Natura instabile

23 agosto 2017

Si cerca una strada. Si prendono decisioni. Si compiono azioni. Ed esiste anche una fine. Quel momento esatto in cui ci si rende conto che probabilmente insistere non ha senso. 

Una favola termina quando i protagonisti si sposano. In un film la fine invece arriva quando vincono, o perdono le forze del bene, o del male. Quando arrestano il cattivo. Quando risolvono la ragnatela di enigmi di un serial killer. Però fino a quel momento, fino a quando c’è un margine di movimento. Finchè la storia continua, e non importa come, allora la fine è lontana. 

“Arriverà la fine, ma non sarà la fine”, recita il testo di una canzone di Nesli. Natura instabile di un rapper. 

Le emozioni che servono intanto se ne stanno sempre nella parte più piccola dello zaino. Luoghi inesplorati. Come quelle cose che finiscono in fondo a una borsa e comunque sempre nell’ultima tasca dove decidiamo di cercare. Quindi si cerca. Si trova. E solo allora la ricerca è finita. E se non si trova? Vabbè.

Vivere è una meravigliosa declinazione di tentativi. Un coraggioso meccanismo dove nulla di ciò che ci fa stare male deve durare “per sempre”. Un sistema che attiva il nostro desiderio di non mettere fine, invece, alle cose che ci fanno stare bene.

Filosofia? Forse.

Demagogia? Niente affatto.

Fino a quando una ricerca continua, vuol dire che l’equazione elementare tra la frustrazione per ciò che non siamo, o non abbiamo, e la nostra possibilità di raggiungerlo o diventarlo, è in equilibrio. E che la nostra “natura instabile” è compatibile con l’esistenza che viviamo. 

Un tavolo pieno di ingredienti non è mai una torta. Ma se in una torta trovi tutti gli ingredienti presenti sul tavolo. Allora vuol dire che sta soltanto a te realizzarla. Senza sbagliare dosi e soprattutto i tempi di cottura. A questo stavo pensando stamattina. E alla natura spietatamente instabile di un sedicente scrittore.

Uno alla volta

19 agosto 2017

Tentare di raccontare un fatto accaduto a trecento metri da noi, soltanto due giorni fa. Provare a descrivere prima la sorpresa. Poi la paura e il devastante senso di inadeguatezza nostro e delle persone intorno.

Forse niente di più difficile. Niente di più inutile. Se non ci sei dentro le parole non lo trasmetteranno mai. Se non l’hai vissuto la retorica non aiuterà qualcuno a capire.

Il terrorismo rimane un fatto universalmente noto e di portata drammaticamente storica. Ma cosa “cazzo” vuol dire terrorismo. Che ne sa un ragazzo di 22 anni del terrorismo. Della tolleranza. Uno che crede alle favole di una vita migliore dopo una morte infame. La vita è questa e non ce ne saranno altre per nessuno. 

Per questo mi trovo fortemente inadeguato a trasformare un dramma in un racconto, magari con personaggi da romanzo. Potrei comunque farlo. Ne sarei anche capace. Ma sarebbe la mia interpretazione personale e difettata. 

Oggettivamente si è trattato di un furgone lanciato su una folla. Come altri prima di allora. E altri che ne verranno ancora. Soggettivamente invece, per le persone rimaste coinvolte e per i terroristi assassini, si trattava di “uno alla volta”. 

Abbattere un vecchio. Un ragazzo. Una donna. Senza ordine. Con caotica casualità. Non sono certo stati lì a controllare l’etichetta. Giovani. Anziani. Cristiani. E magari anche musulmani, perché alla fine importa davvero? Per nessuno di loro c’erano persone uguali a loro. E in un certo senso è proprio così.

Ho provato a immaginare i protagonisti prima, durante e dopo l’attentato alla Rambla. In casa, al bar, nel furgone, in strada, in fuga. Quello che poteva andare storto e che invece purtroppo non è accaduto. 

L’irrisolvibilità del destino. La sopravvivenza di persone segnata da innumerevoli piccole coincidenze. La bimba che vuole tornare in hotel. La sterzata del van all’ultimo momento. La nostra storia che è sempre la somma delle conseguenze di tantissime altre storie. 

Esistono solchi profondi tra le persone, che nemmeno le più tenaci volontà sarebbero in grado di ricucire con la tolleranza. E questi baratri non sono generati da un conflitto, ma dalla pura e semplice differenza di pensiero.

Anche dentro di noi ci sono linee e soglie di non ritorno che continuamente varchiamo. Identità che quotidianamente muoiono e nascono. Tutto questo può apparire deprimente, dispersivo, frustrante. 

Immagino il furgone che corre. Le persone che cadono e muoiono. Alcune senza avere la benché minima consapevolezza, o reazione al fatto. Nessuna strategia difensiva opponibile. Soltanto il dolore. 

Le grida incomprensibili in lingue diverse. Ma tutte con la stessa intensità. Poi un’altra improvvisa accelerazione arriva e consuma ogni giustificazione morale. Le ruote sgommano in una serie di sterzate casuali sull’asfalto. Ogni schema logico salta. Il buonsenso viene fatto deflagrare in un tempo troppo piccolo per reagire. 

Così a un tratto è ancora il destino a lasciare poco spazio al bisogno di sopravvivenza di tutti. Dei terroristi. Delle coppie a passeggio. Dei turisti. Delle mogli, dei mariti e dei figli.

Al volgere dell’ultima sterzata un uomo viene soltanto sfiorato, mentre un’anziana signora italiana viene colpita dal paraurti e vola a oltre 20 metri. È il suo ultimo respiro e si esaurisce al suolo. 

È l’immagine più drammatica della nostra impotenza. E non mi viene altro da scrivere ora che non sia, maledetti.

Il mondo visto dal sor Giulio

16 agosto 2017

Mi manca il chiacchiericcio. Si proprio quell’inconfondibile brusio di banalità mattutine, che si sviluppa nei vicoli, tra finestra e finestra. Quel quotidiano scambiarsi “buongiorno creativi”, tipico dei negozianti e bottegai romani. 

Ogni mattina. Alle sette e trenta. Spalanco le persiane sul vicolo più stretto del quartiere ebraico e ogni mattina nuove versioni di dialetto romano si stratificano nelle mie orecchie.

Ricordo quel giorno del terremoto nelle Marche.

“Sor Giulio l’ha sentita che scossa?”

“E che non l’ho sentita!”, rispose qualcuno da una finestra al primo piano.

Oppure, “Sor giù, ma l’ha vista la Roma?”

“E che non l’ho vista?”. Stessa finestra.

“Sor Giulio, ma lei dice sempre la stessa cosa?”

“E che non lo so!”, risponderebbe il sor Giulio. 

Lui. Una sorta di Marchese del Grillo dei giorni nostri. Una macchietta tipica della romanità. Avercene di “sor Giulio.”

Oggi però nessuno domanda. Nessuno risponde. Le botteghe sono serrate. Le finestre chiuse. Il vicolo è silente. Sembra una mattina qualsiasi di un agosto qualsiasi degli anni 80. Quando la città si svuotava davvero e Roma diventava, magica.

Differenze da allora ce ne stanno. Sfumate, o fondamentali. Siamo cambiati noi. La nostra età. Le nostre abitudini. Abbiamo modificato la nostra architettura di pensiero. Il nostro modo di bere e di mangiare. Di vestire. Di comunicare.

Ce ne sarebbero di cose da scrivere. Quello che invece è rimasto uguale sono le strade. I vicoli. E i ricordi, come tanti frammenti di immagini impressionate sui papiri che abbiamo archiviato nella testa. Roba difficile da lasciare ai posteri. 

Sono grato a questo spettacolo di città per migliaia di ragioni. E ogni mattina ce n’è una di più. 

La caffettiera tossisce caffè caldo. Mi affaccio ancora. Ogni dettaglio è al suo posto. Dal silenzio della strada, ai tavoli di legno con le sedie accatastate. I lampioni sono ancora accesi alle 8 del mattino. Magari controllano se ci sono lampadine fulminate. 

“Se vabbè, de 16 agosto?”, mi risponderebbe er sor Giulio.

Ebbene questo è il clima generale. E quello che non vedo sporgendomi dal davanzale lo posso sempre immaginare. Per riderci sopra. E magari poi scriverlo. E perché no, ogni tanto, rileggerlo. “In fondo, al sor Giulio, je potrebbe pure fa piacere.”

La donna cannone

12 agosto 2017

Desiderio. Quello di restarsene lontano dai pensieri che contano. Stamattina provo a disinnescare quelli più frequenti. Forse soltanto De Gregori riuscirebbe a musicare i miei ricordi, facendone poesia.

Mi guardo intorno. Prima mi soffermo sui colori. Poi sui profumi. Alla fine indugio su un profilo di donna. Penso alla leggerezza delle interazioni minime col mondo che mi circonda. Respiro.

A volte percepisco netto il potere della sensualità. La profondità di uno sguardo. La metodica dell’intelligenza. La solidità dell’affetto e la leggerezza dell’amicizia, quella vera. 

Leggerezza. Così come la bellezza e l’ordine, la considero uno dei misteri che hanno dato continuità e sollevato di responsabilità il mio universo. 

“Perché alla fine continuiamo a contare le stelle cadenti. Seduti sulla riva di un lago. Imperturbabili come crateri di vulcani apparentemente spenti.”

Inganno il tempo

9 agosto 2017

Esistono altezze che non sono mai riuscito a considerare e tempi quasi impossibili da percepire. 

Come il materasso su cui dormo rappresenta la base dei sogni che faccio, così il tempo che passa è del tutto separato dagli eventi della vita. Pur facendone paradossalmente parte.

Il freddo stamattina aveva qualcosa di opportunamente familiare. Il freddo sa essere discreto e cordiale. Se il tempo è un nemico, il freddo è un prezioso alleato.

“Sei in montagna. Sei al fresco. Non sei felice?”, mi domanda il mio amico Emiliano, sorseggiando acqua da una sorgente in quota. 

“Perché?”, gli rispondo. 

“Che senso avrebbe “essere” o “sentirsi” in qualche modo a duemila metri di altezza? Secondo te una fragola potrebbe essere più rossa di quanto appare rossa? E se la fragola è rossa, il rosso cosa rappresenterebbe davvero? E se la fragola e il colore rosso magari fossero soltanto la stessa cosa? Ok, allora sono al settimo cielo come una fragola rossa.”

La felicità è uno spazio che si attraversa saltellando. A volte fischiettando un motivetto buffo. Perché in fondo, chi si sente felice, ama farsi ammirare felice. Io invece pedalo, sudo e sparo sciocchezze. Inganno il tempo. Strappo sorrisi a un amico. E ad ammirarci solo nuvole passeggere. 

Fidati del tuo respiro

8 agosto 2017

Immagino. Ricordo. Scrivo. Frugo lentamente dentro di me. Non nel mio cuore, solo nella testa. Imposto domande. Valuto risposte. Cerco di arrivare a un’indicazione concreta. 

Io non so perché mi appaiono le immagini che mi appaiono. Ne tantomeno sono in grado di capire se funzioneranno. Se comunicheranno esattamente quello che ho dentro. 

A volte le parole sono un pugno di sabbia. Qualcosa che più stringi e più ti sfugge. Puoi riprenderla la sabbia e stringerla ancora. E ancora. Ma la voce che esce. Le parole che escono, non le puoi fermare. Ti prendono il respiro. E certe volte fai tutto il possibile, ma “tutto il possibile” non è mai abbastanza. Stringi quel che non si può stringere. 

La rabbia. L’odio. Non sono il contrario dell’amore. Il suo contrario è il possesso. Non lo scrivo certo io, anche se ci sono passato. Sono parole di un famoso santo di Assisi che parlava con gli animali. E non c’è bisogno di credere a un Dio per capire quanto un santo abbia scritto una cosa fondamentalmente giusta.

Forse il vero problema non è il timore di perdere, ma quel devastante senso di inadeguatezza che irrompe dentro, quando ti accorgi di non avere mai avuto. Invece ogni istante vissuto dovrebbe essere considerato come un regalo. Sempre. 

O accetti quel regalo ogni istante, o cominci a stringere forte pensando che ti venga portato via. Perché, quando sei ossessionato, credi di avere soltanto diritti. Quando sei innamorato invece dovresti soltanto dare e ricevere dei doni.

Guardo una rosa appassita poggiata da anni in un cassetto del mio ufficio. Comincio a deglutire. La voce mi sprofonda non so più dove, ma per fortuna non c’è davvero nessuno che sia costretto ad ascoltare ciò che ho da dire.  

Posso anche scrivere con i polmoni vuoti e senza respirare. Finché ce la faccio. Finché il mio corpo risponde. Deglutisco e rimango per qualche istante senz’aria, per poi ritrovarmi a pensare che è stato proprio questo a succedere.

Ognuno di noi realizza intorno a sé la ferita che ha dentro. Quello spietato e inconsapevole non saper essere abbastanza adulti. Siamo più disperati e soli, che cattivi. Ma solitudine e disperazione sono variabili pericolose. 

Se dovessi oggi parlare con mia figlia, le direi: “Quando senti che qualcosa ti sta togliendo il fiato, tu corri via. Il fiato è indispensabile per vivere e se qualcuno, o qualcosa, te lo toglie, non è amore. Se senti che ti viene tolta la possibilità di parlare, tu scappa lontano. 

Le tue parole sono il tuo pensiero che nasce. Se qualcuno, o qualcosa, ti costringe a tacere, non è amore. E se ti rendi conto che qualcuno ti vuole soltanto possedere, per quanto tu sia in grado di capirlo e giustificarlo, non è amore e non potrà mai e poi mai finire bene. 

I cambiamenti avvengono soltanto dall’interno. Non provare mai a cambiare qualcuno. Le persone non cambiano le persone. Non possiamo farlo. Soltanto la vita lo fa. Quindi non pensare mai a essere tu che stai cambiando qualcuno.

È semplice amore mio. Lascia che lui ti guardi come se… Che ti accarezzi come se…. Che ti ascolti come se… Che ti parli come se… non ci fosse nessun altra cosa al mondo tranne te. 
Fidati soltanto del tuo respiro piccola mia. Perché soltanto lui la sa più lunga della testa e del cuore.”

È più bello non esserci

5 agosto 2017

Tante, troppe persone mi hanno chiesto: “è successo qualcosa? Perché non sei più su facebook?”

Chiariamo, non sto male ringraziando il cielo e anche la terra. Non devo soldi, o tempo, a nessuno. Mentre non nutro dubbi sul contrario. E no, non mi hanno bloccato l’account. 
Solo che a febbraio scorso ho sentito un irrefrenabile bisogno di desuetudine e ho cancellato il profilo. Quello privato perché non comunicava ciò che volevo. E quello pubblico, perché non sono Stephen King. E credetemi. È più interessante non esserci. Già, non esserci. Ma essere dove poi?  

Un tempo paragonai il social a una nauseabonda bettola di periferia, e non mi allontanai molto con la mia figura retorica dalla realtà. La vita è sempre in centro. E questo luogo virtuale ti allontana dalla vita vera. 

Tutto quell’insopportabile sapere “di tutto un po”” di ciò che fanno gli altri, che poi diventa fastidiosa abitudine. Guardare le loro foto. I loro aggiornamenti. Le loro frasi, il più delle volte copiate, riciclate e private della legittima paternità. 

Tutta quella demagogia spicciola, spolverata come il pecorino sulla pasta. Tutte quelle immagini filtrate e localizzate, appoggiate li per elemosinare consensi di ogni tipo. Tutte quella intolleranze gratuite spesso figlie di obiettivi mancati ed ego spietatamenti difettati. 

Alla fine diventava importante anche sapere dove, o con chi, avesse trascorso Ferragosto quella ragazza che frequentavi un tempo e che ora nemmeno saluti più. 

Non sono un commerciante di emozioni. E un luogo, virtualmente malfamato, dove persone svendono se stesse alle loro centinaia di contatti, come se a guardarle ci fosse tutta la popolazione al mondo, non fa per me. 
 
Perché alla fine anche se non ti interessa cadi lo stesso nel gap. Scorrendo. Leggendo. Giudicando. Entri in rete, ma in realtà rimani chiuso in una stanza virtuale. Una “echo chamber”. Una parola coniata a Londra che indica tutto ciò che è legato alle nostre scelte di visualizzazione in rete attraverso i social network. 

Certo, si. Le nostre scelte. 

Se non fosse che in questo processo interviene anche un algoritmo cosiddetto “amico”. Un programmino in grado di mettere in primo piano solo le informazioni giudicate più interessanti da chi il social lo gestisce. Un limbo di inutilità che inizia nell’home page di un social network e trova la sua massima espressione nelle applicazioni di uno smart phone. 

Ebbene, anche per questo motivo non ci sono più. Perché quella non è la rete. Non è libertà. Ed è più bello non esserci.

Alice e il rispetto

2 agosto 2017

Alice temeva quello che immaginava poterle passare davanti agli occhi. Da sola. Seduta sul bordo di un fiume. Per questo preferiva lo specchio, a uno specchio d’acqua.

Alice aveva ascoltato tante storie e non si fidava di quello che può portare la corrente. A volte si fermava all’improvviso, camminando in un sentiero nel bosco. Poi si toglieva le scarpe e attraversava dolcemente il letto di foglie che si formava sotto agli alberi.  

Se qualcuno avesse fermato il tempo per chiederle perché lo stesse facendo, probabilmente lei avrebbe risposto: “Per rispetto.”

Alice adorava le castagne alla brace. Lo stregatto. Le piaceva avere i capelli lunghi. E amava fare lunghe docce nei giorni freddi. Ma non le erano mai piaciute le goccioline di vapore che si posavano sullo specchio. 

Forse perché le impedivano di affacciarsi sull’unico universo che sapeva appartenerle davvero.

Senza accontentarsi mai

1 agosto 2017

Mi piaceva il suo modo di passare dalla malinconia all’umorismo. Forse non era un attore formidabile, ma sapeva scrivere. Sapeva scrivere bene. Peccato che di tutti i suoi libri solo un paio siano stati tradotti in lingua italiana. E devo dire di aver apprezzato anche le sue interpretazioni in parecchie pellicole.

Sam Shepard. Una volta ho letto di come strutturava il suo lavoro durante l’arco della giornata. Un capitolo al mattino, appena sveglio. Poi una pausa, palestra, un giro da qualche parte. Un pranzo leggero e un capitolo il pomeriggio. Poi basta.

“Perché ogni singola pagina merita le mie energie migliori”. 

C’era da credergli, visto come scriveva.  
Ecco. Dovrei disinnescarla la mia provocatoria retorica, ma è più forte di me. È irritante. Sfacciata. 

Stamattina mi sono alzato e ho scritto un capitolo del mio terzo libro. Si perché il secondo è finito da un pezzo e non ho voglia di cambiare più nulla. E quindi? Quindi l’ho fatto? Scriverlo intendo.

Ora ricca colazione, poi mi aspetta uno stillicidio di piccole intolleranze nel traffico di Roma. Caldo torrido. Code reiterate. E un paio d’ore in una filiale alla Balduina tra impiegati che verificano se gli F24 sono ben compilati. Oltre a quelle domande sui numeri di conto corrente, impossibili da ricordare. Impossibili come il titolo dei romanzi di Sam Shepard.

Impiegati di banca. Non sto parlando della professione più faticosa del mondo. Ma insomma cosa dovrebbero dire gli addetti allo sportello del proprio lavoro. Che ogni cliente merita le proprie energie migliori? Che tra un versamento e un estratto conto meglio farsi un giro? E in un negozio? E in una scuola? E i tassisti, che poi sarebbero, già di loro, sempre in giro?

Eppure scrivere sembrerebbe estremamente più faticoso. E credetemi, lo è. Per quanto sfrontata e priva di senso potrebbe sembrare questa mia affermazione. Per comprenderlo pensiamo a cosa capita ascoltando una canzone. Una di quelle in grado di toccarci dentro. 

O quando rimaniamo inebetiti davanti a un capolavoro del cinema. O quando finiamo un romanzo che ci ha coinvolti. Travolti. Appassionati. 
Quando ci rendiamo conto che qualcosa di molto profondo e dormiente è stato risvegliato dentro di noi. Che esiste qualcuno che si è preoccupato di conoscerlo e raggiungerlo. Nonostante le code nel traffico e le beghe della quotidianità. 

A volte mi sento come se mi fosse stato fatto un regalo. Un percorso che qualcuno ha scavato nella materia più insidiosa che esista. Il cuore.

Per essere credibile su che tipo di fatica è scrivere, dovrei scrivere per vivere. Ma non è quello che faccio. Scrivo per scrivere. E succede quasi ogni notte. Quasi ogni mattina. A volte sorserggiando un tè caldo sul gradone di una vecchia fontana del centro. Quando non passa più nessuno. Quando il sonno è così adorabile da far sembrare la vita una cosa perfetta. 

E invece la vita è in qualche vicolo buio che ti aspetta. E bisogna continuare a svegliarsi. A camminare. Qualche volta addirittura a correre. Senza mollare mai un metro. Senza accontentarsi mai. 

Che poi…

29 luglio 2017

Scrivere è come prendere a calci una porta chiusa. Quando te la sbattono in faccia.

Ti fa sentire subito meglio. Però la mattina dopo ci ripensi e ti senti un idiota.

Speciali

27 luglio 2017

Fa caldo. Un caldo immorale. Nel senso che, con queste temperature, stare al fresco dovrebbe essere considerato un comandamento in ogni religione. “Non uscire di casa sopra i 30 gradi”.

Il treno. Il taxi. Poi arrivo nella sede della grande banca. Incontro due dirigenti incravattati per parlare di affari creativi. Un tempo avevo anche io tantissime cravatte. Un tempo ero anche più creativo. E se dipendesse solo dalle cravatte?

Mi distraggo. C’è un bel freschetto, penso. E le poltrone sono morbide. Magari adesso arrivano anche dei tramezzini col tonno e una birra gelata. Ma niente. Rimedio solo dei biscotti della seconda guerra mondiale e un Nespresso decaffeinato.

La mattinata si trascina così. Poi finisce tra saluti e poderose strette di mano. Se non sei “cintura nera di stretta di mano” in certi ambienti conti poco.

A questo punto sarei molto in anticipo per il treno che mi riporterebbe a casa. Ma dietro Porta Venezia c’è un parco. Potrei camminare un po’. Sfidare la bibbia e il caldo torrido. Le panchine vuote poi, sembrano storie abbandonate e io il matto del quartiere che avanza, oscillando tra un pensiero e l’altro. Distratto solo dalla statua in bronzo di Indro Montanelli e una strana foglia in movimento sull’erba. 

È lì in terra. Si sposta in modo incongruente e non sembra nemmeno una foglia, ma un animaletto. Magari è un topo. Ah no! Quelli sono una presenza esclusiva del centro di Roma.

Mi avvicino con professionale disinvoltura. Vorrei osservarlo meglio senza che si spaventi e scappi. Sembra un riccio. 

Avevo fatto molta attenzione, tuttavia deve aver percepito qualcosa. Barcolla. Si contrae. Non è ferito. Sta semplicemente lì e mi stupisco che ora sia del tutto immobile. 

Non faccio in tempo a pensarlo che si è già trasformato in una palla tutta aculei. L’ho spaventato credo. O magari lo era già. 

Diventare una palla vuol dire difendersi ed è evidente che lui non possa far altro. Intravedo gli occhietti neri e un nasino. Mi allontano di qualche metro e rimango a guardarlo. Poi sorrido e proseguo verso la fermata della metro, dribblando la mia solita retorica.

Forse la serenità è solo una questione di tane. Di luoghi protetti. Forse ci portiamo dentro la nostra voglia di un porto sicuro, di parole confortanti. Siamo il rimpianto e la nostalgia dei nostri istanti più sereni. Siamo la nostra paura di restare soli. O peggio ancora assediati, lontani e irraggiungibili. 

E se le cose non vanno anche noi diventiamo una palla di silenzi acuminati dietro i quali ci proteggiamo. Siamo la fatica di sfidare il tempo e le distanze, lontani da un giusto riparo. Ma siamo comunque qui. E a forza di pensarlo alla fine si può anche finire per credere davvero di esserlo. In qualche modo, speciali.

Un mistero

26 luglio 2017

C’è luce nella stanza. Non quanta ne basti per leggere un libro, ma abbastanza per restare svegli a palpeggiare pensieri. 

La sensazione è strana. Tangibile, ma non descrivibile. Somiglia al timore di perdere quello che non si può avere. 

Scrivo. Poi tengo gli occhi chiusi. Li riapro e scrivo ancora. Improvviso un feroce nascondino con i ricordi più belli. Loro sono abili giocatori. Furbi imbonitori. Ma anche generosi e alla fine si lasciano trovare sempre.

Forse dovrei scrivere meno e parlare di più. Avere tempo per tutti e non aver bisogno di nessuno. Non essere troppo geloso e trascorrere meno serate a chiedermi dove cadono le stelle. Anche se siamo quasi in agosto.

Dove cadono le stelle? E soprattutto che fine fanno i calzini?

In fondo sono domande legittime. Magari poco pertinenti, ma legittime. Perchè non ha davvero importanza che io sia, o meno, un freddo meteorite. Non ha importanza che io sia custode, o meno, delle speranze, o degli sguardi sognanti di qualcuno.

Non è importante che io abbia trascorso secoli in questo stesso universo. Da solo. Errante. Oppure fisso nel cielo. Con le altre stelle a disegnare figure mitologiche e punti cardinali. 

L’unica cosa che conta, dentro o fuori da questa stanza, è la realtà. Si può essere una stella solo bruciando tutto se stessi, fino a consumarsi. Fino a non essere più. Bisogna farsene una ragione e dedicarsi ai calzini. Quello si che è sempre stato e rimane, un mistero. 

Le incantevoli storie di Alice

25 luglio 2017

Alice credeva di amare la lettura più di ogni altra cosa. Ma non avrebbe mai acquistato un libro usato in una di quelle bancarelle del centro. Quelle di piazza del Popolo, o via Cola di Rienzo, a Roma.

In fondo come si può abbandonare così deliberatamente un libro? Non esistono storie che non meritino di essere amate da qualcuno. 

Alice era uno “scontro impari”. Troppo distratta per essere felice. Toppo intelligente per credere di poter trovare ogni risposta. 

Da piccola Alice giocava con le lumache. Quelle che dopo un temporale uscivano nel giardino sotto casa, ed erano tantissime. Eppure non amava i giorni di pioggia. 

Alice credeva che le lumache non fossero lente, ma stanche. Che facessero solo tanta fatica nel trascinare il peso della propria casa. Quello che credeva essere il peso della propria esistenza. Alice le avrebbe volute aiutare tutte.

Ed era pronta a dar loro l’amore di cui non avevano mai sentito il bisogno. 

“Tu, ovunque tu sia. Raccontami una favola. Leggila, rileggila, inventala, sognala. Che sia davvero realtà, o una storia della tua infanzia, non mi interessa. Che sia un aneddoto origliato sui vagoni di un treno, o una delle fiabe di tua nonna, non ha importanza. Raccontami soltanto una storia. In fondo sono tutti aneddoti incantevoli quando qualcuno ha soltanto voglia di ascoltare la tua voce.”

Alice e gli sguardi raggianti

24 luglio 2017

Alice è accigliata, sprecata, confusa. Forse non aveva mai provato a essere davvero dall’altra parte. 

Alice pensava al mare, al vento, alla vela. Pensava ai frustranti inseguimenti di Willie il Coyote e a un universo fatto di relazioni più semplici. A un emisfero opposto fatto di sentimenti. All’infantile desiderio di volare senza il timore di essere predati. 

Alice non sapeva ancora come tornare. Poi finalmente corse in suo aiuto il vento. Insieme alla consolante luce di un tramonto, che saltava fuori da una cospirazione di nuvole lontane. 

A volte ripenso ad Alice. Alla sua bellezza. Alla vita e a quello che decidiamo di farne. All’aleatoria sostenibilità di un universo inventato. Alla leggerezza di un abbraccio. E a quelle espressioni fatte di sguardi talmente raggianti da metterti tranquillità.

Un prima e un dopo

21 luglio 2017

Prendo un caffè. Ho solo pochi minuti. Potrei perdere il treno, ma non sarebbe certo una grossa perdita. Certi treni partono a ogni ora. 

A volte mi tormento con il surreale. Mi percuoto la testa con risposte creative a domande che non si possono nemmeno spiegare. Pensieri disordinati che per capirli servirebbe solo non pensarli.

Eccomi qui. A sorseggiare un caffè doppio in tazza grande alla stazione. Osservo sfilarmi innanzi sconosciuti di ogni ceto e cultura e non escludo domande e risposte banali. 

Ci sono periodi di tempo anche molto brevi che tagliano la vita in un “prima” e un “dopo”. Giorni che riaprono una storia, o che la chiudono per sempre. Conseguenze che ti riempiono la vita di significati, o che te la svuotano del tutto. 

Esiste un prima e un dopo in ogni frase pronunciata. In ogni silenzio che lascia interdetto. In ogni “hai fatto la cosa giusta”. Ma fare la cosa giusta quando sei fuori tempo massimo per “fare la cosa giusta”, equivale ancora a fare qualcosa di giusto? 

Non sono nemmeno tanto sicuro che per avere ragione sia sufficiente agire nel giusto. 

So solo che se parlo è perché lo preferisco al rimanere in silenzio. E se agisco è perché credo sia più produttivo rispetto allo stare fermo.

È grazie agli errori che ho migliorato la rotta e ho affinato ció che sono. È grazie alle porte in faccia, anche quelle che ti spaccano il naso, che ho trovato nuove versioni di me stesso. 
E se guardo le storie che ho vissuto nel mio lavoro e nella mia vita personale, non vedo errori che non mi abbiano ancora insegnato qualcosa.

Ci sono sbagli che sono stati addirittura padri di decisioni successivamente giuste. Bisogna accettarla questa danza. In fondo ha ragione Eugenio Barba, “è solo il contesto che decide i significati”.