Nelle storie che scrivo. Nelle vite che immagino. Nei miei sogni. Tutti i personaggi fanno sempre la cosa migliore da fare. Una scelta giusta. Loro capiscono sempre quello che vedono. Sanno ciò che sentono e si rendono sempre conto di ciò che possono. Deve andare per forza così in certi universi, altrimenti i desideri non funzionerebbero. A volte però smetto di guardare il copione e vado oltre l’inquadratura. Supero certi punti di vista. Condivido sensazioni. Faccio ipotesi. Le cambio e poi dubito di ciò che ho appena pensato. Mi abbandono a quell’esistenzialismo che qualche volta lascia svegli la notte. Al buio. Senza necessariamente provare alcuna emozione. Di notte l’adrenalina si distribuisce in modo diverso. Fiducia, speranza e paura si confondono. E immagino le cose senza preoccuparmi di come stanno venendo. Esiste qualcosa che ruota attorno a quello che facciamo. Una logica che non cambia le conseguenze, ma ne affina il senso. Che poi è proprio il senso tutto quello che rimane dopo aver fatto una scelta giusta. E quando sbagli? Allora ti aspetta il giudizio degli altri. Quel qualcosa di profondamente sbagliato, che insegue sempre chi ha sbagliato.
Quel qualcosa
12 novembre 2015La piuma
11 novembre 2015Al mattino certi pensieri assumono la consistenza di una piuma. Li puoi immaginare che volteggiano in aria. Incapaci di toccare terra senza aver prima oscillato ripetutamente tra tutti i possibili estremi. Un po’ a destra e poi a sinistra. Sempre comunque fedeli alla legge di gravità e irrimediabilmente diversi. Ancorati alla mimica del vento e all’umore dell’osservatore. Mi succede ricordando un abbraccio. Un sorriso. Uno sguardo. Un film. Una canzone. Una certezza. Un sapore. Un odore. Un viaggio inaspettato. Una sensazione forte. È in quel preciso istante che qualcuno acquisisce un credito nei miei confronti. Il che non corrisponde esattamente a un mio debito verso un’altra persona. E poi esistono anche i crediti inesigibili. Sono quelli nei confronti di chi non ho mai conosciuto e mi ha comunque emozionato. Soprattutto da piccolo quando ero più portato a farlo. A emozionarmi. I miei sono stati John Travolta e Olivia Newton John. I Supertramp. I Duran Duran. Gli Spandau Ballet. Renato Zero. Mina. Sir Arthur Conan Doyle. Bukowski. Clive Cussler. Walt Disney. Jan Fleming. Stefano Bonvicini. Michele Ferrero. Stanley Kubrik. Antonio De Curtis. Alberto Sordi. Ugo Tognazzi. Nino Manfredi. Marcello Mastroianni. Roger Moore. Tony Curtis. John Wayne. Terence Steve McQueen. Robert De Niro. Clint Eastwood. Virna Lisi. Monica Vitti. Leonardo Da Vinci. Giacomo Leopardi. Gian Lorenzo Bernini. Munch. Monet. Picasso. Bruno Conti. Agostino Di Bartolomei. Ma i crediti sono stati davvero tanti. Almeno una cinquantina in più. Inutile star qui a fare l’elenco della spesa. Volevo solo chiarire il concetto. Tutto quello che nella mia vita è diventato un credito, mi ha praticamente trasferito emozioni. Ricordi primari. Qualcosa che è rimasto dentro e non ho mai restituito. Qualcosa che in fondo non sarebbe possibile nemmeno restituire. Perché non dipende certo dalla volontà, o meno, di farlo. Stamattina ho seguito le bizzarre traiettorie di quella piuma. Le ho assecondate con gli occhi. Perché le forze che abitano i miei universi non sono gestibili. Non sono affrontabili, ma solo assecondabili. E poco importa se si chiamano col nome di un dio, o destino, o fato. Gli eventi si verificano e basta. Le persone reagiscono. Punto. Le storie si intersecano. I crediti aumentano. E tutto tende a toccare terra. In fondo dipende solo dalle correnti, dalle temperature e dalla voglia che abbiamo di credere che sia così.
Amen
10 novembre 2015E anche oggi Roma mi deve un’altra notte. Io e la mia città non ci siamo mai parlati abbastanza. Però ci siamo guardati. A volte. Credo. Anche ieri sera i suoi silenzi li vedevo che mi osservavano. Che se ne stavano immobili in attesa del momento giusto. Se proprio devo scriverla tutta stamattina non riesco a concentrarmi molto sul futuro. Non ce la faccio. Non mi va. Non riesco ad abbinarlo con niente. Mentre con il passato è diverso. Il passato è un colore grigio. Un nero sbiadito che sta bene su tutto. Il passato è un vecchio amico che spesso mi parla, ma con moderazione. Come farebbe un dio. Con le distanze di una stella. In fondo siamo così simili io e il mio passato. Lui che sfugge alla logica, alle geometrie e alla ragione. Io che invece le rincorro. Lui che si prende in bocca il destino. Lo mastica. Lo assaggia e poi lo sputa. Io che più che altro lo inghiotto e amen. Anzi no. “Amen” fa troppo religione. Amen lo urlano le vecchiette in chiesa mentre si colpiscono ripetutamente il petto. Incuranti di un Dio probabilmente assente. Un’assenza che delimita spazi densi intorno ai quali spesso si stringono le esistenze di chi ci crede. Intanto il passato è già successo. E se ne sta lì comodamente seduto a osservare le proprie conseguenze. Con i suoi verbi declinati. I suoi impercettibili imperfetti. Con tutti i suoi “allora”. I suoi “quando”. Le sue indiscrezioni. I suoi segreti. E tutti i desideri andati nei secoli dei secoli. Oggi ho intenzione di mettermi comodo a lasciare che il mondo mi fraintenda. E qui stavolta ci sta bene. “Amen”.
Il senso in più
8 novembre 2015Per quanto impegno tu riesca a metterci c’è sempre qualcosa che manca. A volte è un odore. Altre volte un sapore, un colore, oppure un suono. Magari anche un luogo e un tempo che in qualche modo li avevano racchiusi tutti. Molto più spesso a mancare però sono le persone. Quelle importanti. Quelle che ti convivono dentro. Quelle che ti lasciano i pensieri in equilibrio precario. Tutte immagini lontane. Attaccate a uno spazio di vita troppo sbiadito da descrivere. Ricordi senza luce. Eppure senza quei ricordi io mi sento dannatamente nudo. Addirittura orfano di quel buio che la notte mi chiude gli occhi e mi lascia le parole dentro. Per fortuna ci sono giorni in cui dimentico pure di aver dimenticato. E le immagini tornano a illuminarsi tra le righe di una pagina che si riempie da sola. Forse il vero “sesto senso” è conoscere a fondo gli altri cinque che si hanno già a disposizione. Anche se, a essere sincero, io dal lato oscuro della forza mi sarei fatto sedurre di sicuro per uno straccio di senso in più.
Disgusto
7 novembre 2015“Insultare” per vendere piu copie, senza avere il rispetto di ciò che per altri è importante e vale magari la vita. Pretendere che questi una volta insultati poi capiscano che è tutto un gioco e poi addirittura indignarsi se qualcuno è diverso e non ci sta a giocare. Stupirsi se ha una diversa cultura, in certi tratti sconosciuta. O ha dolori dentro che nessuno può leggere, figuriamoci disegnare. In questo ritengo che la perseveranza di Charlie abbia del fanatico. Quindi è condannabile dal buonsenso. Dalla logica. E dal profondo di ogni cuore.
Dal primo all’ultimo rigo
5 novembre 2015Ogni storia è fatta di piccole storie. Come ogni quadro di figure. E ogni figura di linee. E poi ci sono le soglie di non ritorno. Quelle che separano le storie dalle altre storie. A volte faccio fatica anch’io a capire i pensieri che scrivo. Ma ne riconosco sempre il movente profondo. Così lI rileggo. Lo faccio più volte. Dal primo all’ultimo rigo. Con l’immagine nella testa di un me stesso che guarda un telefonino seduto sulle panchine di Villa Borgese. Sui muretti di Lungotevere. O su un vespone azzurro puffo che qualcuno ha lasciato incustodito. Senza catene. Il cielo di stamattina non somigliava a quelli che conservo nella memoria. Frammenti di nuvole e gabbiani immobili, sospesi in un azzurro in tempesta. Vapore acqueo e venti da nord ovest. Masse d’aria in continuo movimento. Un po’ come quelle idee che mentre scrivo faticano a prendere forma. Perché ogni storia. Per quanto complicata. Per quanto confusa. Per quanto vicina, oppure lontana dalla realtà, è comunque alla ricerca del senso. In un realizzarsi continuo di altre piccole storie al suo interno, che invece paradossalmente non hanno alcun fine.
La scatola
3 novembre 2015Si parla troppo. Si pensa anche troppo. Che ci fanno stamattina tutti questi ricordi in piedi nella mia testa? E non c’è neanche un divano comodo. Una tavola apparecchiata. Una torta rustica. Del buon vino. Solo pensieri disordinati e un gran nulla da fare.
A volte sei lì che aspetti. Che osservi il mondo girarti intorno. E vorresti solo che accadesse qualcosa. Qualcosa di grosso. La conquista di una collina, di un edificio, di una città.
“La vita è una scatola di cioccolatini”, direbbe Forrest. La mia invece è una scatola di scarpe. Niente cioccolata. Ci tengo emozioni. Il dolore e l’eccitazione. L’amicizia. L’affetto. I sentimenti buoni e i pensieri cattivi. La voglia di scrivere. Il piacere di vivere. Tutto lo stupore che posso. Un po’ di sana disperazione, tutta la mia fantasia e l’indescrivibile gioia di essere figlio, fratello e padre. La gratitudine. La nostalgia. L’amore dato e ricevuto. Tante immagini che somigliano a quelle foto un po’ sbiadite di James Tissot. Tanto. Tutto. Forse troppo. Eppure a volte mi domando il perché la mia scatola non sia mai piena.
Tra il primo e il secondo caffè
2 novembre 2015A volte riesco a scrivere le cose facendo finta di non avere voglia di scriverle.
Ci pensavo prima, saranno state più o meno le sette. Tra il primo e il secondo caffè. Osservavo dalla finestra lo scorrere del tempo. Un tempo piccolo. Intangibile. Un flusso ininterrotto di quotidianità. Di cose e persone che camminano per la loro strada. Di rumori colorati. Di forme mutevoli. Il tutto che si muove incurante del tutto. Il tempo aiuta a crescere. E crescere è una disfunzionalità piacevole, ma non basta farlo fuori. Occorre anche accompagnare la crescita dentro. “Altrimenti sbatte”, direbbe qualcuno. Ci vuole un pizzico di esperienza e tanta grondante convinzione. Quella di potersi migliorare. Di essere diversi dalle versioni del passato. Di pretendere le possibilità che ci offrirà il tempo. Anche se poi è sempre il presente a raccontare le storie. Il passato è un ricordo. Il futuro immaginazione. Una terra straniera. Uno spazio inesplorato di cielo. Un letto sotto il quale si nascondono i soliti demoni. Un universo parallelo, dove anche i sentimenti più puri alla fine possono fare paura.
Settecento
30 ottobre 2015A volte mi appare chiaro quello che dovrei fare, ma poi la vita arriva e mi anticipa di un soffio.
C’è sempre qualcosa che non funziona quando parlo dell’amore. Ogni volta inizio che so esattamente cosa scrivere. Poi un secondo più tardi mi perdo in ciò che ho appena scritto. Forse amare è anche smettere di cercarsi. Allontanarsi in silenzio. Preferire la punteggiatura alle mille parole diverse da dire. Forse amare è non riuscire più a distinguere che cosa è giusto, da cosa è sbagliato. Che cosa è odio e che cosa invece è davvero amore. Forse amare è confondere un’ossessione con un rimpianto. E sapere che anche quando non esiste un futuro ti dannerai comunque l’anima rivivendo il passato. Perché amare è dimenticare il presente. Addormentarsi e sognare anche un solo minuto in più da trascorrere insieme. Forse amare è lasciarsi senza abbandonarsi. Affidarsi al tempo che dicono “farà il resto”. Ma il tempo invece se ne frega e aumenta solo l’età delle cose. Forse amare è starsene ogni tanto lì da soli a pensare, ad amare ciò che hai deciso di dimenticare. O forse amare è avere scritto ti amo. Ogni giorno. Per settecento giorni. Per settecento notti. E sapere che continuerai a farlo. Alzando ogni tanto gli occhi. Filtrando il cielo. Immaginando il sorriso di una donna incantevole riflesso nei colori della luna. E un uomo impaziente che continua a guardarla. Come fosse una favola da raccontare.
Sessantanove
28 ottobre 2015Sessantanove è il mio numero. Alzo gli occhi. Sono al cinquantasei. Mi guardo intorno. Facce stanche. Disappunto. Pare che tutti abbiano lasciato fuori qualcosa in sospeso. L’auto in doppia fila. Un appuntamento dal fisioterapista. Una riunione. Un’amante. Un improbabile colloquio con i professori. Certi giorni i pensieri hanno le zampe eppure non vanno da nessuna parte. In quei giorni tutto scivola noiosamente sul piano inclinato della quotidianità. È una mattina qualsiasi. In un posto qualsiasi. E magari tra poco si mette a pure a piovere.
Una notte a Suburra
26 ottobre 2015“A distanza di duemila anni c’è ancora chi porta un fiore nel punto esatto in cui il corpo senza vita di Giulio Cesare bruciò per due giorni e due notti.”
Ieri sera confesso di essermi sentito emozionato e completamente a mio agio. La luna. Roma. Le meraviglie di una storia raccontata che non conosce tempo. Quando si sono spente le luci sono rimasto qualche minuto lì. Assediato dai silenzi e orfano delle parole di Piero Angela. Di fronte alla vecchia Curia. Sede del senato di Roma. Laddove si decideva il destino di un impero. Quante immagini. Quanti pensieri rimasti a metà strada.
Uscendo dai fori sto attento ai dettagli. Alle ricostruzioni. È strano come gli spazi cambino a seconda dei silenzi che ci metti intorno. Stanotte Roma è nall’aria. In ogni singolo granello di sabbia. In ogni leggenda scritta, raccontata e tramandata. Perché per quanto si possa abbattere un albero, non è mai possibile liberarsi delle sue profonde radici.
Esserci
24 ottobre 2015Anni di cieli azzurri. Di vicoli stretti e sampietrini lappati dalle pozzanghere. Di turisti rumorosi sempre in giro. Anche la mattina presto. Come cani selvatici. Stamattina ho atteso che arrivasse un sole discreto. L’ho fatto più del dovuto. Respirando pensieri. Disegnando universi intorno a un caffè. Con quella pazienza tipica dei girasoli. Ultimamente non esistono albe o tramonti che si lascino apprezzare a dirotto. In fondo una luce può illuminare un viso, non quello che senti dentro. Però prometto, alla prossima cosa bella che mi succede, stavolta cercherò di esserci.
Niente
22 ottobre 2015Niente. L’unica risposta seria che conosco è “niente”. Niente non è solo una parola. Niente è un’isola. Niente è un ponte che viene percorso nei due sensi di marcia. Due direzioni. Due destinazioni. Due punti di vista. Due prospettive completamente diverse, ma sostenute dalla stessa necessità. Quella di lasciarsi tutto alle spalle. Io non sono speciale. Ho un cuore e un cervello, come tutti. E li uso per cercare risposte. Per capire. Per elaborare e rielaborare. Per definire e ridefinire. Anche sbagliare. Anche correggermi. Smaltire gli umori. Le sensazioni. Annotare esperienze. Catalogare quali quelle da dimenticare e quelle da ripetere. C’è sempre qualcosa da approfondire, o da cancellare. Credere, o dubitare. Oggi mi sarebbe piaciuto raccontare una bellissima storia. Essere morbido e buono, ma forse mancano ancora troppi giorni a Natale. Così provo a parlarmi un po’ addosso. Ad addobbare il mio personale albero immaginario con i pensieri più luminosi e intermittenti. Senza preoccuparmi di piazzare una stella in cima a tutto. Che l’amore faccia un po’ perdere la testa non è un luogo comune. Qualcuno però non sa che si perde anche stabilità. Che ci si dimentica di se stessi per interessarsi follemente a un’altra persona. E alla fine quella persona può anche succedere che ti possieda. Che senza nemmeno saperlo prenda residenza fissa nella tua testa. Domicilio nella tua vita. Ed è impossibile sfrattare certi pensieri senza ricorrere alla forza interiore. Il me stesso innamorato somiglia un po’ a Rembrandt. Un grande pittore olandese con il sorriso da beota e lo sguardo sempre perso nel vuoto. Tuttavia un magnifico artista. Il me stesso innamorato è un me stesso un po’ fissato. Anche ossessionato. Spesso euforico e incantato. Altre volte ansioso e turbato. Un me stesso dal profilo psicologico mutevole e offuscato. Vorrei saper scrivere meglio delle cose che sono andate male. Magari usando quella stessa lucidità con cui un uomo fortunato racconterebbe la propria fortuna. Ma non è semplice. E forse non è nemmeno utile. A volte mi aspetto che arrivi il buonsenso per sussurrarmi a un orecchio che sono le parole adatte. Che mi trovo sulla strada giusta. Perché se esistono circostanze della vita in cui si perde la stabilità. Esistono anche i momenti in cui ci si ritrova.
Innamorarsi destabilizza. Ma fa sentire intensamente vivi. Toglie e restituisce sicurezze alternando picchi di certezze a baratri di profondo dubbio. Una spinta emotiva inarrestabile. Il capitolo più lungo di un libro che parla di universi paralleli. Realtà che non possono essere controllate, ridotte e spiegate sulla base di regole scritte o valori assoluti. L’amore non funziona. Non si esprime. Non si allinea con quello che abitualmente viene considerato “normale”. Perché le emozioni e i sentimenti riguardano solo la sfera dell’anima. Niente biologia. Niente chimica. Niente fisica, o filosofia. E quindi niente piani per conquistare l’universo. Niente di niente. Quando “niente” è più importante di tutto ciò che potrei scrivere adesso. Quando niente è il punto che precede la parola fine. Quando niente è la cosa piu reale che io abbia mai avuto in mano da stringere.
Questa è per il bambino dentro
20 ottobre 2015“Esiste una rabbia che non ha niente a che vedere con la cattiveria. E’ il ruggito di chi sta proteggendo le proprie fragilità.”
Paola Felice Juliet
Il piano
19 ottobre 2015Forse esiste un piano. Uno schema, o un progetto, Qualcosa che coinvolge ogni notte le luci di Roma. Luci giallastre che rivelano vicoli quasi dimenticati. Leggende nascoste. E storie che mostrano volti lucidi di passione. Tutte immagini che disarmano l’impaccio e la timidezza di ogni uomo davvero innamorato di questa città.








