Ritorna novembre

21 ottobre 2016

Tra poco ritorna novembre. Purtroppo il tempo corre veloce e sembra un viaggio dove non esiste il biglietto di ritorno. A questa andatura il mio cuore somiglia a una timida pallina di carta nascosta in fondo a un cestino della spazzatura. Se ne sta lì timoroso. Tra buste strappate di sushi take away e bicchierini di plastica sporchi di nespresso blu. 

Odio e amo questi miei lunghi monologhi del mattino, sempre in bilico tra il reale e l’immaginario. Scarabocchi d’inchiostro elettronico buttati lì disordinatamente, quasi a vandalizzare altre due pagine di note sul mio cellulare. 

Eppure in questo caotico “adesso” tutto sembra rispettare un ordine ben preciso. Il letto disfatto, la camicia sgualcita di ieri sera. Il climatizzatore che tossisce disobbediente calore e un biglietto tenerissimo sulla scrivania. 

Ogni cosa in questa stanza è disordinatamente al proprio posto, tranne la perfezione dello stare insieme. È che ogni tanto non farebbe mica male perdersi negli occhi di qualcuno. Sorseggiare una birra osservando un prato stellato. Un luogo del tutto magico dove poter collezionare petali di margherita, cercando lo strappo perfetto. Quello incisivo. Quello definitivo. Non solo la risposta, ma la domanda giusta a tutte le risposte. 

Chi sono? 

Che cosa cerco?

E soprattutto perché lo sto cercando qui? 

Queste cose una margherita non te le dice.

Io sono la media aritmetica delle mie imperfezioni. Cerco mille cose da dire e altrettante da fare. E sono qui, perché non ci sono altri posti dove vale la pena stare con uno sguardo così compromesso. Sono la machiavellica caricatura di un principe azzurro senza calzamaglia aderente. Un prigioniero dei suoi tumulti che non ricorda la strada di casa.

È già l’una. La notte corre via veloce, ma non abbastanza. I miei occhi fissano i ricordi come fossero dipinti a a olio. Le immagini mi picchiettano il respiro. Lo rendono affannoso. Ripetuto. Ciascun pensiero diverso dallo scrivere mi appare di troppo e ogni lontananza impossibile. 

Nel mio cielo milioni di stelle in avaria chiedono un intervento tecnico e io non so chi chiamare. Sorrido. Se i sorrisi fossero beni preziosi battuti all’asta alcuni non avrebbero valore. E io baratterei l’anima per ognuno di essi. È un meraviglioso meccanismo. Ma inutile. E umanamente complicato.

Intanto il tempo passa e non rende più sagge le persone che non sono predisposte alla saggezza. Le rende solo più stanche e nervose. Le rende più vecchie. Schiave di crescenti intolleranze e di un fitto susseguirsi di istantanee di vita sempre più sfocate. Le esperienze negative cancellano le magie e spengono le stelle. Sostituiscono il futuro con due fustini di altrove fatto di profumate illusioni e difficili sopportazioni. 

L’orgoglio e la dignità vengono spesso accantonati quando si parla di forti emozioni e nessuno meglio di me può affermarlo in modo così chiaro e risoluto, ma il punto è capire se e quanto ne vale davvero la pena. 

I corteggiamenti, le piccole attenzioni di tutti i giorni, i doveri, le tolleranze, le complicità, le velate rinunce, il dialogo costruttivo, le rispettose discussioni. I gesti semplici come sorseggiare un tè, versare un bicchiere di vino, curare un prato, portare a spasso una cagnolino, o barattare una serata in discoteca con un tramonto sulla spiaggia. Da soli. Senza amici, o improbabili compagnie. Queste sono cose molto più importanti di mille teatrali “morirei per te”. 
Nessuno muore per nessuno.

Nessuno merita tutta questa inquietudine.

Tutti invece meriterebbero un paio d’ali.

E io? Posso volare? Ma fino a dove?

Quanto in alto?

E soprattutto, perchè?

Forse meglio restarsene a terra. Opportunamente. Freneticamente immobili sotto un quarto di luna che illumina un fiume che più niente ha da raccontare a Roma. Recluso in una sorta di prigione senza risposte, schiavo di incomprensibili gerarchie, paradossali regole e comportamenti privi della serenità che tutti. Ma proprio tutti meriteremmo. E che dovremmo ammirare ogni notte come si ammira una stella.

Scoperte 

17 ottobre 2016

Ho scoperto che mi piacciono i viaggi improvvisati. Presentarmi in aeroporto, o alla stazione soltanto con lo spazzolino e il passaporto. E poi scegliere una delle destinazioni che lampeggiano sui monitor. 

Ho scoperto che non si vedono più alla TV quei documentari in cui dei giganteschi leoni affamati rincorrono e fanno a pezzi gazzelle stanche in alta definizione.  

Ho scoperto che mi piace la “street photography”. Fotografare un volto, prima che perda la propria spontaneità accorgendosi della foto.  

Ho scoperto che l’unico antidoto al tempo che passa è dimenticare e farsi dimenticare. Obbligarsi a credere ad un altro tempo. Un’altra vita. Un altro universo. 

Ho scoperto che mi piacciono le casette basse con la porta sul retro. La vista dei tetti di Roma all’alba dal colle Gianicolo. I romanzi duri che allo stesso tempo esondano di tracotante dolcezza. E i biscotti Gentilini affogati nel te al mattino. 

Per guardare la realtà in modo oggettivo bisogna puntellare gli occhi con qualche ricordo acuminato. Ho scoperto che è l’unico modo per non consentire alle palpebre di chiudersi e sognare cose a caso che mettono nostalgia.

Caro Saverio 

17 ottobre 2016

Esiste una versione di me che pochi conoscono. È quella in cui un uomo ricorda il suo essere stato anche ragazzo. Ricorda gioie. Spensieratezze. I sorrisi. La scuola. E soprattutto ricorda quelle magnifiche estati trascorse al mare. Tuo papà era davvero una brava persona. E credo che molto del bello che tu sei oggi è conseguenza di quello che lui è stato. Con il suo essere padre con la P maiuscola.

Caro Saverio, stamattina ho messo tra me e te decine di vecchi ricordi d’infanzia. Quelli che si riescono a tenere insieme strappandoli al logorio del tempo che inesorabilmente passa. Che porta via le persone che amiamo. Che lascia spazio alle mie frasi scontate e inesorabilmente inutili. 

In questi miei pensieri disordinati, balordi e scritti una mattina di un giorno qualsiasi c’è però l’affetto di un amico. Uno di quelli che si vedono poco. Uno di quelli che non crede in dio eppure ogni tanto si inginocchia e prega. Sperando che esista un qualcosa di migliore. Un universo nascosto dove da piccolo credevo finissero i palloncini e oggi le anime delle persone buone. Un posto dove forse un giorno ci rincontreremo tutti a giocare a calcio. E tu sai già chi l’arbitrerà quella partita.

Ti abbraccio forte. Con quella forza che solo i bambini riescono a capire. ❤️

Senza retropensieri 

16 ottobre 2016

Stamattina respiro un soffio di vento insolitamente caldo. Quante verità? Quanta chiarezza può portare una serata diversa dalle altre? Ma che c’era di sbagliato nell’aria che si respirava tre anni fa?

Questa notte fatta di risposte sembra quasi una passeggiata alla memoria. E una volta ristrutturato il buonsenso. Una volta bonificato ed evacuato il buonumore. Ci sarà un futuro sicuramente migliore di quello che avevo immaginato e progettato. Come anche un pezzo di storia in meno da andare a rileggere. La storia degli errori. Quella delle bugie. Delle incoerenze etiche e dell’opportunismo gratuito. 

Accarezzo con gli occhi il profilo di un palazzo in Piazza delle Cinque scole. Sembra un tempio. La bellezza delle cose antiche non fa mai finta di essere. Quella umana è intangibile. L’antichità al contrario la puoi toccare davvero e renderti conto.

Una salma di pensieri passati se ne scivola via oltre una linea di confine fatta di tardive verità. Giusto qualche decina di metri lontano dal corso del fiume. Laddove la luce dei lampioni non la tocca. 

Di notte chi passeggia lungo il Tevere si orienta come in mare, con le stelle. Con la luna. Sempre che il chiacchiericcio di Roma non ti risucchi verso i vicoli illuminati di Via della Scala.

Intanto immobile sotto la luce tardiva di un’alba stanca. Dall’altra parte del fiume. Sotto un castello incantato dove troneggia un angelo con la spada. C’è piccolo parco senza erba. Io ci giocavo da piccolo. 

In ogni luogo c’è un posto dove si può ancora giocare. Anche dentro di noi. E c’è sempre un nuovo spazio dove ricostruire. Dove riprovare. Dove progettare ancora.
Idee che escono dalla verità delle cose come semplicemente le vediamo. Senza eccessivi retropensieri.

Pensieri alla sinfasò

14 ottobre 2016

Quella dei muscoli non è una fissazione. Ma una vera cultura. Poi ognuno sceglie i suoi. Io per esempio non potrei mai fare a meno di allenarmi. Ho i mandibolari tiratissimi. Ho una stramaledetta tartaruga in faccia.

Non siamo altro che imprenditori della nostra esistenza. Siamo noi che investiamo il capitale in questa impresa, assumendoci tutti i rischi e le opportunità, anche quando siamo costretti ad accettare quello che non si può cambiare.

La gestione dei ricordi 

12 ottobre 2016

Non potrei mai fare a meno della potenza metaforica delle parole. Soprattutto quelle che invitano al cambiamento. Quelle più o meno imposte dal buonsenso. Quelle la cui funzione specifica è contenere e proteggere. Arginare il cattivo umore in attesa che le scelte, le decisioni, il destino e la furia delle conseguenze dispieghino i loro effetti debordanti. O facciano semplicemente finta di niente. È acre l’odore della polvere di certe cantine buie. Laddove finiscono i sogni infranti. 

La “gestione dei ricordi” dovrebbe essere materia di studio a scuola. Quali sono le cose da ricordare? E quali quelle da dimenticare? Associo spesso alle figure retoriche la sorpresa della scoperta. E in certi casi la gioia della riscoperta. In ogni ossimoro c’è l’icona di un qualcosa di superiore. È la materializzazione della natura greca del mio universo. Un pessimismo cosmico dove non conta se tu sia un dio o un eroe, perché comunque arriverà un destino beffardo a impedirti di raggiungere l’obiettivo. A sancire la tua perfetta fallibilità.

La sfera è la mia forma geometrica preferita. Una figura senza lati. L’ottimismo è una sfera. La felicità è una sfera trasparente. Una bolla di sapone. L’ineluttabile invece ha una forma cubica. Spigolosa. E un inguardabile color tortora frutto dell’invenzione dell’uomo. La natura si è rifiutata di partorire un abominio del genere. Lei in fondo ha sempre una sua reputazione da difendere.

Qui. Adesso.

11 ottobre 2016

Aggiornare il blog si sta trasformando in un’insidiosa abitudine. Se avete mai pensato di crearne uno tutto vostro, allora probabilmente sapete già cosa intendo. 

Un blog può essere un amico invadente. Ma anche una donna difficile. Con quel suo non saper essere mai puntuale e comunque sempre ricorrente. A volte sottile e quasi sotterranea. 

Aggiornare questo blog equivale a siglare un patto di Varsavia con i propri sentimenti. A organizzare una linea Maginot per evitare l’invasione della tua Francia dentro. Rileggerlo invece è per cuori coraggiosi. Una sorta di sbarco in Normandia per emozioni forti. 

In questi otto anni ho scritto cose che alla fine mi hanno sempre guardato negli occhi. Cose che, in certi casi, mi hanno fatto anche abbassare lo sguardo e cambiato l’umore. 

Potrei tirar fuori un ricordo anche da una goccia d’acqua che scivola sul vetro. Da una strada deserta. Da una pizza nel forno. Sono sicuro che riuscirei a scrivere una storia anche su questo. Tutto sta nel saper difendere i propri confini scrivendo.

Ma io le storie le scrivo, le rileggo e basta. È il tempo a crearle. Lui ha uno stile tutto suo di dipingere i fatti. Non usa colori. Non usa il pennello. Eppure ogni personaggio è una tela. Impossibile non arrendersi a questa evidenza. Impossibile non cedere al fascino indiscreto delle cose banali. 

Dieci minuti fa ascoltavo una canzone di Lukas Graham, “Seven years.” E mi sono accorto che sbattevo il piedino seguendo le battute. Così ho pensato al tempo che passa. A tutte quelle difficoltà che abbiamo di stare costantemente al passo. Che ogni tanto manchiamo disastrosamente a tenere il ritmo. 

E che se ricomincio a leggere dall’inizio di questo paragrafo, mi rendo conto che nel momento esatto in cui scrivevo “Dieci minuti fa”, avevo più tempo ed ero più giovane rispetto al punto che ho deciso di mettere qui. Adesso.

Insuperabili frittate

10 ottobre 2016

Scrivo troppo. Scrivo più di prima e mi illudo che scrivere tanto aiuti a non pensare. Cazzate. C’è sempre una profondità di pensiero in tutto ciò che faccio. Quando soffriggo il guanciale per la carbonara. Quando scelgo un regalo per una persona importante. O assaggio la famigerata frittata con le patate di mia madre. 

Quando riemergo dopo un tuffo in piscina. Quando bevo direttamente alla fontanella dopo una lunga corsa. Oppure quando rimango minuti interminabili a osservare inebetito un sorriso. Un quadro. O le ultime luci del solito tramonto al Singita. Figuriamoci cosa può succedere quando scrivo. 

Comincio a immaginare le cose in modo polarizzato. Come se il tempo e lo spazio si trasformassero da avversari irriducibili a complici ammiccanti. 
Ecco. Adesso dovrebbe essere il momento in cui la mia scrittura diventa malinconica, o quanto meno sentimentale. Ma non posso certo darla vinta a certe amicizie.

È vero. Quello che so l’ho imparato sbagliando, non certo scrivendo. Magari poi l’ho raccontato in un secondo momento. È che non è necessario per forza sbagliare sempre per scrivere qualcosa di umanamente sensato. 

Allora eccomi qui, tutto preso a non dire, ma a lasciare intendere. A scrivere senza spiegare. Il mio spirito guida è l’ossimoro e il mantra è l’attrazione magnetica. Notoriamente più forte della repulsione. 

Se due poli opposti si attraggono, ciascun magnete favorisce il parallelismo. Entrambi i magneti diventano così un po’ più potenti.

Se però di due poli magnetici si respingono, ciascun magnete va a disturbare l’orientamento parallelo dell’altro. Ed entrambi i magneti si ritrovano a essere più deboli. Invece se li si allontana sufficientemente l’uno dall’altro, allora riprendono il loro ordine originario. E insieme all’ordine riacquistano tutta la loro potenza.

Insomma, “attrazione repulsiva” sembrerebbe l’ossimoro del giorno. L’ho detto. Scrivo troppo. E probabilmente non leggo abbastanza. O meglio, accade con meno frequenza e senza la necessaria attenzione. Senza buoni propositi. E non lo so se da tutto questo ne otterrò mai una saggezza qualificata.  

In questi giorni ho tra le mani  “1Q84” di Haruki Murakami e “Cosmopolis” di Don DeLillo. Poi ascolto i Muse a denti stretti. In modo ripetitivo e confuso. Caotico. Con quella infantile consapevolezza di non poterne uscire fuori senza aver incasinato di più il tutto.

Non c’è nessuna filosofia in questo. Nessuna elevazione culturale. Niente sentimenti e spiritualità. Solo una rinnovata consapevolezza del senso di “tempo che passa”. E di quella sua spietata capacità di lasciare il segno con precisione chirurgica. Che sommata al mio devastante “non poterci fare nulla” rende più credibile il tutto.

Ok. Il cerchio credo di averlo finalmente chiuso prima di partire e con una discreta precisione. Nemmeno si trattasse del pomello del gas. Eppure non ho detto assolutamente nulla. Magari ho solo lasciato intendere molto. Ad esempio che la frittata di mia madre è insuperabile.

Genialità 

10 ottobre 2016

Grandi verità 

10 ottobre 2016

“Non innamorarti di una donna che legge, di una donna che sente troppo, di una donna che scrive. Non innamorarti di una donna colta, maga, delirante, pazza.”

“Non innamorarti di una donna che pensa, che sa di sapere e che, inoltre è capace di volare, di una donna che ha fede in se stessa.”

“Non innamorarti di una donna che ama la poesia (sono loro le più pericolose), o di una donna capace di restare mezz’ora davanti a un quadro, o che non sa vivere senza la musica.”

“Non innamorarti di una donna intensa, ludica, lucida, ribelle, irriverente.”

“Che non ti capiti mai di innamorarti di una donna così.”

“Perché quando ti innamori di una donna del genere, che rimanga con te oppure no, che ti ami o no, da una donna così, non si torna indietro.”

“Mai.”

(Martha Rivera Garrido)

 
…e aggiungerei che se sa anche cucinare, è davvero la fine. 

Le cose giuste

10 ottobre 2016

Ho sempre avuto questa cosa di essere empirico, ma con la giusta moderazione. Di essere imperfetto, ma con parsimonia. E quindi? Quindi niente.  

In fondo alle volte trovo costruttivo pensare di fare parte del paesaggio. In quella realtà che a tratti può sembrare anche bidimensionale. Perché bidimensionale è il vetro del finestrino. Lo spazio finito all’interno del quale vedo sfrecciare via il mondo. Giusto il tempo che può metterci il treno a inquadrare la quotidianità. 

Nessuna estrusione. Niente intrusioni. Solo origami di verde tenuti insieme da un impercettibile filo elettrico che corre lungo quel paesaggio da sempre. La terza dimensione in quei momenti diventa la nostra capacità di riflessione. Tutti i ricordi. Le altre immagini che scorrono, si ma dentro. 

Ieri ho visto un film documentario ambientato su una piattaforma petrolifera della BP, “Deepwater”. Uno di quei film che producono per denunciare fatti accaduti. Persone impunite. Un po’ come lo sono stati “Il caso Spotlight”, per lo scandalo dei preti pedofili in America e “Margin Call”, con il fallimento della Enron. 

Sul film poco da dire. Quasi nulla. Eccetto una frase che mi è rimasta dentro. Prima che il pozzo petrolifero collassi, la scena in cui Mark Wahlberg spiega a John Malkovich che non si possono saltare i test di verifica con la sola speranza che tutto vada comunque bene. 

“Io andavo con mio fratello a pesca. Pesci gatto. Si prendono con le mani. Cercavamo le tane per infilare dentro il braccio. Farci addentare e tirarli fuori. Ma noi eravamo preparati per questo. Avevamo guanti adatti. Esperienza. E sapevamo sempre cosa fare. La speranza non è mai una tattica.”

E così che improvvisamente il paesaggio ha smesso di correre sul finestrino. Niente stazioni. Alla mente interessava comprendere quanto spazio c’è ancora, da qualche parte nella testa, per coniugare altri verbi. Cose come programmare, progettare, prevedere, osservare, provare, correggere. 

Non che non ce ne sia anche per altre cose. È solo che serve fare un’attenzione chirurgica nella vita per non appoggiarsi sempre e solo alla speranza, per fare le cose giuste. 

Le fondamenta?

9 ottobre 2016

È certo che alcune cose si vedono meglio avvicinandosi. Ma è solo allontanandosi che si capisce il contesto di insieme dove sono inserite. In ogni distanza c’è un elemento chiarificatore, una visione prospettica che permette di capire meglio. Di dare e acquisire lo spessore di una cosa. Di un fatto. Di una relazione. 

In alcuni casi è necessario allontanarsi talmente tanto da sembrare piccolissimo. Giungere quasi a un passo dallo sparire del tutto. Laddove non basta una mano a visiera per scrutare l’orizzonte.

E non perché voglia darla vinta allo spazio sul tempo. Il tempo non si batte. È solo una questione di comprensione. Quando parlo del fascino del tempo che passa somiglio a un improvvisato Antonino Zichichi, venuto male e vestito anche peggio.

Credere che lo spazio annienti il tempo è equivalente a costruire una casa partendo dal tetto. Ma nelle relazioni umane, in fondo a chi importa delle fondamenta?

Salmoneggiando

6 ottobre 2016

Una delle cose di cui mi sono reso conto è che con gli anni ho imparato a usare parole differenti per spiegare la stessa cosa. Scelgo gli avverbi con cura. Utilizzo verbi diversi. Nuove figure retoriche. Prendiamo questa cosa del mondo che mi circonda, per esempio. 

Ricordo di avere sempre usato il verbo “guardare” in una età compresa tra i sedici e i trentacinque. Poi è accaduto qualcosa e quel qualcosa ha cambiato le parole. Così “guardare” è diventato “osservare”. Un suono diverso. Un tono più maturo. Un verbo più incline ad assecondare il tempo che se ne va. Le cose che cambiano. Sembra quasi che chieda al tempo di cambiarle con gentilezza. 

I verbi e le parole intanto mutano. Lo fanno insieme ai contesti. E con il tempo che scorre ci interessano più i contesti che la sostanza. 

In questo mio essere così spietatamente aristotelico potrei provare a dare ogni tanto una possibilità al destino avverso. Ma preferisco lasciare gli esercizi di stile alla Scuola di Atene e ai muri di qualche chiesa del centro di Roma. A me interessano solo le cose che mi cambiano intorno. 

Situazioni e persone che arrivano e scompaiono, sempre con una precisione svizzera. Mentre gli “intanto” mi rovesciano addosso maree di cose che accadono. Mentre mi ostino a sbattere la faccia sugli stessi sbagli, come fossero spigoli di una porta semichiusa da affrontare al buio. Oggi ho voglia di fare un passo indietro. Poi uno di lato e poi un’altro ancora all’indietro e lasciar scorrere tutto. Seguire da solo il flusso del tempo e poi osservare questo reciproco restarsi a guardare. 

La solitudine è qualcosa che ha dentro un romanticismo ciclopico che non sono ancora capace di spiegare. Penso a diversi scrittori. Penso all’istante in cui hanno deciso di porre una sorta di muro a separarli da un certo tipo di realtà. Li immagino seduti là. Sul punto più alto. Con le mani a visiera che scrutano quell’universo da cui hanno preso così improvvisamente le distanze. 

Penso agli Hemighway, ai Salinger, penso agli Harper Lee, penso ai Charles Bukowski, ai De Lillo, ai David Foster Wallace. E penso a un pittore come Van Gogh. Penso a chi ha scelto di allontanarsi. Di scomparire e non star lì a perdere tempo con la gente. Forse è proprio il sentirsi soli che ci fa sentire così artisti e un po’ anche scrittori.

A me accadde subito dopo la terza media. E non parlo della birra, ma degli anni di scuola. Quando mi trovai a fare i conti con l’improvvisa maturità dei “come”, dei “perché” e di tutta quella lunga serie di “se”. 

Cominciai a cercare risposte mentre mi perdevo dietro alle circonferenze e alle ipotenuse. Mentre disperdevo le mie ingenti energie dietro a un raggio, per raggio, per tre e quattordici. Mentre lasciavo che fosse la fantasia a guidare le mie formule imperfette. Mentre mi rendevo conto che per fare alcune cose non puoi non considerarlo un cubo a base esagonale nella tua vita.

Guardare, poi osservare. Senza magari annotare, e comunque capire. Perché la maledizione più drammatica che può succederti a 16 anni è quella di saper già osservare. Di notare i dettagli. 

E poi ti ritrovi a quaranta anni perso in un salmoneggiante andirivieni di sensazioni. E passatemi il verbo salmoneggiare. Poco petaloso, ma che rende bene il senso di nuotare contro corrente. Sfidare, rivivere, sentire, capire, riconoscere, stringere, considerare, toccare, valutare, fraintendere e altri verbi all’infinito.

La distanza che metto tra me e i miei avverbi, spesso mi aiuta a capire cosa sta per accadere. Non c’è bisogno di una sfera di cristallo. C’è tanta urgenza di una grammatica nuova che ci sappia spiegare e c’è un grande bisogno di mettersi in dubbio. Sciogliersi come zucchero in questo caffè e mescolarsi fino a sparire. Tornare a far parte di un “tutto” così meraviglioso, da rendere quel “tanto” che abbiamo anche un po’ invidioso.

Lo fanno con me

4 ottobre 2016

Ci sono giorni in cui mi rendo conto che ho cose da fare, ma nessuna voglia di fare. Sono momenti in cui non ho alcuna capacità di catalogare. Nessun bisogno di ordine. Di chiarezza. Nemmeno di logica. È un mio puro atto di fede nei confronti di quel disciplinato caos che mi complica ogni tanto la vita. 

Stamattina ne parlavo con Fabrizio. L’amico di sempre. Lui mi ha ascoltato. Poi ha sorriso, come fa spesso. Arginando gli umori con quel suo ottimismo dal retrogusto ironico. Quello raro. Quello di chi sa notare dettagli che gli altri non si fermano neanche a guardare. 

Abbiamo scherzato sul mio nuovo numero di cellulare. Sul compulsivo disordine dei miei pensieri. Sulla porta del mio frigorifero ormai stracolma di post-it e annotazioni. 

Poi il suo volto è diventato serio. È stato all’improvviso. Ha indossato quello sguardo profondo e il taglio di sorriso di chi ti sta per svelare un segreto. Quello che fa mettere seduti e appoggiarsi allo schienale con tutto il peso del corpo. 

La verità”, mi ha detto, “è che mettere da parte la tua quotidianità e ignorare gli impegni è un modo di fuggire dal tempo che passa. Dilettantismi di autodifesa. È una specie di resa dei conti con se stessi. Anzi no. E’ una conversazione. Una prova di forza. Un modo di sfidare sul tuo campo tutti quei demoni travestiti da incertezze, che albergano nei tuoi baratri più profondi.”

“Sei troppo epico oggi Fa!” Gli ho sorriso io. Poi mi sono voltato e ho osservato un gruppetto di turisti ascoltare la storia di Roma attraverso le parole di una guida. È stato un po’ come guardare un vecchio film di Luigi Magni seduto al tavolino di uno storico bar.

A volte guardo il mondo con la speranza che la terra si allontani finalmente dal mio universo. E spesso mi ritrovo a pensare al “dove”, al “come” e al “quando” di ogni mio singolo pensiero. Ai “perché” di ogni mia singola goccia di inchiostro elettronico. 

Il mio amico. I miei pensieri. I miei errori.  Una coppa di gelato e qualche centimetro quadrato di barba più di ieri. E poi il tempo che passa. Quel mio modo del tutto personale di raccontare le storie che credo di vivere e rivivere. Senza troppi effetti speciali.

Ogni pensiero è un foglio di quaderno. Ogni minuto un frammento di qualcosa che non c’è più. Difficile non arrendersi al fascino indiscreto del tempo. Alle parole ironiche di un amico vero. E a tutte quelle battute che sembrano banali. Ma che riempiono le parole di significati. O che almeno lo fanno con me.


Non capisco

1 ottobre 2016

Sapete qual è la mia più grande frustrazione? E’ cercare le risposte che non trovo. Dannarmi nel tentativo compulsivo e illusorio di capire quello che non capisco. E le cose che non comprendo sono molte.

Non capisco perché fa sempre troppo caldo, o troppo freddo. Non capisco perché tutti dicono che per essere felici basta accontentarsi di poco. Ma poi ti guardi intorno e nessuno è davvero felice. Quindi nessuno si accontenta davvero.  

Non capisco perché ogni giorno vedo invecchiare quello che mi circonda, ma non il ricordo dei momenti belli trascorsi insieme a chi ho amato. 

Non capisco perché se mi osservo allo specchio mi vedo a volte uguale e volte diverso da quello che mi aspetto.

 In certi casi poi ho lo sguardo di chi non è mai completamente a suo agio con se stesso. Così mi domando che cosa davvero non funzioni e passo minuti interminabili ad aspettare una risposta che non arriva. 

La verità è che non sono il Goffredo del mio romanzo e mi sono stancato di dare sempre la colpa al destino. La vita non è una lotteria, la vita è una battaglia. Quindi sono fottutamente stanco della fortuna, del fato e di tutte quelle frasi fatte che mi racconto la sera solo per ripulirmi la coscienza.

Ogni notte ordino pensieri positivi, ma la mattina arrivano i dubbi a portarmi il conto. E anche oggi ho pagato. Anche oggi ho scritto e riletto lasciando il resto sul tavolo.

Non capisco perché quando comincio a digitare qualche frase sul cellulare dopo un minuto sono un fiume in piena. Ma se invece devo parlare guardando una persona negli occhi, mi blocco e tengo dentro tutto. Mi si stringe il petto. E mi gira la testa come se avessi bevuto.

Il problema è che penso spesso. Penso troppo. Ho gavettoni di pensieri nella testa così pieni che quando cadono allagano tutto. I gavettoni in estate mettono allegria, ma non tutti sono sempre disposti ad accettare di bagnarsi.

Non capisco perché alcuni giorni sono convinto di avere tutto quello di cui ho bisogno e in altri momenti temporeggio fissando il soffitto in cerca di una ragnatela che abbia le sembianze di uno scopo.

A volte cammino per le strade del centro di Roma e aspetto che mi passi. Ma non passa mai. Intanto la notte a forza di contare pecore per prendere sonno ho messo su un’allegra fattoria.

Non capisco se posso dire di avere un cuore puro anche se ogni tanto ho peccato di presunzione. Anche se mi piace il sesso in tutte le sue forme più creative.

Non capisco perché a volte ho paura. Non capisco quanto quel “niente” che mi rispondo scocciato quando mi chiedo che cosa ho, sia in realtà un universo di domande senza risposta. Domande che ormai conosco a memoria. 

A volte scrivo perché temo di deludere le aspettative parlando. Che poi me ne frego altamente del giudizio degli altri, ma non di tutti gli altri.

Non capisco se devo temerlo il futuro. Avere timore di tutti quegli affilati domani che aspetto e che quando apro gli occhi al mattino mi accorgo che sono passati da un pezzo. Lasciandomi qualche segno qua e là.

Non capisco perché da bambini non si vedeva l’ora di diventare adulti. Avere una moto. Un’auto sportiva. Una casa. Essere indipendenti. E poi quando si diventa grandi vorresti solo tornare indietro a giocare con i lego e le bambole di pezza. 

Forse anche sognare ha un suo prezzo e lo saldi a rate facendo un mutuo con la vita a tassi assurdi. Il tempo in fondo è il peggior usuraio che conosca. Gli dai la felicità in garanzia e in cambio ottieni una bicicletta a pedalata assistita, una lunga salita e mezza minerale liscia per dissetarti durante li viaggio.

Qualche volta penso di non aver fatto un grande affare a nascere. Così metto il broncio e smetto di pedalare per un secondo. Giusto il tempo di guardare negli occhi le persone che amo e pensare “No cazzo. Non mollo. Non ora. Non io.” 

Poi una mattina ti svegli finalmente sorridente e tutti quei “perchè?” con cui ti sei addormentato si sono trasformati in un “Hai visto? finalmente c’è un bel sole stamattina!”  

La vita va così e basta. E se passi troppo tempo a cercare di capirla smetti anche di amarla. Smetti anche di amarti. E se non sei in grado di amare te stesso come puoi illuderti di riuscire ad amare qualcun’altro?

Straparlo?
 Se così fosse mi prendo senza problemi tutto il torto possibile e torno a migliorare il futuro invece che perdere tempo a correggere il passato. Alla fine è solo una questione di “accenti” messi nel posto sbagliato. L’otterrai. Lotterai. Lo terrai. Parole simili, significato diverso.

Oggi ho la curiosità dilaniante di chi vorrebbe guardarsi da un altro universo mentre si sveglia, perché non sa bene come andrà finire. Ma anche l’ottimismo di chi ha sempre un’alba da raccontare e un foglio bianco da riempire. In fondo puoi chiamarla vita solo se sai come si scrive.

Ieri sera ho bevuto Martini bianco con ghiaccio prima di addormentarmi. Ho anche cercato invano di guardare le stelle. Poi l’ho fatto di nuovo stamattina, aprendo gli occhi e zuccherando il caffe. Guardare il cielo, intendo.

Ci son cose che non finiranno mai. Come il verbo amare. Per me amare era dare tutto, anche troppo se necessario. Il poco non mi è mai appartenuto. Il poco lo lascio volentieri agli altri.