Non capisco

Sapete qual è la mia più grande frustrazione? E’ cercare le risposte che non trovo. Dannarmi nel tentativo compulsivo e illusorio di capire quello che non capisco. E le cose che non comprendo sono molte.

Non capisco perché fa sempre troppo caldo, o troppo freddo. Non capisco perché tutti dicono che per essere felici basta accontentarsi di poco. Ma poi ti guardi intorno e nessuno è davvero felice. Quindi nessuno si accontenta davvero.  

Non capisco perché ogni giorno vedo invecchiare quello che mi circonda, ma non il ricordo dei momenti belli trascorsi insieme a chi ho amato. 

Non capisco perché se mi osservo allo specchio mi vedo a volte uguale e volte diverso da quello che mi aspetto.

 In certi casi poi ho lo sguardo di chi non è mai completamente a suo agio con se stesso. Così mi domando che cosa davvero non funzioni e passo minuti interminabili ad aspettare una risposta che non arriva. 

La verità è che non sono il Goffredo del mio romanzo e mi sono stancato di dare sempre la colpa al destino. La vita non è una lotteria, la vita è una battaglia. Quindi sono fottutamente stanco della fortuna, del fato e di tutte quelle frasi fatte che mi racconto la sera solo per ripulirmi la coscienza.

Ogni notte ordino pensieri positivi, ma la mattina arrivano i dubbi a portarmi il conto. E anche oggi ho pagato. Anche oggi ho scritto e riletto lasciando il resto sul tavolo.

Non capisco perché quando comincio a digitare qualche frase sul cellulare dopo un minuto sono un fiume in piena. Ma se invece devo parlare guardando una persona negli occhi, mi blocco e tengo dentro tutto. Mi si stringe il petto. E mi gira la testa come se avessi bevuto.

Il problema è che penso spesso. Penso troppo. Ho gavettoni di pensieri nella testa così pieni che quando cadono allagano tutto. I gavettoni in estate mettono allegria, ma non tutti sono sempre disposti ad accettare di bagnarsi.

Non capisco perché alcuni giorni sono convinto di avere tutto quello di cui ho bisogno e in altri momenti temporeggio fissando il soffitto in cerca di una ragnatela che abbia le sembianze di uno scopo.

A volte cammino per le strade del centro di Roma e aspetto che mi passi. Ma non passa mai. Intanto la notte a forza di contare pecore per prendere sonno ho messo su un’allegra fattoria.

Non capisco se posso dire di avere un cuore puro anche se ogni tanto ho peccato di presunzione. Anche se mi piace il sesso in tutte le sue forme più creative.

Non capisco perché a volte ho paura. Non capisco quanto quel “niente” che mi rispondo scocciato quando mi chiedo che cosa ho, sia in realtà un universo di domande senza risposta. Domande che ormai conosco a memoria. 

A volte scrivo perché temo di deludere le aspettative parlando. Che poi me ne frego altamente del giudizio degli altri, ma non di tutti gli altri.

Non capisco se devo temerlo il futuro. Avere timore di tutti quegli affilati domani che aspetto e che quando apro gli occhi al mattino mi accorgo che sono passati da un pezzo. Lasciandomi qualche segno qua e là.

Non capisco perché da bambini non si vedeva l’ora di diventare adulti. Avere una moto. Un’auto sportiva. Una casa. Essere indipendenti. E poi quando si diventa grandi vorresti solo tornare indietro a giocare con i lego e le bambole di pezza. 

Forse anche sognare ha un suo prezzo e lo saldi a rate facendo un mutuo con la vita a tassi assurdi. Il tempo in fondo è il peggior usuraio che conosca. Gli dai la felicità in garanzia e in cambio ottieni una bicicletta a pedalata assistita, una lunga salita e mezza minerale liscia per dissetarti durante li viaggio.

Qualche volta penso di non aver fatto un grande affare a nascere. Così metto il broncio e smetto di pedalare per un secondo. Giusto il tempo di guardare negli occhi le persone che amo e pensare “No cazzo. Non mollo. Non ora. Non io.” 

Poi una mattina ti svegli finalmente sorridente e tutti quei “perchè?” con cui ti sei addormentato si sono trasformati in un “Hai visto? finalmente c’è un bel sole stamattina!”  

La vita va così e basta. E se passi troppo tempo a cercare di capirla smetti anche di amarla. Smetti anche di amarti. E se non sei in grado di amare te stesso come puoi illuderti di riuscire ad amare qualcun’altro?

Straparlo?
 Se così fosse mi prendo senza problemi tutto il torto possibile e torno a migliorare il futuro invece che perdere tempo a correggere il passato. Alla fine è solo una questione di “accenti” messi nel posto sbagliato. L’otterrai. Lotterai. Lo terrai. Parole simili, significato diverso.

Oggi ho la curiosità dilaniante di chi vorrebbe guardarsi da un altro universo mentre si sveglia, perché non sa bene come andrà finire. Ma anche l’ottimismo di chi ha sempre un’alba da raccontare e un foglio bianco da riempire. In fondo puoi chiamarla vita solo se sai come si scrive.

Ieri sera ho bevuto Martini bianco con ghiaccio prima di addormentarmi. Ho anche cercato invano di guardare le stelle. Poi l’ho fatto di nuovo stamattina, aprendo gli occhi e zuccherando il caffe. Guardare il cielo, intendo.

Ci son cose che non finiranno mai. Come il verbo amare. Per me amare era dare tutto, anche troppo se necessario. Il poco non mi è mai appartenuto. Il poco lo lascio volentieri agli altri.

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