Salmoneggiando

Una delle cose di cui mi sono reso conto è che con gli anni ho imparato a usare parole differenti per spiegare la stessa cosa. Scelgo gli avverbi con cura. Utilizzo verbi diversi. Nuove figure retoriche. Prendiamo questa cosa del mondo che mi circonda, per esempio. 

Ricordo di avere sempre usato il verbo “guardare” in una età compresa tra i sedici e i trentacinque. Poi è accaduto qualcosa e quel qualcosa ha cambiato le parole. Così “guardare” è diventato “osservare”. Un suono diverso. Un tono più maturo. Un verbo più incline ad assecondare il tempo che se ne va. Le cose che cambiano. Sembra quasi che chieda al tempo di cambiarle con gentilezza. 

I verbi e le parole intanto mutano. Lo fanno insieme ai contesti. E con il tempo che scorre ci interessano più i contesti che la sostanza. 

In questo mio essere così spietatamente aristotelico potrei provare a dare ogni tanto una possibilità al destino avverso. Ma preferisco lasciare gli esercizi di stile alla Scuola di Atene e ai muri di qualche chiesa del centro di Roma. A me interessano solo le cose che mi cambiano intorno. 

Situazioni e persone che arrivano e scompaiono, sempre con una precisione svizzera. Mentre gli “intanto” mi rovesciano addosso maree di cose che accadono. Mentre mi ostino a sbattere la faccia sugli stessi sbagli, come fossero spigoli di una porta semichiusa da affrontare al buio. Oggi ho voglia di fare un passo indietro. Poi uno di lato e poi un’altro ancora all’indietro e lasciar scorrere tutto. Seguire da solo il flusso del tempo e poi osservare questo reciproco restarsi a guardare. 

La solitudine è qualcosa che ha dentro un romanticismo ciclopico che non sono ancora capace di spiegare. Penso a diversi scrittori. Penso all’istante in cui hanno deciso di porre una sorta di muro a separarli da un certo tipo di realtà. Li immagino seduti là. Sul punto più alto. Con le mani a visiera che scrutano quell’universo da cui hanno preso così improvvisamente le distanze. 

Penso agli Hemighway, ai Salinger, penso agli Harper Lee, penso ai Charles Bukowski, ai De Lillo, ai David Foster Wallace. E penso a un pittore come Van Gogh. Penso a chi ha scelto di allontanarsi. Di scomparire e non star lì a perdere tempo con la gente. Forse è proprio il sentirsi soli che ci fa sentire così artisti e un po’ anche scrittori.

A me accadde subito dopo la terza media. E non parlo della birra, ma degli anni di scuola. Quando mi trovai a fare i conti con l’improvvisa maturità dei “come”, dei “perché” e di tutta quella lunga serie di “se”. 

Cominciai a cercare risposte mentre mi perdevo dietro alle circonferenze e alle ipotenuse. Mentre disperdevo le mie ingenti energie dietro a un raggio, per raggio, per tre e quattordici. Mentre lasciavo che fosse la fantasia a guidare le mie formule imperfette. Mentre mi rendevo conto che per fare alcune cose non puoi non considerarlo un cubo a base esagonale nella tua vita.

Guardare, poi osservare. Senza magari annotare, e comunque capire. Perché la maledizione più drammatica che può succederti a 16 anni è quella di saper già osservare. Di notare i dettagli. 

E poi ti ritrovi a quaranta anni perso in un salmoneggiante andirivieni di sensazioni. E passatemi il verbo salmoneggiare. Poco petaloso, ma che rende bene il senso di nuotare contro corrente. Sfidare, rivivere, sentire, capire, riconoscere, stringere, considerare, toccare, valutare, fraintendere e altri verbi all’infinito.

La distanza che metto tra me e i miei avverbi, spesso mi aiuta a capire cosa sta per accadere. Non c’è bisogno di una sfera di cristallo. C’è tanta urgenza di una grammatica nuova che ci sappia spiegare e c’è un grande bisogno di mettersi in dubbio. Sciogliersi come zucchero in questo caffè e mescolarsi fino a sparire. Tornare a far parte di un “tutto” così meraviglioso, da rendere quel “tanto” che abbiamo anche un po’ invidioso.

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