Ci sono istanti in cui mi sento così coraggioso da poter inventare una favola. Che poi non serve nemmeno una fantasia fuori dal comune. Basta una naturale predisposizione a scrivere. La fine di una serata. Roma di notte. Qualche ricordo e una vecchia canzone degli Spandau Ballet. Scenari, suoni, luoghi, corpi. E poi una platea dove tu siedi in fondo alla sala. In ultima fila. Con una vestitino da sballo e la coscienza annoiata.
Non serve chiudere gli occhi. Posso immaginare distintamente i tuoi fianchi che scorrono docili tra le mie mani. Quelle che il tempo ha disegnato intorno a te in quel preciso istante, per quel preciso momento. Mani in grado di risalire la corrente attraverso ogni tuo respiro. Mani che scivolano veloci tra lo spazio dei seni. Indugiano sulle tue spalle, sul collo. E poi ancora lungo gli angoli più remoti della tua schiena. Il sapore di un bacio dove non ti aspetti. Un gusto dolciastro con qualche nota di mandorle. Quelle dell’albero dietro la casa dei miei nonni in campagna. Quello dove da bambino mi arrampicavo e rimanevo seduto per ore tra i rami. Il mondo allora era un pensiero trasparente e la natura una donna bellissima.
I tuoi occhi sono l’irrinunciabile profondità dalla quale un uomo non può risalire. Un posto dove perdersi consapevolmente. Vorrei mandare ogni singolo atomo dell’universo a farsi fottere una volta per sempre. Vorrei cavalcare il tempo, sfidare il potere di un destino. Lottare, vincere o perdere e comunque precipitare. Per godere attraverso le meravigliose finitezze del tuo profilo.
Non aprire gli occhi stamattina. Tienili chiusi fin quando non avrai ascoltato tutto quello che ho da dire. L’imbarazzante piacere di un uomo passa attraverso i suoi desideri più profondi. E ora è netto. Palpabile. Quasi indescrivibile. Generato dalle mie fantasie quando urtano con forza il vetro scheggiato della realtà. A volte lasciando impronte indelebili.
Non aprire gli occhi stamattina
19 ottobre 2015Forse è fortuna
19 ottobre 2015Più volte ho scritto che la fortuna non esiste. Sono stati in molti a sostenerlo in passato. Seneca addirittura diceva che “esiste solo quel momento in cui il talento incontra l’occasione”. Eppure qualcosa c’è. Deve esserci. Chi ha la capacità di far fronte in maniera positiva a certi eventi traumatici della vita è una persona fortunata. Chi sa riorganizzare positivamente la propria esistenza davanti alle difficoltà lo è ancora di più. Forse “fortuna” è sapere come ricostruirsi il cuore. Arrabbiarsi e rimanere comunque sensibili alle opportunità positive che la quotidianità ti offre. Lottare con furia contro ogni frustrazione. Senza cedere alla stanchezza. Senza paura della sconfitta. E senza mai perdere la propria umanità.
Se proprio volete
18 ottobre 2015Stasera ho più occhi che orecchie.
Dei desideri non ne parlo più, perché fanno ingrassare. Le storie invece le scrivo soltanto.
Cammino. Schivo tartarughe. Osservo l’acqua di una fontana scorrere. Penso a una vecchia leggenda. Sorrido alla meraviglia di un tempo che non c’è più.
La notte tarda. La luna è uno spettro che affascina la vanità dei tetti di Roma. Piazza Mattei ora sembra un’isola deserta. A volte divido i ricordi in tappe. Poi lascio partire il cronometro e faccio i conti con le discese e le risalite. Se proprio volete, stanotte venite a prendermi qui.
Dal basso verso l’alto
17 ottobre 2015Non ho mai avuto una palla di vetro. Io non lo so come vanno a finire le cose. Mi limito a desiderarle. A fare e sperare che poi alla fine succeda proprio quello che mi aspetto.
Forse ci sono troppe versioni di me in questo universo. E non tutte sono da trattare con i guanti. Ma sono stufo di ingannarmi con la prospettiva che proietta in terra l’ombra di un uomo felice. Alla fine finisco sempre per scontrarmi con quella versione di me che non ha mai saputo approfittare delle buone occasioni. Quella fragile. Quella minuscola. Quella che “quando non è più utile l’abbatti col silenzio”. Quella impaziente nelle sue lunghe attese e perennemente insoddisfatta anche dai risultati migliori.
Stasera sono stanco. Pervaso da un incontenibile bisogno di normalità.
Magari, se non arrivo a casa troppo tardi, mi faccio una camminata per le vie del centro. E guardo Roma dal basso verso l’alto. Evitando i riflessi nelle pozzanghere e cercando di non inciampare nella mia ombra.
Qui, a momenti.
15 ottobre 2015Ho una mente molto fornita. Quasi americana. E quando la nostalgia disinnesca il sonno la notte diventa un luogo perfetto per pensare. A volte però preferirei dormire profondamente. Sognare come un fanciullo e lasciare i ricordi nell’oscurità di questo iPhone. Sto provando a darmi il tono di un piccolo scrittore. In realtà mi terrorizza l’idea che qualcuno possa passare a trovarmi senza ascoltare quello che ho da dire. Da circa sei ore sono seduto al volante. Mi lascio alle spalle chilometri. Fisso i fari delle auto che sporadicamente mi si fanno innanzi. Un po’ come si guardano le stelle nella penombra di un cielo coperto di nuvole. La vita non è un romanzo pieno di capitoli. La vita somiglia più a uno scaffale zeppo di libri. Certi che nemmeno leggerai mai. Alcuni troppo difficili da capire. Altri che fanno contemporaneamente ridere e piangere. Però sono comunque affezionato alla loro presenza. Il modo in cui si poggiano ordinatamenre su una realtà impolverata di sogni. Lo stile elegante delle copertine che si usano per arredare il tempo che passa. Sta per piovere, lo so. Il parabrezza non mente mai. Meglio accelerare. La vita non aspetta e il futuro sarà qui a momenti.
La porta aperta
13 ottobre 2015La prima sveglia fallisce miseramente. La seconda invece arriva impietosa. È una scossa che percuote. Che fa bene il suo dovere. Fuori è un mattino al neon. Via dei Coronari è spenta come tutto qui intorno. Finestre chiuse. Strade deserte. Gabbiani stanchi. Nuvole sdraiate sugli spigoli di Roma. Immagini e pensieri. Vorrei imparare a mettere finalmente le parole al posto giusto. E non importa che “il posto giusto” poi non sia l’unico sensato, o l’unico possibile. E nemmeno che sia l’unico sincero. Stamattina è come se la vita mi entrasse dagli occhi. Precipitasse nel cuore e ritornasse fuori scrittura. Vorrei non doverlo più pensare. Vorrei avere le persone a cui voglio bene sempre vicino. Senza essere costretto a portarle nel cuore a distanza. Correndo verso mete difficili da raggiungere, oppure fuggendo da qualcosa. C’è stato un tempo in cui alla fuga attribuivo una certa vigliaccheria di fondo. Adesso non più. Perché mi sono reso conto che in certi momenti fuggire diventa la mossa migliore. E c’è sempre una porta aperta dentro me quando fuggire si trasforma nell’unica via possibile.
Dentifricio alla menta
11 ottobre 2015Quasi mezzanotte. Non è una buona notte. Ma nemmeno cattiva. Iniziano a scendere le temperature e le stelle col fresco sono come vive. La luna si nasconde. Il gran carro mi dà le spalle. La via lattea ammicca sopra i tetti dei palazzi di Roma. Stasera ho letto due capitoli di De Lillo, “Underworld”. Ma non mi sono piaciuti. Ho sistemato la libreria. Ho scritto una cosa di incubi, poi ho deciso di fare una doccia. Prima però ho cancellato tutto.
Quello che so è che c’è una distanza ovvia che separa le cose come sono, da quelle “come dovrebbero essere”. Quello che so è che i pensieri nella mia testa non finiscono mai. Le idee. I sentimenti. La rabbia. La passione. La gioia, o l’amarezza. Sono note trasmesse da un megafono scassato che ne amplifica le emozioni. I dubbi. Le delusioni e tutte le intolleranze. Stasera percorro veloce lo stesso tragitto di un annoiato bianconiglio. Ma se mi volto nessuno mi segue. Così lascio scorrere l’acqua mentre lo specchio del bagno si trasforma nel mio personale Stargate. Un passaggio obbligato da attraversare ogni sera. Guardandomi negli occhi. Improvvisando un goffo tentativo di convincere il me stesso riflesso, che sarebbe opportuno non voltarsi mai indietro. Perché è indietro che resta il sapore delle cose sognate. Delle lunghe attese. Delle storie desiderate e poi perdute. Come quel retrogusto inconfondibile di dentifricio alla menta che ogni notte sento in bocca e che non vuole andare più via.
Ritratto
10 ottobre 2015Stanotte le luci della città sembrano un ritratto che non vuole invecchiare. Una realtà antica desiderosa di nuove parole. Un universo da stringere e coccolare.
Come se fossero soltanto parole
9 ottobre 2015Una valutazione del rischio quando il calcolo delle probabilità era complesso. Non credo che i gladiatori lo facessero nell’antica Roma.
Stamattina ho questa immagine di un uomo solo. La folla. La polvere. L’anfiteatro. Il corpo legato alle due estremità in modo che non sia possibile andare oltre. E poi altri uomini. Armati. Sanguinanti. Furibondi.
Circondati da irriconoscibili bestie pronte a ridurre in brandelli le cose da fare. E a spargerle ovunque intorno.
A volte metto una mano davanti agli occhi per ripararmi dal buio di certi sogni. Dai pensieri strani. Da tutti quei verbi pronunciati e anche da quelli ripetuti.
Correre. Sognare. Lottare. Precipitare. Chiudere gli occhi e svegliarsi con l’entusiasmo di essere ancora vivi. Con la voglia di qualcosa da scrivere. Di parole cucite sul dorso delle cose iniziate e poi lasciate a metà.
Incubi interrotti e sputati via. Schiacciati dalla luce del giorno. Come quelle zanzare gonfie di sangue. Immobili e prive di ogni speranza.
Stamattina l’incubo comincia dal caffè. Ho finito le cialde azzurre. Quelle al gusto di noia. Dovrò immaginarle fino al prossimo mattino. Come se fossero soltanto parole.
Ma se per caso…
8 ottobre 2015Stamattina uno spiraglio di luce monocolore storce la bocca al buio. Si prende gioco di ogni mio tentativo di chiudere gli occhi. Dormire, o non dormire. Un pragmatico Amleto mi griderebbe di chiuderla quella tenda. Invece ho poggiato il cellulare sul comodino. E l’indolenza in un bicchiere. Sta lì come una vecchia dentiera. Gocciolerà fino a domani. Ma sì, alla fine ho ancora voglia di scrivere. Di fermarmi e salvare un po’ questa giornata. Immortalare qualche parola per non dimenticare. Che poi non è per quello che si tiene un diario? Per rileggere le incisioni della memoria. Per farsi ricordare. Per riemergere e trasferirsi dalla propria testa, nella testa altrui.
Ieri ho comprato delle rose. Poi ho guidato lungo un’autostrada. Evitando autovelox e accarezzando il fascino degli autogrill. Ho acquistato gasolio. Mangiato un camogli e bevuto coca zero. Intanto mi sono passate nell’anticamera del cervello vecchie storie. Una volta una persona mi disse che è proprio quando non hai soldi che bisogna spenderli. Non ho mai smesso di pensarci. Sarà vero? Sembra una di quelle frasi che fanno crescere le ali nere, la coda e altre piccole cose che di solito non hai. In auto poi ascoltavo Vasco e pensavo a quanto ci sarebbe da salvare. Le cose fatte bene. I bei momenti. Come quella notte a guardare Fantozzi sul tetto di un hotel. Ho anche notato che presto lo ripropongono al cinema. Non credo che me lo perderò.
Salverei anche la patata tartufata di Massimo. Le sue verticali di vino rosso. Salverei quel primo tentativo di condurre gli sci. Lo scivolone sullo skilift. La pasta al pesto alle quattro del mattino. Le passeggiate all’Eur. La grande bellezza. Una cena al ristorante francese. Il tono di certi discorsi. Il sushi. Romeo. I carciofi alla romana. Il pesce finto. Salverei la pioggia in via di Montevecchio. Il brusio dei Banchi Vecchi. Il musicista a piazza Navona. Le castagne. Il rumore dell’acqua sugli scogli. La collana di Tiffany. Certi sguardi. E tanti, tantissimi silenzi. Quelli che sembravano fatti apposta per lasciare fuori il mondo. Per imparare a non sentirlo più. Ecco, devo ricordarmele queste cose. Ma se per caso finissi per dimenticarle. Tornerò a rileggerle qui.
L’undicesimo piccolo indiano
6 ottobre 2015Una porta che sbatte. Un caffè che si fredda. Il tempo preso a calci. Lanciato come una monetina nel pozzo. E alla fine tutto rimane fisso davanti agli occhi. Giusto al di là di un parabrezza. A volte appannato dai sospiri. Altre volte accarezzato dalle minuscole facce imbronciate di una pioggia poco convinta e scura. In fondo somigliamo a quei tergicristalli che si rincorrono senza sosta. Ostinati e presuntuosi. Testardi e permalosi. Inutili come lancette dell’orologio di un campanile che segna da un secolo la stessa ora.
Sembra strano, ma non tutte le notti sono fatte per dormire.
Questa no. Questa sembra nata per ricordare i momenti. Le cose. I volti e le voci. Per ripercorrere i nomi di chi ti è sempre e comunque vicino, fino a chiuderti gli occhi. Con i pensieri appoggiati nella penombra dei corridoi. Potrei tentare di scriverli tutti. Emiliano, Fabrizio, Roberto, Anna, Roberta, Ilde, Rossana, Annamaria, Nikol, Alessandro, Lucia, Daria, Giorgia, Giuseppe, Maria Dora, Massimo, Stefania, Stefano, Marina, Barbara, Emanuela, Isabella, Carla, Tonino, Elisabetta, Gabriele, Tiziano, Francesca, Giovanni, Ylenia, Eleonora, Michela, Gianluca, Massimiliano, Elis, Luca, Alex, Pino, Cristian, Roberta, Riccardo, Enrica, Marco, Nello, Gianmarco, Silvia, Amedeo, Francesco, Alberto, Alexandra, Cinzia, Sara, Deborah, Mirella, Andrea, Giorgia, Luisa, Luca, Davide, Cristina, Andrea, Cristina, Lorenzo, Gioele, Luca, Pierpaolo, Stefania, Marzia, Marco, Piero, Eugenio, Simon, Valentina, Valentina, Valentina, Michela, Cesare, Chiara, Luca, Lucrezia, Daniela, Monica, Max… e poi? Come faccio a ricordarli senza aprire una bottiglia di birra?
E così che si stappa. Alzandola per brindare a qualunque cosa di questa giornata. A quel pensiero che mi attraversa da parte a parte. Senza bussare. Al meraviglioso disegno di mia figlia. Agli impegni da regalare a mio padre. C’è ancora da guardare la champions. C’è il prato da tagliare. Ci sono le multe dell’auto ancora da pagare. E poi l’appuntamento dal commercialista. Dal dentista. Dall’avvocato. Questa pagina non è che l’anticamera di un sogno. L’undicesimo piccolo indiano. Arsenico, ricordi e vecchi merletti. Polvere sui libri di scuola da soffiare via.
Il giorno del non compleanno
5 ottobre 2015La soluzione sarebbe semplificarsi la vita. Guardare senza studiare. Camminare senza correre. Scrivere senza rileggere. Mangiare senza gustare. E invece alla fine finisco col farmi carico di tutto. Degli umori. Dei sapori. Delle emozioni forti. Rifletto sul percorso, in ogni attimo del percorso. E mi appesantisco la vita con quella parte di me che è alla continua ricerca di conferme. Quella che giudica e che si lamenta se poi non se ne esce. Quando invece si potrebbe vivere bene anche sapendo che c’è qualcosa da migliorare. Ma senza dannarsi cercando di farlo subito. Piuttosto con calma. Respirare senza affanno. Alzare gli occhi e scegliere una luce a caso. Senza preoccuparsi che si tratti di un lampione o della stella più luminosa. Inventare orizzonti meno lontani. Intrecciare desideri possibili. Aprire e chiudere un libro accontentandosi di leggere una singola favola. Buon “non compleanno” Alice. Magari domani attraversiamo lo specchio insieme. Stanotte invece aspettiamo che la penombra faccia le valigie, poi minuziosamente iniziamo a descrivere qualcosa. Confido in una bella storia, un bicchiere di vino rosso e un destino più collaborativo. Confido nelle speranze che dicono al buio di farsi da parte. Nei sogni che senza farsi scoprire infilano nelle tasche la voglia di fare programmi. Nei ricordi più belli che se ne vanno via scodinzolando.
Senza quelle delusioni gettate a manciate dentro a un letto scomodo. Senza tutte quelle parole che ogni tanto grido e che non penso. Senza tutti quegli errori che lasciano spazio vuoto e che non sono mai stato in grado di riconoscere.
In un altrove che nessuno sa
22 settembre 2015Finestre grandi quanto una facciata. Universi stellati. Mezzi pensieri assediati. Braccati da una vita che non regala mai niente. Stasera volevo anche smettere di credere alle rappresentazioni nella mia testa. Troppo teatrali. Lo riconosco. Ma il fatto è che ci ho preso gusto. E forse ho troppo sonno per sentirmi in colpa. La testa è accesa. Il volume è alto. E la tv illumina a giorno la stanza. Alla fine dormirò lo stesso. Senza contare il tempo. Senza sorrisi. Senza girasoli. Senza una crostata di fragole. Con una buonanotte sulle spalle e un’altra andata via per sempre. In un altrove che tutti conoscono, ma che nessuno davvero sa.
L’alba verrà
18 settembre 2015Che poi alla fine non rimane molto da dire di questa serata. Un viaggio. Un’idea. Un’emozione. Un pensiero abbandonato da qualcuno di fronte all’insegna gialla di una pizzeria.
L’alba comunque verrà. E lascerà che siano le illusioni a riempire gli spazi ancora vuoti nella mia testa.
La meraviglia delle cose semplici
17 settembre 2015Succede che una mattina mi ritrovo a parlare di lavoro. Di finanza. Di banche. Di ospedali. Del fare quotidiano. E dimentico il cielo ed i suoi spazi. Dimentico il mare che si vede della strada. Dimentico la mia scrittura. A volte assurda. Inutile. Difettata.
Succede che le fatture prendono il posto delle parole. Che un tramonto lo trovi tra gli imballaggi. E che per ogni emozione serva una bolla di trasporto. Numeri. Attività. Passività. Poco utile. Nessun dilettevole.
E invece vorrei tagliare le strade di Roma da parte a parte. Camminando. Passeggiare tutta la notte. Mangiare una pizza. Svelare misteri. Dimenticare aliquote. Partite doppie. Tasse. Iva. Estratti conto bugiardi. Sostituire i conti economici con una faccina e i business plan con l’icona di un polipetto.
Vorrei poter soltanto scrivere per vivere. Ma pare impossibile farlo. Scrivo per scrivere. Scrivo per rileggere. A volte per ricordare. Quando passavo a prenderti. Quando attendevo anche ore sotto casa. E aspettavo per vederti sorridere. Se potessi stasera ti porterei al cinema. Oppure in centro a mangiare quella famosa pizza. Trascorrerei il tempo ascoltando le tue storie attraverso un bicchiere di vino rosso. Avvolgerei i ricordi. Assedierei prima un’alba. Poi una bomba calda. Un cappuccino. Perché so che gli occhi non si aprono solo se non c’è vita. E questo è il mio vivere. L’ineffabile esistere. Costantemente amare. Con un infinito e inspiegabile bisogno di nostalgia. E in fondo credo ci sia della meraviglia in tutto questo.








