Archive for the ‘Riflessioni’ Category

Aforismi, antibiotici e vitamine.

12 gennaio 2015

Oggi ho chiuso una porta e mi si è aperto un portone. Poi ho serrato una finestra e mi si è spalancato un finestrone. Sta cosa mi costerà un botto di riscaldamento.

Chissà perché più provo a immaginare il futuro, più sento il bisogno di voltarmi indietro.

L’errore più grande che commettono le persone sensibili è “idealizzare” quello che hanno, “smettere di cercare” e “avere paura” di perdere.

E’ uno sbaglio credere che l’infinito sia oltre la siepe. L’infinito è dentro di noi.

Lei era dolce, intelligente, poi aveva una quarta di simpatia. E in una donna la simpatia è tutto.

Ormai gli scheletri si sono direttamente spostati dall’armadio al mio stato di famiglia.

Ogni giorno, ma non oggi.

12 gennaio 2015

Se questa fosse la savana e io fossi il leone, oggi la gazzella potrebbe alzarsi tranquillamente e andare a fare shopping.

Il cuore batte. La mente riposa.

9 gennaio 2015

Ogni giorno nella mia testa va in onda uno scontro violento e non definitivo tra “cuore” e “mente”. Forse sono le continue incertezze sull’esito della sfida che mi rendono al tempo stesso diffidente e sbadatamente miope.
“Cuore” e “mente”.
È questo il conflitto che regola il mio rapporto con l’esistenza. E in fondo la vita stessa somiglia più al cuore che alla mente.
Se il cuore accoglie la vita accoglie. Se il cuore rifiuta, la vita rifiuta. La cosa seria è che queste condizioni non riguardano ciò che uno fa, perché è naturale che la vita necessiti di un certo ordine e di attenzioni per cui non tutte le azioni possono essere consentite. Quindi ogni tanto la mente vince, ma sono vittorie che riguardano ciò che uno è rispetto al contesto in cui è inserito. Il cuore non interagisce con il mondo intorno, ma con l’universo dentro.
La mente poi ha bisogno di tutte le informazioni possibili, il cuore no.
Ecco perché, quando non possiamo vedere oltre la siepe, ricostruiamo. Edifichiamo sovrumane incertezze sulle quali poi ci arrampichiamo per guardare al di là di quel muro. Molti dei nostri conflitti interiori dipendono da come immaginiamo tutto quello che non possiamo conoscere, guardare e di conseguenza spiegare. Perché vengono chiamati in causa i presupposti del nostro sguardo e tutti i limiti del nostro pensare. Non tutti siamo disposti a metterli in gioco tanto facilmente.
È una meraviglia questo muro che fa da schermo protettivo alle evidenze della verità.
Una barriera che ci impedisce di vedere e sulla quale possiamo solo proiettare il nostro film interiore, dove fatti e persone sono solo il frutto dell’immaginazione del regista.
Si apre così una finestra irreale fatta di luce, ma dalla quale non è mai e poi mai possibile affacciarsi.
Le paure quindi bloccano l’intelletto e annientano le capacità di ragionare. Tanto che a volte si può riuscire a mettere in dubbio anche una colossale evidenza. O commettere una epocale cazzata.
Il cuore è il vero nemico da temere. Con la mente lui ha sempre campo libero per agire, perché la mente si stanca e necessita di riposo, il cuore mai. Se si ferma lo fa per sempre.
Il rischio che si corre ogni giorno è demolire la realtà con i nostri sentimenti e ricostruirla a immagine e somiglianza di tutte le nostre più profonde paure.
Quella che abbiamo di perdere le persone care.
Quella che abbiamo di non riuscire a fare le cose che dovremmo.
Quella di essere giudicati per i nostri sbagli.
Quella di non poter tornare più indietro.
Stamattina sembro reduce da una sbornia influenzale. Scrivo disarticolato nel letto, come centrato in pieno da un furgone sulle strisce pedonali.
Il cuore batte.
La mente riposa.

Senza andarsene mai davvero

8 gennaio 2015

Eccomi qui. Senza titolo. Come certi libri mai terminati. Capitoli di una vita dove vorresti essere altrove. Secondi di irrinunciabile indipendenza. Consapevolezze rassicuranti. Il manifestarsi di certi sentimenti rende fragili. E forse fragili, contorti e un poco paurosi lo siamo davvero tutti. A volte bisogna ripiegare nel cono d’ombra della propria solitudine e da lì, pazientemente, osservare. Non c’è nessun fiume che trasporterà cadaveri di alcun nemico. C’è solo questa bonaccia di inizio anno che non vuole finire in una valigia, come sempre appoggiata sul sedile di una Smart. Un’auto fatta apposta per partire e per non andarsene mai davvero.

Il sistema

7 gennaio 2015

Forse non esiste un sistema per riconoscere in anticipo se quello che si cela nel nostro cuore è un desiderio profondo o un banale capriccio. Però c’è un modo per capirlo dopo.
Se proviamo dolore erano desideri, se proviamo frustrazione forse erano solo capricci.

Lo diceva il proverbio

7 gennaio 2015

Oggi ho chiuso una porta e mi si è aperto un portone. Poi ho serrato una finestra e mi si è spalancato un finestrone. Sta cosa mi costerà un botto di riscaldamento.

Epifania creativa

6 gennaio 2015

E anche quest’anno c’ho trovato un piede…

Se fossi

6 gennaio 2015

Tra quello che dico è tutto quello che invece non riesco a scrivere esiste uno strato di insignificante nulla.
Un ovattato silenzio fatto di giocattoli rotti e storie che finiscono.
Stamattina ho raccolto qualche frase d’amore e ho immaginato una figura vestita di rosso che si allontanava ridendo, con le mie insicurezze ben nascoste dentro un sacco di plastica nero.
Di una cosa sono certo. Se fossi babbo natale non ti porterei un regalo. Ti porterei via con me.

2015

5 gennaio 2015

E anche quest’anno si ricomincia esattamente dal punto in cui tutto era finito. Il divano.

Un po’ di quella luce

4 gennaio 2015

Per molti la vita è un insieme di levatacce, di piogge, di caldo torrido, di freddo, di tensioni, di problemi, di ombre e obiettivi mancati o in controluce.

Anche la mia vita non è certo stata differente, ma preferisco ricordare le scelte poetiche, i sorrisi, le confidenze, la sintonia e l’abbandono a tutto quello che ha sempre emozionato me è le persone a cui volevo bene.
In ogni emozione c’erano i dubbi della sera prima, i cambiamenti dell’ultim’ora, l’intuizione improvvisa, l’accordo o il disaccordo con un amico, la felicità per un momento da vivere che non mi aspettavo, l’euforia di un sapore nuovo, di uno sguardo ricambiato, di un odore di cui non potevo assolutamente più fare a meno.
Scrivere di emozioni forti è una cosa che si addice molto al me stesso che conosco, ma è solo provandole che riesco a cancellare l’incompletezza della mia esperienza.
Un fatto è certo.
Esserti accanto è quasi un modo di vivere. Quello di chi non si accontenta di guardare le cose che ha intorno, ma sposta la sua attenzione sul senso stesso delle cose.
Osservo il tuo sguardo che mi guarda e do immediatamente un significato a tutto quello che mi circonda.
Hai il potere di cancellare il tempo. Mi fissi e in un istante infinito fai coincidere me stesso con l’universo.
Sei sintonia di pensiero.
Sei senso di vincolante libertà.
Sei coscienza di evoluzione.
Sei la gioia quotidiana di un piccolo uomo imperfetto che non può fare a meno di quella luce.

Nei cassetti o nell’armadio

2 gennaio 2015

Stamattina ho rinnovato un patto con me stesso. Un prestito che non prevede dilazioni, ma solo coniugazioni di verbi da restituire in piccole rate.
Essere. Avere. Sembrare. Diventare. Fermarsi. Correre. Inseguire desideri come fantasmi erranti in fuga da un castello che si sgretola. Qualcosa di abbandonato e allo stesso tempo così difficile da infestare.
La realtà è tenuta insieme da miliardi di atomi e dal tempo che ci vortica intorno. Eppure niente riesce a preoccuparmi e affascinarmi davvero come il tempo.
Quello perso.
Quello che passa.
Quello che non torna mai indietro sui passi di nessuno.
Arriverà finalmente il giorno in cui metteremo il punto per andare finalmente a capo. Intanto ho lasciato un po’ di scheletri e sogni piegati sul letto. Il caffè sui fornelli. Servitevi pure. E quando avrete finito lasciate così com’è. Poi magari passo io a sistemare tutto nei cassetti o nell’armadio.

Almeno cinque minuti

1 gennaio 2015

Le cose difficili sono allettanti, ma è l’impossibile a nascondere un fascino irresistibile. Stamattina guardo il tempo attraverso il vetro di una clessidra. Incredibile. Passa lo stesso, ma almeno solleva da certe responsabilità.
Un orologio rotto segna l’ora esatta 2 volte al giorno, ma se spacco una clessidra?
Mi basterebbe solo piegarla da un lato per avere l’illusoria sensazione di bloccare tutto.
Giusto il tempo di prendere un cappuccino. Il primo del 2015.
Tanto per non farci mancare nulla.
Chissà cosa mi rimarrà un giorno di tutto questo scrivere. Mi resterà il dubbio dei condizionali. La malinconia dei passati remoti. La speranza nascosta dietro ogni futuro prossimo. Magari anche qualche lagnoso tempo imperfetto.
Comunque vada saranno stati lo stesso pensieri bellissimi. A tratti meravigliosi. Racconti edificati senza progetto, ma con passione e dedizione. Lunghi pontificati a immagine e somiglianza di ogni mio più profondo desiderio.
Poi la sabbia passerà completamente nell’altra piccola ampolla di vetro e forse passerò dall’altra parte con lei a costruire castelli, oppure no. Comunque non cambierà nulla.
Avrei voglia di tirare una riga e fare finalmente le somme. Dedicarmi cinque minuti. Il tempo di una clessidra, non di più.
Fuori fa freddo, l’inverno oggi ci sta mettendo impegno.
Ogni giorno si dovrebbero vivere almeno cinque minuti in cui desiderare fortissimamente di fermarlo il tempo. E cinque minuti è anche meno di quanto mi sia possibile immaginare ora.

Dentro o fuori

31 dicembre 2014

Credo che il problema dell’Italia di questo ventennio sia una cultura ereditata dagli Stati Uniti e basata sul “successo ad ogni costo”. Quel bisogno spietato di emergere nei confronti di tutti che non si accompagna alla stima per sé stessi o a quella che ci si aspetta dagli altri.
Una sorta di compulsivo bisogno di apparire famosi, conosciuti e riconosciuti che non cancella, ma moltiplica angosce e frustrazioni.
È una variante di successo che rende volubili, soggetti a insoddisfazioni e a un’inarrestabile deriva esistenziale.
In questa architettura di “dentro o fuori” dalla lista di quelli che contano, di quelli che ce l’hanno fatta, non esiste alternativa che il fallimento e la delusione.
Bisogna arrivare, non importa come, dove e a quale prezzo, ma arrivare. Punto.
Non fa nulla se per arrivare si fa terra bruciata di tutto ciò che è intorno, si trasforma il necessario in superfluo, si getta nella clandestinità qualsiasi dissenso e ogni altro argomento che non sia il benessere individuale o l’apparire migliori degli altri.
Da una nazione di cittadini si è passati a una Italia di fan, di pagine viste, di like, di tifosi, di app, di selfie, di tronisti, di sudditi. Di uomini e donne alla ricerca di un successo che non deriva dal rispetto, dal merito, dalla dedizione e dal sacrificio. Un assurdo culto mediatico dell’apparire che esige l’ammirazione infantile, il fanatismo e un’accettazione senza condizioni.
Per questo oggi ci ritroviamo inquilini paganti di un paese depresso, diviso, indisciplinato, ingiusto, sospettoso, incapace di desiderare, di cullare passioni, di provare anche rabbia. Un dinosauro povero e lobotomizzato che non riesce a incantare o impaurire più nessuno.

Tanto ci viene sempre da ridere

30 dicembre 2014

Per quella interminabile rincorsa che precede un calcio di rigore. Per quel capitolo scritto prima di ogni conclusione. Per quella incubazione di silenzi che anticipa l’urlo.
Per quello spazio che separa un desiderio da un sogno.
Per quell’indizio prima di ogni spiegazione. Per quel senso di colpa che precede una scelta sbagliata. Per quel talentuoso restare in equilibrio tra il “non dire” e il “non fare”. Per quel buio in grado di accecare la fortuna e per chi è talmente umano da sembrare imperfetto.
Per quell’illusoria speranza di poter rimettere sempre le cose a posto.
Per quell’amore da dimostrare sempre e comunque anche sbagliando. Per quella distrazione che ti fa perdere il meglio. Per quella lontananza che ti fa smarrire la strada. Per quella sete aliena di cioccolate calde e vino rosso. Per quell’inconcepibile voglia di vapore acqueo. Per quel buonismo fasullo tipico del Natale e per quelli che invece giocano a fare i cattivi, ma non lo sono.
Per tutte quelle rincorse che non si accorgono delle scarpe slacciate.
Per tutti quei ritardi che sei sempre e comunque in tempo. Per chi non sa dirlo, però sa scriverlo. Per chi non sa farlo, però sa sorriderlo.
Per chi “fallire” è guadagnarsi almeno il diritto di farlo.
Per chi la carbonara è una declinazione di carboidrati e guanciale. Per chi prova, azzarda, spera, lotta, sbaglia e a volte rimedia. E per chi non è capace di farlo.
Per quelli che sono come me. Quelli che la solitudine è una compagna e la malinconia un morso allo stomaco. Quelli che amano fino a farsi male. Quelli che ascoltano fino a farsi sanguinare le orecchie. Quelli che sputano il nocciolo. Quelli che gesticolano, ma non sbattono i pugni. Quelli che una volta sola non basta. Che “50 sfumature di grigio” leggilo tu. Che “Fabio Volo” due palle. Che “Nutella a colazione” tutta la vita. Che “sciare a capodanno” è meraviglioso. Quelli che “c’e sempre un motivo per lamentarsi”, ma che tanto alla fine ci viene sempre da ridere.

Bassa marea

29 dicembre 2014

Cellulare e chiavi della macchina. Ecco a cosa affidarmi per fare ritorno a casa da una realtà che ogni giorno forgia lo schiavo perfetto.
Stamattina è ancora notte e la penna non ha né voglia, né carta per scrivere. Dentro di me sto già dormendo.
Dal risveglio in poi tutto tornerà diverso e inspiegabile.
La tranquillità è un posto incredibilmente piccolo.
Un universo leggermente al di sotto di una fatidica linea di galleggiamento.
Quella che separa ciò che si può fare da ciò che non si deve.
Un luogo dal quale ogni tanto bisogna riemergere e riprendere fiato.
Un imperfetto sistema mimetico.
Un oceano oscuro.
Vivo con l’illusoria certezza di chi si crede al sicuro solo perchè da piccolo ha imparato a nuotare.
Ma non si può nuotare per sempre.
Ogni tanto c’è bisogno di una spiaggia e una bassa marea.