È la fine di dicembre. Ma non un giorno a caso. È proprio la fine. L’ultimo giorno. L’ultima notte. Quella dove tutti festeggiano la routine. Anche chi non avrebbe un bel niente da festeggiare. Ultimamente mi sono reso conto che prima di scrivere penso in bianco e nero. Forse in una scala infinita di grigi la cose accadono più lentamente. E comunque le cose accadono. Anche nelle favole. Che senso avrebbe un cappuccetto rosso senza lupo. Una bella addormentata nel bosco senza arcolaio. O una Biancaneve senza la strega cattiva. Dalle favole però ho imparato a fuggire. E l’ho fatto tante volte, ma sono sempre tornato, convinto che prima o poi sarei rimasto. E invece ogni volta sono ripartito. Scappato.
Anche stanotte ho fatto ritorno nei miei pensieri più intimi. Senza muovermi. Senza spostarmi di un centimetro. Immobile sul divano rosso di una hall deserta in un qualsiasi hotel di montagna. Circondato dal silenzio. A tratti spiato da un soffitto curioso. La notte ogni pensiero è la pagina di un diario. La notte ogni ricordo mi ruota intorno. E per un istante la mia mente diventa il centro copernicano di un universo che orbita al contrario. Sono tornato. Forse per sussurrare un “mi manchi”. L’ho fatto in modo scontato. Quasi didattico. Eppure era la verità e lo è anche ora che sto ripartendo. Stasera alzerò un calice per brindare a tutto quello che non sono riuscito. A tutto quello che non posso e che non voglio. A tutto ciò che non importa a nessuno e che per me è importante. A tutti i desideri che vorrei farle indossare. E a tutti quei meravigliosi abiti che mi piacerebbe strapparle di dosso. Del resto che rimane farò invece una pallina di carta da gettare via con un impreciso colpo di tacco. Guardando negli occhi il mio migliore amico e abbracciandolo come fosse la prima persona che mi viene incontro. Come per dire semplicemente. Auguri.
Semplicemente
31 dicembre 2015Manca la fine
22 dicembre 2015Credo che sia possibile vivere senza stringere. Senza abbracciare. Senza baciare. Ma non senza desiderare spietatamente di farlo. Stanotte poi. Le possibilità non esistono. I desideri non hanno corpo. Non sanno camminare. Non riescono nemmeno a tossire. A sbuffare. Oppure ad alzare un sopracciglio. Una canzone di Tom Jones mi cammina dentro mentre aspetto il solito treno. Intanto il freddo mi fracassa le ossa. Gela respiri. Mastica i polmoni e li risputa in terra. Goccia su goccia. Ci sono giorni in cui sembra facile lanciare il cuore a canestro con la speranza di fare centro. Eppure continuo a prendere il ferro. Con quella sensazione di debordante incompletezza a farmi da sipario. Quando lo seguo con gli occhi. Quando lo vedo compiere qualche giro a vuoto. E poi cadere giù.
Stasera mi resta la scrittura. Lei sola, assieme a tutte la musica che non ascolta più nessuno. Quella che non è mai abbastanza. Quella che non è mai all’altezza. A tutti e tutto manca sempre qualcosa che li completi. In fondo anche all’infinito. Manca la fine.
Da molto lontano
20 dicembre 2015Stanotte ho preso un frammento di tempo e ne ho fatto pensieri. L’ho scelto piccolo. Meno di un’ora. Un istante buio e silenzioso. L’ho stretto forte e poi lasciato andare. Di solito riesco a scrivere. Sempre. Ovunque. Mi appoggio con le parole al primo pensiero disponibile. Il resto poi viene da se. E fa poca differenza che si tratti del ciglio di una statale. Di un vagone. O una qualsiasi sala d’attesa. Non importa che sia giorno, oppure notte fonda. La mente va. E le storie sfrecciano con la stessa supponenza di un treno che affronta un passaggio a livello.
Stasera i ricordi sono l’unica moneta che nelle mie tasche abbia un valore. Ma non conosco una valuta in grado di acquistare la notte. Vorrei non pensarci più. Vorrei avere le persone che amo sempre vicine. Senza doverle per forza ricordare. O immaginare che stiano guardando la stessa luna da molto lontano.
Chi festeggia
17 dicembre 2015Chi festeggia forse vive meglio di chi non lo fa. Non saprei. Tra poco è Natale e mi rendo conto che non ho ancora studiato un piano di fuga. Quest’anno probabilmente lo vivrò come mi viene. Servendo in una mensa per poveri dietro piazza del Popolo. Passeggiando con mia figlia per le strade del centro. Con l’imbarazzante sorriso di chi non si rende conto di quello che succede intorno. La beneficenza è un incosciente nirvana nel quale sguazzare. E io mi sento un pesciolino rosso nella sua bolla d’acqua. Senza un fiume sotterraneo da percorrere al contrario. Senza rive inesplorate da raccontare. Niente è più intimo dello sguardo di un uomo che si osserva nella sua immagine riflessa. Niente è più assordante del silenzio quando ci si ferma a parlare con se stessi. Stamattina è più dicembre di quanto lo sia mai stato. Strade vuote. Mulinelli improbabili di foglie alzate dal vento. Incantevoli moti a spirale differenti per direzione. Mai per destinazione. Una figura retorica che descrive perfettamente la vita. A volte scrivo con l’ingenuità di un bambino e la sincerità di un uomo che ha bevuto troppo. Non controllo più i pensieri. Sbiascico le parole. Di certo non penso di mettere in dubbio l’integrità delle mie certezze più radicate. Da qualche giorno vedo riflessi due occhi che non somigliano affatto ai miei. Magari Natale è diventato un periodo che non so affrontare. Eppure ho ancora la presunzione di pensare che non sia affatto così.
Lo spettacolo migliore
11 dicembre 2015Uno dei meccanismi in grado di incepparmi la mente è il dubbio. Quella sottile paura di non aver fatto bene. Il timore di non essere sulla strada giusta. Quel moto perpetuo di incertezze che spesso passa anche attraverso lo sguardo degli altri. Si, perché sposiamo religioni. Veneriamo deità diverse per cultura e dogma. Ma poi gli unici occhi che davvero ci preoccupano non sono mica quelli di un dio. Ma i pensieri di chi ci sta intorno. Di chi nemmeno amiamo, o stimiamo. Gente. A volte virtuale. Fisicità che nemmeno conosciamo, ma per le quali bisogna essere pronti a piacere. A essere simpatici. A essere belli. A essere opportuni. Occorre almeno sembrare di essere giusti agli occhi di tutta questa giudicante moltitudine, no? Io mi sono sposato e poi ho divorziato. Ho avuto alcune storie importanti. Una figlia. Ho fatto cose buone e altre un po’ meno. Ho gridato. Ho attaccato e mi sono difeso. Ho riso, pianto e agguantato pareggi all’ultimo minuto. Ho aggiunto ore ai giorni e tempo agli anni nella spietata convinzione di non aver mai fatto davvero nulla di completamente inutile. Anche sbagliare. Anche scrivere banalità. Trovo appagante per esempio raccontarmi. Sorseggiare un caffè in strada. Oppure viaggiare prigioniero di un maleodorante treno regionale. Per raggiungere mete sognandone altre. Passeggiare per i vicoli di una città che amo. Osservare un’alba. Un ricordo. Una storia. Mai del tutto in compagnia, eppure mai completamente solo. Ogni giorno c’è un uomo che strizza l’occhio al ragazzo che gli è rimasto dentro. E mentre gazzelle e leoni si rincorrono da qualche parte nel mondo. Lui gli rivolge un sorriso. Poi una domanda. E non c’è spettacolo migliore che attendere la sua risposta. In fondo la fantasia è l’unico abito che mi sia mai stato così meravigliosamente bene addosso.
Il mio piccolo universo intorno
9 dicembre 2015Ci sono giorni in cui preferisco percorrere le strade che vanno a sud. Stamattina mi sono lasciato la curiosità alle spalle. Ho letto cose. Ho bevuto un Nespresso. Ho preparato la valigia e fatto il check-in on line. Poi sono sceso a comprare dei bulbi di tulipano nero. Camminando ho immaginato una canzone da trovare che fosse diversa da quello che ascolto di solito. Qualcosa che non sfuggisse al fascino della memoria. Che si prendesse la rivincita sulle distanze. Quelle che certi sguardi non riescono a colmare. Se la musica avesse i capelli stamattina avrebbero un colore che tende al grigio, con qualche sfumatura di verde. Mi viene in mente un film, “In to the wild”. Ne sto ascoltando la colonna sonora. Colleziono passi e respiro a pieni polmoni un vento freddo che soffia da nord. I ricordi più belli sono come piccole vittorie. E anche quando il tempo alza mura inespugnabili loro non hanno bisogno di un cavallo di legno per entrarmi nel petto. Basta la musica giusta. Una strada deserta. Il mio piccolo universo intorno. E quella sensazione leggera di riuscire per un attimo a fare a meno di tutto. Anche di me.
Dietro a un caffè
4 dicembre 2015Quello che ottengo è sempre una conseguenza del modo in cui cerco. Lo faccio se ho bisogno di trovare. E continuo a farlo finché non trovo. Quando sento una mancanza. Un vuoto. Una crescente latenza di risposte. Oppure semplicemente per noia. Ma ci sono anche volte in cui non cerco. Perché penso che in fondo il mio universo possa andare bene così. Perché sono stanco. Distratto, o troppo occupato a fare altro, Insomma quando tutto è chiaro ed è inutile farsi altre domande. Se vedo qualcuno ordinare un caffè, gli preparano un caffè e devo aspettarmi di vedere arrivare un caffè, no? Non è che ci siano teologie da edificare in merito. Sembra del tutto inutile chiedersi cose del tipo “quando avrà bevuto l’ultima volta un caffè?”. Che poi se la risposta fosse “12 ore fa” potrebbe davvero cambiare qualcosa? Ma anche si trattasse di “10 minuti” cosa ci sarebbe di strano? Magari è solo un caffeina dipendente. O magari gli è piaciuto il primo. O l’ha dimenticato. Magari gli interessa la persona che lo prepara. In effetti è una gran bella donna e non sa come fare ad imbastire un discorso. Quante storie esistono dietro a un caffè. Di fatto stamattina rileggo cose e autorizzo la mente a scrivere una storia, ma non autorizzo la storia a interrogare la mia mente. E a maggior ragione non le permetto di interagire con il cuore, o la pancia. Si può essere bianchi. Si può essere neri. Ed essere criticati o compiaciuti per il colore. Ma si può anche scegliere di essere trasparenti.
Soltanto parole
2 dicembre 2015La notte si accartoccia negli angoli della mia stanza. La notte è senza vergogna. E non è così semplice prendere sonno. Troppi pensieri passati. Troppi errori. Questa notte poi è più scura in volto. Il cielo si agita senza la sua luna. Ma il tempo non sospetta. Non mormora. Si limita a fuggire via. Disciplinato. Silenzioso. E io cambio faccia ai miei pensieri. Rileggo cose del mio passato. Sono tanti i ricordi. Troppi. Eppure mi vengono in mente sempre le stesse immagini. L’entusiasmo dei momenti felici. La noia. Le cose lasciate a metà. Le zanzare sfortunate disegnate sulle pareti. L’indifferenza di chi ha ragione. Lo sguardo di chi nel silenzio trova sempre qualcosa da dire. Le vetrine illuminate. Le ali di farfalla. I cartocci avari di castagne. I noccioli di albicocca. Il mare. Gli scogli. I vicoli del centro di Roma. Il timore di perdersi. I sogni cuciti sulla schiena. Le abitudini. Le velocità eccessive. Le moltitudini di pensiero. I bicchieri rovesciati. Le teste calanti. Una fotografia. Una multa costosa. La grande bellezza. E tutto. Davvero tutto. Rimane impresso nelle mia mente. Come non fossero mai state soltanto parole.
Come stelle
27 novembre 2015Il treno delle sette e un quarto taglia in due la periferia di Bergamo. Ricuce distanze. Traghetta esistenze. Un uomo intanto sbadiglia. Poi accenna il suo personale progetto di sorriso. Mi stringe la mano e prova a chiudere gli occhi. Io lo guardo dormire. Mando e ricevo messaggi di ogni tipo. Palpeggio con le dita il vetro di uno smartphone. Inseguo con gli occhi lo sguardo silenzioso delle persone intorno. Qualche stanchezza. Molte frustrazioni. E un po’ di quelle inconsapevoli disperazioni borghesi che si leggono nei romanzi di Truman Capote. Speranze miste a qualche residuo di cappuccino e foglie secche trascinate dal vento.
È singolare il mio mondo visto attraverso un finestrino. Non importa cosa. Case, alberi, persone. Tutto viene risucchiato all’indietro. Architetture di pensiero che si susseguono con la stessa velocità e lo stesso ritmo di “Midnight City”, una canzone degli M83 che mi fa da sottofondo. Melodie preconfezionate.
All’interno di un tunnel il finestrino mi restituisce finalmente uno sguardo garbato, ma dura poco. Tutte le mie mattine iniziano con un caffè. A volte troppo zuccherato. Altre volte invece ho solo immaginato che fosse così. Sono un uomo distratto. Metto in fila parole. Poi le dimentico e le faccio scivolare all’indietro. Ma non mi sono mai lasciato davvero nulla alle spalle.
Adesso quell’uomo sbadiglia. Mi osserva e stavolta mi sorride con gli occhi ancora velati dal sonno. Esistono persone che con uno sguardo ti fanno sentire a casa. Sono come stelle. E anche da lontano riescono a rendere migliore il tuo universo. Credo proprio che quest’uomo sia una delle più luminose.
Ogni tanto ci penso
26 novembre 2015Fa freddo. Ma è un freddo piacevole. Un altro buon pretesto per scrivere. Intanto certi nasi colano, un caffè si stempera e il solito sole mette in scena un ammirevole tramonto. Stasera il cielo ha un colore quasi umano. Solo poche sfumature di rosso rubate alle guance di una bambina. Niente può trattenere la tramontana. Nessuno può fermare la fantasia. Soprattutto quella che regala brividi al cuore e forma alle nuvole.
Lo sai? Ieri ho visto una falena. Sbatteva le ali. Incurante di me che la stavo osservando. Incurante del freddo. Delle vetrine illuminate e della sua esistenza brevissima. Ogni notte qualcuno scopre che esiste una stella più luminosa delle altre. Ma questa forse è un’altra storia che in pochi hanno voglia di stare ad ascoltare. Ogni tanto ci penso. Poi scuoto la testa. Sorrido e torno a zuccherare il mio caffè.
Tanto si sa
24 novembre 2015Una rampa di scale. Una porta socchiusa. Un odore acre di vernice fresca. E poi quel lavandino che ancora goccia. Fa freddo. La penombra nasconde le crepe sui muri. E questo è solo uno dei pensieri depositati sul fondo di questa giornata. Una delle tante incertezze innescate e rimaste inesplose nel tempo. Potrei. Vorrei. Dovrei. Ultimamente non mi trovo a mio agio con i condizionali. Me la cavo meglio con l’infinito presente. Dire. Fare. Scrivere. Sapere. Già, sapere. Se solo sapessi in che tempo mi trovo. Ci sta che possa essere un altro passato prossimo. Oppure è il solito futuro anteriore. Magari un imperfetto? Ma poi che importanza ha riconoscere quale sia il lato giusto dello specchio? Cosa cambia capire chi sia il riflesso? Non sono Grimilde. Non articolo sorrisi. Non pongo domande retoriche. E non distribuisco mele. Ogni tanto vedo affacciarsi un bianconiglio, ma la casa di marzapane è sparita. Forse l’hanno mangiata per non pagarci più le tasse. Sorrido, ma senza mostrare i denti. Faccio i miei esercizi di retorica. Scrivo con attenzione. Cambio il mio punto di osservazione. Resto equidistante da tutto e lontano da niente. È una sorta di caotico equilibrio. Un passato prossimo che potrei addirittura barattare con il peggiore dei peccati mortali. Perché c’è sempre qualcosa, o qualcuno, per cui vale comunque la pena esserci. Un luogo. Una persona. Attimi andati, o non del tutto vissuti. Immagini che stanotte mi ritrovo a non voler dimenticare. Spazi nella mente arredati forse troppo velocemente, ma con gusto. Eppure non lo senti quest’odore di vernice? Potrei addirittura provare a indovinarne il colore. Bianco. È un biancolore. E ha lasciato un specie di alone intorno alle crepe.
Stanotte mi sono seduto sul terzo gradino della scala. L’unico rotto. Poi ho guardato giù verso il pianerottolo. “È spazioso”, mi sono detto. E ho pensato che ci starebbe stato bene un albero di Natale. Intanto una porta si era già chiusa alle mie spalle. Colpa del vento. Forse. Che strana eco lasciano le cose vuote. Tutto rimbomba che sembra una cattedrale. Esiste un luogo dove le storie sembra che non vogliano terminare. Lo stesso posto dove finiscono certi pensieri. Dove scappano i palloncini. Dove giocano a nascondersi i calzini e quei titoli dei film che non ricordi. Ho ancora un futuro semplice tutto da scrivere. Qualcosa da rileggere nel caso poi non volesse più accadere. Perché tanto si sa. Nelle favole alla fine, non accade mai niente.
Il confine
18 novembre 2015Un uomo può avere tante facce quante quelle di un dado. Ma solo due occhi. Soltanto due braccia e solamente due gambe. Stasera non è tardi, eppure il sonno mi assedia quasi fossi io il nemico. Potrei anche scegliere di abbandonarmi. Potrei arrendermi. Potrei farlo. È così ricorrente il “potrei”.
E invece no. Salgo sul tetto e passeggio tenendo per mano un ricordo. Mangio un panino. Gioco con una sigaretta piegata. Guardo le cose dall’alto. Resisto a venti forti. Attraverso con la mente spazi poco profondi. Rileggo passi di una storia che avevo già scritto. Pochi minuti e sarò ancora a casa. Ma non so di chi. E non so nemmeno il perché. Alcuni pensieri sono zone deserte. Altri un paesaggio gotico illuminato da un’insegna blu. Se chiudo gli occhi poi rimane la notte. L’unico e vero confine che mi separa da un’altra storia. L’unica consapevole certezza che anche questo giorno in fondo è salvo.
Racconto cose
17 novembre 2015Cercavo il buonsenso e ho trovato la nebbia. Come nelle canzoni che sentivo allo stadio. Quelle meno ascoltate. Stamattina soffiano forte i pensieri. Ma non possiedo niente di simile a una vela che li raccolga tutti. C’era una volta una donna. Una torre d’acciaio. E i tre colori di una bandiera. C’era una volta un gatto. Un bicchiere di vino e l’ombra lunga di una chimera. C’era una volta il rumore della paura e poi… il silenzio. Per sempre.
È novembre, dicono. Io continuo a leggere e a scrivere. Pensieri illustrati. Stendo fogli elettronici senza temperare matite. Guardo negli occhi la gente. Faccio pensieri. Racconto cose. E ogni tanto dimentico un fiore.
“Dio non c’entra nulla”
15 novembre 2015Esistono questioni fondamentali che stanno alla base di ogni cosa. Come gli odi che contribuiscono a creare le radici di qualsiasi guerra. Ieri mi sono perso tra pagine internet e programmi televisivi. Ho letto centinaia di idiozie sui social network, scritte da chi di solito usa questo mezzo solo per scrivere idiozie. Niente di strano quindi. Ma ho anche sentito straparlare persone di grande spessore. Giornalisti. Personaggi che dovrebbero essere molto più preparati di me in quanto a politica estera e storia. Addirittura ho sentito alcuni politici sostenere che non se ne può più dei musulmani e della religione. Che è proprio dalla religione che provengono guerre ed attentati. Ho sentito mettere insieme e confondere ogni forma di fede e di spiritualità con il fanatismo. Che cosa significa tutto ciò? Come possono persone, sulla carta così preparate, affermare in TV cose così lontane dalla realtà? Come si può ignorare che è proprio da questi presupposti ignoranti che partono le premesse del razzismo e le radici di ogni guerra?
Sul profilo FB di Emilio Casalini. Un giornalista che ho imparato a stimare in questi ultimi anni per le sue indagini puntuali e approfondite, ieri è apparsa una foto molto intelligente in contrapposizione a quella prima pagina scellerata di Libero, “Bastardi Islamici”. Basta guardarla. Senza molte parole. Fa capire l’assurdità e la superficialità del linguaggio usato da certa gente addetta ai lavori. Come si fa a far comprendere a tutti che l’Isis non può essere rasa al suolo? Non è una città. Ma un’ideologia. Come si fa a far capire che c’è una profonda differenza tra un profugo e un estremista? A volte sento che tutto quello che mi sta accadendo intorno non è altro che una proiezione fedele di quanto ho dentro. Per questo io continuo a non essere Charlie. Come allo stesso tempo non sono il ragazzo ventenne, o l’uomo che hanno fatto parte del gruppo di terroristi. E forse, ancora meno, sono una persona in grado di giudicare ciò che non conosce a fondo. Perché sbaglio. Perché lo faccio spesso. Lo faccio con le parole. Con le azioni. Lo faccio quotidianamente. E nella mia devastante e inconsapevole colpevolezza compio soprusi verso chiunque. Lo faccio quando offendo qualcuno a cui voglio bene. Quando compro delle scarpe confezionate da bambini che hanno gli anni di mia figlia Nicoletta. Lo faccio quando ignoro la raccolta differenziata. Quando passo col rosso. Quando parcheggio in doppia fila. Quando evito di battere uno scontrino. Quando inquino. Quando metto la mia comodità davanti al futuro di questo pianeta, perché tanto si sa. Diventerà di altri. E io non ci sarò.
Se cerco di cambiare il punto di vista mi sento anche io parte di questo braccio immenso che sbaglia. Che contribuisce a creare le basi di ogni conflitto. Perché se un ragazzo di venti anni si imbottisce di esplosivo e spara contro dei suoi connazionali che guardano un film, o prendono un caffè al bar. Vuol dire che abbiamo fallito tutti. Che la comunità globale, se davvero ne esiste una, ha fallito. Ed è un demone immenso di cui anche io, pur in modo infinitesimale, faccio parte. Sono sempre andato contro ogni forma di fanatismo. Politico. Religioso. Culturale. Tutto quello che è pericolosamente fanatico va fermato. Questo vorrei fosse ben chiaro a chi non sa leggere. E ho amici musulmani che la pensano esattamente come me. D’altronde sarebbe impossibile pensare il contrario. Ma fermare certi fanatismi probabilmente vuol dire combattere. E nella mia totale impreparazione mi sento davvero inadeguato a parlare di questo. Persone che uccidono altre persone. Non è esattamente come sbagliare a gettare la plastica. Io non sono ancora in grado di capire questa cosa e quindi se davvero accadesse non saprei come accettarla. Pierre Jean Luizard ha scritto un libro interessante sulle origini dell’odio. “La questione irachena”. Edito da Feltrinelli. L’avevo acquistato qualche anno fa, ma non ero mai riuscito a leggerlo. L’ho fatto ieri. Giusto per non essere proprio uno che non ne sa niente. Tuttavia non mi sento ancora pronto per poterne parlare. Quindi credo ne seguiranno altri. Uno tra tutti il Corano. E pensare che conosco tante persone che si definiscono cattolici convinti e non hanno mai letto una Bibbia. Quando si dice avere fede!
Forse invece di scrivere puttanate razziste sui social network si dovrebbe trovare più tempo per documentarsi. Perdere qualche minuto e leggere un po’ di storia mediorientale e francese. Sono profondamente convinto che l’odio si abbatta anche con la cultura e la conoscenza dei fatti. In alternativa però andrebbe bene anche stare zitti. Chiudo citando mio padre. Ieri sera, dopo una minestrina e tre pasticche antitumorali, commentava così le immagini in televisione. “Comunque è inquietante. Se fai due lire di nero ti trovi la finanza a casa. Ma puoi far transitare armi ed esplosivi in giro per l’Europa e metterli in mano a un ventenne senza che i servizi segreti si accorgano di nulla. Siamo tutti in pericolo e Dio non c’entra nulla.”
Questa fame
13 novembre 2015Stanotte cammino con le tasche piene di pazienza. Non cerco riparo. Non cerco nessuno. Voglio solo allontanarmi, ma forse non ho abbastanza gambe per andarmene. Non ho occhi per trovare la strada giusta da prendere. Sempre che ne esista una. E non ho nemmeno orecchie per ascoltare quel tappeto di ghiaia che di solito si diverte a sussurrare i miei passi. Giro a caso. Cerco la mia ombra. Sotto le scarpe. Nei vicoli più belli di Roma. Lungo il corso di un fiume. La trovo e poi la perdo. La ritrovo e infine la scordo da qualche parte sotto le stelle.
Adoro la mimica degli specchi d’acqua. Sono stregato dalle fontane di questa città. Quando le guardo il mio riflesso è trasparente. Ma se lo sfioro scompare.
Luci. Emozioni. Le annuso. Le osservo. Poi mi fermo soltanto un paio di respiri oltre un castello. Rifletto in silenzio. Mastico a lungo le stesse parole. In fondo non mi nutro che di pensieri. E lo faccio senza nemmeno ingrassare. Ma non credo che riuscirò mai a smettere di avere questa fame.








