Corpi e anticorpi

Apro gli occhi ancora e stavolta sono le 4 del mattino. Mi alzo. Bevo un sorso d’acqua. Vado in bagno e mi guardo allo specchio.
“Cristo! Davvero impongo ogni giorno questo viso alle persone che incontro?”
Per un attimo mi assalgono i sensi di colpa, poi mi sciacquo la faccia e tutto scorre via. 

È presto. Non si sentono rumori in strada. Prendo il cellulare, mi abbandono sul divano e faccio un giro sui social network.
Guardo gli aggiornamenti degli amici. Scorro le notizie e sorrido alle simmetrie del mattino. Chi da il buongiorno. Chi si violenta a colpi di buon compleanno. Chi sbadiglia pensieri. Chi copia frasi a caso e le spaccia per sue.
E poi tante, troppe foto di animali dolcissimi. Forse dovrei farmi ricrescere la barba e abbracciarne uno. Sorrido ancora.

Lascio andare il cellulare e provo a ritrovare la grinta per rimettere in ordine la testa.
Guardo il divano e scatto un’istantanea fatta di ricordi. Un viso desideroso. Un corpo nudo, bagnato. Due gambe dolcemente aperte e il ventre terrorizzato. Una donna che mi fissa con lo sguardo cannibale, scuro, poco arrendevole e senza sonno.
Mi lascio andare a un lungo sospiro e cerco di nascondere il piacere tra le labbra. Se istituissero un premio Nobel per i più penetranti passaggi, i più accesi affondi, i più piccanti siparietti, forse lo vinceremmo noi due.
Intriganti, rumorosi, forse innamorati. Bambini cattivi.

Non sto riflettendo sul futuro o pontificando il passato. Sto solo condividendo il ricordo di un orgasmo e riscoprendo il mio narcisismo impulsivo e difettato.
Rivivo emozioni, allucinazioni e tremori in una escalation di cervellotica e stagnante gioia. Io che mi accendo, che mi nascondo dentro di te, sopra di te. L’esperienza è un costume. L’esperienza si fa solo con un bel travestimento addosso. E il mio travestimento sembra quello di un adorabile ladro di emozioni astuto e compulsivo. 

Si può mettere in dubbio qualunque cosa durante un orgasmo. Scordarsi la fame, la sete, l’affetto e l’amore. La trasparenza del tempo, le immagini dei sensi più strani, ma non quel silenzio che precede la formulazione di un gemito. Forse l’amore è un virus e ha bisogno di un periodo d’incubazione. Poi magari passa. Una mera questione di corpi e anticorpi.
Ma se pensarti stanotte è un orgasmo, allora perché farlo velocemente? Meglio piano, dosando i desideri.

All’improvviso devo essermi perso, perché non so più quali siano i ricordi che sto braccando e quelli dai quali sto cercando riparo.
Sono comunque incapace di fermarmi. Chiudo gli occhi. Mi ritrovo ancora sopra di te come una preda che sorprende il suo predatore. Ti strappo sospiri come riccioli di carta. Scalcio via il tempo con le mie mani tra le tue cosce e immediatamente mi assalgono il profumo, la voglia, la fatica, l’ipnosi dei muscoli tesi e mille appaganti delusioni confuse nel panorama dei sogni.

Noi due che ci accarezziamo prima, durante e dopo. Che parliamo cercando di spiegarci come si legge il mondo. Tu alla ricerca di tanti piccoli indizi che riempiano di significato la vita. Pensieri da collegare, annotare, annodare. Io spietatamente confuso dalla mancanza di un grande e unico schema in cui inserire ogni risposta giusta. Come in quelle scatole in legno, piene di fessure. Quel gioco in cui da bambino dovevi infilare un cubo, un triangolo, un cilindro o una stella. Solo i bimbi più dotati ci riuscivano. Io lo facevo. Mi veniva naturale. Ora invece sembra che i pezzi non siano più quelli giusti. A volte uso anche la forza per far passare un cubo in un buco circolare.

Non ci sono invece termini universali che passino facilmente attraverso le fessure di una storia importante. Spingiamo dentro con forza parole come “felicità”, “armonia”, “complicità”, “rispetto”,”compatibilità”, “appagamento”, “amore”. Tutto senza una logica ben precisa. Eppure non si parla mai di una storia a caso. Si parla di noi.

A volte mi guardo dentro con un certo strabismo di pensieri. Succede così che il silenzio finisce per riprendere il suo posto al centro del villaggio.
Succede che il silenzio diventi me, le mie facce, la mia mente, i miei modi e mi sembra di pescare idee come da una di quelle macchine in cui infili due euro per guidare una mano meccanica a raccogliere un premio a caso.
Un telefono. Una palla. Una scatola di caramelle. Un polipo di stoffa. Stringendo troppo forte qualcosa mi ricade sempre nel mucchio. Ma se provo a riprenderla dolcemente, poi mi sfugge lo stesso. Sempre nel mucchio. Giù in basso. Giusto un attimo prima che riesca a farla davvero mia.

Così succede sempre, ogni volta. Come quelle barchette di carta che seguono il corso del fiume con l’illusoria convinzione di tracciare la rotta. Sistemo le cose in valigia e mi affaccio alla finestra. Poi mi soffermo sugli scaffali della libreria e mi vengono in mente titoli di libri surreali. L’uomo senza solitudine. Alla ricerca del tempo mai avuto. Cento colpi di spazzola in faccia. Cinquanta sfumature di Ciccio. Alla fine incontro anche un titolo di Fabio Volo, storco il naso e non sorrido più.

Stamattina la mia testa è una strada di una foto in bianco e nero. Mi piace pensare alla gente che cammina in strada. Pensieri che vanno e vengono. Mi piace immaginare che qualcuno esca e che altri invece stiano tornando a casa.

La cosa migliore che può capitare a un uomo innamorato che si sveglia da solo in un appartamento nel centro di Roma, è un post-it sul frigorifero con su scritto “Buongiorno amore. Stai tranquillo. Sono scesa a prendere la colazione. Presto torno a riportarti il sorriso. Tu però ricorda di svuotare la lavatrice.”

Lo so. È un post diverso dal solito. Più lungo. Ma stamattina volevo condividere con voi i miei stati d’animo da luna park. Fare un giro di montagne russe. Un salto sulla ruota panoramica, 4 passi nella casa degli orrori e vincere un pesce rosso.
Tutto quello che è indefinibile io lo chiamo amore e oggi sa di zucchero filato. Quel sapore che ti rimane attaccato alle labbra, troppo appiccicoso sulle mani e quasi indelebile intorno alla bocca.

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