Archive for the ‘Riflessioni’ Category

Esiste un posto dentro ogni giocatore

16 gennaio 2013

Mi fermo sempre a rileggere gli appunti dei miei viaggi e ogni volta mi sorprendo di quanti pensieri sono in grado di immagazzinare in testa.
Immagini impresse di un giocatore che non demorde mai. Che attende, elabora, spesso mente e poi affonda il colpo sempre sicuro delle sue azioni, anche quelle imperfette.
La testa si svuota quando l’uomo gioca sull’uomo ed è uno di quei momenti in cui nessuno si vergognerebbe di ammettere la propria lucidità, perché il vero scopo non è mai partecipare, ma vincere.
Anche quando la lettura è perfetta, la strada principale che porta al successo passa comunque attraverso un’isola pedonale fatta non di statistica, ma di emozioni.
Devo percorrerla a piedi e raggiungere l’assoluta inerzia della mente.
A volte mi trovo lì, a passeggiare simulando quella forza che so’ di non avere. Una sfrontata sicurezza che devo, ripeto, devo ostentare.
Mancano solo 10 minuti alla fine del day2, presto so che avrò una risposta.
Tutti mi fissano. Mi seguono con lo sguardo, ma non sanno che conosco molte delle loro storie, forse da sempre.
Non ho il volto angelico e sereno di un giocatore a cui si può raccontare tutto. Non potete sperare che io vi creda. Non potete credere davvero che io lo faccia ora.
Poi le prime tre carte cadono a terra, occhi negli occhi del mio avversario, ma è solo un istante.
Lui abbandona la presa, abbassa lo sguardo, ma punta lo stesso.
Sei debole amico mio. Esiste un posto dentro ogni giocatore che si riempie di paura e quando questo succede, sei morto.
Al mio turno accendo uno dei miei più insignificanti e luminosi sorrisi. Qualche frase di convenienza precede il movimento che accompagna tutto quello che ho oltre la linea di gioco.
Si chiama “All in”. “Ora se puoi, vieni a camminare con me, ma lascia i tuoi sogni parcheggiati fuori.”
Quando rifletto, e l’adrenalina è in circolo, nella mia testa rimbombano azzardati pensieri in romanesco.
Forse anche la mente ha un suo colorito dialetto. Io l’ascolto, rido a fior di labbra, sorrido dentro e attendo.
Il cuore dell’orsetto batte irregolarmente, il corpo trasuda, la mente ribolle, percepisco un aroma naturale di vittoria, lo sento di pensiero in pensiero ed è un desiderio con le ali che sta diventando ormai certezza.
Vorrei vedere le sue carte volare in mezzo al mazzo, ma lui tentenna e non molla.
Si agita. Riflette. Crede che io non sia così forte e si dimentica di considerare la cosa più importante. Che non ha nulla in mano.
Non posso rallentare la mia camminata, sono rimasto indietro, isolato, i suoi dubbi mi hanno lasciato solo l’illusione di godere le bellezze nascoste di un magnifico piatto vinto.
Non posso parlare. Verrebbe interpretato come un chiaro segnale di debolezza, posso solo guardarlo negli occhi in deciso tono di sfida.
Non funziona.
Alla fine lo vedo trascinare la sua pila di chips più preziosa al centro.
Ho due over cards e un monster draw. Lui gira bottom pair e limitate speranze di vincere il piatto, ma parto dietro.
Le ultime due carte cadono spietate, in silenzio. Quel silenzio che alla fine potrei riempire solo con l’amarezza.
Quando si perde un colpo si spegne in ogni qualsivoglia tentazione.
Ogni goccia di pensiero positivo evapora e quello che hai intorno si spopola. Tutto ti fa letteralmente schifo.
Io penso. Inesorabilmente penso.
Giocare è rischiare, ma anche vivere è un rischio che si rinnova continuamente.
Vincere. Perdere. E comunque lottare sempre per esserci.
Accettare un verdetto per quanto spietato, anche quando perdere vuol dire solo il 39% di possibilità che questo accada, è come trovare il barattolo della nutella vuoto.
Può darsi che questa sia l’ultima, ma non l’ultima, di tante giornate che mi urteranno il sistema encefalico.
Cesso di pensare. Parlo in fretta. Pronuncio frasi vagamente sconnesse, ma dura poco. Saluto i ragazzi al tavolo, il dealer, abbraccio Costantino Russo. Ho solo voglia di andarmene a camminare in lungo e in largo in questo angolo di villaggio, dove gli abitanti si contano su due mani e vedi facce a intermittenza. Ho voglia di tornare a parlare di calcio, di politica e di ammiccanti ragazze e questo interesse precario per le cose che mi circondano mi fa stare male. Di colpo si ribella anche la testa.
Ritiro il mio premio.
Raggiungo velocemente la macchina e mi rimetto in viaggio. Un nuovo viaggio, ma stavolta verso casa.
In auto rifletto ancora su questa nuova occasione persa e finisco col perdere la cognizione del tempo, ma è anche probabile che l’abbia già persa nel momento esatto in cui ho spinto tutto quello che avevo oltre la fatidica linea che segna il punto di non ritorno.
Il tempo occulta le mie aspettative di ritrovare intatto il passato e mi introduce al futuro. Quello che è stato non lo posso cambiare, ma potrò comunque farne tesoro.
Aspetto che la ruota giri nel verso giusto, continuo a domandarmi come soffierà il vento domani senza mai sorprendermi di quale foglia farà cadere.
Vivo quel soffio di assurda bellezza che ogni volta mi riporta tra le braccia di mia figlia e le impalpabili soddisfazioni di ogni giorno, senza alcuna amarezza o rimpianto.
Esiste un posto dentro ogni uomo, fatto di piccole gioie, che nemmeno il giocatore più vincente riuscirebbe a riempire mai.

Le gioie di ogni giorno

14 gennaio 2013

Non bisogna andare troppo lontano per assaporare le piccole gioie di ogni giorno.
Spesso sono proprio lì, a portata di mano, in quel posto dove non guardi mai…

Il fascino di quello che non posso sapere

7 gennaio 2013

Spesso sento un’irrefrenabile voglia di tuffarmi in una strada senza necessariamente conoscere prima dove mi condurrà. Sarà per questo che nessuno mi sceglie come compagno di viaggio.
E’ colpa delle calamite che ho nello stomaco.
Ogni tanto ce n’è una che mi attira verso qualcosa che non posso vedere, ma per fortuna dura solo per un po’.

Vendetta

4 gennaio 2013

Dicono che la vendetta sia un piatto da gustare freddo, come un carpaccio di pesce spada.
Io invece continuo a trovare molti punti in comune con le zeppole coperte di nutella.

Luna Park mentale

4 gennaio 2013

Stamattina la mia mente è come un grande luna park chiuso per ferie. Insegne spente. Nessuna fila al botteghino. Solo un rumoroso silenzio a intermittenza di giorno che segue la luce oscura della sera.
Lo sapete che cosa contiene un luna park mentale? E’ un grande carrozzone di idee ed è un bel peccato lasciarlo al buio, perché senza luce i pensieri stentano immobili, come tanti urlanti banditori senza una giostra, una bottega o un semplice zucchero filato.
Inutile dar loro una voce se non puoi dar loro una forma e qualcosa da vendere.
Non possono avere futuro e se ne rimangono lì, con la stessa ambizione di un cucciolo il cui unico pensiero, appena sveglio, è quello di trovare un posto dove andare a fare il bisognino.
A volte anche le amicizie si accendono a intermittenza, come il neon consumato sull’insegna di quel chiosco che vende i pop corn.
Gli amori veri garantiscono invece lunga durata e basso consumo.

“La vedi quella persona Niki?
Un tempo era un mio amico, ma tu credo non fossi ancora nata.”
“Andiamo a vedere Ralph spaccatutto al cinema papà, compriamo lo zucchero filato e i pop corn?”
Poi Niki sorride e guarda oltre.
“Ne vuoi uno anche tu così non me li rubi?”
“Si. Oggi uno lo compra anche papà.”

Niente cambia

1 gennaio 2013

Chiuso in una bottiglia, mi accorgo di essere perennemente in viaggio trasportato dalla corrente.
Come un messaggio per chiunque voglia intenderlo. Una sorta di ordigno inesploso che si muove nell’indefinito spazio della rete.
Stamattina ho i miei soliti oggetti qui a portata di mano e li guardo. Si rincorrono e si urtano come pensieri ancora viziati da residui di vino rosso e champagne di pessima qualità.
Superata la fase degli immancabili auguri, anche questo 2013 andrà a farsi fottere come gli altri in compagnia delle stupide idee del nostro quotidiano convivere e sopportare.
Statene certi, anche se aspettate fiduciosi, niente cambia. Nemmeno noi.

31 dicembre e vecchi merletti

31 dicembre 2012

Una margherita di stoffa sghignazza sullo scaffale, una scimmietta balla. Sul pavimento improbabili resti di città, erette con mattoncini lego multicolore, arricchiscono la toponomastica di casa, tra cadaveri di bambole bionde con lo sguardo stanco e singolari paciocchini rosa.
Cosa importa che siano giocattoli o meno?
E’ un teatrino della vita rivisto e corretto. Sono gli occhi di una bimba di otto anni che ha disegnato un mondo a modo suo, con semplicità, senza guardare troppo lontano.
Un dettaglio alla volta anche quest’anno se ne sta andando e io lo guardo andare via in compagnia delle persone che amo, anche quelle nascoste dietro a un orizzonte lontano.
E’ colpa del mio fedele disturbo della personalità.
L’amore è una patologia troppo potente, ma non uccide chi l’ha in sé, però qualche volta smarrisce.

Bruchi e farfalle

29 dicembre 2012

Catturare bruchi è strategia, ma inseguire farfalle è assolutamente più divertente.

Allora auguri !

29 dicembre 2012

Penso a questo patologico e meraviglioso bisogno di gridare “auguri” a tutti, compreso chi ti sta un po’ sulle palle… e sorrido!

La versione silente

29 dicembre 2012

Esiste una versione silente di me stesso che talvolta non ne vuole sapere di parlare.
Se ne sta seduta dietro al suo caffè con lo stesso umore di un ragazzino barricato in camera sua con la musica alta.

Buchi

29 dicembre 2012

Non tutti i buchi escono con l’universo intorno.

Il pane quotidiano

24 dicembre 2012

Avevo una nonna che una volta mi narrava di quanto fosse difficile vivere al tempo della sua gioventù. Non aveva certo un blog e si raccontava solitamente al mattino attraverso aneddoti di rara semplicità. Mi parlava del “pane quotidiano” e io credevo che la cosa più importante fosse davvero avere di che mangiare.
Solo a distanza di anni ho capito che non era una questione di cibo, ma di un dovere verso noi stessi e le persone che amiamo.
Il “pane quotidiano” sono i problemi di ogni giorno.
Impariamo ad affrontarli con un sorriso.

Buon Natale!

Chattando contromano

23 dicembre 2012

Ci siamo mai fermati a pensare perché le chat siano diventate un salotto così importante per il nostro tempo?
E’ per la voglia di aprirsi completamente senza essere riconosciuti, giudicati. Quel desiderio cullato di essere semplicemente ascoltati.
Così, all’improvviso, un segreto inenarrabile, una malattia, un dolore, un tradimento, un vizio, un guaio oppure un’inutile bugia diventano storie che si possono finalmente rivelare a qualcuno.
Attenzione però a non fondere o confondere la realtà con la fantasia. E’ un sincretismo che abitua all’ipocrisia e sostituisce il “fare finta”con il “fingere di fare finta”.
Da questo dedalo poi si rischia di non uscire più.

Caro amico Maya

20 dicembre 2012

Se potessi parlare con un Maya gli direi che ciò che manca oggi alla nostra civiltà sono le piccole cose, i piccoli gesti quotidiani, i sentimenti semplici. Amore, presenza, onestà, continuità, fedeltà, rispetto.
Sono convinto che domani il mondo si salverà, ma chi salverà noi dalla vita?
Ogni giorno oltre 4000 bambini muoiono per malnutrizione nei paesi sottosviluppati, mentre in prossimità di feste o ricorrenze non si fermano le stragi di persone innocenti trucidate dal solito pazzo col fucile in mano.
Intanto le guerre impazzano e non parlo solo di quello che ci mostra la tv. Ci sono conflitti radicati nella società che fanno più vittime degli scontri in campo aperto.
Caro amico Maya, oggi mi guardo dentro e scendo fin dove ho coraggio di arrivare. In quel baratro che è in ognuno di noi, dove la merda di questa vita si confonde con il nostro sogno più alto. Quello di vivere in un mondo tranquillo.
In fondo cerchiamo solo questo, qualcuno da amare e qualcuno che ci voglia bene, ma deve succedere in tempo.
Forse riemergeremo da questo abisso di devastante paura, solo quando rinunceremo all’idea di essere noi quelli buoni e tutti gli altri i cattivi del mondo.
Quando sentiremo la fredda canna di un fucile puntato in faccia e ci renderemo conto che siamo noi a tenerlo in mano.
Caro amico Maya, la verità è che non sappiamo nemmeno noi chi siamo veramente. L’assenza di un cattivo a cui dare la colpa di tutto mette da sempre in crisi la nostra identità prima di ogni altra cosa. Un giorno il mondo finirà davvero, ma piuttosto che dare la colpa a noi stessi, quel giorno troveremo il modo di accusare un tuo lontano parente, solo perché è nella nostra natura farlo.

Interlocutore schietto

16 dicembre 2012

Negli ultimi tempi mi rendo conto di essere diventato un po’ gretto. Se vedo qualcosa che “non condivido” non riesco a parlare senza essere diretto e spesso questa mia istintività e spontaneità diventa motivo di polemica.
Con la franchezza, seppur dominante in ogni mio articolo, blog o pensiero, non mi sono mai sognato di diventare intollerante o mancare di riguardo per nessuno.
Ad ogni livello di pensiero, le relazioni autentiche si basano sulla ricerca della sincerità, anche quando questa puó sembrare inopportuna, discutibile o dolorosa.
Per questo esiste il confronto costruttivo, che è tutt’altro rispetto alla definizione che ne danno alcune persone.
Intimamente parlando, preferisco avere un interlocutore schietto (e magari spietatamente indelicato) piuttosto che sfoderare un sorriso di plastica e andare avanti alla “volemose bene”.
L’importante rimane avere sempre ben chiaro quel confine che separa la considerazione propositiva, dall’offesa gratuita.