Devi starci dentro

18 luglio 2017

Le sei e mezzo di mattina. Esco di casa pedalando piano in direzione del lungomare di Ostia. Respiro adagio. Lascio che l’aria di un nuovo giorno mi penetri nei polmoni senza alterare i pensieri. 

Non c’è nessuno in strada, e sul pontile di Ostia solo pescatori. Canne fissate e lenze in acqua dove tra qualche ora sarà una bolgia. 

In questo istante però, gli occhi attendono il sole e divorano ogni cosa storditi dalle trasparenze.

Percorro tre chilometri per arrivare al porto. Passo attraverso nuovo pontile con le barche ormeggiate. Osservo un uomo sulla cinquantina che si prepara a scendere in acqua. Tre schiaffoni dalle onde gli stanno rinfrescando le idee sulla temperatura del mare al mattino. 

Se divento più coraggioso magari un giorno mi butto anche io con la maschera e le bombole, ma oggi non mi fiderei molto. 

Rimango a guardarlo per una decina di minuti da solo, in silenzio. Intanto si alza il sole. E penso che quando ci sono le cose più incantevoli da vedere, le persone dormono. E che questo forse non riguarda solo l’estate e non riguarda soltanto il mare. Poi sorrido e faccio ritorno. 

Mentre pedalo sulla stessa strada mi torna in mente la scena appena vista. Un uomo che entra in acqua, perché la sua barca ha qualcosa che non va al di sotto della linea di galleggiamento. Il mare è un disastro di onde, sporcizia e freddo, eppure lui deve entrarci. Senza ponderare le forze. Senza domandarsi troppo “me la sento?”. 

Questa per me è una chiara figura retorica della vita. Si può stare anche ore a guardare il mare. Ma poi, per provare a risolvere un problema, devi starci dentro.

Il trionfo della sostanza

14 luglio 2017

Paura di non essere all’altezza. Paura di non avere risposte. Paura di non piacere, o di non sembrare sicuri di sé. Paura del giudizio degli altri. 

Certo, perché in fondo è “gli altri” che veneriamo con tutte le nostre forze. Attraverso i social network e gli occhi di chi non ci conosce. Oppure al lavoro. Nella vita di tutti i giorni. 

 
Bisogna essere pronti a piacere, a essere giusti, a essere sempre aggiornati.

Spesso mi guardo intorno e vedo ciò che non voglio assolutamente diventare. Un pubblico. 

Non so quanto sia utile l’analisi critica di ciò che mi circonda. Colpa di un romanticismo ciclopico, ma anche un po’ cardanico.

Forma e sostanza che si trasmettono meccanicamente significati in una sintesi armoniosa. Il trionfo della sostanza, o la vendetta dell’estetica? 

Io so fingere in modo perfetto di stare dalla parte del giusto, tanto che finisco per rimanerne sempre affascinato. Solo che, giunto in fondo, perdo l’attimo per sferrare il colpo decisivo. Quello vincente. Quello che alla fine non so più da che parte sia meglio stare. 

Parlale anche quando non ti risponde

8 luglio 2017

A piazza San Giovanni di Dio c’è la pizza a taglio più buona di Roma. O meglio, c’è la pizza che mi piace di più. La signora di Disney hai i lineamenti classici e il rigore professionale di chi non è lì per farsi solo pubblicità, ma per vendere la pizza migliore. 

Lei non ti dice mezza parola più del necessario. Lavora e sorride sempre. La pizza è fina. Croccante. Salata al punto giusto. Nessun eccesso nelle guarnizioni. Nessun colore fuori tono.

Il basilico sulla margherita sembra appena strappato dal ramoscello. Il pomodoro è rosso vivo e la mozzarella rimane mozzarella, anche quando si raffredda un po’. Tutto come deve essere. Niente gusti creativi, o farine di cattiva qualità.

Ho voglia di pizza. 

“Tra quanto esce la Margherita?” Le domando.

“Adesso. Giusto in tempo”, mi risponde lei dall’altro lato del bancone.

Mentre riempie il vassoio della pizza più buona, mi viene l’insana ispirazione: “Mi faccia anche un pezzettino con la nutella.” Penso che potrei portarmela a casa. La signora mi sorride. 

“Ha bisogno di dolcezza?”

Sono fiero della breve risata che le ho estorto. “Certamente. Io vivo da sempre in trincea. La dolcezza mi è indispensabile”. 

Lei stende la carta lucida, poi apre una porzione di pizza bianca e ci lascia scivolare dentro la nutella dal barattolo. “Figli?” – “Una bimba”. Rispondo io.

Intanto lei richiude la pizza e la passa sulla bilancia. “Anni?”. “Dodici.” Le sorrido.

“Figli. Dopo i dodici anni diventano incontrollabili e ribaltano i significati. Si impadroniscono della vita e di tutto quello che ieri sembrava non essere interessante. Poi adesso ci sono anche internet, i social network e tutte queste cose qua.”

Guardo la sapienza delle sue mani che incartano la pizza nel vassoio. Non so perché, eppure mi chiedo quanti altri vassoi abbia mai incartato nella sua vita. 

“Sa, io ho molta fiducia nella mia bambina. Magari le sembro anche superficiale e mi auguro di non pagare cara questa mia scelta. Ma sono convinto che anche l’incontrollabile, possa essere controllato.” 

La signora si ferma. Mi fissa. “Guardi, io non lo so perché ormai le mie figlie sono grandi. Ma c’è un solo modo di proteggerli. Lei ci parli con sua figlia che ha dodici anni. Ci parli sempre, ci parli sempre anche quando non le risponde.” 

Mentre mi allontano dopo aver pagato, mi resta attaccato addosso il lampo d’intensità originato dalle parole di quella donna così semplice e misurata. “Parlarci sempre. Parlarci anche quando non risponde.”

Ovvio che, tornando verso casa, io ripensi ad Alice e allo specchio. Ai cappellai matti. Ai fatti del presente, ma anche del passato. 

“Parlarci sempre, anche quando non risponde.”

E con me? Ci parlo? E quante volte mi rispondo?

Parlare sempre. Intendo anche a me stesso. Sentire che non rispondo. Eppure parlarmi ancora.

Diventare il mio primo appuntamento. Nel senso buono in cui ognuno di noi dovrebbe curare l’attenzione e l’amore verso se stesso. La parte non cresciuta di me sorride. La parte adulta riflette. Quella ferita. Quella che ogni tanto si chiude e non ne vuole sapere. Come quando ero ragazzo. In trincea. Barricato in camera con la porta chiusa e la musica a tutto volume.

In fondo si può parlare senza pretendere necessariamente una risposta. Nemmeno da se stessi. Le risposte, quando escono, forse lo fanno come la margherita di Disney Pizza. Quando è il tempo. 

Si tratta anche di saper aspettare. Di avere pazienza. Di saper parlare. E il “saper comunicare” passa anche dalla capacità di attendere. Di stare zitti e ascoltare. Non bastano certo le parole, ma ci vogliono anche i silenzi e i tempi necessari a capirle.

Nemmeno questo a scuola mi avevano mai detto i professori. 

L’indomabile Alice

5 luglio 2017

Alice si guarda allo specchio, poi si bagna il viso. 

Come se lavarsi la faccia fosse diventato all’improvviso un gesto troppo facile. Come se si potesse addirittura fare senza chiudere gli occhi. 

Alice fissa il suo riflesso a metà strada. Con la schiena piegata. Affacciata a un’ipotetica zona franca tra questo e l’altro universo. 

Come se tutto quello che c’è al mondo di inspiegabile restasse comunque senza una spiegazione. Eppure diventasse all’improvviso “dominabile”. 

Mi dispiace davvero

3 luglio 2017

No. Non c’è alcuna traccia della pioggia prevista. Ma in fondo chi può credere alla pioggia nel deserto. Il caldo invece non manca mai. Il caldo cambia il riflesso delle persone. Sfuma i dettagli e i movimenti di tutti. 

Al Wallgreen sul boulevard i clienti si muovono più rigidi. Quasi imbalsamati da quel compulsivo desiderio che ogni americano ha di mettersi in fila. Come ne vedono una, impazziscono. Devono assolutamente partecipare. E stamattina io come loro.

Eccomi qui. Vittima predestinata di un’esistenza che mi ha reso impossibile un momento diverso. Reo confesso di suicidio pianificato. La crisi in America non ha ridotto gli acquisti. Per questo anche alle sette di lunedì mattina c’è gente al supermarket. 

La fila è lunga, ma scorre. Di fronte a me due ragazzi di colore chiacchierano fitto. Lo fanno ad alta voce. Se la ridacchiano. Sono i tipici americani con due etti di catenine e suppellettili al collo. 

Sono distratti e non si accorgono del fatto che il cestello con le bottiglie di birra è poggiato, in maniera alquanto precaria, sul bordo della cassa. 
Qualche secondo e le bottiglie franano. È la budweiser a schiantarsi per prima. Finisce in mille pezzi di vetro schiumati. A seguire due confezioni di soia e un litro di latte al cocco. Poco distante, in elegante ritardo sull’incidente, arriva anche una scatola di sushi take away. Dodici rolls tra le vittime accertate.

L’evento dura qualche istante, ma manda in tilt la cassiera. Anche lei di colore e abbondantemente sovrappeso. Perché in extremis aveva provato ad avvisare i ragazzi dell’instabilità del cestello, ma i due erano troppo presi dalla loro conversazione e non eccessivamente propensi all’ascolto. 

In tutto questo mi domando come mai non esista un sistema tecnologico collegato a un bip. Qualcosa di tipicamente americano. Un aggeggio di chiara origine militare in grado di salvare la vita alla budweiser e ai dodici rolls prima del tragico incidente. 

Mentre giudico il mio pensiero ironicamente scadente, assisto alla solita ricerca del colpevole anche di fronte all’inevitabile. Sono perplesso. I ragazzi continuano a ridacchiare tra loro senza accorgersi di nulla. Credo siano già ubriachi, o qualcosa del genere. 

Avranno ballato tutta la notte. Sono visibilmente stanchi, stanchissimi. Ridono, ma le loro facce sono segnate da una fatica alcolica evidente. Probabilmente sono stati all’Omnia, o al Jewels. Sì, è inutile girarci intorno. Odorano di sudore e cuoio. È vero. E anche se mi sento stupido a scriverlo, perché detesto anche solo la possibilità di sembrare razzista, le cose stanno semplicemente così. 

Anche noi siamo in grado di puzzare, volendo. In ogni caso è un miscuglio di fragranze molto simile al nostro. Un retrogusto acre di spezie, aglio, sudore e non eccessiva pulizia. Un qualcosa di mediocremente acido e assolutamente specifico.

Non è sbagliato sentirlo, trovo solo brutto giudicarlo.

Ora inizia la saga del pagamento. Uno dei due giganti riprende la birra nello scaffale e il sushi, l’altro raccoglie il latte di cocco e la soia, ma commette il reato peggiore. Osserva il pavimento con un sorriso. Non capisce il danno creato e la devastazione culturale prodotta all’interno del microcosmo Wallgreen. 

In fondo non trova che sia così grave l’accaduto. Non ritiene nemmeno di dover chiedere scusa. In più, pare non capisca che con 3 dollari cash semplificherebbe la vita alla cassiera e a tutti noi. 

Trenta minuti dopo, eccomi finalmente in hotel. Sono di fronte alla porta della mia suite, ma la carta è smagnetizzata. E la reception è a circa 20 km da qui. Tutto così grande a Vegas. Ma non fa nulla. 

Percorro un corridoio. Poi un altro corridoio. Ascensore. Corridoio. Poi scala interna. Reception. Altra fila alla concierge e poi tutto al contrario. L’ultimo varco è controllato da un signore sulla settantina. Vedi quanti sbarramenti, quanto spazio. Poi finalmente eccomi in camera. Mi lascio andare sul letto. Accendo la radio.

“Sorry / Is all that you can’t say / Years gone by and still / Words don’t come easily / Like sorry like sorry”, “Scusami. È tutto qui quello che non riesci a dire”, canta Tracy Chapman. 

Sì in fondo somigliava alla cassiera. E dovremmo tutti imparare a chiedere scusa. Io per primo. Chissà, forse un giorno non avremo più bisogno di chiavi. E come bianconigli affamati riusciremo a fare irruzione ovunque. Quel giorno non serviranno nemmeno le parole e basterà soltanto un abbraccio per dire, mi dispiace. Mi dispiace davvero.

Quello che sta nel mezzo

2 luglio 2017

Se solo le persone si accorgessero delle stelle che hanno dentro forse reagirebbero a una vita piena di automatismi rischiando di più per i propri sogni.

Stamattina frugo tra i cassetti e mi accorgo di non avere un piano per modificare il mondo.

Forse perchè l’unica cosa che sono stato in grado di cambiare è stata la mia vita e non mi sono mai preoccupato del resto.

Questa rivelazione mi solleva da tutte le responsabilità, tranne quella di scoprire le definizioni nascoste tra le più piccole pieghe di questa esistenza. Come i raggi di un sole curioso che stamattina mi accarezzano il volto.

Come il bruciore per i tanti minuscoli graffi che la vita mi ha lasciato.

Vivere in base al desiderio profondo è l’unica vita che ritengo degna di chiamarsi tale e solo chi non ha mai ceduto alla paura di sbagliare può capirmi.

Chi invece tiene chiuso il coraggio sottovuoto può anche accontentarsi di sopravvivere leggendo l’oroscopo del giorno.

Chi è migliore di chi?

Chi è più forte di chi?

Ed essere migliore vuol dire essere anche più forte?

Migliore lo scrittore del poeta, dell’imprenditore? O il filosofo del sedicente giornalista?

Più forte l’uomo, il padre, o il giocatore?

Io non credo che esista il migliore e per quel che vale, non credo che esista nemmeno il più forte.

Esiste il coraggio di agire e il momento giusto per farlo.

Tutto il resto è solo l’immaginazione di qualcosa che sta nel mezzo. E l’immaginazione porta a braccetto soltanto il disincanto.

Oltre la porta chiusa

28 giugno 2017

Quello che c’è da sapere di certe persone lo si può ottenere domandando loro quanto siano innamorate. E osservando poi l’espressione che gli si disegna sul volto quando ti domandano “e perché me lo chiedi?”.

Alice confondeva le albe con i tramonti. Li osservava dalla finestra della sua stanza e lasciava che i raggi del sole le marcassero stretto gli occhi. 

Alice sognava e non smetteva un istante di parlare. Anche quando nessuno ascoltava. 

Alice credeva di avere un sacco di cose da dire, ma non alle persone. Voleva comunicare con quella se stessa capovolta che la guardava al di là dello specchio. 

Oltre quegli occhi strani, instupiditi. Oltre quella luce spenta. Oltre quella porta chiusa. Oltre quel baratro di una voragine da sempre aperta.

La stessa persona

26 giugno 2017

Eppure sono convito che, nascosto da qualche parte, esista in noi una sorta di guerriero. Un lato nemmeno tanto oscuro che combatte per noi le battaglie più dure. Un sentimento che nell’ombra, senza ricevere aiuti strategici, si danna l’anima. Qualcosa che difende ogni giorno la nostra esistenza da come vorremmo che non sia. 

Stamattina osservo tutto, ma non so esattamente che cosa sto vedendo davvero. Sfoglio i ricordi. Condivido le sensazioni. Butto giù qualche ipotesi. Fisso allo specchio il protagonista della storia negli occhi, ma ignoro le scene di un film che non c’è e che magari non c’è mai stato. 

Esistono immagini che nessun tempo sarà mai in grado di cancellare. Persone impossibili da sostituire, o dimenticare. E vorrei mandare un messaggio al guerriero dentro, che stamattina sembra abbia preso il comando delle operazioni.

La strada che hai scelto non è mai stata facile. E tante volte non è piaciuta a nessuno. Forse nemmeno a me. Però credo di averlo capito. In fondo, io e te, non siamo altro che la stessa persona. Questo da sempre. Questo da tutta una vita.

 

Buonanotte Alice

20 giugno 2017

Alice era una ragazza attraente. Talmente attraente da resistere alla forza di gravità. Alice apriva spesso la cassetta della posta. Girava la chiave e tutte le lettere cadevano in terra. Tutte le lettere, ma non le parole. Alice buttava solitamente la carta nel cestino della differenziata. 

Ogni tanto, nel campo visivo di Alice, comparivano scarpe da donna, presumibilmente attaccate a una vera donna. Davanti alle vetrine dei negozi alla moda i suoi movimenti acceleravano, ma lei non aveva mai perduto il controllo. 

Si muoveva come per inseguire un coniglio bianco. Sentiva le sensazioni rubargli le migliori espressioni dal viso. Poi sussurrava pensieri e disegnava orizzonti, laddove le piccole emozioni non avrebbero mai trovato spazio. Sorrideva. Alzava spesso il sopracciglio. 

Alice sapeva riconoscere una tela di James Tissot, o un’opera di Basquiat. Ma stentava a riconoscere il suo riflesso che veniva divorato dal tempo. Poi un giorno quel riflesso le parlò ed era il giorno del suo compleanno: “Perché mi stai fissando? Lo fai come se avessi visto qualcosa di molto bello, o di molto brutto.”

“So di averti già visto. E tu non fai lo stesso?”, rispose Alice.

Il riflesso allora si fece di lato. Poi ritornò nella stessa posizione per rispondere ancora. “E dove?”

“In un sogno, eri in molti dei miei sogni.”, disse Alice.

“Conosco scuse più originali per nascondere una verità da non dire. Quella dei sogni la trovo démodé, tu no?”, proseguì il riflesso.

“Forse non eri proprio tu. O almeno, non lo so. Comunque quella ragazza aveva un particolare. Qualcosa che non ho dimenticato. E quel dettaglio lo sto osservando anche adesso. Per questo so che tu sei la ragazza del mio sogno”, esclamò Alice sorridendo.

“Che particolare?”, borbottò l’altra.

“Questo non te lo dirò mai.”, rispose Alice. 

“Hai di nuovo utilizzato un’espressione da non usare con una donna. ‘Mai’ e ‘per sempre’ andrebbero evitati.”

“Eri tu, vero?”, continuò Alice.

Il riflesso sembrò indispettito da tutta quella tracotante sicurezza. “I tuoi sogni sono una tua responsabilità. Se ero davvero lì, vuol dire solo che mi ci hai messo tu. Non potrei dirti molto di più.”

Il riflesso poteva andarsene. Alice avrebbe potuto offendersi, o fingere. Entrambi ora più simili ad avide immagini di rumorosi silenzi. Tra decine di sguardi che si instauravano a terra per impedire giri di giostra gratuiti agli occhi. Il patto era taciuto, il patto era tacere. 

Alice correva già lungo le scale, ma giurò di aver sentito un riflesso lontano gridare: “Non farà mai abbastanza freddo il giorno del tuo compleanno. Ma di tutte quelle emozioni che non fanno dormire, io so che ne vorresti ancora. In fondo ‘torpore’ e ‘sopore’ hanno la stessa radice. E alla fine tutto, ma proprio tutto, si riduce immancabilmente al sonno. Buonanotte Alice.”

Fino all’ultimo

17 giugno 2017

Esistono delle leggi. Quelle scritte in modo cinicamente umano su carta. E poi altre leggi del tutto naturali. Quelle al di fuori di ogni cosa. Quelle intorno a noi. Ci contengono. Ci mantengono e ci determinano. Ma ne esiste anche una del tutto personale. Le legge dentro. Qualcosa che guida il nostro sguardo, che è la nostra mano, il nostro passo. Qualcosa che ci spinge velocemente verso il nostro destino.

Ricordare ha la stessa radice del verbo dare ed è vero. Ricordare la morte può aiutare a dare di più nella vita. Impariamo a contare ogni istante, ma solo alla fine scopriamo che ogni istante conta. “Sarò il vostro angelo custode”, scrive Gloria alle amiche dal ventitreesimo piano di una torre in fiamme. Si contano i giorni, ma anche i minuti, poi all’improvviso si scopre che stanno finendo in fretta. Eppure Gloria non pensa alla morte. Pensa alla vita. 

Scorro l’articolo di Repubblica ed è come se scorressi le ultime immagini di questa tragedia. Il fumo. Il crescente silenzio. Solo un rumore, ma nella testa. Ne ho tratto un invito a osservare il mio modo troppo superficiale e frettoloso di vedere la vita. Come se ad un tratto qualcuno mi dicesse: aspetta, fermati un momento. Guardati intorno. Guarda di cosa tu fai ancora parte. E non dimenticarlo mai. Fino all’ultimo.

Alice non danza più

13 giugno 2017

Alice voleva danzare. Voleva più luce dentro e fuori di sè. Per i pensieri giusti. Per i movimenti giusti. Anche se non conosceva affatto i tempi giusti. Però non era mai stato così importante.

Alice danzava. Lo faceva con gli occhi aperti. Aperti come nessun altro. Le iridi dilatate sottraevano luce a ciò che rimaneva del tempo.

Alice era pura matematica.

Alice era incantevole dinamica.

Alice ridisegnava la mimica dei cieli.

E avrebbe fatto qualsiasi cosa per non ferire la persona a cui stava restituendo gratitudine. 

Alice danzava tentando di ricordare chi fosse. Poi un giorno, inevitabilmente, si accorse di essere costretta a deludere. A danzare solo nella sostanza. Ad accorciare i tempi di lettura.

E mentre tutti, ma proprio tutti, cercavano di imitare Alice.

Alice chiuse gli occhi e decise di non danzare più.

Iceberg

11 giugno 2017

Quello che mi è mancato in tutti questi anni è stata una vera seconda occasione. Oppure non ne ho mai saputa riconoscere una degna di chiamarsi tale.

Una volta ho scritto che non si può essere processati due volte per lo stesso reato, allora perché si può commettere due volte lo stesso errore? L’illogicità è un fattore davvero umano.

Forse bisognerebbe prendere esempio dai pini e rispondere con la resina. Oppure dalle porte di casa e rispondere con gli spigoli. O magari fare come gli accendini in prestito. Sparire del tutto per ricomparire un giorno nelle tasche di una giacca a caso.

Seguire l’esempio del mare di Ross e staccarsi come un’enorme massa di ghiaccio.

In fondo il nostro modo di vivere somiglia allo sciogliersi di un enorme iceberg. Un gigante che prima di esaurirsi risale completamente in superficie. Come uno di quei ricordi che credevi dimenticato per sempre.

E per fortuna poi ci sono gli amici che il ghiaccio lo mettono solo nello spritz. 

Alice guarda i gatti

8 giugno 2017

Alice non si osserva più attraverso lo specchio. Magari lo fa per evitare paradossi temporali, o forse sente addosso la nettezza del suo lento arrugginire. Lo sguardo da bambina che si perde nelle pieghe del tempo. Il sorriso che le rimane ossidato sotto la lingua. 

Alice guarda i gatti e li rincorre alla ricerca dell’inevitabile. Lei porta sempre troppo con se e non lascia molto altro per cui varrebbe la pena tornare indietro. Alice è convinta che solo gli arrabbiati, i sofisti e i codardi ci riescono. A tornare indietro intendo.

Alice spera che, voltando le spalle allo specchio, tutte le parole gridate si esauriscano in un solo istante. Ma dalla finestra le vede appollaiate sui tralicci dell’alta tensione. E le scariche elettriche non hanno lo stesso rumore che avrebbero avuto i silenzi. Quelli necessari a sostituire le parole. 

Chissà se, dal punto di vista della rotazione terrestre, Alice sa di girare intorno al sole. E insieme al sole, intorno a chissà cosa. È un romanticismo ellittico. Che poi a guardare troppo gli specchi si finisce col confondere il dentro con il fuori. E la notte non si dorme più. 

Vie di fuga

6 giugno 2017

Il bruco credeva che l’amore fosse ovunque, così ogni giorno guardava sotto le foglie. Dietro ai sassi. In cima agli alberi. Ma non trovava nulla.

Il bruco faceva domande. Quelle che ti fanno sentire a disagio. Ed era convinto che mettendo una lettera maiuscola all’inizio delle parole, un giorno sarebbe potuto volare via. 

Il bruco non conosceva le linee di prospettiva, quelle che si irradiano dal punto di fuga. Eppure erano state sempre lì, proprio davanti ai suoi occhi. Gli sfrecciavano accanto richiudendosi dietro la testa.

Un giorno il bruco prese una mano e se la mise sul cuore, poi ti disse: “Conta. Ci dividono i battiti di cuore e tutti quei millimetri d’acqua sufficienti a farti annegare”. Poi sorrise. Chiuse gli occhi. E divenne farfalla, prima che qualcuno potesse mai arrivare a cento.

Indispensabile alla vita

3 giugno 2017

A casa preferisco la luce soffusa. Scelgo di illuminare i particolari. In fondo ciò che uno spazio ha da dire lo può anche raccontare attraverso la penombra. 

Esistono silenzi giusti per sentire. Assenze adatte per abbracciare davvero e oscurità perfette per osservare meglio. Per cogliere i significati nascosti della vita.

Penso al riorganizzarsi millimetrico di quello che sono da quello che ero, e non so esattamente cosa ricorderò domani. Troppe suggestioni tutte insieme. Eccessi di luce che accecano una quotidianità confusa, ma comunque indispensabile alla vita.