Un viaggio

3 aprile 2015

A volte cerchiamo le risposte gettando l’ancora in un oceano di stagnante nostalgia. Quando bisognerebbe alzare le vele e prendere la vita per quello che è. Un viaggio.
Ci sono domande alle quali si può rispondere solo vivendo. Andando avanti di notte. Dritti verso un’alba inseguendo le stelle. Oppure di giorno. Navigando a vista verso un tramonto lontano.

Corpi e anticorpi

3 aprile 2015

Apro gli occhi ancora e stavolta sono le 4 del mattino. Mi alzo. Bevo un sorso d’acqua. Vado in bagno e mi guardo allo specchio.
“Cristo! Davvero impongo ogni giorno questo viso alle persone che incontro?”
Per un attimo mi assalgono i sensi di colpa, poi mi sciacquo la faccia e tutto scorre via. 

È presto. Non si sentono rumori in strada. Prendo il cellulare, mi abbandono sul divano e faccio un giro sui social network.
Guardo gli aggiornamenti degli amici. Scorro le notizie e sorrido alle simmetrie del mattino. Chi da il buongiorno. Chi si violenta a colpi di buon compleanno. Chi sbadiglia pensieri. Chi copia frasi a caso e le spaccia per sue.
E poi tante, troppe foto di animali dolcissimi. Forse dovrei farmi ricrescere la barba e abbracciarne uno. Sorrido ancora.

Lascio andare il cellulare e provo a ritrovare la grinta per rimettere in ordine la testa.
Guardo il divano e scatto un’istantanea fatta di ricordi. Un viso desideroso. Un corpo nudo, bagnato. Due gambe dolcemente aperte e il ventre terrorizzato. Una donna che mi fissa con lo sguardo cannibale, scuro, poco arrendevole e senza sonno.
Mi lascio andare a un lungo sospiro e cerco di nascondere il piacere tra le labbra. Se istituissero un premio Nobel per i più penetranti passaggi, i più accesi affondi, i più piccanti siparietti, forse lo vinceremmo noi due.
Intriganti, rumorosi, forse innamorati. Bambini cattivi.

Non sto riflettendo sul futuro o pontificando il passato. Sto solo condividendo il ricordo di un orgasmo e riscoprendo il mio narcisismo impulsivo e difettato.
Rivivo emozioni, allucinazioni e tremori in una escalation di cervellotica e stagnante gioia. Io che mi accendo, che mi nascondo dentro di te, sopra di te. L’esperienza è un costume. L’esperienza si fa solo con un bel travestimento addosso. E il mio travestimento sembra quello di un adorabile ladro di emozioni astuto e compulsivo. 

Si può mettere in dubbio qualunque cosa durante un orgasmo. Scordarsi la fame, la sete, l’affetto e l’amore. La trasparenza del tempo, le immagini dei sensi più strani, ma non quel silenzio che precede la formulazione di un gemito. Forse l’amore è un virus e ha bisogno di un periodo d’incubazione. Poi magari passa. Una mera questione di corpi e anticorpi.
Ma se pensarti stanotte è un orgasmo, allora perché farlo velocemente? Meglio piano, dosando i desideri.

All’improvviso devo essermi perso, perché non so più quali siano i ricordi che sto braccando e quelli dai quali sto cercando riparo.
Sono comunque incapace di fermarmi. Chiudo gli occhi. Mi ritrovo ancora sopra di te come una preda che sorprende il suo predatore. Ti strappo sospiri come riccioli di carta. Scalcio via il tempo con le mie mani tra le tue cosce e immediatamente mi assalgono il profumo, la voglia, la fatica, l’ipnosi dei muscoli tesi e mille appaganti delusioni confuse nel panorama dei sogni.

Noi due che ci accarezziamo prima, durante e dopo. Che parliamo cercando di spiegarci come si legge il mondo. Tu alla ricerca di tanti piccoli indizi che riempiano di significato la vita. Pensieri da collegare, annotare, annodare. Io spietatamente confuso dalla mancanza di un grande e unico schema in cui inserire ogni risposta giusta. Come in quelle scatole in legno, piene di fessure. Quel gioco in cui da bambino dovevi infilare un cubo, un triangolo, un cilindro o una stella. Solo i bimbi più dotati ci riuscivano. Io lo facevo. Mi veniva naturale. Ora invece sembra che i pezzi non siano più quelli giusti. A volte uso anche la forza per far passare un cubo in un buco circolare.

Non ci sono invece termini universali che passino facilmente attraverso le fessure di una storia importante. Spingiamo dentro con forza parole come “felicità”, “armonia”, “complicità”, “rispetto”,”compatibilità”, “appagamento”, “amore”. Tutto senza una logica ben precisa. Eppure non si parla mai di una storia a caso. Si parla di noi.

A volte mi guardo dentro con un certo strabismo di pensieri. Succede così che il silenzio finisce per riprendere il suo posto al centro del villaggio.
Succede che il silenzio diventi me, le mie facce, la mia mente, i miei modi e mi sembra di pescare idee come da una di quelle macchine in cui infili due euro per guidare una mano meccanica a raccogliere un premio a caso.
Un telefono. Una palla. Una scatola di caramelle. Un polipo di stoffa. Stringendo troppo forte qualcosa mi ricade sempre nel mucchio. Ma se provo a riprenderla dolcemente, poi mi sfugge lo stesso. Sempre nel mucchio. Giù in basso. Giusto un attimo prima che riesca a farla davvero mia.

Così succede sempre, ogni volta. Come quelle barchette di carta che seguono il corso del fiume con l’illusoria convinzione di tracciare la rotta. Sistemo le cose in valigia e mi affaccio alla finestra. Poi mi soffermo sugli scaffali della libreria e mi vengono in mente titoli di libri surreali. L’uomo senza solitudine. Alla ricerca del tempo mai avuto. Cento colpi di spazzola in faccia. Cinquanta sfumature di Ciccio. Alla fine incontro anche un titolo di Fabio Volo, storco il naso e non sorrido più.

Stamattina la mia testa è una strada di una foto in bianco e nero. Mi piace pensare alla gente che cammina in strada. Pensieri che vanno e vengono. Mi piace immaginare che qualcuno esca e che altri invece stiano tornando a casa.

La cosa migliore che può capitare a un uomo innamorato che si sveglia da solo in un appartamento nel centro di Roma, è un post-it sul frigorifero con su scritto “Buongiorno amore. Stai tranquillo. Sono scesa a prendere la colazione. Presto torno a riportarti il sorriso. Tu però ricorda di svuotare la lavatrice.”

Lo so. È un post diverso dal solito. Più lungo. Ma stamattina volevo condividere con voi i miei stati d’animo da luna park. Fare un giro di montagne russe. Un salto sulla ruota panoramica, 4 passi nella casa degli orrori e vincere un pesce rosso.
Tutto quello che è indefinibile io lo chiamo amore e oggi sa di zucchero filato. Quel sapore che ti rimane attaccato alle labbra, troppo appiccicoso sulle mani e quasi indelebile intorno alla bocca.

Quanto vale

2 aprile 2015

Un vita degna di chiamarsi tale è un percorso carico di sogni. Una strada dove la serenità è talmente simbolica da sembrare didascalica. Un viaggio meravigliosamente presuntuoso attraverso l’incosciente certezza di raggiungere ogni obiettivo. Di appagare ogni desiderio. Di essere in un certo senso, felice.

Ma la parte migliore di questo viaggio, è il viaggio. L’assenza della paura che incontra il brivido di ogni fallimento possibile. L’adolescenza permanente di un qualcosa che annuncia una storia che sembra interminabile e ricca di emozioni, ma che invece come tutte le cose finisce. Niente è per sempre. In fondo non può esserlo nemmeno la vita.

Così di ogni esperienza, di ogni avventura e di ogni progetto, per quanto appagante, con gli anni che passano si tende a ricordare sempre meno. Con il tempo si dimenticano le brutte emozioni, più lentamente passano anche quelle belle, fin quando si scordano i volti e rimane solo la malinconia. Abbandonata come una vecchia auto all’angolo in un un garage incustodito. Dove nemmeno la direzione risponde più degli oggetti lasciati dentro.

Stamattina non scrivo con tristezza, ma con commovente consapevolezza. La forza attrattiva dei nostri desideri non è altro che il primo colpo di pala, ma poi sono i sogni a scavare le profondità dove seppellire le delusioni.

Un colpo dopo l’altro. Più giù, dove non c’è bisogno della brillantezza, dell’adrenalina, della fortuna e delle persone che ti indicano la strada da prendere.

La realtà che sogno vende poco e costa troppo. Non conviene nemmeno proporla a chi mi sta vicino. Non tutte le persone se la possono permettere e accettano che in fondo basta essere sereni per essere felici.

Colpa di alcuni particolari dell’adolescenza che rimangono a caratterizzare anche la nostra vita da adulti. Uno di questi è l’onnipotenza. Quell’illusoria certezza di poter vivere senza morire. Spendere senza guadagnare. Guadagnare senza faticare. Che saremo sempre giovani. Che saremo sempre sani. Che possiamo ottenere tutto. Che volere è potere. Che se vogliamo possiamo prendere un treno, un aereo e in qualche ora arrivare ovunque. Raggiungere tutti e tutto. Sempre.

E invece succede che un giorno esci per una escursione in montagna, prendi un aereo, attraversi la strada, fumi una sigaretta o bevi quel bicchiere di troppo e in due minuti non ci sei più. La nostra onnipotenza è un’ipnotica illusione per star bene. Per sentirci meglio delle persone che ci circondano.

Forse è proprio il crescente delirio di onnipotenza intorno a me che fa di me un uomo imperfetto e un sedicente scrittore. Non so quanto di tutto quello che scrivo sia solo un’astuta bugia a cui mi piace credere. Racconto me stesso in un blog, presumendo un interesse di qualcuno solo per il fatto che lo metta on line. Mi illudo che il mio punto di vista possa riguardare, incidere, rappresentare qualcosa per una persona importante che forse un giorno si troverà a passare di qua.

Passerà di qua? Non lo so. Il mio disordinato modo di pensarlo è un’ordinata illusione ricca di fantasia. Troppa roba. Troppe parole. Troppo baccano.

Quante volte mi sono chiesto quanto sarebbe meglio tacere. Confesso che scrivere è la cosa che mi rasserena più che ogni altra azione che compio nella mia giornata. Credo di conoscere il motivo delle cose che scrivo, ma in realtà non conosco il motivo di tutto quello che faccio. Guardare il significato delle mie storie e rapportarlo all’ambiguità di quello che faccio mi aiuta a pormi qualche domanda.

Un animale davanti a un bivio sceglie da che parte andare. Un uomo anche. Ma la scelta di un uomo è più complessa, perché nella sua testa albergano due profonde incertezze. Che le strade siano tutte e due giuste, oppure che siano entrambe sbagliate.

La somma dei passi indietro fatti nella mia vita basterebbe a coprire un percorso lunghissimo. E potrei anche decidermi a farlo questo conto. Saprei finalmente quanto viene, ma non saprei mai capire quanto vale.

Da qualche parte nel petto

1 aprile 2015

Ho sempre creduto che niente potesse essere più produttivo della mente di un bambino in quanto a fantasia.
Ma ora non lo penso più. La fantasia è un mare dove ci si perde a tutte le età. Un universo parallelo creato per la necessità di restare soli o generato dalle conseguenze delle scelte di qualcun’altro.

Se ora mi chiedessero a cosa penso, risponderei “a niente”. E invece ho un sole con tutti i pianeti che mi collassano dentro.
Un oceano di parole e immagini.
Esistono momenti buoni solo per rimpiangere e non mi vergogno di farlo ed essere così umano. Istanti che me ne resto intrappolato in certe illusioni. Attimi dove penso che la vita sia una partita a scacchi. Un gioco dove la paura di perdere un pezzo supera quella di perderli tutti.

Dicono che col tempo passa. Allora forse sta già passando.
Lentamente. Colpa della punteggiatura lasciata a metà. Dei sentimenti scordati in cantina. Dell’orgoglio ancora attaccato ai lacci delle scarpe. Di un “ti voglio bene, ma non posso”, gridato con gli occhiali da sole appoggiati sopra la testa. Quasi a tenere insieme i pensieri.

Io sono le parole che scrivo, ma anche tutte quelle che non ho mai saputo dire. Le emozioni che ho vissuto intanto marciscono e se ne rimangono masticate, incastrate da qualche parte nel petto. Laddove il rumore del cuore non si sente di più.

La cosa più semplice

1 aprile 2015

Definire irrazionale quello che non abbiamo la forza di cambiare è il limite umano più grande, ma in fondo è anche la cosa più semplice da fare.

Factotum

31 marzo 2015

Avere molto a cuore una persona è un oceano dove, a volte, forse e non sempre, ci si perde. Per necessità, più che per volontà.
Lo so. Ho un carattere. Sogno. Desidero. Immagino. Qualche volta ottengo. Tiro le somme e alla fine mi giudico.
Mi costringo a fare o a non fare qualcosa. A dire o a incamerare silenzi.
Se parlassi la metà del tempo che dedico alla scrittura sarei un tipo particolarmente espansivo. E invece.
Invece sono contratto.
La verità?
Sono un introverso.
A me gli introversi piacciono molto. Per quella loro musicale capacità di ascoltare. Mi piace anche chi ha una sensibilità particolare.
Stamattina questa pagina è uno specchio appannato che trattiene segretamente tutto quello che scrivo sulla sua superficie. Le parole si confondono col mondo intorno, ma non spariscono mai del tutto. Certi sogni rimangono.
Perché noi introversi siamo fatti così. Assorbiamo emozioni. Incassiamo illusioni. Digeriamo giudizi. Freddezze. Distacchi.
Certe distanze esistono anche se a volte non le senti, anche se spesso non le vedi. Eppure in un momento spariscono. Me ne accorgo in quell’attimo preciso. Quando sorridi. Quando alzi un sopracciglio. Quando abbatti pareti di diffidenze, innalzi con la tua ironia castelli di carte e poi mi inviti a soffiarci contro.
Suppongo tu conosca quale sia il mio problema col mondo. Sono innamorato di te. Sono un improvvisato Bukowski la cui unica attività è quella di dissacrare la bellezza nelle pieghe dei giorni.
Per questo metto in gioco il cuore. Senza imbarazzi e opportune incoscienze. Sembra strano detto da uno che non beve, eppure amo ubriacarmi dei tuoi universi.
Amo le cose semplici, innocue. Ascoltare i tuoi racconti. Ridere alle tue battute. Camminare per le stradine del centro di Roma. Mischiarmi con la gente. Amo la tua mano che mi raggiunge e non mi fa domande. E io che la tengo stretta in un “anch’io” silenzioso.
Nonostante le delusioni, nonostante i litigi, nonostante me.
A volte sei il buio, ma sei anche una luce fortissima ed è difficile guardarti negli occhi.
Non sarà semplice. Non è mai stato facile. Magari sarà tutto sbagliato e a me un giorno mancheranno le parole da scrivere. Ma se non altro lo avrò vissuto. Sarà accaduto. E io non avrò smesso di provarci.
In barba a quella gatta randagia che sa ancora fare le fusa. Alla faccia di quei due monosillabi, che a parlarne mi trema la voce e non riesco nemmeno a dire, “ti amo”.
Ti amo, perché ho bisogno di scriverlo a qualcuno. E quel qualcuno ha i tuoi occhi e somiglia tanto a te. A te che sei l’assoluta protagonista di questa folle storia.
Non voglio stupirti. Desidero solo che tu vada fino in fondo. Intanto invidio quel cuore di Tiffany che tieni sempre intorno al collo, come una cosa cara. Leggo Bukowski e non smetto di guardarti più.

“Se hai intenzione di provare, vai fino in fondo. Altrimenti non cominciare neanche. Potrebbe voler dire perdere la ragazza, la moglie, i parenti, il lavoro, e forse anche la testa. Potrebbe voler dire non mangiare per tre, quattro giorni. Potrebbe voler dire gelare su una panchina del parco, potrebbe voler dire la prigione, potrebbe voler dire la derisione, lo scherno, l’isolamento. L’isolamento è il premio. Tutto il resto è un test di resistenza, per vedere fino a che punto sei veramente disposto a farlo. E tu lo farai. Nonostante i rifiuti e le peggiori probabilità di successo, e sarà meglio di qualunque cosa tu possa immaginare… Se hai intenzione di provare, vai fino in fondo. Non c’è una sensazione al pari di questa. Sarai da solo con gli Dei, e il fuoco incendierà le tue notti. Cavalcherai la tua vita dritto verso una risata perfetta. È l’unica battaglia buona che ci sia.” (Charles Bukowski, Factotum)

Una volta per tutte

30 marzo 2015

Dicono che dietro ogni notte trascorsa a scrivere si nasconda una buona idea. Un’ottima idea, probabilmente. Io ho questa presunzione. Quella che alla fine sia davvero così.
In fondo il mio problema non sono mai state le insicurezze, ma le troppe certezze.
Agire non mi ha mai turbato nemmeno un po’ ed è qualcosa che probabilmente ha a che vedere con il mio passato. Una storia intangibile.
Ultimamente non sogno più come vorrei. Desidero. Immagino. Penso e racconto cose di cui controllo la punteggiatura, ma non il senso. Ieri sera ho scritto un’altra storia. Stamattina l’ho letta e riconsiderata parola per parola. Ne ho sentito le emozioni espandersi. Contrarsi. Diventare diverse. Consapevoli. Le stesse che avrebbe un verme scavando il suo percorso all’interno di una mela già marcia.
Ho ritrovato la dolcezza dei condizionali. Ho celebrato le liturgie del tempo perso. Dei passi indietro e di tutte quelle pindariche rincorse prese per sfondare una porta chiusa.
Probabilmente io e te arriviamo da universi lontani e diversi. Tu non hai mai una risposta in cui credere. Io ho sempre demagogiche certezze. Alcune nuove. Altre di cioccolata.
Per esempio che il tempo passa. Che l’egoismo dilaga. E che amare non è sempre un buon motivo per restare. Perché il punto non è mai trovare la forza per non rimanere. Ma avere la forza di non andarsene.
Le negazioni implicano uno sforzo di volontà maggiore.
Ma amare non può ridursi a un atto di volontà, o peggio ancora al “non pensare”, come scriveva Pessoa. Almeno non in quella versione dell’amore che conosco io.
Amare è un atto creativo. È lasciarsi trasportare dagli eventi. È luce che illumina e non importa che si tratti del sole o del suo riflesso sullo specchio. Amare è inconsapevolezza. Un piccolo e detonante dettaglio che genera supernove e oscuri baratri in cui sprofondare. Una parete dove affrescare un universo nuovo senza disperdere patrimoni di parole.
C’è amore nei tuoi occhi assenti. Nelle tue innumerevoli insonnie. Nelle tue mani piccole e lungo le tue gambe infinite.
C’è amore nel vino rosso anche quando sa di tappo. In tutti i nostri sbagli. Nei girasoli che appassiscono. Negli abbracci. Nelle lacrime. Nei capelli lasciati cadere sul pavimento in bagno e nelle foto da sola. Anche in quelle che non pubblicheresti mai su un social network.
L’amore è profanazione. La revisione di un progetto di vita ordinario che non funziona più. Una musica da fischiettare con le mani in tasca. Quel pericoloso binario da attraversare di notte, con la nebbia, solo perché porta dritto a un cuore.
Esiste un posto nella mia testa dove le storie sono già successe. Un luogo dove si lasciano osservare. Immobili e silenziose come le pagine di un libro. Si fanno leggere e raccontare.
Anche tra l’erba delle citazioni di Pessoa può nascere un fiore.
Ma non esiste strega senza mela avvelenata. Non c’è drago che non contempli un eroe. Non c’è amore che sia spiegabile completamente. Amare è illogico, ma non lo sono le sue conseguenze.
E intanto, ai confini di questa storia, un uomo si aggira pallido e stanco. Scuote la testa, si scrolla di dosso qualche leziosa parola d’amore e poi dimentica tutto prima di perdersi nel ventre oscuro di un mondo che forse ha creato proprio lui. Ovunque esso sia.
Esiste un universo per chi vuole imparare ad amare e un’altro per chi desidera smettere di farlo.
Io vorrei solo trovare il mio, una volta per tutte.

Convivenze

29 marzo 2015

Mi sono abituato a convivere con quella percettibile sensazione di essere, come ogni notte, nel letto sbagliato. Sarà un interminabile viaggio il mio.

Impegni

28 marzo 2015

Sono talmente impegnato a sognare che non ho più tempo per realizzare.

La legge di gravità

27 marzo 2015

Dicono che la mattina sia il momento migliore per sciogliere tutte le matasse di pensieri che ti sei creato la sera.
E quel copilota depresso che si è suicidato schiantandosi con un aereo e 149 persone a bordo? Lui che matasse aveva?
La scatola nera dovrebbero istallarla nella testa delle persone.
Forse anche il terrorismo è sinonimo di depressione. Si spiegherebbe così questa incontenibile desiderio che hanno certi individui di morire portandosi appresso il mondo.
La mia coscienza stamattina si è incagliata. Colpa del mio compulsivo chiedermi “come si possa arrivare a questo punto”. Del mio continuo domandarmi “dove si può arrivare di questo passo” e di un rumoroso notiziario del mattino che racconta di un aereo fatto schiantare a caso.
La morte provocata disincanta l’incanto del vivere. Chiude il sipario. Rimuove il significato di questo esistere così ingannevolmente piacevole.
Esistiamo se esistiamo per qualcuno. Se siamo osservati, riconosciuti e ascoltati. Da una parte il confronto feroce con la quotidianità, dall’altro un certificato di nascita. E in mezzo la sconsiderata follia di un uomo che decide di mettere fine a tutto.
Stamattina il mio risveglio è stato abbastanza operoso e fastidiosamente efficiente, perché credo che la mia vita sia meravigliosa anche con tutti quei noiosi automatismi e incastri che mettono a dura prova la voglia di alzarmi dal letto. Malgrado le delusioni che segnano. Gli amori che ingannano. I mal di testa. Le complesse allergie e i sorrisi che mancano. La vita è qualcosa di più di una curiosa abitudine.
Oggi ho aperto gli occhi 5 minuti prima che suonasse la sveglia e sono rimasto a scrivere mentre il tempo e le cose da fare mi vorticavano attorno.
A volte risolvo così i miei pensieri. Mettendo tutto in pausa. Tanto poi so che recupero con l’avanti veloce. Fermarsi e correre per poi fermarsi ancora fa parte del crescere e io ho un’immagine di me stesso ben al di sopra dell’immagine di me che hanno gli altri.
Sono un film di Jean Jaques Annaud. Sono i colori primari di un arcobaleno. Sono la serenità tenuta insieme per i capelli. Sono i jeans a zampa di elefante che indossavano i miei genitori. Sono tutti i miei “ti amo”. Tutti i miei “ti voglio bene”, i “non ti preoccupare” e i “ci penso io” sussurrati a un orecchio.
Sono un capitano Acab che non sa andare alla deriva. Quel segnale che non sparisce sui radar. Sono la coscienza sporca di chi non sa scrivere le favole con il lieto fine. Un uomo arrotondato per difetto. Una particella di vita. Una quasar pulsante. Una stella esplodente.
Forse aveva ragione Jim Morrison quando diceva che “La vita ti sorride se la guardi sorridendo”. E Marzo è il mese delle certezze. O forse sono io che non riesco mai ad annoiarmi in maniera sufficientemente creativa.
Considero con interesse il valore del verbo esistere e mi rendo conto di quanto i pensieri rivestano più importanza del senso, degli accenti e delle frasi scritte che ne determinano le metriche su un foglio elettronico. Chiudo lo zaino tirando la zip che rigorosamente si incastra a metà strada. Un colpettino e si sblocca. Sono pronto. Per cosa poi, nemmeno lo so. Saranno nuovi sorrisi. Vecchie delusioni. Incerte strette di mano o rassicuranti pacche sulle spalle. Mi guardo ancora un secondo allo specchio. Improvviso due facce da foto con le fossette che si atteggiano a un sorriso circostanziato. Penso alla legge di gravità. All’attrazione universale. Al magnetismo terrestre.
Poi penso alla donna che amo e faccio finta di niente. O faccio finta di tutto.
Perché io non sono solo i pensieri e le parole che scrivo, ma anche tutti quei silenzi, tutti quei respiri e tutto quel tempo meraviglioso trascorso insieme a lei.

Le parole più belle

26 marzo 2015

Quando le mie pagine rimangono incomplete somigliano ai vetri rotti delle case abbandonate.
Stamattina invidio le planimetrie che indicano una via d’uscita. Invidio la musica che arriva da cinque punti diversi. Invidio quelle parole che iniziano con la lettera maiuscola. Invidio il terreno con gli alberi aggrappati.
C’è una canzone di Phil Collins a fare da colonna sonora ai miei desideri. Ed è come se avessi le cuffie al cervello e il volume dell’anima al massimo.
L’universo delle cose e delle persone mi scivola addosso. Mi viene ancora da scrivere. Pensieri incastrati nel perimetro perfettamente rettangolare di questo iphone.
Quel poco che basta per sentirmi un improvvisato Bukowski che si sbatte e si danna. Che scrive e cancella. Che vive. Ma non è colpa sua.
In fondo le parole più belle nascono dal cuore e ci tornano sempre, per morire come certi animali stanchi.

Cambiare

25 marzo 2015

Cambiare. È un qualcosa che succede quando ciò che siamo diventati non ci piace. Quando la vita non scorre più come vorremmo. Quando ci sentiamo stranieri in una casa che dovrebbe essere un porto sicuro. Quando ogni cosa al suo posto è “fuori posto”.
Ma il “capire” che bisogna cambiare non basta per cambiare. La consapevolezza non è mai abbastanza. Bisogna anche lottare. Con le convinzioni sbagliate. Con le costrizioni ambientali. Con le costruzioni mentali. Un cambiamento richiede forza, iniziativa, grinta, speranza, fiducia, passione, ottimismo, coraggio e infinita stima di noi stessi.
Cambiare è un valore che siamo sempre in grado di esprimere e la nostra vita può solo adeguarsi al cambiamento.
Cambiare.
Senza lasciarsi sopraffare dai ricordi. Senza negoziare ogni minuto con la paura soppesandolo col passato.
Cambiare vuol dire rubare il fuoco agli dei per dare alle fiamme molto di quello che ci circonda o che ci si vuole lasciare alle spalle. Non credo sia un “peccato” fare terra bruciata.
E non solo per il gusto di ricominciare. Ma per contemplare prima la scienza esatta della demolizione e poi provare la ricostituente emozione di edificare qualcosa di nuovo. Di più solido e appagante. Di meno contemplativo. Di più consistente.
La più importante scoperta che sono riuscito a fare a 45 anni è che c’è sempre il tempo per cambiare. Quindi mi domando perché le persone a volte si rifiutano di farlo. Cambiare si può, sempre. Con incoscienza. Con stile. Con decisione. Ma anche con l’eleganza un po’ damerina dell’uomo irrisolto. Con quella falsa modestia che a volte ci rende così fragili e drammaticamente deboli.
Cambiare. Mutare. Abbandonare. Ricominciare. Insomma vivere.
Magari iniziando appena smette di piovere.
Cambiare è battezzarsi di nuovo a ogni parola che scrivo ed è più facile che indossare una corazza solo per sembrare diversi.

lo starnuto

24 marzo 2015

È vero. Ci sono mattine in cui perdo i miei superpoteri. Il fatto è che succede ogni giorno. Tutti i giorni. Così non posso mutare lo spazio. Non so come riavvolgere il tempo. Non mi vesto di foglie di fico. Non galleggio come un vecchio tronco e non volteggio come una foglia al vento. Non mi sazio di bacche e non guardo stupidi programmi alla tv. Anzi, non riesco proprio a guardarla la televisione. La accendo su un canale a caso e lei provvede a tenermi compagnia, intanto dormo. Poi al mattino la ritrovo lì. Distesa su un fianco. Sfinita. Confusa. Con l’entusiasmo sbiadito di una vergine caravaggesca e morente, che strizza l’occhio al cielo stellato che ogni tanto si affaccia alla finestra.
Colpa mia e dell’ultimo sogno che ho dimenticato nel cassetto.
I sogni sono come le camice in fondo. Vanno spiegati. Indossati. Provati. E non c’è sogno che stia bene a tutti, perché ogni desiderio ha la sua taglia e non si accettano resi.
Disordinatamente scrivo. Distrattamente sorrido.
Ma senza un opportuno sdoppiamento della personalità non si va da nessuna parte con la scrittura.
Ho provato a duplicarmi.
A riconsiderarmi. A trasportarmi da qui all’altro emisfero dello stesso universo, senza necessariamente cambiare storia, ma vivendone due contemporaneamente.
Nei limiti di quello che mi consente la scrittura.
Il punto è che anche il Caravaggio avrebbe avuto i suoi bei problemi a dipingere questa storia. Migliaia di istanti trascorsi a scrivere tra edificante gioia e irrecuperabile malinconia. Centinaia di pagine a cui affidare i pensieri più profondi.
Il mondo che ho creato nella mia testa non è certamente il mio universo, ma sento di aver maturato un qualche diritto di cittadinanza. Colpa del mio stare fermo tra le parole di sempre. In pericoloso equilibrio tra la consapevolezza di aver detto tutto e la speranza di avere ancora una bella storia da raccontare.
Stamattina va tutto bene. Credo. Continuo ad avere fiducia nella follia. In quel mio essere il poderoso starnuto da opporre a questa scontata, umanissima e assurda quotidianità.

Vederle davvero

23 marzo 2015

Stamattina c’è un silenzio ovattato che odora di agguati e cose che stanno per terminare. Roma è una città dove il destino può attenderti furtivo dietro una colonna, lungo la passeggiata che affianca un fiume o accanto agli angoli sempre più sporchi di una strada del centro.
Il destino in genere non fa mai tardi. Arriva sempre. Con premeditata intenzione e chirurgica puntualità.
Certe distanze invece te le costruisci in modo involontario. Proprio per tenerlo d’occhio il destino. Camminare nella direzione opposta a quella dove soffiano i desideri è l’alibi più adatto da spendere in questa quotidianità.
E io lo faccio osservando con attenzione il disegno geometrico dei sanpietrini di via dei Coronari. Valutando la possibilità di calpestarli con la punta dei piedi.
Oggi mi andrebbe di contarli tutti. Uno a uno. Ma c’è troppo disordine e non è nei grandi numeri che si trovano le risposte che cerco.
Dio mio, ci fosse una scheggia in giro forse la troverei conficcata nei miei pensieri. Dovrei evitare di sbagliare strada così spesso. Dovrei bere un caffè più forte. Dovrei tirare in ballo le cose del passato e giocarci un po’ come farebbe un cane col suo giocattolo di pezza, per poi dimenticarlo da qualche parte. Dovrei rileggermi un po’ e lasciarmi riposare. Dimenticarmi di me, invece di continuare a camminare. A disseminare pensieri a caso e a raccogliere idee senza nemmeno chinarmi troppo.
C’è un oceano buio nascosto nelle pozzanghere sui marciapiedi del centro. Forse anche io potrei essere così ingannevolmente profondo. Restare in superficie, smettere di guardare soltanto le cose e cominciare a vederle davvero.

Quando ho aperto gli occhi

20 marzo 2015

Quando ho aperto gli occhi avevo cento anni o forse poco più di uno. Di certo sentivo il profumo dei gelsomini di una siepe, misto all’odore della pioggia sull’asfalto.
Quando ho aperto gli occhi l’universo era un gioco di stagioni diverse. La vita era fatta di anni luce e la felicità di metri sotto al cielo.
Quando ho aperto gli occhi i pensieri erano tutti lì. Ad imbottire le pareti della mia testa. Ad impedire ai desideri di farsi male. Quanti cieli ci sono in questa stanza? L’odore del tempo lasciato a decantare arricchisce i secondi e somiglia a quello del vino buono. Mi ubriacavo del tempo e dei momenti trascorsi insieme.
Oggi invece servirebbe una formula a sostegno di certi numeri fatti di parole ed emozioni non lineari.
Quando ho aperto gli occhi la ragione mi ha poggiato una mano sulla spalla. Poi mi ha interrogato con occhi salmastri, pieni di nostalgie che non so scrivere.
Non so. Mi ha detto. Lo scrittore sei tu e solo tu puoi inventarti un finale, ma stavolta fai in modo che sia credibile.
Quando ho aperto gli occhi ero ancora solo. La tv spenta. Il caffè sul fuoco. Altre vite. Altri luoghi. Altre emozioni.