La sabbia che cade

1 gennaio 2017

Chissà cosa mi rimarrà un giorno di tutto questo scrivere. Mi resterà il dubbio dei condizionali. La malinconia dei passati remoti. La confusione del presente. Oppure solo quell’illusoria speranza che accompagna a braccetto il futuro. E magari anche l’ombra di qualche lagnoso imperfetto. Saranno stati comunque pensieri bellissimi, a tratti meravigliosi. 

Concetti edificati senza progetto, ma con passione e dedizione. Pontificati a immagine e somiglianza di ogni mio più profondo sentimento. Fino al giorno in cui la sabbia finirà completamente nell’altra piccola ampolla di vetro e io sarò dall’altra parte con lei a costruire castelli. Ma non cambierà nulla. 

Il tempo intanto continuerà a raccontare le sue storie. Quelle che pensiamo di vivere. Lo farà a modo suo. Non userà penne o matite. Eppure ogni vita sarà un quaderno. Difficile non arrendersi a questa spietata evidenza. Difficile resistere al fascino indiscreto della sabbia che cade. 

Quelle che hanno sempre ragione 

24 dicembre 2016

Poi succede che te ne resti qualche secondo ad ascoltare il rumore che fa la ghiaia sotto le scarpe. Castel Sant’Angelo è illuminato. Lungotevere è una strada deserta. È bello affacciarsi e restare a guardare l’acqua del fiume saltare da una sponda all’altra. 

A me non piace più il natale. Non mi piace soprattutto perché mi ricorda che occorre riempire il tempo in qualche maniera, più o meno opportuna. Più o meno assurda. Scrivendo, ad esempio.
Con gli anni lo sguardo sulle cose che mi circondano si è fatto più attento. Il pensiero è diventato più personale, più penetrante. 

Credevo di sapere osservare. Oggi posso affermare di esserne quasi sicuro. Dico quasi perché in questo universo non si può essere certi di niente. Di cose ne sono accadute in questi tre anni. Alcune addirittura in queste ultime ore. 
Dovrei partorire un’opinione, ma è un processo alquanto elaborato e non so quanto al mondo interessi davvero il mio punto di vista. 

Allora facciamo così. Facciamo che ci sediamo sul muretto che costeggia l’isola Tiberina. Beviamo una birra. E aspettiamo l’alba raccontandoci vecchi aneddoti. Come fanno le persone di una certa età. Quelle più sagge. Quelle che hanno sempre ragione. Quelle sedute in piazza la sera, in quei villaggi sperduti che muoiono dietro le colline.

Forse è giusto così 

21 dicembre 2016

Quanto si può sapere di una persona a cui si vuole bene? Quanto ci si può sentire traditi scoprendo cose che non ci ha mai detto. Che ci ha addirittura negato con le parole. Con l’architettura delle espressioni più convincenti. 

E viceversa quanto ci sentiamo attaccati e invasi, quando una persona ci chiede cose che abbiamo difficoltà a rivelare? 

Dov’è il confine?  

La vita non risponde a tutte le domande. La vita pone in essere solo i devastanti quesiti. 

Perché siamo così morbosamente curiosi di sapere le cose? Cosa si nasconde dietro alle bugie?

Non lo so. Ma a sensazione mi verrebbe da scrivere che la preoccupazione è un’altra. Quando si chiede così insistentemente, così ambiguamente, così morbosamente qualcosa, non è delle altre persone che vogliamo sapere. Vogliamo sapere di noi. 

E dentro di noi che si apre il sipario del confronto. 

Chi mi vuole bene davvero? Chi mi sta usando e perché ? Chi stabilisce il limite oltre il quale non ci si deve andare? Cosa vuol dire coerenza? E a che serve saperlo? 

Nei ricordi di tutta una vita si celano le nostre battaglie più intime. Quelle combattute. Alcune perse disperatamente. Ma questo nessuno lo sa e forse è giusto così.

Non m’è dolce in questo mare

17 dicembre 2016

Il solito regalino, la solita cortesia di un personaggio. L’opportunismo. Quella prassi non solo romana che ormai fa parte della cronaca e del parlato. Personaggi votati o scelti da chi è stato votato, che si vendono per un niente. Dai pranzi a scrocco di Ignazio Marino. Alla parentopoli compulsiva di Gianni Alemanno. 

Ora Marra, Muraro e chissà quanti altri nel loro piccolo. In fondo ci vuole poco. Basta un permesso finto per parcheggiare nei posti riservati agli invalidi per essere parte del porcaio. Ma non sarebbe questo il punto. Qui non funziona nulla. Continua a non funzionare nulla. Le buche di Roma sono tutte al loro posto al punto che stanno studiando una app che le segnali al navigatore. 

E poi c’è tutto il resto. E il resto è l’immobilismo ciclopico di una giunta incapace anche di adempiere alla routine di tutti i giorni. È così che anche “fare un albero di Natale che rappresenti la voglia di rinascere di una città” diventa un’immenso specchio su cui arrampicarsi. Con o senza Marra. 

Si, ma io sono onesta! Qualcuno griderebbe. Ok! Tanto di cappello, ma sai guidarla la macchina? Sai dove sono le marce? O per essere più chiari. Lo sai leggere un bilancio? Perché se è vero che l’onestà dovrebbe essere una peculiarità immancabile in ogni cittadino, ancor di più se impegnato in politica, è anche vero che servono poi le capacità per farla la politica. 

Altrimenti potremmo dare il posto di primo cittadino a un bimbo qualsiasi dell’asilo, che in quanto a onestà e trasparenza merita di essere un titolare di cattedra.

“Io sono romano e a tempo perso sono italiano”, direbbe un dilettante Ciceruacchio. E come me altri romani si chiedono quanto il sindaco di Roma sia una persona capace. O quanto somigli a un burattino. Uno di quelli del teatrino, su al Gianicolo, dove mi portava mio padre da piccolo. 

Ieri ne parlavo col tassista che mi riportava a casa. Il sindaco di questa città continua a non rispondere con i fatti. Lo fa ogni tanto a parole e in modo discutibile. Sempre imbeccata dal suo partito. Probabilmente nemmeno la comunicazione è una delle sue caratteristiche migliori.

Ma che ci vuole a capire che il comune è un’azienda da risanare. E che serve qualcuno che a questo punto, in mancanza di qualità, tiri fuori almeno le palle. Oppure servono collaboratori e dirigenti capaci, che ne abbiano. 

Non si cambia tutto così. Non basta un voto e poi “andiamo a comandare”. C’è anche una classe dirigente da verificare. Vabbè, ma poi in fondo io che scrivo a fare. Non sono qualificato nemmeno a parlare d’amore. Figuriamoci farlo di politica. “E il naufragar – di certo non – m’è dolce in questo mare.”

Duemilasettantaquattro

14 dicembre 2016

Viviamo in media circa 76 anni. 

Sono 3950 settimane, e di queste 1415 le trascorriamo dormendo. Per 457 settimane in media lavoriamo, 35 le passiamo facendo lunghe file o guidando nel traffico, 20 a letto con influenza o indisposizioni varie, 14 discutendo per ragioni il più delle volte banali.

A conti fatti ne rimangono 2074 di cui circa 695 in condizione di età avanzata. 

Questo mi sembra un buon motivo per prendere decisioni veloci e vivere facendo, nei limiti del possibile, quello che più ci rende felici. 

Magari dedicando più tempo alle persone che ci fanno sentire meglio.

Le faccine dei social network 

13 dicembre 2016

Stanco. Lesionato nella capacità percettiva. Frustrato dalle interminabili attese. Da quel qualcosa che “forse arriva” e che poi “non arriva mai”. Insoddisfatto dell’incoerenza delle persone. Provato dall’eccessiva velocità di certi pensieri. Come si fa a calcolare la misura del buonsenso? 

È vero. Crescendo cambia la percezione del tempo. La vita ha cadenze più lente. C’è meno ritmo. E proprio quando ti aspetti il meglio, succede come nei palinsesti televisivi. Arriva la pubblicità. Allora cambi canale. Oppure ti alzi e decidi di fare altro.

Posso dire ? Che noia!

Forse ho bisogno di evidenze diverse. Di qualcosa di più clamoroso. Di meno problematico. Forse ho bisogno di più normalità. Di scintille. Di piccole delizie. Di persone che rispetto alle imponenti impalcature dei sogni trovino più interessante la normalità di una cena a lume di candela.

Non so dove possa portare questo discorso. Sono figlio unico di una logica che oggi può sembrare anche contorta. Di ragionamenti che hanno piantato radici profonde nella filosofia dell’uomo e nella fisica dei sentimenti. Rimangono alcune cose, però. 

Non mi serve rimanere in un hotel di montagna completamente solo per tutto l’inverno per guardarmi dentro. Per provare un’emozione diversa. Mi basta rivedere Shining. O fare due passi per i vicoli del centro.

Ho un crescente bisogno di riavvicinarmi a me stesso. Di tornare a ragionare in modo semplice e chiaro. Di riappropriarmi di tutti quei silenzi e tutti quegli sguardi necessari a capire le persone. Quelli che stanno cedendo il passo alle faccine dei social network.

Le azioni di ogni giorno 

8 dicembre 2016

Ogni tanto i personaggi delle mie favole me lo chiedono. “Ci racconti una realtà?”E io non so che dire. Ma loro insistono. E a quel punto comincio a scrivere. Cercando di fare la differenza.

In fondo amo tutto quello che fa la differenza. La cerco. La racconto. La uso come se si trattasse di uno specchio. E non uno di quelli a cui domandare le cose, ma un qualcosa di profondamente diverso. Un elemento nel quale guardarmi senza giudicarmi troppo. 

Serve una certa sensibilità per capire dove sta la differenza. Perché solo le differenze qualificano. Solo le differenze specificano l’identità. Ieri come oggi. Ora per allora.

Stanotte la pace è un’emozione orizzontale. E io vorrei trovare finalmente il coraggio di scoprirmi, di qualificarmi, di tollerarmi. Sento che a queste latitudini emotive potrei anche innamorarmi di me e perdonare i miei desideri.

Ogni desiderio in fondo è una forma sofisticata di dolore, causato da ciò che vorremmo e che invece non è. Perciò si può dire che ogni azione discenda dal dolore. Nessuna esclusa. Nemmeno sorridere.

Non è pessimismo leopardiano. È filosofia liberatoria. E c’è una differenza fondamentale. Quella che mi solleva dall’illusoria idea di compiere azioni solo perché le ritengo buone, o cattive. O perché ne condivido, o meno, gli ideali. 

È liberatorio compiere azioni per la necessità di compierle. E la necessità non è giusta, o sbagliata. È necessaria e basta.

Apro una lattina di pistacchi. Ne portò un paio alla bocca. Salatissimi. Poi cerco di ricollegarmi al nesso che lega le azioni. A ciò che le tiene insieme.

Ecco. Sto mettendo di raccontare l’universo intorno e sto iniziando a parlare di me. È il rischio che corre continuamente uno scrittore, o uno presunto tale.

Ho un’egocentrica disfunzione della vena comunicativa. Davvero. Forse sarà anche colpa dei social network se non riusciamo più a “non parlare” di noi. E io di me. 

Sento sempre più il bisogno di dire ciò che penso delle cose. Delle persone. Dei fatti che accadono nel mondo. 

Lo dico e spesso non me ne rendo nemmeno conto. Invece di osservare con stupore quel nesso che lega il dolore di una “mancanza”, a una conseguente azione. Siamo troppo impegnati a lavorare sulle conseguenze e mai sul perché.

Se solo riuscissimo a fare a meno delle nostre opinioni. A osservare con semplicità la frustrazione sottostante le azioni di ogni giorno. Quello potrebbe voler dire davvero aver finalmente trovato la famosa “differenza”.

“Mamma” è scritto in italiano.

6 dicembre 2016

Facciamo colazione presto. Sono le sette e mezza del mattino e a Manhattan il traffico è già un disastro. Dobbiamo risalire l’isola per qualche chilometro a piedi dal low east side e ci vuole almeno un’ora. 

Ho sottovaluto la mia voglia di camminare. Di solito stento sempre a farlo quando non si tratta di Roma. A ogni modo si arriva. È ground zero, il nuovo World Trade Center.

Il respiro di Nicoletta si perde in una nube umida e ghiacciata. Si guarda intorno. I suoi occhi accarezzano ogni singolo grattacielo. Ogni panchina. 

Quando le racconto il terrore il suo sguardo è un inverno infinito. Uno di quelli che non passa più. C’è una fontana che inghiotte acqua. Vi sono incisi i nomi di tutte le vittime dell’undici settembre. Su un albero spiccano dei fiori tenuti stretti da un nastro adesivo. Sono girasoli. C’è anche una foto. Una rosa bianca. Tante parole non scritte. 

All’ingresso del  museo è anche peggio. Si vede quel che rimane dei pilastri della torre due. Sono ancora in piedi. Lucidati e protetti da una teca. Ora il freddo nel cuore è più intenso. Il buio è sceso sui pensieri e ha preso per mano la stanchezza di ieri. La mia testa è infestata dalle incertezze di tutto quello he ho sentito e che è stato detto su quella tragedia. 

Ci fermiamo davanti alla fotografia di un uomo che si getta nel vuoto. È come se fosse davanti a me. Mi tende in qualche modo la mano. Non sarebbe né il primo, né l’ultimo a farlo. Poi indugio sulle pagine di un foglio scritto a mano. “I’ll never stop to think about you mamma” . “Mamma” è in italiano. Poi, sotto, un’altra pagina di quaderno riempita con una grafia chiaramente femminile. Delicata. 

Non leggo niente però. Guardo questo panorama davanti a me. Residui di un dolore scolpito su ferro e dimenticato nella nebbia. Un monumento al lutto di una città in mezzo alla vita che scorre frenetica. Che non ha mai smesso di scorrere. Tra gente che lavora. E decine di persone che invece lo cercano un lavoro. Una camera e un monolocale da abitare. Una esistenza da arredare. E che si offrono anche per servire ai tavoli. 

Persone che camminano veloci. Che mentre camminano guardano cellulari. Che si sfiorano distrattamente con altre persone, stringendo in mano quell’oggetto con cui ascoltano anche la musica. Con cui scattano le foto. Con cui comunicano con la persona che amano. Scrivono, prendono appunti e appuntamenti. Una scatola nera, nella scatola nera. E anche io eccomi qua, presente. Con la mia, per raccontare.

Come tutto il resto dello spazio e del tempo attorno a noi. Come quella profonda palude nella quale affondano i brutti ricordi. Come il cristallo di questi grattacieli che si contende il riflesso della luce con lo stesso metallo lucido dove è stato fissato.

Non ci sono luoghi giusti e tempi giusti per fare qualcosa che hai sempre desiderato fare. Tornare. Un viaggio è anche il suo contrario. 

Viviamo in un’epoca che con la scusa di recepire tutto in realtà non percepisce nulla. Le scelte. I desideri che portano a certe scelte. Le azioni che in qualche modo le hanno determinate. Tutto un mondo che non c’è piu. Stavolta scelgo di prendere la metropolitana. 

Nicoletta vuole vedere Van Gogh ed Eduard Munch. Sono esposti al Moma. Linea rossa. Almeno di questo stamattina posso affermare di essere certo.

Se vuoi la scintilla 

30 novembre 2016

Davvero. Ho incontrato tanti uomini apparentemente di successo. Persone sempre sorridenti. A volte anche troppo. E poi mi sono sorpreso nel vederli alitare inganni. Ottenere senza mai ringraziare. O non stringere mai una mano con il solo desiderio di farlo. E addirittura a “non alzarsi” nemmeno in piedi quando a volerlo fare invece, erano altri.

Facciamo due conti su cosa non dovrebbe essere un uomo. Un uomo non dovrebbe essere una maschera. Un abito indossato sempre e con disinvoltura. Costruito con intermittenti fantasie. Elegantemente. E nemmeno un personaggio uscito dalle pagine inchiostrate dei romanzi di serie b. Un uomo dovrebbe essere soltanto, uomo. A prescindere dal talento e dall’esperienza che ha dato origine ai suoi piccoli sogni. 

Ma a prescindere da questo, se qualcuno fa qualcosa per te senza chiederti nulla in cambio. Se questo accade. Indipendentemente dalla tua simpatia per lui, la devi strappare quella maschera. Alzarti in piedi e ringraziarlo col cuore. Perché tu uomo, non sei nessuno per non farlo.

Certo non è facile ringraziare chi ti ha fatto del bene. E non è facile farlo sotto gli occhi attenti di un universo che ti guarda. Che poi magari ti giudica come. Un debole? Solo perché la vita ha offerto un’altra versione di te stesso oltre alla tua? Solo perché un altro uomo, che non ti aspettavi, ti ha mostrato un contributo da guardare con occhi nuovi?

Se non dai valore tu alle cose che hanno valore. Chi dovrebbe farlo? Gli altri non ci pensano proprio.
Davvero. Non lo so. Magari un giorno imparerò anche a dare meno peso a certi comportamenti. In un’altra vita magari. Quando saremo dei gatti, tanto per citare Tom Cruise e Penelope Cruz in Vanilla Sky.

Una volta pensavo che l’esistenza fosse riassumibile in uno sguardo. Che tutto fosse nascosto in uno sguardo. Le domande. Le soluzioni. I silenzi. E che rimanere a distanza risultasse dannatamente importante. Ma era solo un’incantevole tentativo di capire le cose. Un pensiero sublime di un sedicente scrittore imperfetto. 

Poi un giorno è arrivata la “fisica” a suonare la sveglia. E ho capito che se vuoi la scintilla è inutile starsi a guardare. Ci vuole un attrito.

Cojone

29 novembre 2016

Crescendo te diranno in tanti che sei stato un “cojone”, ma conteranno solo le volte che te lo dirai da solo.

Danzare da soli

26 novembre 2016

Lei? Era simpatica. Ironica. Sembrava conoscere alla perfezione il tuo modo di tracciare i confini e la tua maniera quasi scostumata di non rispettarli con gli occhi. 

Racconti. Sorridi. Ricordi cose. Dopo il secondo bicchiere cominci addirittura a sospettare che l’ironia sia una meravigliosa qualità. E che il vino non sia solo un amico, ma un fedele compagno di viaggio. 

A un certo punto della tua vita ti eri ritrovato in mezzo al guado. Hai cercato per anni la donna che sognavi e che probabilmente non c’è. Per accorgerti che forse non esiste nemmeno. 

Magari perché somiglia troppo a qualche star di un certo cinema che da tempo non si vede più. Vivien Leight? Virna Lisi? Norma Gin?

In ogni caso nessuna delle persone che hanno orbitato nel tuo orizzonte somigliava vagamente a lei. E qui cominciano i dolori del giovane Werther. Perché non sai più in che direzione cercare. Dove cercare. E peggio ancora, il “perché cercare”.

La vita che fa per me, purtroppo non si fa con i momenti vissuti. Ma con quelli da vivere ancora. Si fa con gli attimi da scrivere. Con le belle esperienze tutte da ripetere. 

E nel mio universo la felicità non esclude assolutamente la rabbia. Non esclude la malinconica tristezza di certi giorni. Non esclude gli errori. La frustrazione. E il dolore delle cose che non sono andate come volevi.  

Non si tratta solo di ricordare delle belle esperienze, ma dell’incantevole bellezza di poterle anche raccontare. E nel mio caso, perché no, scriverle. 

Jep Gambardella direbbe esattamente così. Esistono belle serate da trascorrere con persone. E poi ci sono le belle persone. Quelle che ti trasformano l’aria intorno e la rendono finalmente respirabile. 

Chissà cos’è invece che mi spinge continuamente provare. A decidere e poi a pentirmi di averlo fatto. A rimuginare, a rimpiangere, a recriminare. E comunque. Alla fine. A cercare un ritmo sostenibile. Ripetibile. Quasi ballabile.

Nel film della mia vita la felicità è semplicemente danzare. Magari in due. In una sconfinata pista da ballo dove non si vede l’orizzonte al mattino. 

La tristezza quindi dovrebbe presumere una certa solitudine. Ma si può anche danzare da soli. Perché  spesso la malinconia nasce solo dal fatto che quella pista non è illuminata come volevi. 

Ed è allora che mi pongo l’unica domanda sensata in un mondo che di senso ne sta perdendo parecchio. In che modo la mia vita, in che modo la storia che mi voglio raccontare, in che modo il tema profondo della mia esistenza, possono vivere e brillare in questo spazio senza luce? In questo tempo che c’è oggi? Senza una compagna che abbia quegli occhi, quella voce, quella devastante ironia e così tanti incantevoli difetti?

Vivere è scoprire cosa accade mentre incontriamo la vita. Senza le mille infrastrutture di pensiero che dovrebbero illuminarla, ma che invece la incasinano e ti lasciano continuamente al buio. 

A volte basterebbe solo un cielo rassicurato da una falce di luna, una musica lenta e il ricordo del riflesso negli occhi di chi credi ti abbia davvero voluto bene. Altre volte invece ti accontenti di una matriciana, una camicia sporca di sugo e quattro risate con gli amici di sempre. Quelli che, anche quando piove, ballano e si bagnano con te.

Se solo mi parlassero gli occhi 

25 novembre 2016

“Papà tu lo sai quanto è grande il cuore?”

“Un cuore? Dicono che sia grande più o meno quanto il pugno della propria mano, ma ci sono cuori molto, molto più grandi.”

Niki ora stringe la manina e me la mostra. “Così?”

“Si così!” Esclamo ancora divertito.

“E sta qui?” Chiede ancora indicando un punto in mezzo al petto.

“Ecco. Più o meno li.” Le rispondo sbirciandola dallo specchietto retrovisore. 

“Un giorno però crescerai. E allora scoprirai che il cuore vive in mille posti diversi, senza mai abitare davvero in nessun luogo. A volte ti salirà in gola, quando sarai emozionata. O ti precipiterà nello stomaco quando avrai paura. Quando ti sentirai sola.  

E ci saranno notti in cui lo sentirai accelerare i suoi battiti. Tanto che sembrerà volerti uscire dal petto.  Altre volte farà a cambio col cervello e sceglierà al posto tuo. E farà scelte azzardate. Casuali.

Diventando grande poi imparerai a prendere il tuo cuore per posarlo in altre mani. Mani sbagliate. E te ne renderai conto solo in un secondo momento. Quando ti tornerà indietro un po’ ammaccato. Malandato. Offeso. Ma tu non preoccupartene. Sarà bello lo stesso. Questo però lo capirai solo dopo molto, moltissimo tempo. 

Ci saranno giorni in cui crederai di non averlo più un cuore. Giorni in cui ti convincerai di averlo perso. E ti affannerai a cercarlo in un ricordo, in un profumo, in una immagine scattata chissà quando col cellulare, nelle pagine del libro di papà. Oppure negli occhi di un passante, come fossero le tasche di un giaccone dimenticato nell’armadio. 

Poi arriverà un altro giorno. Un giorno un po’ diverso. Un po’ strano. Un po’ triste e allo stesso tempo importante. Un giorno in cui ti renderai conto che non tutti hanno davvero un cuore. Ma non te ne importerà nulla, perché avrai già trovato di meglio. Un cuore più piccolo del tuo dal quale non vorrai allontanarti più.”

“Ho quasi finito il libro papà.” Ma lo dice accompagnando la sua faccina buffa con un sorriso. Poi si appoggia al sedile del passeggero. Accenna un piccolo sbadiglio. E io le sorrido di rimando.

Se solo mi parlassero gli occhi, forse ora si renderebbe conto di come è sempre riuscita ad aggiustarmi il cuore semplicemente sussurrando la parola “papà”.


Tutto ha un senso

23 novembre 2016

Ci sono pensieri fatti apposta “per” e pensieri “che non vorresti mai”. Parole che se ne stanno lì, in mezzo a tanti “non so che dire”. E a tutte quelle risposte che immagini risolutive, ma che invece non lo sono.

Certe incertezze hanno lo stesso odore nauseante della vodka finlandese. Quando ti riempiono il bicchiere fino all’orlo e non c’è più spazio per i cubetti di ghiaccio.

Stanotte ho riparato qualche stella. Recuperato una busta di buoni propositi. Poi ho iniziato un discorso con “c’era una volta”. Con la devastante consapevolezza di chi non ha mai saputo scrivere i suoi “lieto fine”.

Forse perché vivo con l’infantile necessità di stupirmi ancora. Quel malcelato bisogno di tracciare nuovi orizzonti, punti di vista e interessanti linee di fuga. 

O magari, solo perché non sono ancora le sette di mattina e avrei bisogno di disinnescare i pensieri con un altro caffè che abbia un senso. Del resto “tutto ha un senso solo nella testa di chi lo pensa”.

Giorno per giorno

21 novembre 2016

Sostantivi. Aggettivi. Verbi. Peccato però che ogni tanto ci si dimentica che ce ne sono una infinità. Che si può decidere quali usare. Che si può stare quei trenta secondi a riflettere. E poi magari scegliere una frase proporzionata ai propri mezzi. 

Le parole sono da sempre le mie compagne di viaggio più fedeli. E non solo per il tempo limitato di un viaggio. Ecco perché ciò che non riesco a fare dall’alto, spesso riesco a farlo dal basso. A partire dalla fine intendo. 

A percorrere a ritroso tutta una storia. Riavvolgendo il tempo dentro. Sì, perché il tempo non scorre mai allo stesso modo fuori e dentro di noi. Dentro c’è un altro universo dove possiamo far sorgere il sole a nostro piacimento. 

Dove possiamo rivivere il passato. Ridisegnare un futuro. E trasformare i quarantacinque minuti trascorsi con una donna a prendere un tè, nel tramonto più bello che si sia mai visto nel cuore.

Viviamo. Cresciamo. Incontriamo gente nuova. Belle persone. E poi diventa una lotta per non lasciarle andare via. Intanto il tempo ci strappa i desideri di dosso e noi rispondiamo colpo su colpo sognando ancora. A volte perdendoci nel frastuono di un’interminabile notte silenziosa.

La vita si fa giorno per giorno. Tutti i giorni, per anni. Aggiungendo secondi ai minuti, e minuti alle ore. Scrivere invece serve a incantare quei minuti di cui si compone il giorno. Serve a ingannare il tempo. Senza ingannare noi stessi.

Ehi? Mi vedi? Io sono qui. E se non posso fermare il tempo posso almeno provare tenere il suo ritmo. Guardandomi dentro. Uscendo da ogni confine, da ogni vita vissuta, da ogni pregiudizio, da ogni ricchezza che non sia quella luce che ieri ti ho visto brillare negli occhi.

Magari un giorno 

19 novembre 2016

Se possiedi il tempo di fare qualcosa nel momento esatto in cui senti il bisogno di farla, allora sei un uomo ricco. Puoi partire e reinventarti qualsiasi storia. Visitare qualsiasi luogo. Dissacrare qualsiasi scelta passata. Oppure scommettere su quelle future. 

Puoi camminare sotto la grandine e mangiare un sandwich in piazza Dam. Per scattare foto a lattine di birra abbandonate che vogliono dire tutto, o chissà. Forse niente. 

E poi fermarti a guardare un canale. Una città. Respirarne l’aria fredda. I ricordi. Appropriarti della sua storia e scambiarci anche due chiacchiere. In grande amicizia.

Io adoro riscoprire le cose. E se posso farlo, mi piace anche ricominciare. Non importa da dove. Anche da zero quando serve.

Si può ricostruire meglio la realtà partendo direttamente dal punto più lontano. Da uno di quei giorni di novembre lasciato senza titoli di coda. 

Uno di quelli contagiati da inguaribili ricordi. Qualcosa in grado di trasmettere attraverso il tempo la malinconia di un’attesa. 

A volte sbaglio. Spesso mi correggo. E nel frattempo la mia vita resta comunque fluida. Si adatta alle persone e agli scenari che cambiano. Lo fa per sopravvivere. 

Nel frattempo continuo a scrivermi addosso, non certo per il mero bisogno di condividere e regalare a perfetti sconosciuti un qualcosa che mi riguarda. Ma per il semplice desiderio di scoprire se qualcuno si volta quando mi sente scrivere. Rumorosamente. O magari si sposta solo di un passo, mentre gli passo accanto con i pensieri. 

Magari un giorno mi accorgerò di non avere mai avuto qualcosa di davvero interessante da dire.