vanità. I carboidrati. L’indifferenza. L’ironia. Le fantasie. Credo nell’aspirina effervescente. Nel caffè della Moka. Nella Nutella. Nei figli di puttana e nelle loro madri. Credo nel piacere procurato e in quello ricevuto. Credo agli errori per rimediare ad altri errori. Credo ai veleni. Ai demoni sotto il letto. Alle quarte di seno. Ai soldi che sembrano sempre troppo facili. Al mare, alla morte e alle bugie. Credo alle parole. Quelle che rimangono scritte. Quelle non dette o sussurrate. Alle chiavi di casa dentro il posacenere sul tavolo. Alle passeggiate. Ai sorrisi. Ai post it. Alla rabbia. Al perdono. E al sapore delle cose buone.
Una volta ho avuto per le mani un incubo e non me lo sono fatto sfuggire. Con i sogni invece non sono mai stato così abile. Sembro impacciato. Pesante e con le gambe corte.
Stasera ho cenato come si conviene. L’amatriciana non era affatto male. Forse ho esagerato col pecorino, ma non credo che sarò dannato per questo.
Un caffè, una sigaretta, quattro chiacchiere e una serata orfana di confini. Chissà perché se mi fermo guardare il futuro, vedo un demone goffo. Una valigia vuota. Gambe corte. E braccia senza mani che sognano di stringere tutto.
Singole molecole di romanticismo
31 agosto 2015Giornata strana. Troppo silenzio per un lunedì mattina. Bevo un caffè e mi sembra di bere dalla tazzina dell’altro ieri. Stamattina ho scritto da qualche parte che ho voglia di fare l’amore. Idee gonfie, dense. E non so quanto cose del mattino o residui di desideri di una notte passata. Esiste uno spessore di pensieri con cui devo sempre venire a patti. Alcuni poco realizzabili. Altri nemmeno particolarmente intelligenti. Ma ce ne sono anche di veri. E sono sicuramente quelli più difficili da scrivere. Eppure ci voglio provare. Ora, proprio adesso. Anche se è presto. Anche se sembra banale e riduttivo desiderare qualcosa di così umano a quest’ora del mattino. Che poi scrivere non mi è mai venuto difficile. Forse perchè tengo i concetti in disordine insieme ai desideri. Certo. Ma ci sono sempre tutti. Anche se dovessi farlo a caso qualcosa resta. Intanto penso. Intanto ricordo e bevo il mio secondo caffè. Il sole mi accarezza la faccia. I gabbiani mi suggeriscono direzioni da prendere. Io restituisco sguardi con gli occhi a fessura e un’invidiabile smorfia sul viso. Volevo iniziare la giornata facendo l’amore, ma non ne sono più così sicuro. Forse volevo chiudere quella di ieri. In verità non ricordo nemmeno cosa ho fatto stanotte. Ho visto un film. Ho mangiato un piatto di spaghetti aio e oio. Poi una fetta di anguria. Ma non ho letto nulla. Non ho ascoltato musica. E nemmeno usato il cellulare. Ho camminato, credo. Poi mi hanno chiamato, ma non ho risposto. Non ricordo a chi. Sono tornato a casa e ho incastrato cose nei cassetti. Ho giocato col puzzle. Poi mi sono sdraiato sul divano in terrazza e ho trascorso qualche minuto cercando di fotografare una luna bugiarda. Quel tipo di luna che a occhio nudo sembra bellissima, ma poi sulle immagini ti appare come un lampione sfocato. Una truffa che spazza via ogni singola molecola di romanticismo. Le realtà che vediamo forse non hanno molto in comune con le realtà che memorizziamo. Guardi una tipa con gli occhiali scuri. Reggicalze e scarpe tacco quattordici. Si piega a raccogliere un fazzoletto. Ma memorizzi qualcosa di molto più simile a una colazione in Piazza di Spagna con Vivien Leigh. E poi? E poi basta. Magari questa mattina non è stato altro che un tentativo forte di comunicare. Magari è fallito. Magari me ne farò una ragione. E magari troverò quella singola molecola di romanticismo che cerco, soltanto nella puneggiatura.
La clava delle parole
29 agosto 2015Stamattina cerco in un caffè quel filo comune che unisce i pensieri alle azioni. Quel riferimento logico che li tiene insieme. Forse non tutte le azioni sono mosse da desideri. Molte non sono altro che conseguenze meccaniche di altre azioni. Reazioni, per intenderci. Per ciò che abbiamo perso. Per ciò che non abbiamo capito. O per ciò che in qualche modo ci manca. E se invece le azioni nascessero solo da certe necessità? Non dico una, ma tutte. Nessuna esclusa.
Non voglio trasmettere una visione pessimistica della vita. Ma un’ipotesi liberatoria. Qualcosa che mi scagioni finalmente dalla falsa idea di fare le cose solo perché le ritengo buone, o cattive. Giuste, o sbagliate. Perché le condivido idealmente. In tutto. In parte. Oppure non le condivido affatto. Ieri per esempio ho fumato una sigaretta. Sarà la quinta negli ultimi mesi. E mentre fumavo mi interrogavo sulla necessità di farlo. E la necessità non può essere buona, o cattiva. È necessaria in quel momento, punto. Non esiste una formula per calcolare l’incidenza delle necessità sulle decisioni. Nemmeno su quelle più banali. Troppo soggettivo. Io la chiamo fisica dell’animo umano. Altri preferiscono chiamarla filosofia.
La moca intanto tossisce caffè sui fornelli ancora accesi. Spengo la fiamma. Verso ciò che resta in un bicchiere di vetro. Ho finito lo zucchero. Accompagno il tutto con un’espressione contraddetta. Mi piacerebbe parlarne con una persona che sa farne di meravigliose. Ne immagino qualcuna. Sorrido. Ecco. Immaginare. Questo è il meccanismo che distrugge la capacità di capire. Rapportare tutto a una personale idea di bene e di male, di giusto e di sbagliato. Cominciare da un punto qualsiasi e finire sempre col parlare di se stessi. Penso che questo sia il problema. La comunicazione. In qualche modo non siamo più in grado di parlare con noi. Mentre ci piace parlare di noi. Basta sfogliare facebook per rendersene conto.
Ormai abbiamo una compulsiva necessità di scrivere, o dire cosa pensiamo delle persone, o delle cose. Lo diciamo anche quando non ce ne rendiamo conto. Quando addirittura non servirebbe nemmeno farlo. L’uomo che si evolve nella sua infinita lotta per vivere e sopravvivere. Ma sostituisce la clava con le parole. Sempre a caccia di giudizi e in balia dei pregiudizi. Chissà perché, anche davanti a cose meravigliose, invece rimanere silenziosi, sentiamo sempre bisogno di verificare chi vince, chi ha ragione, o chi sia il più forte.
Forse bisognerebbe recuperarlo un muto contatto con noi stessi. Cercarlo. Amplificarlo. Usarlo come specchio di quello che siamo. Come confronto. “Dove” e “quando” possiamo fare a meno delle nostre opinioni. Tornare a osservare in silenzio tanto un orizzonte, quanto un riflesso di luna, come anche un fatto, o una persona. Con semplicità. Senza pressioni. Senza tensioni. Senza pregiudizi. Senza confondere le necessità degli altri con le nostre. E le azioni degli altri con quelle che compiamo ogni giorno.
Dicono che passerà presto
28 agosto 2015Stanotte la luna ha regalato al buio solo un sorriso. E io la guardavo. La osservavo con quel mezzo broncio e la presunzione di chi vorrebbe stanare con uno sguardo tutte le stelle dal cielo. C’è vento fuori. Bukowski si è adagiato tra le mie dita come una farfalla incredula e impaziente. Il suo libro scorre lentamemte. Io fatico lo stesso a stargli dietro. C’è qualcosa che stasera mi blocca i pensieri e li trasforma. Qualcosa di più simile a un “non voler essere”, che a un “voler avere”. Succede spesso quando leggo. Quando scrivo. Quando rientro tardi. Quando faccio cose che nemmeno mi aspetto. Quando punto tutto e vinco, oppure quando perdo. Quando mi arrabbio. Quando sto facendo sesso e quando mi illudo che si tratti di amore. Quando sbaglio. Quando credo. Quando non sopporto, o quando inseguo qualcosa che forse non desidero più. Quando strappo un sorriso. Quando lo guardo. Quando capisco e finalmente mi ascolto davvero. Presenza. Sentimento. Trasgressione. Adrenalina. Anche se faccio finta di niente alla fine mi si accumulano dentro.
Sembra un’estate infinita. Un tempo che non vuole lasciarsi nulla alle spalle. Solo qualche ricordo e poche tracce di presunte stelle cadenti. Un giorno potrei anche stare meglio di adesso. Allora potrò desiderare meno, oppure di più. Sentire i giorni scorrere e il loro attrito che si modella sulla mia pelle, oppure ignorare tutto. La luce, il calore, la follia e la direzione del vento. Avere di nuovo sonno e fame. Limitarmi ad abitare la vita senza preoccuparmi di arredarla con il senso giusto. Era estate poco fa. Dicono che lo sia ancora. Dicono anche che passerà presto.
Universi indispensabili.
25 agosto 2015Stamattina l’alba era un posto bellissimo dove perdersi. Niente di particolarmente romantico. L’ho incontrata in bici. Dietro il curvone di via Federico Lotti. Dopo tanto affrontare salite e discese. Dopo tanto pedalare e pensare. Dopo il mio tanto adorato scalare muri. Assediare castelli. Cercare risposte. E la verità è che non mi piacciono mai. Soprattutto le risposte giuste poi mi trasmettono frustrazione. Insofferenza. E qualche volta vergogna. Però la verità da la sveglia meglio di un caffè.
Il paradosso è proprio questo. Siamo tanto più sereni quanto più inconsapevoli. Forse si vive meglio liberi da quello che non sappiamo. Da quello che si vuole dimenticare. E anche tutto quello che sappiamo alla fine lo vogliamo comunque immaginare in modo diverso. Perché la realtà è faticosa come i saliscendi di certi percorsi poco asfaltati e pieni di buche.
Sto sudando. In fondo a questa strada c’è il Caffè Paradiso. Fa i maritozzi con la panna più buoni del quartiere. So cosa mi aspetta. Dovrò lottare contro tutto e tutti. Contro la fatica. Contro i profumi. Contro il demone che mi segue in monopattino. Lui c’è sempre. Ma soprattutto dovrò fare i conti con me stesso.
Ognuno di noi in fondo occupa un suo universo. Viviamo solo apparentemente nella stessa realtà. O meglio, magari lo facciamo fisicamente. Ci piace anche crederlo. Ma non è affatto così. I nostri desideri. I nostri sogni. La fantasia. Le nostre più profonde paure. Sono dettagli lontani da una logica di esistenza condivisa. La realtà non è per tutti un posto bellissimo dove alloggiare.
È vero. Condividiamo le cose concrete. Le stesse città. Gli stessi paesaggi. I negozi. Il cibo. Il lavoro. Gli sport. Gli odori, i colori e i sapori. Percorriamo a piedi, in auto e in bicicletta le stesse strade, dilaniati dalle medesime incertezze. Dal quel bisogno compulsivo di apparire in relazioni di ogni tipo. Eppure il sentimento più forte che siamo in grado di condividere è il senso di inadeguatezza e di sfiducia globale.
La verità è che esiste una sola natura, ma infiniti universi. Abbiamo una sola identità. Una sola logica. Un unico DNA. Un solo istinto. Una ragione. Ma tutto il resto è un universo a parte per ognuno di noi. Ed è qui che vivono i sorrisi più belli, gli scheletri sul divano, le porte senza serrature, i prati stellati, le albe in un cassetto, le principesse da liberare, i sogni proibiti e i demoni che ti inseguono in monopattino, fino a sotto il letto.
È una storia antica. Il cavaliere in bicicletta che si reca alla fortezza con la spada. Si tratta di liberare il maritozzo con la panna dalla torre. Ma perché giocarsi la vita per uno sconosciuto? C’è una parte di sé stesso che il cavaliere non conosce? E un maritozzo con la panna vale la conquista di un’identità? È la fortezza stessa ciò che lo separa dalla paura da superare. Quella di riprendere in due minuti le calorie di un’ora di pedalata.
Stanotte ho rivisto un meraviglioso film di Cristopher Nolan, con uno splendido Leonardo di Caprio. Alla fine mi sono rivisto in un passaggio.
Quando Ellen gli chiede:- Cobb, cosa c’è laggiù?
E lui: – Spero la verità che vogliamo per Fisher.
E la ragazza insiste: No io dico: cosa c’è per te?
Forse la fortezza non è fuori, ma dentro di noi. La fortezza ci difende dalle paure specifiche. Bisogna solo capire con quale fortezza abbiamo a che fare. Che cosa c’è oltre le nostre incertezze? Oltre la nostra paura? Oltre quello che siamo in grado di vedere? Alla fine gli altri universi dove perdersi non sono solo necessari. Sono indispensabili.
Senza passare dal Via
23 agosto 2015A volte vorrei poter cambiare il mio punto di vista. Osservare da vicino i retroscena delle mie conclusioni più sconvolgenti. Ridisegnare scene vissute. Riascoltare voci. Scatenare ricordi di volti, di luoghi, di bei momenti. Ci sono giorni in cui vorrei strappare tutte le pagine che scrivo e che descrivono il mio universo. Lanciarle in aria e cominciare a viverci dentro. Chiudere gli occhi. Togliere il pavimento e scivolare dalle nuvole delle mie personalissime idee sul mondo. Andarmene finalmente in giro con me stesso. Quando desideri che i sogni ti portino da qualche parte devi permettergli di farlo. Di prenderti per mano. Devi fidarti di loro e nel caso essere pronto anche a rischiare di perderti. Di essere tradito. A scuola mi dicevano che non si fa. Che eccedere non va bene. Che sbagliare non va bene. Ma è proprio la paura di fare a blindare la mente. A precludere le scene più belle di quel capolavoro chiamato vita. Non si vincono gli Oscar con le voci fuori campo. Senza piani sequenza. Senza fotografia. Senza sceneggiatura, o un piano americano degno di chiamarsi tale. E non basta certo un monologo con figura intera a strappare un applauso. Ci vogliono un cast di eccezione, una regia ineccepibile, una bella colonna sonora e tanti spettatori pronti a consumarsi le mani. Stamattina metto insieme quello che la mia fantasia gioca a tenere rigidamente separato. Sigillo porte, esploro corridoi, misuro portoni. Forzo lucchetti e invento combinazioni. Le serrature sono le difese più letali. Perché organizzate da noi. Perché sono tutto quello che abbiamo rimosso per il troppo dolore. Roba forte, pericolosa come il Minotauro prigioniero nel labirinto di Cnosso. Nascondere le chiavi sarebbe solo un errore. Anche i Greci lo avevano capito. Perché niente è introvabile quando si cerca bene. Oggi però non ho molta voglia di cercare. Ogni volta che ci provo mi esplode il disordine dentro e la nostalgia comincia a fluire torrenziale. Poi arrivano i ricordi, le parole, gli sguardi e mi ritrovo a scrivere con tutte le emozioni del caso. Meglio lasciare che le cose vadano così. Meglio perdersi nel labirinto. Camminare. Improvvisare il copione senza permettere al passato di cambiare tutto con le sue certezze acquisite. E magari aspettare il momento giusto per metterle tutte insieme. Appassionatamente. Alla maniera di Julie Andrews.
“Do”, se do qualcosa a te
“Re”, è il re che c’era un dì
“Mi”, è il mi per dire a me
“Fa”, la nota dopo il Mi
“Sol”, è il sole in fronte a me
“La”, se proprio non è qua
“Si”, se non ti dico no…
Stamattina le condizioni essenziali aiutano. Come il suono delle campane di una chiesa. Come i ritornelli. Come le capsule azzurre della Nespresso e le mezze di vino rosso. Come i canali tematici, i puzzle sul tavolo e il venti per cento di batteria sul cellulare. Come tutti quei “come stai?”, i sorrisetti accennati e le divertenti faccine delle chat. Ma non sono sufficienti. Non sono mai abbastanza. Niente che valga un filo di Arianna, un’espressione felice e un Oscar alla regia.
…e così ritorno al Do.
Senza passare dal Via.
Tempo e basta
20 agosto 2015La prima sveglia è un pensiero. La seconda un ronzio. La terza sveglia non la ricordo nemmeno. Bussano alla porta. Finalmente arriva qualcuno con il caffè. Sono viziato, lo ammetto. Bevo caffè caldo a domicilio, con molto zucchero e gli occhi a fessura. Accendo il cellulare. Mischio sapori. Nutella. Fette biscottate. Succo di mirtilli. Ingoio macedonia come tachipirina in compresse.
La notte è durata un attimo. I postumi analcolici di un mercoledì veloce e silenzioso. Un giorno come gli altri che non si lascia descrivere, scorgere e toccare. Scorro messaggi. Immagino volti. Sorrido. Finisce sempre in nostalgia. Troppe nuvole. Fuori è quasi ora che piova. In fondo la mattina è meglio svegliarsi presto che andare a dormire tardi. Tardare è come arrendersi. E arrendersi e peggio che perdere. Anche se si tratta soltanto di tempo. Tempo e basta.
Frutti di bosco e arance amare
19 agosto 2015C’è uno scalino di marmo che separa la piazza da tutto. Stamattina faccio colazione senza preoccuparmi di cosa viene dopo. Senza lamentarmi delle infradito. Leggo un libro di un improbabile scrittore ungherese. La comicità delle sue storie è poco rassicurante. Non ha nulla di evasivo. Niente di consolatorio. Eppure sorrido. Lo chiamano silenzio. Ma parla più di ogni altra cosa. Per questo scrivo con le cuffie alle orecchie. Ascolto una vecchia canzone di Billy Joel. “Honesty”, un brano che sembra avere sempre qualcosa da insegnare. Il caffè è amaro, ma non me ne accorgo subito. I sapori si confondono. Devo ricalcolare le traiettorie di certi pensieri. Il volo dei pipistrelli. Le regole dell’attrazione. Le gambe lunghissime in certe foto. Il vento fresco del mattino. La piovosità delle decisioni difficili.
Arrivo con le mani a prendere la tazza. Posso giocare con le pagine di un libro. Sfogliare ricordi. Ma non arrivo dappertutto. Ho i pantaloni corti, le tasche vuote e la mente piena di scontrini di ristoranti. Di discorsi noiosi. Di albe e tramonti inutili. Regalo parole a un foglio e briciole ai piccioni. Brandelli di pensiero. Piccole golosità. In fondo solo lo yogurt e la neve hanno un senso bianchi. Un foglio invece bisognerebbe riempirlo sempre. Sporcarlo con la giusta consistenza. Le giuste osservazioni. Ossimori. Perché da soli, le figure retoriche e gli abbracci, non sono un granché. Si avvicina un gatto. Somiglia a Romeo. Un vecchio amico.
Il bello del mattino è che puoi sempre opporre al cattivo umore un caffè doppio e lo sguardo di un felino curioso. Io guardo lui e lui fissa le fette biscottate. Forse è innamorato dello spessore di marmellata. Non sa che sono solo frutti di bosco e arance amare.








